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Discussione: STALIN VIVE!!

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    Predefinito STALIN VIVE!!

    L'URSS DALLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE

    ALLA GRANDE GUERRA PATRIOTTICA




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    IL FALLIMENTO DELLE RIFORME DALL’ALTO E LA RIVOLUZIONE DEL 1905



    Alla fine del XIX secolo la Russia, primo paese del mondo per estensione (se non si considera l’impero britannico) e terzo per popolazione dopo Cina ed India, versava in condizioni di grave arretratezza, economica, sociale e politica.

    La gran massa della popolazione era costituita da contadini, detti “anime”. Essi erano stati servi della gleba fino al 1861, anno in cui lo zar Alessandro II (1855-81) firmò 22 decreti che abolivano la servitù e distribuivano la terra: se da un lato quaranta milioni di servi divennero cittadini liberi, dall’altro ricevettero un quantitativo di terra minore di quello che utilizzavano in precedenza e dovettero pagare per il riscatto più di quanto la terra era in grado di produrre. Il risultato fu la costituzione di una massa di miserabili, l’impoverimento delle campagne e il rafforzamento del legame delle comuni rurali vincolate al pagamento collettivo del riscatto. Ciò provocò un notevole aumento della collera nei confronti dello zar.

    Nella seconda metà del secolo la Russia conobbe una rapida industrializzazione, gli operai triplicarono rispetto al 1825, le ferrovie passarono dai 1.066 km del 1861 ai 22.403 del 1880, ma tutto ciò si svolse sotto il patrocinio dello Stato o del capitale straniero (in particolare francese), il che determinò la formazione di piccole concentrazioni ad alta tecnologia (Pietroburgo, Mosca) ma impedì la nascita di una classe borghese autoctona, in quanto la nobiltà, benché ricca (i cosiddetti “magnati”), non disponeva dei capitali sufficienti ed era totalmente subordinata al potere dispotico dello zar.

    Il fallimento della riforma dall’alto suscitò notevoli reazioni organizzate. Le principali correnti di opposizione allo zarismo erano costituite dall’anarchismo, impersonato da Michail Bakunin e da Petr Kropotkin, che portò all’assassinio dello zar nel 1881 a cui successe Alessandro III (1881-94), dal populismo dei narodniki, che guardavano al popolo e in particolare alle masse contadine come soggetto di rinnovamento e che praticavano anch’essi il terrorismo (posizioni che verranno in seguito fatte proprie dal Partito socialista-rivoluzionario), e dal marxismo rivoluzionario, diffusosi in Russia tramite il gruppo Emancipazione del Lavoro guidato da Plechanov e Aksel’rod e in seguito adottato come dottrina ufficiale dal Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR) fondato nel 1898 e a cui aderirono Vladimir I. Lenin e Lev D. Trotzki. In realtà i socialdemocratici si divisero ben presto in due correnti: i bolscevichi, fautori della costruzione di un partito organizzato per esprimere in modo cosciente il movimento spontaneo delle masse operaie, e i menscevichi, che erano per una struttura meno organizzata e ritenevano che la rivoluzione dovesse attraversare una fase capitalistica nella quale la classe operaia si sarebbe organizzata successivamente per rovesciare la borghesia. Contro il populismo sostanzialmente reazionario e il menscevismo Lenin condusse un’aspra polemica sostenendo l’esistenza di uno sviluppo capitalistico già nella Russia dell’Ottocento.

    Nel 1904 il governo russo intraprese una guerra con il Giappone per il controllo della Manciuria. Il conflitto, che nelle intenzioni del nuovo zar Nicola II (1894-1917) doveva servire anche per arrestare l’agitazione rivoluzionaria, dopo le disastrose sconfitte di Mukden e Tsushima (in cui venne distrutta l’intera flotta russa) portò invece ad un’esasperazione delle tensioni, culminate nella “domenica di sangue” del 22 gennaio 1905, giorno in cui 150.000 persone guidate da un pope marciarono sul Palazzo d’Inverno per rivendicare la giornata di otto ore e le libertà democratiche e che si concluse con un massacro ordito dalla polizia zarista. La rivoluzione si estese all’intero paese, nell’estate vi fu il famoso episodio dell’ammutinamento della corazzata Pötemkin e nel settembre scoppiò uno sciopero a Pietroburgo che portò alla formazione di un Soviet (consiglio) di operai eletti col metodo della democrazia diretta e immediatamente revocabili, presieduto da Trotzki. Nicola II decise di separare gli interessi del proletariato da quelli di borghesia e nobiltà schiacciando il Soviet di Mosca e Pietroburgo e concedendo un parlamento (Duma) che non esitò comunque a sciogliere due volte finché non fu composto da una maggioranza favorevole al potere zarista. Inoltre nel 1911 il riformatore Petr Stolypin ideò una nuova riforma agraria che favoriva la proprietà individuale della terra, smantellando le comunità agricole e legando maggiormente i contadini allo zar.





