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    Predefinito La leggenda di Varanasi (Kashi) e Divodasa.


    La leggenda di Varanasi (Kashi) e Divodasa.





    Mappa di Kashi




    Lo Skanda Purana (Kashi Khanda) ha un lungo capitolo sull’origine di Kashi, conosciuta anche come Varanasi per i rivoli posti ai suoi confini settentrionali e meridionali, che erano chiamati rispettivamente Varuna e Kashi*. (C’è grade disaccordo riguardo a dove realmente siano situate la Kashi di Hariscandra, la Kashi di Divodasa e la Kashi-Varanasi di Buddha.)
    Quegli Yogi che trovano Kashi in tutti i luoghi, spiegano questi nomi come i nervi all’interno del corpo umano e la Città è il Sahasrara, dove la Realtà Cosmica nella forma di Shiva soggiorna.
    Dobbiamo trovare l’identità geografica di Kashi e, se possibile, le sue basi storiche. C’è una città nel nord dell’India, luogo di pellegrinaggio molto popolare, conosciuta come Kashi o Varanasi. (E’ la città più antica del mondo, un fatto che non po’ essere negato.)
    Il re Ayus era un principe della stirpe ‘Lunare’. Suo figlio era Kshatra-vrddha, padre di Suhotra, a sua volta padre di Kasha o Kish (Khas?). Kasha, Kish o Khas è ritenuto il fondatore di Kasi.






    Bagno rituale nel Gange a Varanasi



    C’è qualche difficoltà ad accettare questa sequenza poiché l’epoca di Kasha il principe precede quella di Agastya Fu Agastya, secondo i Veda, che reclamò la maggior parte orientale dell’India settentrionale dalle paludi ma Bhagiratha fu ritenuto autore della prima scoperta del Gange, dalla sorgente al delta. Se così fosse, l’insediamento Ariano di tutto il nord dell’India sarebbe un evento molto successivo a Agastya, Hariscandra e certamente dopo Kasha. Allora, dov’era la Kasi che il principe Kasha fondò?

    Il Bhavisya Purana menziona un re Varanara quale re di Kashi. Tradizioni locali supportano questa leggenda. Harischandra, il famoso re della stirpe ‘Solare’, prese dimora definitiva in Kashi perché considerata fuori dal mondo (degli Ariani?). Era ritenuta interamente in possesso di Bhairava Vishveshwara e per questo i suoi costumi erano Shaiva. Perciò era completamente sotto l’influenza di Shiva che protegge Kashi sulle punte del suo Trisula (tridente). (Forse la società Vedica Varnasrama effettivamente non fiorì in questa città. Kashi era una città anticonformista.)
    Così ci fu una Kashi governata da Varanara e una fondata da Kasha, o Kish, o Khas; in ogni caso sembra essere stata fuori dal polo degli Ariani amanti dei Veda. Troviamo una moderna città alla frontiera nord-occidentale del subcontinente chiamata Bannu, conosciuta nei temi antichi come Barna, o Varanas, o Burnus, come qualcuno vorrebbe sillabare ma foneticamente troviamo una città con lo stesso nome e lontano dalla riva occidentale del Sindhu, che non era compresa, strettamente parlando, all’interno dell’Aryavarta dominata dagli Aria. (Nel Ramayana di Valmiki, Bharata e Sumantra, parlando male di Kaikeyi, raccontano di uno strano comportamento delle genti che vivono a occidente del Sindhu. Lo stato del Sindhu è stato condannato nel Mahabharata a causa delle atrocità commesse dal Re Jayadratha quando fu disapprovato per il cattivo comportamento verso Draupadi. (I paesi a ovest del Sindhu non erano particolarmente favoriti dagli Indo-Ariani.)

    L’Avesta parla di una città chiamata Varena (il nome Varena come città è menzionata da Panini) che era il quattordicesimo stato fondato da Ahura-Mazda. Kasha è così la radice di Kashi e Varana è la radice di Varanasi. Ci occupiamo dell’influenza dei motivi Shivaiti nelle razze non-Vediche in questa città. Da tutte queste informazioni una conclusione diventa irresistibile, precisamente che la città di Varanasi in quei tempi era nota per il suoi costume di vita anti-Brahamanico e anti-Varnasrama. Non c’è dubbio che fosse un importante centro Giainista e Buddista e in seguito divenne anche un importante centro Yavana (Greco). Alla luce di tutte queste informazioni, la leggenda seguente assume importanza e carattere speciale per il nostro studio sullo Shivaismo.






