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    Predefinito [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    Una fucilata della Rossanda.

    La discussione sul manifesto è partita male. La prima domanda non è di «di chi è» ma «che cosa è» il manifesto . Anche per ragioni economiche. Un giornale è nel medesimo tempo una merce, se lettori non lo comprano fallisce. Occorre chiedersi perché da diversi anni abbiamo superato il limite delle perdite consentito ad una impresa editoriale, mentre i costi di produzione salivano. Direzione, Cda e redazione + tecnici hanno sottovalutato questo dato, pur reso regolarmente noto, illudendosi che avremmo recuperato lettori aumentando le pagine e i servizi con un restyling dopo l’altro. E’ stato un errore imperdonabile. Se il giornale è di chi lo fa, il suo fallimento è di chi lo ha fatto. Cioè noi. Teniamolo presente. Altri giornali «politici» – cioè interessanti per un governo o una forza di opposizione o un gruppo sociale – hanno avuto problemi simili ai nostri: una tradizione da non perdere, una redazione rodata da decenni, vendite insufficienti e ricorso a finanziatori (nel nostro caso circoli o gruppi di lettori). Nessuno di questi tre attori è in grado di far uscire da solo un quotidiano. Perciò, per esempio in «Le Monde» la proprietà è ripartita un terzo i fondatori, un terzo la redazione e un terzo i finanziatori. Se il manifesto vivrà ancora, la sua proprietà potrebbe poggiare su un sistema analogo. Ma preliminare è che redazione, lettori e finanziatori siano d’accordo sul suo ruolo: «che cosa è», se ha un legame con la sua origine, se c’è un collettivo di lavoro che ci crede e un numero di lettori e sostenitori in grado di farlo uscire.

    Le ragioni per rispondere sì o no a queste tre domande possono essere molte, ma tutte politiche. Su di esse è manifestamente diviso il «collettivo», mentre del gruppo dei fondatori siamo rimasti soltanto Parlato, Castellina ed io, e non è chiaro che cosa auspicano lettori e circoli di sostegno.

    Il manifesto è nato nell’onda del ’68 come quotidiano comunista libertario. I fondatori erano stati radiati dal Pci per questo e per la loro critica radicale all’Urss. Il riflusso del ’68 assieme alla liquidazione da destra dei «socialismi reali» sono pesati sul collettivo non meno delle difficoltà materiali di tirare avanti. Il collettivo si è andato dividendo fra reducismi diversi, tentazioni di appoggio diretto o indiretto ai sostitutivi del partito comunista (Pds e seguenti o Rifondazione e seguenti), movimenti o «il movimento dei movimenti». Più di recente fra ecologia e teoria dei beni comuni.

    Si riflettono nel suo specchio le difficoltà di una «sinistra» sempre meno omogenea nell’interpretare contraddizioni e bisogni d’un assetto sociale investito dalla crisi del socialismo reale e dal mutare della scena internazionale rispetto a quella ereditata dalla seconda guerra mondiale. Delle due superpotenze durate dal 1945 agli anni ’90 una è sparita, l’Urss, la seconda, gli Stati Uniti, resta la più armata del mondo ma non ha più il primato nel ritmo di sviluppo che è passato alla Cina (partito unico e socialismo «di mercato») per il suo alto tasso di crescita, e per il fatto di detenere gran parte del debito americano. Nuovi per importanza anche i paesi «emergenti», il Brasile in ascesa con un modello politico democratico e socialmente progressista, l’India democratica e capitalista, mentre l’America Latina, sfuggita al dominio statunitense, sviluppa diversi progressismi a scarsa democrazia formale. La caduta dei socialismi reali ha frantumato il modello duale fra un «capitalismo imperialista» e i «socialismi reali», i secondi sono scomparsi e il primo vacilla fra crisi economica, sopravvento della finanza sulla «economia reale», incertezze del modello sociale, crisi della democrazia rappresentativa. Se vi si aggiunge la riaffermazione delle religioni monoteiste in polemica con il pensiero politico moderno, è evidente che i parametri con i quali si dovrebbe analizzare il presente non sono gli stessi di trenta anni or sono.