    LA PRIMA GUERRA MONDIALE



    Dopo la grave sconfitta subita in Asia, il regime zarista inaugurò una politica di penetrazione nei Balcani, sostenendo la Serbia nelle sue rivendicazioni nei confronti di Austria-Ungheria e Turchia. Nel luglio 1914 l’Austria-Ungheria inviò un ultimatum alla Serbia dopo l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e Nicola II proclamò una mobilitazione generale a cui seguì la dichiarazione di guerra da parte della Germania. Per effetto degli accordi esistenti, le potenze legate alla Russia (Francia e Gran Bretagna) mobilitarono o ed entrarono direttamente in guerra. L’impetuosa evoluzione del capitalismo esigeva una nuova spartizione del mercato mondiale, ma in questo conflitto la Russia era un colosso dai piedi d’argilla, legato ai capitali esteri, in preda a gravi tensioni sociali, privo di un’adeguata rete ferroviaria e con un esercito numeroso ma pessimamente armato. Per di più lo zar era un debole, totalmente succube della zarina Alessandra a sua volta soggiogata dal magnetismo di un dissoluto monaco siberiano detto Rasputin, che fu assassinato da una congiura di palazzo nel 1916. Già nel settembre 1914 i tedeschi sbaragliavano i russi a Tannenberg e ai Laghi Masuri, offensiva che proseguiva per tutto il 1915 finche veniva arrestata nel 1916 dal generale Brusilov con una brillante controffensiva.





    LE RIVOLUZIONI DI FEBBRAIO E OTTOBRE



    Se al fronte la situazione non era del tutto negativa, all’interno le cose andavano peggiorando sempre più. Il 23 febbraio 1917 (8 marzo secondo il calendario occidentale) scoppiarono a Pietrogrado (così era stata ribattezzata Pietroburgo nel 1914) violenti tumulti per il problema dell’approvvigionamento guidati dalla classe operaia sostenuta dalle truppe che Nicola II aveva inviato contro gli insorti. Egli stesso fu costretto ad abdicare il 2 marzo e il potere passò ad un governo provvisorio guidato dal principe L’vov, comprendente esponenti della borghesia industriale e liberale. A questo potere ufficiale si contrapponeva il potere del risorto Soviet di Pietrogrado.

    Nel frattempo Lenin era rientrato dal suo esilio svizzero attraverso il territorio tedesco a bordo di un famoso vagone piombato; con le Tesi di aprile egli propugnò fin da subito tre principi: che tutto il potere dovesse passare ai Soviet, che si dovesse risolvere il problema agrario e firmare la pace con la Germania. Anche Trotzki rientrò a Pietrogrado salutando la Rivoluzione russa come “prologo della Rivoluzione mondiale”.

    Nel luglio il governo passò al socialista moderato A. Kerenskij (in precedenza ministro della guerra), che subito tentò un’offensiva contro il nemico, che si risolse però in una nuova disfatta, anche per la diserzione di numerosi reparti. Tutti i ministri cadetti (liberali) si dimisero, mentre le masse invocavano il passaggio del potere al Soviet e il partito bolscevico era costretto a rientrare nella clandestinità. Kerenskij formò un governo di coalizione e affidò al controrivoluzionario generale Kornilov il ministero della guerra. Quest’ultimo tentò un putsch per stroncare la rivoluzione, marciando sulla capitale, ma le sue truppe vennero fermate e disperse dalle milizie operaie. Si ebbe dunque un momento di ripresa bolscevica, il Soviet di Pietrogrado mise in minoranza menscevichi e socialisti-rivoluzionari ed elesse Trotzki alla presidenza.

    Fu allora che Lenin decise di passare all’azione, convincendo anche i compagni più riluttanti ed incerti. Già nel Che fare? egli aveva sostenuto che la teoria marxista andasse applicata ad mutato contesto, di completa concatenazione del capitalismo, e nell’opera L’imperialismo, stadio supremo del capitalismo era propugnata la tesi che la rivoluzione potesse scoppiare non nei paesi economicamente più avanzati, ma negli anelli deboli della catena, come la Russia.