    Kashi, Mahasmashan



    Il Re Bhadrasenya degli Yadu ha occupato Varanasi, l’attuale città dell’Uttar Pradesh. (Questa città potrebbe essere stata fondata da genti Shaiva in memoria di Shiva e con la tradizione Shivaita tipica nelle città occidentali sopra menzionate. In ogni caso la città è molto antica e non è cambiata di posizione dai tempi degli scontri di Divodasa I contro gli Haihaya.)

    Il Saggio Reale Divodasa governava la città quando Shiva con Uma risiedevano ospiti del padre di lei sull’Himalaya. Con i suoi modi Shiva annoiava la madre di Uma, Menaka. Lei insultò Shiva pesantemente. Uma si offese e chiese a Shiva di lasciare l’Himalaya per qualche altro luogo. (Il Tantra di tipo Uma-Maheshwara forse non trovava approvazione nelle regioni Himalayane Tibetane.) Uma era una divinità oscura; Uma significa oscurità; ma la divinità Himalayana era Gauri, la Dea Bianca. Allo stesso modo abbiamo una Nila Sarasvati (Dea blu-acqua) e Sveta Sarasvati (Dea bianco-acqua). Un conflitto tra le due vie è abbastanza probabile.

    La scelta preferita da Shiva dopo l’Himalaya era la città di Kasi o Varanasi, dove regnava Divodasa II che era un fervente devoto Vaishnava e non avrebbe permesso tradizioni Shivaite nel suo regno.
    Shiva non poteva recarvisi fino a quando il luogo non sarebbe stato adatto a lui. Egli perciò inviò la sua guardia personale Nikumba-Ksemaka in ricognizione. Egli apparve in sogno a un barbiere di nome Mankana consigliandogli di propagare la venerazione dello Shiva-Linga assieme a Ganesha come Guardiano. Il consiglio di Nikumba fu accolto e il Linga, con Ganesha, fu deificato e consacrato. Dato che Pratardana, figlio di Divodasa, non aveva figli, e siccome il culto del Lingam era conosciuto come efficace nel conferimento del dono di un figlio, la regina iniziò a visitare il tempio, un fatto che non avrebbe potuto passare inosservato al Re Vaishnava. Quando lo seppe, la sua rabbia non conobbe limiti. Ordinò lo sradicamento del Lingam e la completa distruzione del tempio. (Osserviamo qui il ripetersi della rabbia di Vasistha e Bhrgu.)
    Presto gli abitanti di Kashi iniziarono a lasciare la città di un Re così intollerante. La città rimase deserta e il Re dovette pentirsi del suo atto per il pericolo di un attacco degli Shaiva Haihaya. Un re degli Yadava, di nome Bitahavya, aveva già attaccato Varanasi. Divodasa respinse l’attacco ma per quanto avrebbe potuto farlo ancora? La popolazione doveva ritornare.

    Pratardana diede la caccia a Bitahavya che impaurito entro in un ashram di Bhrgu, dove il Rishi lo iniziò subito nella casta Brahmana. Pratardana arrivò presto e domandò se l’ashram avesse altri ospiti oltre i Brahmani. Naturalmente Bhrgu era preparato al suo arrivo e rispose negativamente, avendo già iniziato Bitahavya come Brahmano. Divodasa non fu consigliato da Pratardana, che vide Bhrgu conferire l’ordine Brahmanico ai non-brahmani, di cambiare il suo atteggiamento verso i riti Shaiva. I Bhrgu avevano iniziato a conferire la più alta classificazione dell’ordine sociale a chiunque qualora la persona ne fosse meritevole. Era il momento per Divodasa di adattarsi ai tempi. Viste le circostanze, sarebbe stato iniquo e sconsigliabile mantenere un ostinato bigottismo religioso. Divodasa ordinò l’introduzione del culto di Shiva in Varanasi.