    In Italia il suicidio del Partito comunista, non accompagnato da una analisi autocritica ma da elusivi cambi di nome e defezioni della sua base storica, e quello analogo della democrazia cristiana, ha portato a una crisi di identità della politica e dei partiti, che ha dato luogo alla consegna di tutto il parlamento alla priorità della «tecnica» rappresentata da Mario Monti. Ai margini si sviluppano dei movimenti o proteste qualunquiste al limite della legalità costituzionale. E’ il solo paese che ha rinunciato a una fisionomia propria e articolata, seguendo i dettami liberisti della Unione Europea, fatti propri sfuggendo a ogni consultazione popolare.

    Che può essere il manifesto in questo quadro? Direzione e collettivo si sono sottratti a un’analisi, fino ad arrivare a una dichiarazione di fallimento, dando voce senza discuterla a questa o quella posizione delle deboli sinistre come se fosse la propria. In particolare ad appoggiare la rinuncia ai partiti come forme della politica per una rappresentazione diretta di opinioni e interessi che si configurerebbero attraverso liste civiche più o meno legate ai comuni. Tuttavia l’assenza di una discussione lascia aperte anche altre ipotesi, come lo strutturarsi di un partito del lavoro per ora non ulteriormente definito.

    Identità e finalità del manifesto non sono più quelle delle origini, ma il mutamento non è stato dichiarato. Così come sembra scomparsa, anche qui senza una argomentazione esplicita, la nostra ricerca di un marxismo critico. Le une e l’altra esigerebbero un lavoro analitico comune che non c’è stato, come se l’uscita quotidiana fosse incalzata e sommersa da eventi non previsti né dominati. Non a caso la sola priorità emersa dall’ex collettivo è stata la difesa del posto di lavoro.

    Tale andazzo non è accettabile e il progressivo diminuire dei lettori e dell’ascolto lo conferma. Ammesso che la testata possa riprendere su un base economica sana e finché direzione e collettivo non avranno votato la decisione di rompere con la sua origine, il manifesto ha l’obbligo politico e morale di definirsi rispetto alla sua intenzione fondativa.

    Nel 1969 dirsi comunisti non era puramente simbolico: le lotte degli anni sessanta, i movimenti studentesco e operaio del ’68 e del ’69, la vittoria del Vietnam che si annunciava, i problemi aperti dalla Cina sulla natura del socialismo reale, permettevano di puntare come a un obbiettivo realizzabile a un mutamento del rapporto di forze fra le classi, e all’interno delle medesime. Non solo fra di noi ma nel Psiup e in più d’uno dei gruppi che avrebbero tentato di dare vita alle forze extraparlamentari si era già riflettuto sui limiti di una rivoluzione dal vertice, soltanto politica, su quelli di una mera sostituzione del capitale pubblico al privato, e si erano fatti impetuosamente strada due temi di grande rilievo che erano assenti dall’agenda del socialismo, il femminismo e l’ ecologia.

    Questo processo è volto a termine in meno di un decennio, lasciando in piedi soltanto la tematica del movimento operaia in quanto fatta propria da alcuni sindacati, il problema sollevato dal femminismo e dall’ecologia. Ma le sinistre storiche – non solo per non rompere il legame con l’Urss, della quale non vedevano il declino – non si sono aperte alla inattesa spinta diffusa che emergeva in quegli anni, non hanno alimentato né si sono alimentate di questo movimento ma piuttosto vi si sono opposte. Isolato, quando non combattuto, esso è stato lasciato a una generosa ma immatura elaborazione, favorendo alcune derive, e infine la sua stessa dissoluzione. Ne è venuto un vuoto politico irrimediabile, dal quale è scaturita, più che in altri paesi dove la sinistra era pesata di meno, un disorientamento e poi una svolta dell’opinione verso una destra che Berlusconi – meno di cinque anni dopo il crollo del Muro di Berlino -esprimeva nella sua forma più volgare, e da questa sarebbe andata al nascere di un populismo distruttivo.