    Il 24 ottobre (7 novembre) i soldati rossi, appoggiati dai marinai della base di Kronstadt e dall’incrociatore Aurora ancorato sulla Neva, occuparono il Palazzo d’Inverno, procedendo alla sostituzione del governo provvisorio con il nuovo potere sovietico. Lenin fu nominato presidente del consiglio dei commissari del popolo, Rykov commissario agli affari interni, Trotzki agli esteri, Stalin commissario alle nazionalità. Furono immediatamente nazionalizzate le banche, la flotta mercantile, le ferrovie, il commercio estero, si provvide alla ridistribuzione della terra, fu stabilita la piena uguaglianza di tutte le popolazioni dell’impero, si organizzò la Ceka, la commissione per stroncare la controrivoluzione e venne sciolta l’assemblea costituente, dopo che quest’ultima, nella quale i bolscevichi avevano solo il 25% dei consensi, si era rifiutata di riconoscere il nuovo governo rivoluzionario.

    Ma soprattutto il governo sovietico procedette alla firma di una rapida pace con la Germania, a costo di gravosissime condizioni. Il trattato fu firmato a Brest-Litovsk il 3 marzo 1918 da Trotzki, dopo che i tedeschi avevano intrapreso una nuova offensiva su tutto il fronte.



    LA GUERRA CIVILE, IL COMUNISMO DI GUERRA E LA NEP



    Se per i bolscevichi era stato relativamente semplice distruggere il vecchio apparato statale, le più grandi difficoltà essi dovevano incontrarle dopo la presa del potere, poiché le forze controrivoluzionarie si andavano riorganizzando in tutto il paese. L’ammutinamento dei prigionieri cecoslovacchi (maggio 1918) internati in Siberia diede inizio alla guerra civile; già nell’aprile truppe giapponesi erano sbarcate a Vladivostok e in agosto gli alleati occidentali organizzarono un governo antibolscevico nella Russia settentrionale. Vaste aree della Siberia e degli Urali erano controllate dalle armate bianche dei generali reazionari che avevano sostituito socialisti moderati e sostenitori dell’assemblea costituente nel governo antibolscevico.

    Per evitare che lo zar e suoi familiari, detenuti a Jekaterinburg, cadessero nelle mani dei bianchi, il Soviet locale ne decise lo sterminio, avvenuto il 17 luglio 1918.

    In autunno la situazione del governo bolscevico cominciò a migliorare, dopo che Trotzki riuscì a riorganizzare l’Armata rossa servendosi anche degli ex ufficiali zaristi, affiancati da commissari politici che dovevano garantirne la lealtà. Nel 1919 le truppe dell’ammiraglio Kolcak furono respinte e sconfitte in Siberia, mentre i cosacchi del generale Denikin vennero arrestati in Ucraina. Entro il 1920 tutti governi bianchi erano sconfitti: essi si erano mantenuti in piedi grazie agli aiuti stranieri e caddero sotto i colpi dell’esercito rosso, minati dalla loro inconsistenza e dall’ostilità dei contadini che vedevano nei bianchi gli antichi proprietari terrieri.

    Nella primavera del 1920 la nuova Polonia di Pildsuski aggredì la Russia sovietica, ma la controffensiva dell’Armata rossa giunse alle porte di Varsavia, ove fu bloccata. I bolscevichi sperarono nell’insurrezione del proletariato polacco, ma ciò non avvenne. Questo determinò la fine di ogni illusione rivoluzionaria in occidente.

    La vittoria nella guerra civile consentì a Lenin di salvare la rivoluzione, ma gli restituì un paese disastrato. Dal 1914 al 1921 la Russia perse circa 30 milioni di persone tra morti e non-nati. Inoltre, negli anni della guerra civile, il governo sovietico aveva avviato un rigido sistema economico detto “comunismo di guerra”, che prevedeva l’abolizione della moneta e la requisizione forzata degli approvvigionamenti per rifornire il proletariato urbano e i soldati rossi.

    Tali requisizioni forzate, unite al progressivo svuotamento del potere dei Soviet operato dal partito, avevano causato gravi dissesti nelle campagne e un notevole malcontento, culminato nell’insurrezione di Kronstadt del 1921, duramente repressa. Lenin decise che era giunto il momento di varare una nuova politica economica (la NEP) di carattere più liberale. Le requisizioni vennero sostituite da una minore imposta in natura che permetteva la rinascita di un’economia di mercato e la reintroduzione della moneta. Se da un lato la NEP garantì la ripresa della produzione agricola e industriale, dall’altro essa costituì un pesante arretramento nel cammino verso il socialismo, in quanto consisteva in sostanza in un ritorno al capitalismo, sebbene controllato dallo stato.