    Non è difficile leggere in questa leggenda l’opposizione al culto di Shiva da parte degli Indù di casta elevata e l’introduzione di questo culto per opera di un membro delle caste inferiori come un barbiere. Divodasa, naturalmente, era d’accordo sull’introduzione del culto di Shiva ma questo doveva essere operato dalla casta dei Brahmani. Notiamo anche che i riti Shivaiti osservati in Varanasi erano originariamente ancorati al culto Uma-Maheshwara che aveva il supporto degli Haihaya di Mahismati (Khajuraho) e notiamo che il disgusto del Re fu provocato dai riti praticati in questo culto, che causò i commenti insultanti di Menaka (“Tuo marito Maheshwara nei suoi modi è molto ignorante delle buone maniere e del decoro. Queste abitudini non si confanno in nessun modo alle nostre. Egli frequenta chiunque, persino i poveri e i fuori-casta. Tu che sei senza peccato, anche tu sei occupata in divertimenti con questa sporca persona giorno e notte, senza fine”).






    Varanasi, Sadhu



    Varansi ha Vishvewshwara come Bhairava e Visalakshi come Bhairavi ed è uno dei più grandi luoghi sacri dei Tantrici Aghori, Maheshwara, Kapalika, Buddisti, Vaishnava e soprattutto per gli Shaiva. Anche qui possiamo notare la sintesi. Quei seguaci di Shankaracharya che preferiscono praticare lo yoga shakta-tantra, come dipinto nell’Inno di Shankaracharya Ananda Lahari, considerano Kashi come uno dei loro centri principali.


    Liberamente tratto da: Saivism and the phallic world di B. Bhattacarya

    Immagini tratte da Google


    *Probabilmente si tratta di un errore di battitura, dovrebbe essere Asi.

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    Predefinito Re: La leggenda di Varanasi (Kashi) e Divodasa.


    Partenza di Shiva dalla sua città




    Kala Bhairava, guardiano di Kashi



    Molto tempo fa il mondo era tormentato da una tremenda siccità che durava da sessant’anni. La stessa esistenza della terra e della sua gente era minacciata e, nei tempi di difficoltà, tutti gli ordini sociali si frantumano. Il Creatore, Brahma, era preoccupato sul da farsi. Egli vide, in virtù della sua divina visione, che c’era un solo re saggio rimasto sulla terra capace di ristabilire l’ordine. Il suo nome era Ripunjaya, ritiratosi dal suo regno per praticare il tapas nella città di Varanasi.
    Brahma implorò Ripunjaya di assumere il governo della terra e ristabilirvi l’ordine. Ripunjaya accettò con grande riluttanza questa responsabilità ponendo una condizione: tutti gli Dei dovevano ritirarsi dalla terra e ritornare nelle loro dimore in Cielo. Ripunjaya avrebbe consentito a governare ma senza l’interferenza degli Dei. Brahma accettò le sue condizioni e inviò degli emissari in città che battendo i loro tamburi esclamavano: “Tutti gli Dei devono ritornare in Cielo!” Ripunjaya si preparò a prendere il trono assumendo il nome ironico di Divodasa, “Servitore degli Dei.”
    Affinché Divodasa potesse regnare Shiva doveva lasciare la città e Brahma era timoroso nell’avvicinarlo per comunicargli la notizia. Ad ogni modo, nello stesso tempo, Shiva aveva elargito un dono al Monte Mandara che aveva praticato l’austerità in Kashi per un lungo periodo. Il monte Mandara espresse il più profondo desiderio del suo cuore: che i picchi della sua montagna divenissero eguali a Varanasi e che Shiva risiedesse su questa montagna facendone la sua dimora. Così Shiva acconsentì a lasciare la sua amata città per compiacere il suo devoto e per mantenere l’impegno di Brahma verso Divodasa.
    Prima di lasciare Kashi, comunque, Shiva v’installò il Linga quale sua forma ed emblema. Questo, si dice, fu il primo Linga installato sulla terra. Risiedendo in questo Linga, Shiva poteva partire pur rimanendo ancora nella sacra Kashi. Quando Brahma e Vishnu videro il Linga di Shiva, assieme agli altri Dei installarono a loro volta dei Linga per onorare il Signore Shiva. Tutti gli Dei poi partirono, com’era stato ordinato, ritornando al loro Cielo, lasciando Shiva a risiedere sul Monte Mandara.


    Il regno di Divodasa a Kashi.