    Non siamo stati capaci di occupare quel che poteva essere il nostro proprio terreno di lavoro, la crisi dei socialismi reali, che eravamo stati i soli ad annunciare, la ristrutturazione del capitalismo a livello mondiale, le diverse soggettività che ne sarebbero seguite. Il trionfo dell’avversario ci ha debilitato e demotivato: non solo i lettori sono diminuiti ma è calato il peso che il manifesto aveva avuto nell’opinione anche in momenti difficili, come il sequestro di Moro, l’emergenza, la messa sotto accusa del ’68. Gli anni ’80 ne sono stati la prova. La caduta dell’Est, che per noi doveva essere un’occasione, è stata la cartina di tornasole sulla quale si è scoperta la debolezza delle sinistre storiche ma anche la nostra, che non l’ha affrontata ed ha finito con il considerarla uno scoglio da evitare. Eppure un vecchio slogan aggiornato dalle nostre Tesi del 1970, «socialismo o barbarie» diventava la vera alternativa: come chiamare altrimenti la soppressione progressiva di ogni diritto sociale cui siamo avviati? Non tanto il «potere ai Soviet», del cui fallimento storico abbiamo lasciato parlare le destra, ma la priorità della salvaguardia del fattore umano, della sua crescita e dei suoi diritti è andata svanendo a favore d’un affidamento al libero mercato come unico regolatore sociale, facendoci arretrare agli anni venti e all’orlo delle pericolose involuzioni che ne sono seguite. Su una scelta liberista, e contrariamente alle speranze dei suo primi padri, s’è fatta l’Unione Europea, avvitandola saldamente con il trattato di Maastricht, ai pii desideri del trattato di Lisbona, alla impossibilita di sottoporsi a un giudizio dei popoli. Assai lontana da una omogeneizzazione politica, la Ue non è, in sostanza, che la sua moneta, l’euro, sottoposto ad acerbe oscillazioni per la discrasia dei regimi fiscali, l’ingigantirsi della finanza, la deindustrializzazione del continente, la conseguente debolezza dei codici del lavoro, la crisi esterne, prima di tutte quella dei subprimes nel 2008. L’esorbitante aumento della finanza rispetto alla cosiddetta economia reale e la interdizione agli stati di intervenire a correggerlo, ha esposto l’euro a una oscillazione in tutti i paesi del sud, cui si impongono direttamente per via legislativa o indirettamente, tramite il gioco dei mercati enfatizzato dalle agenzie di rathing, crudeli cure di austerità, che li precipitano nella crescente disoccupazione e precarietà. In queste condizioni rinascono scetticismi antieuropei ridesta e di sinistra, e la legittimazione popolare sia d’una misura o di un governo è resa difficile.

    La politica lamenta che l’economia la ha sopraffatta, come se essa stessa – e si tratta di governi di socialisti, laburisti o di centrosinistra – non se ne fosse liberata, rinunciando alla possibilità di intervento pubblico («meno stato più mercato») e accettando la riduzione dell’economia a pura contabilità della spesa dello stato, aggravata dai six pack successivi. Privi di risorse, per la disoccupazione crescente e il rifiuto d’una tassazione dei redditi e in particolare della finanza, gli stati sono paralizzati e le classi subalterne pagano prezzi sempre maggiori. Basta scorrere i pochi articoli del «fiscal compact» votato dai governi europei il 28 giugno a Bruxelles per rendersi conto che si tratta di puro obbligo monetario, che avrebbe addirittura favorito la speculazione dei mercati sul debito degli stati se la Bce non fosse intervenuta con prestiti illimitati a breve termine, evitando uno strangolamento immediato ma esigendo dai paesi che li richiedano che si accetti uno stretto controllo della Bce, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione. Il testo del fiscal compact appare difficile da sottoporre a un referendum, come chiedono alcune sinistre radicali, per il suo tecnicismo (tempi dei rimborsi e condizioni per i crediti) e il suo silenzio su tutte le richieste socialmente pressanti. Come osserva più d’uno dei commentatori politici (G. Rossi su «Il Sole 24 ore» o Adriano Prosperi su «Repubblica») il fattore umano è del tutto assente da questi accordi, che neppure notano l’aumento dei disoccupati (si calcolano 18 milioni in Europa), l’estendersi della deindustrializzazione crescente, la delocalizzazione verso paesi a costo del lavoro più basso che mediamente in Europa, la minaccia di evasione fiscale degli alti redditi in Francia.