    IL PARTITO BOLSCEVICO E L’INTERNAZIONALE COMUNISTA



    Il Partito socialdemocratico era fin dalla sua nascita un partito clandestino e d’élite, formato da intellettuali e “rivoluzionari di professione”; caratteri che vennero accentuati dopo la scissione del 1903 e la trasformazione in Partito comunista bolscevico. I membri del partito avevano del popolo una visione paternalista, lo consideravano incapace di autogovernarsi e tale atteggiamento fu evidente al momento dello scioglimento della costituente.

    Dopo la vittoria nella guerra civile, esso si trasformò in un partito di quadri operai e aumentò notevolmente i propri iscritti, mentre di pari passo procedeva la progressiva burocratizzazione, che avvenne tramite la costituzione dell’Orgbjuro (ufficio organizzativo) e del Politbjuro (ufficio politico). Al X congresso, tenuto nel 1921, Lenin delineò i due princìpi che saranno fatti propri da ogni partito comunista: quello del centralismo democratico (che imponeva ai membri di fare proprie le decisioni discusse nel Comitato centrale) e quello dell’antifrazionalismo, cioè della proibizione delle correnti. Già nel 19121 una prima “purga” allontanò dal partito circa 100.000 membri.

    Nel marzo 1919 si tenne a Mosca il congresso di fondazione dell’Internazionale comunista (Komintern) che aveva il compito di organizzare la rivoluzione mondiale. In tutto il mondo nacquero partiti comunisti, perlopiù da scissioni dai partiti socialisti, che ricalcavano il modello bolscevico, e la cui stretta dipendenza dai sovietici sarà resa ancora più evidente dopo il fallimento della rivoluzione nell’Europa occidentale.



    LA SUCCESSIONE DI LENIN



    Nel luglio 1923 fu varata una nuova costituzione che prevedeva la nascita dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), uno stato federale di sei repubbliche in cui l’esercizio del potere era affidato al Soviet supremo, composto dal Soviet dell’Unione e dal Soviet delle nazionalità, eletti a suffragio universale con la preminenza di deputati operai rispetto ai contadini. Il Soviet supremo eleggeva i 15 commissari del popolo (ministri) e il presidium, un organo che aveva la facoltà di sostituirli.

    All’epoca Lenin era già gravemente malato e alla sua morte (gennaio 1924) si scatenò in tutta la sua asprezza la lotta per la successione, assunta dalla trojka Stalin-Zinov’ev-Kamenev, insidiata da Trotzki. Non si trattava solo di una lotta per il potere in quanto conteneva anche un profondo contrasto ideologico sulla natura e gli obbiettivi della rivoluzione.

    Trotzki, che per il suo “menscevismo a tinte estremiste” aveva avversato anche Lenin, sosteneva che la contraddizione di un potere operaio in un paese contadino e arretrato come l’URSS andava risolta nell’ambito di una rivoluzione mondiale: da ciò la teoria della “rivoluzione permanente” e l’implicita negazione dell’alleanza di operai e contadini nella costruzione del socialismo. Una teoria che richiamava fortemente il marxismo ortodosso ottocentesco, ma che già Lenin aveva criticato e alla quale il georgiano Josip V. Stalin, segretario generale del PC(B) dal 1922, oppose la teoria della “costruzione del socialismo in un solo paese”. Si trattava evidentemente di una difesa dell’opera di Lenin in ciò che essa aveva di più originale rispetto al marxismo precedente, e cioè nel considerare come la rivoluzione fosse scoppiata proprio dove la catena del capitalismo era più debole. In sostanza si doveva dare la priorità alla costruzione del socialismo nell’URSS e alla sua difesa dalla più che probabile aggressione capitalistica.

    Si andò affermando la portata del marxismo-leninismo come dottrina ufficiale, mentre il trotzkismo venne condannato come ideologia piccolo-borghese. La lotta contro Trotzki portò alla sua progressiva emarginazione, culminata nell’espulsione dal partito e dall’URSS nel 1929. Contemporaneamente Stalin dovette lottare anche contro Zinov’ev e Kamenev, accusati di opporsi alla linea del partito e di ritenere impossibile la costruzione del socialismo a causa dell’arretratezza economica del paese. questa lotta ebbe termine nel 1927 con l’espulsione dei due membri dal triumvirato e l’accentramento di tutto il potere nelle mani di Stalin.



