
Originariamente Scritto da
Carla
QUADRO DI RIFERIMENTO
Per capire le ragioni – alquanto ovvie, a dire il vero – per cui anche in Italia serva un’imposta patrimoniale, dobbiamo prima analizzare la situazione politica attuale. Il governo Monti non ha brillato per equità: il grosso lo ha tagliato ai pensionati e ai dipendenti pubblici, molti dei quali non navigavano certo nell’oro. L’Imu ha colpito indiscriminatamente l’80% degli italiani proprietari di casa. Il recupero dell’evasione andrà interamente nel mare magnum dei conti impegnati per gli obblighi europei (Monti aveva promesso – e non mantenuto – che il recupero dell’evasione sarebbe servito a diminuire le tasse agli “onesti”). E dopo le sue manovre, la pressione fiscale complessiva supera ormai il 50%, la disoccupazione il 10% (per i giovani è oltre il 36%), il Pil sprofonda verso il -2%. La vendita del patrimonio pubblico ha tempi biblici, e cedere Eni o Finmeccanica, con le borse in caduta libera, sarebbe una scelta da pazzi. Ma, da parte del governo, non è stata avanzata nessuna proposta di introduzione di un prelievo sui grandi patrimoni, quello che i francesi chiamano “imposta di solidarietà sulla fortuna”. Eppure questo è tempo di vacche magre. Non resta dunque che rivolgersi ai ricchi. Il che non è solo equo, ma aumenterebbe anche l’efficienza del sistema economico. La tassa sulla fortuna favorisce il merito, la buona impresa, gli investimenti. Non è un esproprio proletario, purché sia fatto con un certo criterio.
DUE DIFFERENTI IDEE
Vi sono due differenti ipotesi d’azione, due differenti idee di patrimoniale che si sono affacciate all’orizzonte negli ultimi mesi:
1) La prima idea è quella già proposta all’inizio del 2011 da Giuliano Amato e dall’economista Pellegrino Capaldo. L’idea di patrimoniale da costoro proposta consentirebbe di abbattere di 200-300 miliardi di euro il debito pubblico in un colpo solo. Come? Ecco in pillole come: gli italiani posseggono una ricchezza superiore al 500% del Pil, mentre il loro debito pubblico è “solo” del 123%. Basta usare quella ricchezza per ridurre il debito e l’Italia può tornare a crescere senza i patemi d’animo dello spread, liberando decine di miliardi di euro oggi usati per pagare gli interessi sul debito pubblico. Però questa patrimoniale in certi casi non è applicabile: chi possiede ad esempio un immobile da un milione di euro, non è detto che ne abbia centomila in banca per pagare la megaimposta. A meno che non venda parte dei suoi beni. Il rischio è che per versare la tassa si immettano su un mercato immobiliare già depresso case per centinaia di miliardi, facendo crollare i prezzi, o che i proprietari siano costretti a chiedere in prestito i soldi per andare in pari col fisco. Il che equivale a trasformare il debito pubblico in debito privato, senza risolvere il problema.
2) La seconda idea è quella di una patrimoniale con un’aliquota molto più piccola, finalizzata non ad abbattere il debito, ma a rendere disponibili risorse per la crescita. Un dato su tutti: siamo il primo paese nell’UE per pressione fiscale su lavoro e pensioni (42,6%), ma siamo penultimi per aliquota sulle rendite finanziarie (le ha più basse di noi solo la Grecia). Le tasse sulle rendite incidono sul totale delle entrate fiscali italiane solo per il 5,9%. Invece l’Irpef, l’imposta sui redditi, rappresenta il 38%, ed è pagata al 91% da lavoratori e pensionati. E questo in un paese nel quale, durante gli ultimi trent’anni, la quota dei salari sul Pil nazionale è scesa dal 67% al 52%. Non è un caso, dunque, che l’Italia sia un paese molto diseguale, il terzo nell’area Ocse. E se i salari sono fermi da vent’anni e i poveri aumentano, i ricchi continuano ad accumulare fortune. Secondo i dati della Banca d’Italia, il 10% più benestante delle famiglie italiane possiede il 45% della ricchezza. Il 50% più povero possiede invece solo il 10%. Gli ultraricchi, l’1% di nababbi, composto da una ristretta cerchia di 2.400 famiglie, possiede patrimoni per 1.290 miliardi di euro. Cioè quanto 363.000 famiglie di media ricchezza italiane. Tassarli un po’ non sarebbe una tragedia.
DUE DIFFERENTI PROPOSTE
Sul campo esistono due proposte. Quella avanzata dal PD è un’imposta sulle grandi fortune immobiliari sopra 1,2 milioni di euro, che potrebbe fruttare 4-5 miliardi di euro l’anno. «Da impegnare per ridurre la pressione fiscale ai redditi più bassi e per far ripartire piccoli cantieri comunali diffusi nel territorio», dice Fassina. Poi c’è l’“imposta sulle grandi ricchezze” proposta dalla CGIL, che sembra rivoluzionaria, ma è una semplice copia della patrimoniale francese varata da Mitterrand, depotenziata da Sarkozy e rimessa in piedi da Hollande. Essa mira a recuperare una cifra ben più alta, 15 miliardi di euro. Colpirebbe beni immobili (case) e mobili (capitali e azioni) di 1.208 famiglie con patrimoni sopra gli 800.000 euro, al netto di mutui e altre passività con un’aliquota crescente, tra lo 0,55% e l’1,8%. Ci sono ormai strumenti informatici molto avanzati, per cui basterebbe soltanto un aggiornamento degli estimi catastali e un incrocio di banche dati esistenti. Su cosa farne di tante risorse la CGIL ha le idee molto chiare: «Cento euro in più nelle buste paga dei dipendenti, una politica industriale nuova. E altre risorse possono giungere all’evasione fiscale, che è la vera malattia con i suoi 130 miliardi di gettito mancante».
CONCLUSIONI
La patrimoniale non è solo equa, ma anche efficiente. «Tassare i patrimoni è meglio che tassare i redditi», spiega Ernesto Longobardi, docente di Scienza delle finanze a Bari e membro del Copas, la Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale. «In primis la patrimoniale è più progressiva, perché la distribuzione della ricchezza è più concentrata di quella dei redditi». Cioè, se Marchionne ha un reddito pari a 350 volte quello di un suo operaio, il patrimonio di Berlusconi e famiglia (stimato in nove miliardi) è 90.000 volte superiore a quello di un suo dipendente che possiede solo una casa da 100.000 euro. «E poi la patrimoniale premia l’uso produttivo dei capitali. Se ho un capitale inutilizzato, infatti, non pago la tassa sui redditi, ma solo sul patrimonio. Invece, in un sistema che tassa più i redditi del patrimonio, il buon imprenditore – cioè colui il quale produce molto reddito impiegando bene il suo capitale – è penalizzato. In parole povere, spostare il peso della tassazione dai redditi ai patrimoni favorisce l’efficienza, secondo una logica di mercato». Non fare una patrimoniale non è solo ingiusto. Ma anche, semplicemente, stupido.
Tratto da: Left, n. 30, 28 luglio 2012