    Il nuovo re Divodasa fece di Kashi la sua capitale e governò bene il suo regno. La terra e la popolazione rifiorirono sotto il suo comando. Egli divenne l’epitomo del Dharmaraja, il re giusto e virtuoso. Durante il glorioso regno di Divodasa Kashi era una città armoniosa e senza vizi e si diceva superasse il Cielo in eccellenza. Le quattro caste vivevano in armonia tra loro, ognuna osservando il proprio dharma fermamente. L’atmosfera era riempita dai sacri suoni delle scritture e dalle dolci note musicali.
    Nonostante l’adesione del Re al Dharma, gli Dei che erano stati esiliati dalla terra complottarono per farlo cadere. Il loro potere era sempre di più minacciato da Divodasa e le offerte che ricevevano dai riti di culto umani erano cessate. Allo scopo di creare disturbo a Divodasa, decisero di togliere la loro cooperazione ai poteri della natura. Agni, per esempio, tolse la sua presenza come fuoco e non ci furono più fuochi per cucinare il cibo. Vayu tolse il vento e Indra la pioggia. Erano sicuri che con queste difficoltà avrebbero eroso la fiducia della popolazione verso Divodasa ma questo non avvenne. Lo stesso Divodasa, attraverso il potere del suo “ardore” ascetico (tapas) creò il proprio fuoco, vento e pioggia.





    Manikarnika Ghat, 1922




    L’amore struggente di Shiva per Kashi


    Nel frattempo Shiva soffriva enormemente sul Monte Mandara. Come un amante separato dalla sua amata, bruciava nella pena della separazione dalla sua città. Era infuocato dalla febbre del suo tormento. Persino la frescura della pasta di sandalo sul suo corpo e la frescura della Luna e del Fiume Gange che indossava sui suoi capelli, non potevano calmare il suo cuore dolente. Solamente il ritorno a Kashi avrebbe potuto portargli sollievo.
    Anche Parvati bramava il ritorno a Kashi e disse a Shiva:
    “Persino al tempo del Pralaya (dissoluzione), quando le acque della terra si solleveranno fino a incontrare il Cielo, noi due risiederemo in Kashi, bella come il loto, tenuta in alto sul tridente di Shiva. Oh Shiva, persino questa incantevole terra montagnosa non mi allieta quanto la tua eccellente città, Kashi, che è posta in terra ma non è una città terrestre. Kashi, dove la popolazione non è impaurita da questa età degenerata e dalla morte. Kashi, dove la morte non è seguita da rinascita. Kashi, dove non c’è paura del peccato. Come possiamo rivederla ancora? Non ci sono forse migliaia di città colme di tesori di ogni tipo? Ma, Shiva, giuro a te, in nessun luogo ho mai posato gli occhi su una città come Kashi. Non ci sono centinaia di città nei Cieli che sono fonte stessa di meraviglie? Sono tutte, però, come erba se paragonate alla tua città di Kashi, Oh Shiva. Questa febbre per la separazione opprime non solo te ma anche me. Solamente Kashi calmerà questa bruciante febbre poiché quella è la mia città natale.”


    Shiva invia le Yogini

    Bramosi per Kashi, Shiva e Parvati cercarono un sistema per creare difetto nel Dharma del Re di modo che decadesse dal comando. Un re come Divodasa non poteva essere sconfitto con le ordinarie piaghe della malattia, vecchiaia e morte così Shiva decise di corrompere il Re con un piano astuto. Inviò un gruppo di divinità femminili, chiamate Yogini, a tentare il Re. Dominando il potere dello Yoga e la magia di Maya, furono liete di andare a Kashi per praticare le loro arti ai danni del Re. Consideravano una grande benedizione servire il Signore Shiva e, allo stesso tempo, poter vedere la città di Kashi. Le Yogini entrarono in città e furono emozionate dal darshana di quest’antico luogo.
    Giunte a Kashi le sessantaquattro Yogini assunsero una moltitudine di forme attraverso il potere della loro Maya. Divennero danzatrici e femmine ascetiche; preparatrici di collane, parrucchiere e chiromanti; acrobate, palmiste e maghe. Per un intero anno lavorarono camuffate nella città ma furono incapaci di creare fastidio e, nonostante tutti i loro inganni, non riuscirono a trovare il modo di abbindolare il Re.
    Avendo fallito la loro missione, le Yogini non volevano tornare al Mandara, dove Shiva le attendeva. Come avrebbero potuto ritornare lasciando il lavoro per il Signore incompiuto? Come avrebbero potuto confessare il loro fallimento? Naturalmente loro amavano Kashi e volevano rimanerci. Da quel tempo le Sessantaquattro Yogini rimasero in Kashi e non la lasciarono mai. Dicevano, “Quale stolta persona, dopo aver raggiunto Kashi, lo scrigno dove il tesoro della liberazione è racchiuso, desidererebbe andare altrove in cerca di qualche ricchezza insignificante?”