    LA PIANIFICAZIONE DELL’ECONOMIA SOCIALISTA



    Dopo aver cacciato Zinov’ev e Kamenev dalla trojka, Stalin si accinse a trasformare l’URSS da arretrato paese agricolo nella seconda potenza industriale del mondo. Da anni ormai si discuteva della necessità di porre fine alla NEP che stava reintroducendo elementi di capitalismo nelle campagne e portando alla formazione di una classe di contadini ricchi, i kulaki, che possedevano almeno un animale da soma. N. Bucharin, uno dei maggiori teorici del partito ed esponente dell’ala destra, sosteneva la necessità di uno sviluppo bilanciato dell’economia sovietica e di un certo gradualismo nella costruzione del socialismo, ritenendo che anche i kulaki svolgessero una funzione necessaria nell’agricoltura del paese. Ma Stalin, che si era alleato con Bucharin nella lotta contro l’opposizione di sinistra, riteneva invece che si dovesse privilegiare l’industrializzazione del paese, seguendo la tesi dell’economista Preobrazenskij.

    Inoltre le tesi di Bucharin vennero rigettate dal Comitato centrale in quanto implicavano una sostanziale rinuncia alla costruzione del socialismo e l’accettazione di uno sviluppo capitalistico del paese.

    Verso il 1927 le campagne, già improduttive da tempo in quanto in media un agricoltore riusciva a sostentare solo sé stesso e un’altra persona, vennero colpite da una crisi degli ammassi e da una grave carestia.

    Stalin decise quindi di procedere risolutamente alla stroncatura della NEP e alla collettivizzazione forzata dell’agricoltura. A partire da quell’anno si susseguirono i piani quinquennali (1928-32; 1933-39), preparati dal Gosplan o ufficio di studi, che riuscirono effettivamente a sfruttare in maniera più razionale le immense risorse del suolo russo: nelle campagne vennero istituiti i kolchoz (fattorie collettive) che sostituivano le antiche cooperative (mir); nelle immense regioni della Siberia e dell’Asia centrale, invece, vennero istituiti i sovchoz (fattorie sovietiche, controllate direttamente dallo stato), allo scopo di colonizzare e modernizzare tali aree.

    Migliaia di quadri operai furono inviati nelle campagne per convincere i contadini ad unirsi nei kolchoz, ma i kulaki resistettero a lungo a tale collettivizzazione, preferendo distruggere il bestiame piuttosto che consegnarlo al kolchoz, il che provocò una grave crisi alimentare nel 1933. Il partito decise dunque che si doveva procedere con maggiore arbitrio e violenza e i kulaki che rifiutavano di entrare nei kolchoz vennero deportati a milioni nell’Estremo Oriente o nei campi di rieducazione attraverso il lavoro (Gulag).

    Entro il 1935 la collettivizzazione poteva dirsi conclusa, in quanto il 63% dei contadini erano membri dei kolchoz, ma il problema delle campagne era risolto solo parzialmente: Stalin consentì ai contadini non associati di mantenere il cosiddetto “orto colcosiano” con piena libertà di coltivazione e vendita.

    Negli stessi anni, dal 1928 al 1936, si procedette all’edificazione di un’economia socialista nel settore secondario, tramite l’industrializzazione forzata del paese, anche grazie all’impiego di numerosi tecnici stranieri, in particolare tedeschi e americani. Stalin decise che tutte le risorse andassero allocate nei beni di produzione, a discapito di quelli di consumo. In tal modo vennero realizzate a ritmi forsennati grandi opere di edilizia collettiva, come la gigantesca diga del Dneprostroy, furono creati nuovi distretti industriali e minerari come quello di Magnitogorsk negli Urali o delle “città nuove” della Siberia.

    Anche le grandi città della Russia europea aumentarono di popolazione, in quanto milioni di contadini si spostarono verso i centri urbani e il proletariato crebbe considerevolmente fino a raggiungere i 34 milioni nel 1940. Inoltre molti giovani poterono accedere per la prima volta ad un grado elevato di scolarizzazione e l’analfabetismo fu debellato, così come fu estirpato il tessuto religioso nelle campagne.

    I risultati in termini quantitativi della collettivizzazione dell’economia furono notevolissimi: il P.I.L. dell’URSS, che nel 1928 era di circa 54 miliardi di rubli per l’agricoltura e di 24 per l’industria, nel 1940 era di 69,2 miliardi per l’agricoltura e di ben 102,8 per l’industria. In poco più di 10 anni vi fu aumento del 15-20% nel settore primario e di quasi il 200% nel secondario. Inoltre, proprio in virtù del suo assoluto isolamento politico-economico e dell’indipendenza dal capitale straniero, l’Unione Sovietica fu del tutto immune dalle conseguenze della crisi economica del 1929.