    Tale scelta dei governi, che rappresenta il massimo consenso alla tesi di un von Hajek e il massimo della contraddizione all’orientamento delle costituzioni dopo la seconda guerra mondiale, toglie spazio all’uso di quelle possibilità di difesa delle classi subalterne che esse avevano conquistato nel lungo periodo del compromesso keynesiano, prodotto dallo scontro fra capitale e lavoro, delineato per primo da Roosevelt come via d’uscita dalla crisi del ’29, sicuramente rafforzato dalla potenza dell’Urss e teorizzato dopo il 1938 soprattutto in Gran Bretagna. Il movimento del ’68 ne ha messo in luce i limiti politici e strutturali, ma è d’obbligo riconoscere che lo ha destrutturato, evidenziandone appunto gli aspetti di compromesso sociale, piuttosto che spingerlo in avanti. Accelerata dopo il 1989, la Unione Europea è nata sconfessando il modello «keynesiano» (e la nuova sinistra ne aveva dato alcuni argomenti) e una bozza di trattato dopo l’altra, malgrado i wishful thinkhing di Lisbona, hanno vincolato gli stati a un rigore di bilancio basato sulla riduzione del costo del lavoro e su una sua organizzazione che le nuove tecnologie permettono di ridurre nelle quantità della manodopera invece che nella riduzione dei tempi e delle cadenze, mentre la liberazione del mercato da ogni vincolo permette di mettere in concorrenza i salariati europei con quelli di paesi ex colonizzati, assai minori. Le classi subalterne sono spinte, come in Grecia e in Spagna, a votare il proprio annichilimento sindacale e politico. Non sorprende che dilaghi l’euroscetticismo soprattutto nelle ex roccaforti operaie e che in esse abbiano ascolto le destre estreme.
    Quando l’ad della Fiat, Marchionne, parla di «un prima e un dopo Cristo» nelle relazioni sociali sottolinea una verità: le sinistre, non solo comuniste e socialiste ma socialdemocratiche, hanno lasciato nel disorientamento del 1989 la loro base e i loro principi, con ciò perdendo il loro potere contrattuale (salvo in alcuni paesi scandinavi) ed è quel che ne rimane oggi è il bersaglio della controparte. Non inganniamoci: non è il comunismo che oggi il padronato delle multinazionali ha deciso di distruggere, operazione che ha già compiuto da solo, ma quella legittimità degli opposti interessi sociali che i Trenta Gloriosi avevano dovuto riconoscere, che aveva permesso alle lotte operaie di esistere e di conquistare alcune condizioni che ancora oggi alcuni, anche fra noi, considerano diritti inalienabili. Non ci sono nei rapporti fra le classi diritti inalienabili. Essi vanno difesi metro per metro dalla possibilità di un arretramento, del quale nel recente passato lo strumento fondamentale è stata la utilizzazione esclusivamente padronale della tecnologia, e oggi la più volgare riduzione dell’economia a una contabilità dello stato, mutilata dalle entrate un tempo assicurate dalla più vasta platea occupazionale, e al suo regime comunitario. In questo senso la soggezione ai dettami liberisti, sulla quale è stata formata la Unione Europea, somiglia a un fatale combinato-disposto: è interdetto alla sfera politica di intervenire sul sistema economico, ed è permesso al sistema economico di intervenire nel continente, entrandovi e uscendone senza renderne conto agli stati, mentre le distruzioni, che queste razzie comportano sul tessuto sociale dei diversi paesi, costituiscono un aggravio finanziario per il relativo stato mentre ne minano le basi e il consenso.