    Jnana Vapi, il Pozzo della Conoscenza




    Shiva invia il Sole


    Quando le Yogini non tornavano, il Signore Shiva chiamò il Sole, Surya, e gli ordinò di andare a Kashi e individuare mancanze nel Re. Il Sole, come le Yogini prima di lui, fremette d’eccitazione alla proposta di vedere Kashi.
    Assumendo un travestimento, il Sole visse in Kashi per un anno intero ma non fu capace di individuare alcun difetto nel Re o nella sua città. Egli compariva a volte come mendicante, a volte come un persona ricca, qualche volta come eretico o come nudo asceta, un brahmino, un uomo d’affari e come studente. Tentò in molti modi di seminare dubbio e confusione ma non ebbe successo.
    Come le Yogini, il Sole decise di prendere rifugio in Kashi e prese il voto di Kshetra sannyasa: uno speciale voto che richiede di non lasciare mai i confini della città. Egli pensò, “Il Dharma vive realmente in Kashi e indubbiamente mi proteggerà, persino dalla rabbia di Rudra. Chi è nella sua piena capacità mentale dovrebbe lasciar Kashi così difficile da raggiungere? Chi desidererebbe afferrare dei pezzi di vetro per gettar via il gioiello in suo possesso? Anche se Shiva si arrabbiasse con me riducendo la mia brillantezza, continuerò a ricevere in Kashi quel tipo di brillantezza che è prodotta dalla conoscenza dell’anima.”
    E così il Sole dimorò in Kashi, dividendosi in dodici parti chiamate Aditya.


    Brahma va a Kashi


    Shiva, aspettando sul Mandara, era continuamente smanioso per la sua città. Lui che con il fuoco del suo occhio ascetico aveva bruciato Kama, il dio della passione, era ora a sua volta bruciato dalla passione del suo sterminato amore per l’incantevole Kashi.
    Shiva allora inviò il Signore Brahma a Kashi. Brahma assunse l’apparenza di un bramino e si recò alla corte di Divodasa con in mente un piano. Domandò al Re aiuto per una grande impresa religiosa: l’esecuzione simultanea di dieci sacrifici del cavallo (ashvameda). Quale patrono, il Re avrebbe dovuto provvedere non solo ai mezzi ma anche a una lunga lista di offerte accessorie. Lo stesso sacrificio sarebbe stato un rituale esigente e complicato. Sicuramente in qualche punto il Re avrebbe commesso un errore e il suo Dharma perfetto ne avrebbe risentito.
    Divodasa acconsentì ai sacrifici e provvide tutto quanto era chiesto senza errori. Quando Brahma eseguì il sacrificio dei dieci cavalli, il luogo di quel rito divenne conosciuto come Dashashvameda. Da allora è uno dei Tirtha più celebrati in terra, dove si riceve il frutto di dieci ashvameda semplicemente bagnandovisi. Brahma vi installò un Linga, Brahmeshwara.
    Brahma, non trovando difetti nel Re, non ritornò al Monte Mandara ma rimase in Kashi a Dashashvameda. Egli riflettè. “Un tempo questa Kashi era lo stesso corpo di Vishvesha Shiva, questo è certo. Servendola non farò infuriare Shiva. Quale persona di basso intelletto, una volta arrivata in Kashi, la città capace di sradicare il Karma accumulato in molte vite, desidererebbe lasciarla di nuovo?”