    In termini qualitativi, le condizioni di vita del popolo sovietico aumentarono anche se in misura non eccezionale in quanto la priorità venne sempre data all’industria pesante. Inoltre, benché l’edificazione dell’economia socialista procedesse in un clima di entusiasmo, mobilitazione ideologica ed emulazione come lo stacanovismo, i costi umani dell’impresa furono elevatissimi, poiché l’attuazione del programma staliniano comportava gravi sacrifici materiali e l’ulteriore inasprimento di un sistema politico già marcatamente autoritario e repressivo, imperniato sull’onnipresente polizia politica, la NKVD.

    È bene ricordare comunque che fu solo in virtù dell’intenso sforzo al quale Stalin e il PCUS sottoposero il popolo, che negli anni della seconda guerra mondiale l’esercito sovietico fu in grado prima di contenere l’avanzata delle armate hitleriane e infine di ricacciarle vittoriosamente fuori dal territorio della madrepatria, sebbene a costo di milioni di caduti.

    Il periodo staliniano può essere considerato una seconda rivoluzione, in quanto trasformò l’URSS nella seconda potenza industriale del mondo, un paese in cui si erano avuti profondi cambiamenti in campo demografico e culturale, con l’affermarsi della rigida censura del collaboratore di Stalin Andrei Zdanov, teorico del “realismo socialista”.



    I PROCESSI DI MOSCA



    Negli stessi anni in cui procedeva all’industrializzazione, Stalin consolidava il potere sovietico prima cacciando e poi sconfiggendo tutti gli oppositori. Come si è visto, già alla fine degli anni ’20 egli aveva liquidato la cosiddetta “opposizione di sinistra” capeggiata da Trotzki, Kamenev e Zinov’ev, con l’aiuto di Bucharin, Rykov e del capo dei sindacati Tomskij, e poi si era sbarazzato anche di questi ultimi tacciandoli come “revisionisti di destra”. Nel 1934 l’assassinio dell’amico e successore designato Sergei Kirov indusse Stalin a dare il via alle grandi purghe, culminate nei processi di Mosca del 1936-38 in cui venne liquidata la vecchia guardia bolscevica. Kamenev e Zinov’ev, accusati di trotzkismo e di collusione con il nazismo hitleriano ai danni dell’Unione Sovietica, dopo aver confessato un’enorme serie di delitti e trame contro lo stato, furono processati giustiziati nel 1936; Karl Radek, ex leader del Komintern e il popolare maresciallo Tuchacevskij, accusato di complotto filo-giapponese, nel 1937; Bucharin nel 1938. Trotzki venne liquidato a Città del Messico nel 1940. Le purghe non coinvolsero solo i vertici del partito e dell’esercito, ma anche migliaia di quadri intermedi, funzionari dello stato e semplici cittadini che vennero processati, giustiziati o inviati nei campi di lavoro.

    Se è vero che tali processi furono causati dalla diffidenza di Stalin, è anche vero che le principali vittime non erano esenti da atti di aperta ostilità e sabotaggio in un momento storico altamente drammatico, nel quale il nazionalsocialismo tedesco stava per espandersi in tutta Europa. Già durante la guerra civile spagnola i trotzkisti del POUM avevano sabotato la lotta antifascista, favorendo la vittoria finale di Franco: in questo periodo opporsi al potere sovietico significava fare oggettivamente il gioco di Hitler ai danni non solo dell’URSS ma anche dei paesi democratici.

    Gli stessi paesi che d’altro canto alla conferenza di Monaco avevano dato carta bianca al Führer nazista nel suo progetto di espansione ad oriente. Il governo sovietico fu costretto ad una mossa spregiudicata: il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939. Questo patto, che prevedeva un protocollo segreto di spartizione della Polonia, se da un lato attirò molte critiche a Stalin, gli permise d’altro canto di guadagnare il tempo necessario a preparare il paese e l’esercito di fronte all’inevitabile invasione, che avvenne nel 1941. Tale guerra sarebbe stata definita dagli storiografi sovietici la "Grande guerra patriottica di liberazione".