    La ricostituzione d’un potere di contrattazione sostenuto dalla legge e di conseguenza d’un controllo politico, statale o comunitario, sui movimenti di capitale, unitamente alla tassazione delle transazioni fiscali, è una misura che si va rivelando sempre più urgente. Ed è sostenuta non solo dalla manodopera industriale, che chiede di ricostituire le sue basi produttive, adeguandole nel contempo alle compatibilità ecologiche e ambientali, e quindi una politica economica esplicita e discussa in comune, ma anche dalle classi medie, il cui potere d’acquisto è in calo. L’allargarsi del ventaglio delle disuguaglianze sociali, come non mai nel secondo dopoguerra, ha portato a un affluire della ricchezza su un decimo della popolazione, e della grande ricchezza su un decimo di questo decimo (Gallino, Pianta).
    E’ una tendenza non sostenibile, e impone una inversione di rotta. Anche perché allo sbiadire dei rapporti di forza contrattuali si aggiunge l’affievolirsi del più generale sistema democratico, che si sconnette e contraddice, da una parte, sotto l’urto del mercato selvaggio e, dall’altra, di una antipolitica diffuso. La lezione di Federico Caffè è stata distrutta negli anni ’70 e ’80.

    Essa è una condizione perché l’orizzonte di una trasformazione che investa alle radici la proprietà resti aperto, salvaguardandone anzitutto i soggetti. I tentativi di assegnare ad altri gruppi sociali il ruolo che era stato posto nella classe operaia non ha avuto esito. Esso non è durevolmente passato alla gioventù acculturata e/o marginale, come pensava Herbert Marcuse, malgrado i processi di proletarizzazione cui è sottoposta, né nelle popolazioni dei paesi terzi, come si è creduto nel primo postcolonialismo, né nella reattività delle moltitudini, difesa da Negri e Hardt.

    In Italia, l’azzeramento di fatto del parlamento nella unanimità senza condizioni richiesta da Mario Monti per accettare l’incarico ha ottemperato di fatto alle condizioni poste dalla Bce, dal Fmi e dalla commissione europea. Quale partito o coalizione si presenta oggi esplicitamente contro Monti, garante di questa Europa? E di Monti, e ciò che rappresenta, è garante il presidente della Repubblica. Che questa soluzione sia stata promossa da un ex dirigente del Pci diventato Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è il segno più eloquente di ciò che è avvenuto nelle sinistre nel 1989. E anche dei limiti assai stretti nei quali potrà muoversi, se ci sarà, di una alternativa a questo governo.

    Ma occorre tenere presente questi vincoli, dunque spostare l’orizzonte in Europa, se si vuol evitare che il primo passo già compiuto nella recessione diventi un cadere catastrofico in essa. E’ la situazione di tutti i paesi europei del sud, dalla Grecia all’Italia alla Spagna, al Portogallo, e l’indice attorno allo zero crescita previsto in Francia sta mettendo anche Parigi su questa soglia. Negli Stati Uniti, l’esito della crisi del 2008 è violentemente impugnato dalle destre per corrodere i flebili risultati della presidenza Obama – dipinti come addirittura «comunisti»- in Francia per bloccare in partenza le modeste riforme di Hollande, dovunque per non disturbare il capitale finanziario, e per esso, soprattutto da noi, le banche tedesche. L’aggressione è totale.

    Ma hanno ragione Stiglitz e Krugman a scrivere che questa strada è senza uscita, i livelli di disoccupazione e di «crescita negativa» non sono sostenibili da nessun paese, senza conseguenze politiche nefaste, ripetendo uno scenario da Anni Venti. I paesi del sud non vedono uscita dal tunnel, ma comincia a patirne anche la Germania che vendeva la maggior parte dei suoi prodotti sul mercato europeo, e lo vede restringersi. Una svolta appare a molti necessaria. Bisogna dimostrare che è ragionevole e possibile.

    Mi pare indubbio che il manifesto , qualora resti in vita, debba lavorare sulla base di questa analisi e insistere sul riportare il fattore umano – occupazione e servizi sociali, redistribuzione delle imposte sui ceti più favoriti e sulla finanza – al centro di qualsiasi programma politico che si dica di sinistra. Argomentando modi e tappe e battendosi per spostare i vincoli europei che vi si oppongono. L’inquietudine è grande in vari paesi del continente, e il nostro giornale potrebbe darle argomenti e voce. Si tratta di un lavoro politico e culturale di lunga lena, rivolto senza equivoci a quella parte del paese che non intriga ma pensa e si interroga, smettendo di galleggiare su obbiettivi generici e a breve, nessuno dei quali è riuscito a realizzarsi ad oggi.