    Benares, 1874




    Shiva invia i suoi Gana (truppe) a Kashi


    Shiva fu molto disturbato non vedendo tornare Brahma poiché nessuno dei suoi emissari aveva fatto ritorno. Chiamò tutti i fedeli Gana per nome e appuntò due di loro ad andare a Kashi per raccogliere notizie. Shankukarma (Orecchie Appuntite) e Mahakala (Grande-Morte) partirono entusiasticamente ma appena arrivati dimenticarono gli ordini di Shiva, distratti dalla magia di Kashi. Si dicevano l’un l’altro “Kashi è un luogo dove l’ordinaria immersione nel fiume è sacra quanto il bagno post-sacrificale, dove il semplice piazzare un fiore su uno Shiva-Linga è paragonabile alla donazione di oro, dove offrire cibo a un brahmino è sacro quanto un grande sacrificio, dove installare un singolo Linga è come la creazione dei Tre Mondi. Perché mai si dovrebbe lasciare Kashi ove la liberazione è a portata di mano?”. Ragionando in questo modo i due Gana installarono Linga con i loro nomi e rimasero là.
    Dato che i primi due non ritornavano, Shiva inviò altri due Gana, Mahodara (“Grande Pancia”) e Ghantakarna (“Orecchie a Campana”) ma i due furono soggiogati dalla città e non ritornarono. Installarono anche loro i Linga in Kashi e vi presero residenza.
    Shiva, infine, sorrise a se stesso, ora sapeva che Kashi avrebbe soggiogato chiunque fosse stato inviato. Mandò il resto dei suoi Gana che aveva chiamato ben sapendo che anche loro non avrebbero fatto ritorno. Con tutte le sue truppe risiedenti in Kashi, pensò, sarebbe stata una questione semplice anche per lui ritornarvici. Tutti i Gana installarono Linga in Kashi e nessuno di loro ritornò a Mandara.


    La missione di Ganesha in Kashi

    Shiva chiamò alla fine il comandante dei suoi Gana, Ganesha, e l’inviò a Kashi. Quando Ganesha arrivò in città assunse l’aspetto di un indovino bramino. Come tale incantò i cittadini di Kashi e una delle regine di Divodasa, Lilavati, raccontò al Re di quest’uomo insolito.
    Il Re invitò l’indovino a palazzo e rimase impressionato dalla sua saggezza e dal suo buon carattere. Lo fece ritornare il giorno successivo per chiedergli consiglio. “Ho regnato sul mondo come nessun altro ha fatto” disse Divodasa. “Ho protetto i miei sudditi come fossero figli miei. Ho onorato i piedi dei bramini e mantenuto l’ordine. Ora, anche se il regno fiorisce, avverto indifferenza verso tutto ciò. Quale sarà il frutto di tutte queste buone azioni?”
    Ganesha rispose al Re: “Il potere che hai ottenuto invero è molto grande. Sei diventato il sole, la luna e le otto direzioni. Hai ottenuto i poteri dell’oceano, del fuoco e del vento. Come sapere quale sarà il risultato finale di tutte le forze che hai dedicato nel servizio della tua gente? Non posso rispondere a questa domanda ma posso dirti che esattamente fra diciotto giorni da oggi, un saggio bramino arriverà in Kashi e potrà darti la tua risposta.”
    Ganesha pensava a Vishnu per completare il compito e così preparò il Re al suo arrivo. Ganesha però, come gli altri, non desiderava tornare a Mandara, persino per riportare a Shiva il suo successo. Moltiplicò se stesso in molti Ganesha, cinquantasei in tutto, per attendere l’eventuale arrivo di Shiva.





    Varansi in un vecchio dipinto




    Vishnu va a Kashi


    Quando fu chiaro a Shiva che anche Ganesha si era trattenuto in Kashi, il Signore chiamò Vishnu. Quando arrivò in Kashi, Vishnu fece il bagno alla confluenza dei fiumi Varana e Gange, luogo che poi divenne noto come Padodaka (“Piede-Acqua”) Tirtha, dove Vishnu lavò i suoi piedi benedetti. La sua effige in quel luogo divenne conosciuta come Adi Keshava. Molti altri luoghi divennero tirtha poiché Vishnu li santificò con la sua presenza mentre si dirigeva da Padodaka verso il centro di Kashi.
    Vishnu si trasformò in un monaco Buddista, Punyakirti. A breve distanza dal nord della città fondò un luogo chiamato Dharmakshetra, vicino a Sarnath. Garuda, il suo famoso veicolo-uccello, assunse la sembianza di uno studente di Punyakirti e Sri, la moglie di Vishnu, assunse l’apparenza di una monaca buddista chiamata Vijnanakaumundi. I tre predicarono in città e nei suoi sobborghi, diffondendo il messaggio Buddista: Il Samsara, questo intero universo, non è opera di un creatore. Appare e si dissolve indipendentemente, non ci sono Dei. Tutte le creature incarnate sono animate solo dall’atman, cosi sono tutte uguali e per questo qualsiasi violenza è vietata come la discriminazione tra caste alte e inferiori.
    Udendo questi insegnamenti che erano contrari al dharma delle caste, i cittadini iniziarono a sentirsi smarriti. Si dice che le donne abbandonarono il servizio verso i loro mariti e gli uomini si dileggiarono con altre donne. Presto tutto divenne distorto; la rottura dell’ordine e delle caste era iniziata. In questo caos la monaca Buddista iniziò ad incuriosire la gente con stregonerie, incantesimi e magia.