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    COЮЗ COBETCKиЙ COциAлиCTичECKиЙ PECПУБлиK

    unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche




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    Sono trascorsi 88 anni da quell'ottobre 1917, che segnò l'inizio di una nuova era nella storia dell'umanità. Non era solo la classe operaia russa condotta dal genio di Lenin che, per la prima volta nella storia, sconfiggeva il potere borghese, ma si trattò di un evento che sanciva in maniera indelebile la necessità storica dei proletari e degli oppressi di tutto il mondo di riscattare la propria condizione di classe, attraverso la conquista del potere politico, la liberazione del lavoro salariato e la costruzione di una società nuova, più giusta e solidale, la società socialista. L'URSS fu la prima nazione del mondo a concedere alle donne la loro emancipazione, tra cui il diritto di voto, nell'URSS istruzione, sanità, una casa e un lavoro degno erano una realtà per tutti. In meno di 20 anni il socialismo portò un paese arretrato, agricolo, feudale, ad essere una grande potenza economica: negli anni '30 l'URSS divenne il primo produttore di acciaio e di ghisa in Europa e il secondo nel mondo.



    Oggi l'Unione Sovietica, il paese del socialismo, è stata cancellata dal complotto ordito dalla reazione e dall'imperialismo mondiali, un complotto reso possibile dall'ignobile tradimento dei rinnegati Gorbaciov e Eltsin. E anche in Italia i rinnegati del comunismo gettano del tutto la maschera e, nel dichiararlo incompatibile con la libertà, si accodano ai professionisti dell'anticomunismo, del fascismo e del revisionismo storico, giungendo a criminalizzare la Resistenza partigiana e paragonare l'esperienza del socialismo realizzato alla barbarie nazista. I sedicenti rifondatori del comunismo dal canto loro non si discostano molto da questa impostazione, dal momento che il comunismo che intendono rifondare non è altro che un trito minestrone soggettivista, anarcoide, freak e cattolico, "teorie" da tempo smentite dalla pratica del movimento operaio.

    Gli apologeti del pensiero unico capitalista ad ogni occasione esprimono apertamente questa infame filosofia antisovietica e anticomunista, evidentemente per costoro la legge del massimo profitto possibile, il dominio totale del libero mercato, lo sfruttamento spudorato dell'uomo sull'uomo, le guerre imperialiste che causano milioni di morti ogni anno sono invece conciliabili con la libertà, la democrazia e i diritti umani, e nel portare avanti questa vergognosa campagna giungono spesso a riabilitare i fascisti, coloro che portarono l'Italia e il mondo intero nel più grande disastroso conflitto che la storia ricordi.

    Ma noi giovani comunisti non dimentichiamo che la patria dei soviet ha pagato il più grande tributo di sangue, che il Partito Comunista e l'URSS hanno sconfitto il nazifascismo da soli; che i "liberatori" americani sono stati a guardare quando l'Armata Rossa a Leningrado e Stalingrado assediate dalle armate hitleriane combatteva per la salvezza del mondo.

    Se non fosse stato per i 20 e più milioni di cittadini sovietici caduti per la libertà, al grido di "Za rodinu, za Stalina " ("Per la Patria, per Stalin"); ebbene Hitler, andato al potere con la complicità dei banchieri di Wall Street, sarebbe rimasto al suo posto ancora per molto e si sarebbe spartito con gli americani e giapponesi il dominio del mondo (i cani non si mangiano tra loro, possono solo, al massimo... scontrarsi a Pearl Harboor). Gli americani sono intervenuti in guerra solo per salvare i loro interessi finanziari e per dominare il mondo; e anche nella nostra Italia, grande patria di Garibaldi, dei fratelli Bandiera, di Mazzini e di Pisacane i partigiani hanno liberato da soli tutte le città principali.

    Questa è la verità! Quei partigiani combattevano con coraggio e determinazione perché nei loro petti batteva il cuore della loro fede nel comunismo, nell'URSS, nella potenza invincibile dell'ARMATA ROSSA liberatrice, nel travolgente torrente d'acciaio dei soldati rossi.




    Noi ricordiamo con orgoglio i nostri compagni, uomini, donne, vecchi e giovani, operai e contadini dell'Unione Sovietica, che, nelle loro città circondate, nelle campagne invase e saccheggiate, prigionieri nei lager nazisti, caduti in battaglia, non si persero mai d'animo, e stretti attorno al Partito Comunista guidato da Stalin, sorretti da una produzione industriale che fu gigantesca nonostante i molti territori occupati dal nemico, accettarono con onore e coraggio la lotta contro gli invasori nazisti, fino al supremo sacrificio della vita stessa.

    Quello stesso Stalin che il 7 novembre 1941, anniversario della Rivoluzione, incurante delle bombe e dei panzer tedeschi a pochi chilometri da Mosca, pronunciò un memorabile discorso dal mausoleo di Lenin incitando i soldati e il popolo tutto a marciare contro l'invasore, concludendo :"La nostra causa è giusta, e nostra sarà la vittoria".


    Dalle disfatte di Stalingrado e Kursk fino a Berlino i nazisti furono in rotta, incalzati dall'avanzata dell'esercito rosso che liberò tutti i paesi dell'Europa orientale, e che giunse a distruggere la belva nazista nella sua stessa tana.



    Dopo la guerra l'URSS si trovò ad affrontare gli immani problemi della ricostruzione, e anche in questo terreno il Partito Comunista seppe agire nell'interesse del socialismo e del popolo. La ricostruzione fu rapida, e nel giro di pochi anni l'Unione Sovietica divenne una grande potenza che per molto tempo contrastò i piani aggressivi dell'imperialismo occidentale, difendendo la pace e aiutando tutti i partiti comunisti e progressisti del mondo, i paesi di nuova democrazia popolare e i movimenti di liberazione, dal Vietnam, all'Algeria a Cuba.

    L'avventura di Jury Gagarin, primo uomo nello spazio, ben simboleggia la superiorità morale e materiale del socialismo rispetto al capitalismo.



    Purtroppo a partire dagli anni '50 si verificò la rottura del movimento comunista internazionale, prima a causa della spaccatura tra URSS e Jugoslavia socialista, poi a causa della polemica tra Kruschev e Breznev da un lato e la Cina maoista dall'altro. Mao aveva giustamente individuato (come a suo tempo Trotskij) delle forme di degenerazione burocratica del sistema sovietico, ma non tenne conto della gravità delle conseguenze di una spaccatura. Ciò oltre a causare delle scissioni in tutti i partiti comunisti, permise la ripresa dell'interventismo americano nel sud-est asiatico, dopo che esso era stato umiliato dall'eroica resistenza del Vietnam socialista guidato da Ho Chi Minh e Giap. Inoltre Mao non colse la differenza esistente tra Kruschev, il quale aveva sostanzialmente capitolato all'imperialismo americano, e Breznev, che invece porto avanti una politica estera più dinamica e all'interno del paese recuperò la memoria di Stalin e garantì un buon tenore di vita alle masse popolari. Dopo la morte di Breznev l'ascesa di Andropov fece ben sperare per quel rinnovamento nella continuità che tutti consideravano necessario, ma l'improvvisa scomparsa dell'ex capo del KGB e la sua sostituzione con Cernenko prima e con l'inetto Gorbaciov poi fece precipitare la situazione, rendendo possibile la restaurazione del capitalismo.


    Oggi che l'URSS e il campo socialista non esistono più, i nuovi convertiti sulla strada del liberismo, al pari dei berlusconiani, hanno gettato alle ortiche l'intero patrimonio culturale, scientifico e storico del Partito Comunista Italiano, quel partito fondato dal nostro più grande rivoluzionario, Antonio Gramsci, che per difenderlo morì da comunista, incarcerato da quegli stessi fascisti con cui oggi tutti dialogano in nome della "riconciliazione nazionale" e della "libertà di pensiero". Certo per costoro il comunismo è morto e sepolto, infatti in essi mai è stata presente quella tempra rivoluzionaria che il 7 novembre 1917 sconfisse il potere borghese, mai essi furono comunisti.

    Ma i fatti dimostrano che non sono venute meno le ragioni che portarono il proletariato russo guidato dai bolscevichi di Lenin ad assaltare il Palazzo d'Inverno, sede del governo provvisorio, e a conquistare il potere politico. Il disastro sociale, materiale e umano portato dal neoliberismo nei paesi ex socialisti e in tutto il mondo, le guerre imperialiste mascherate da interventi umanitari, la devastazione dell'ambiente che mette in pericolo la vita stessa sulla Terra, tutte queste e molte altre ragioni rendono la lotta per la democrazia, la pace e il socialismo più attuali che mai.

    Per questo a chi vorrebbe convertirci alla metafisica della non-violenza, alla comprensione per i fascisti, alla memoria condivisa (tra chi? oppressori e oppressi?) noi rispondiamo con la direttiva che fu fatta propria dai soldati rossi sul fronte del Volga:



    NON UN PASSO INDIETRO!


    --------------------------------------------------------------------------------



    "Il Partito Comunista dell'Unione Sovietica è l'onore e la coscienza della nostra epoca."

    Leonid Ilic Breznev





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