    La partenza di Divodasa

    Questi Buddisti avevano incrinato il perfetto dharma del regno. Il potere di Divodasa cominciò a sbiadire e la sua insoddisfazione verso la regalità aumentò. Egli aspettò il diciottesimo giorno per l’arrivo del saggio bramino annunciato da Ganesha. Al diciottesimo giorno, Vishnu, assunta l’aspetto di un brahmino, si presentò alla corte di Divodasa dove fu ricevuto con grandi onori.
    Il Re accennò al suo affaticamento per il fardello del regno e la sua apatia verso gli affari del mondo. Domandò: “Come posso sradicare il processo del karma e trovare il riposo finale?”
    Vishnu rispose: “Hai regnato in maniera eccellente, Oh Re, ed è encomiabile che ora brami per liberarti; anche se hai ostacolato gli Dei hai mantenuto il Dharma. Il tuo unico peccato, comunque, è stato esiliare Shiva da questa città. Ti dirò come cancellare questo peccato. Installa un Linga per Shiva, e in virtù di questo solo atto, un carro ti porterà nel più alto dei Cieli. In verità tu sei molto fortunato a causa di questo peccato poiché Shiva pensa a te giorno e notte. Vero che pensa a come rimuoverti da questa città, ciononostante sei nei suoi pensieri e nel suo cuore.
    Quando Vishnu lasciò la corte, il Re si preparò a partire passando il manto della regalità a suo figlio. Installò in Kashi un Linga chiamato Divodaseshwara e venerò Shiva con i riti appropriati. Divodasa infine fu trasportato su un carro volante nel più alto paradiso di Shiva. Vishnu, anche se vittorioso, come gli altri Dei non voleva più lasciare Kashi. Inviò invece l’uccello divino Garuda per informare Shiva mentre lui cercava un buon luogo per abitare in Kashi. Trovo lo stagno dei “Cinque Fiumi”, Panchanada, vi fece il bagno e rimase lì vicino a viverci.





    Ghat di Kashi




    Shiva ritorna a Kashi

    Sul Monte Mandara Shiva esultò nell’apprendere la notizia del successo di Vishnu e con l’intero seguito celeste si avviò verso Kashi. Tutti gli Dei che lo avevano preceduto si radunarono al confine settentrionale della città e da quel luogo avvistarono, svolazzante in lontananza, il vessillo di Shiva in avvicinamento.
    L’intero cosmo si unì formando il grande carro su cui Shiva fece la sua entrata in città. I fiumi Gange e Yamuna divennero gli assali del carro; i due venti con il mattino e la sera divennero le sue ruote; il Cielo ne era la copertura; le stelle del Cielo erano i chiodi che lo mantenevano unito; dakshina, il dono rituale al proprio Guru, divenne il palo; pranava, la sillaba mistica, il seggio; Gayatri, il canto vedico, il poggiapiedi del carro. Il Sole e la Luna difendevano l’accesso al Carro Cosmico e il Monte Meru divenne l’asta per lo stendardo di Shiva. Tutti gli Dei parteciparono al Arati, venerando Shiva con la luce di mille lampade a olio. Accompagnato dai sette mari, da tutti i fiumi, dalle montagne e dagli alberi della terra, Shiva entrò in Kashi.

    Ironicamente Divodasa, che rimandò gli Dei in Cielo, finì per governare una città in cui 330 milioni di Dei si erano infiltrati. Per tutti loro, Kashi era veramente Avimukta, la “Mai dimenticata.” Kashi, comunque, è più della somma dei suoi Dei. Qui l’intero pantheon popolò una città che era splendida persino prima del loro arrivo. Kashi non è un Tirtha così importante perché tutti gli Dei sono presenti; tutti gli Dei sono presenti perché Kashi è un tale grande Tirtha. Persino quando Kashi era governata da un re senza Dei era il più splendido luogo in terra, attraente anche per gli Dei del Cielo. Quando Shiva cavalcò per riprendersi il suo posto al centro della città, tutti gli Dei, il “Cerchio Sacro” degli Dei, era già stabilito. La mitologia divenne geografia.





    Varanasi, stampa dell'ottocento





    Liberamente tratto da: Banaras, City of Light di Diana L. Eck



 

 

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