    Da dove ripartire - ControLaCrisi.org

  2. #2
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    Questa volta non scherzo. Sono per la libertà di opinione e di espressione, quindi reputo assurdo il fatto che un giornale con la storia del Manifesto rischi la chiusura a causa delle difficoltà economiche. Al di là delle ideologie, la democrazia si fonda anche e soprattutto sulle voci dei giornalisti non arruolati ai partiti, e il fatto che un giornale chiuda i battenti è sempre e comunque una perdita (con le dovute eccezioni quali Libero e il Giornale). Che dire.....mi auguro che riescano a trovare i fondi per andare avanti e in tale ottica credo che dovrebbero essere salvaguardati i contributi per i giornali e l'editoria.

  3. #3
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    Ecco perché vado via dal manifesto
    martedì 2 ottobre 2012 210
    L'ho scritto: Avrei preferito andarmene zitto zitto , quatto quatto. Ho capito che non posso farlo. Va bene. Avrei voluto farlo perché non volevo che la mia uscita suscitasse letture o polemiche che potessero danneggiare ciò che resta de IL MANIFESTO. Ecco, in queste due parole "Ciò che resta" la spiegazione. Resta molto poco de IL MANIFESTO nel quale ho lavorato per più di venti anni. Troppo poco. Almeno a mio giudizio. Ma forse anche a giudizio dei troppi lettori che hanno smesso di comprare il giornale. E non mi pare che ne IL MANIFESTO (mi ci metto anch'io) ci si sia interrogati sulle nostre responsabilità politiche ed editoriali riguardo a questi abbandoni. Me ne vado in un momento difficile? No. Purtroppo il momento difficile è già passato e non siamo stati in grado di farvi fronte. Entro Dicembre i liquidatori scioglieranno la cooperativa di cui anch'io faccio parte. Ne nascerà un'altra? mi auguro di si ma è ovvio che non sarà quella verso la quale sentivo un obbligo politico e morale. Scrivo queste poche righe per dare una risposta a quelle lettere di lettori che mi chiedevano un perché. Forse questo perché avrebbe dovuto (e da tempo) darlo la direzione del giornale che adesso, nemmeno tanto velatamente, mi addita come quello che se ne va solo per soldi. Pazienza. Nella vita di ogni buon comunista è scritto che prima o poi debba essere considerato un rinnegato da altri comunisti (Vecchio vizio). E' vero che a IL FATTO il mio compenso sarà più elevato di quello che ho finora percepito da IL MANIFESTO e certo non me ne dispiaccio. Detto questo vorrei che qualcuno della direzione mi spiegasse come mai sarei diventato un "Vignettista squillo" dopo venti e passa anni, di cui gli ultimi sei o sette, seguiti al cambio contrattuale da me voluto quando compii la scelta di andare a lavorare per EMERGENCY, con lo stipendio più basso di tutto IL MANIFESTO (un record!). In ultimo riguardo al mio essere comunista lo rivendico con orgoglio e non penso che diverrò meno comunista solo per il fatto di andare a lavorare in un giornale libero che però non si definisce comunista sotto la testata. Saluti comunisti ribaditi. Vauro.

    Vauro | sito ufficiale | Ecco perché vado via dal manifesto

    In pratica, una pietra tombale.

  4. #4
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    mi sa anche a me..d'altro canto..
    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

  5. #5
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    d'altronde l'abbiamo ben sperimentato che razza di percorso sia diminuire la foliazione, diminuire la distribuzione, perdere migliaia di lettori...
    solo che allora il Manifesto attacca Rifondazione per come gestiva la crisi.
    Ultima modifica di Kowalsky; 03-10-12 alle 20:55

  6. #6
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    Noi, voi e il Manifesto
    Angelo Mastandrea e Norma Rangeri

    Care lettrici e lettori, sostenitori, simpatizzanti e militanti del manifesto, il purgatorio della liquidazione coatta amministrativa è agli sgoccioli. Entro la fine dell'anno il manifesto sarà messo in vendita. Sta a noi e a voi - a tutti noi e a tutti voi - decidere se a questo purgatorio lungo nove mesi dovrà seguire l'inferno o il paradiso.
    Da febbraio a oggi, come sapete, abbiamo vissuto in condizioni di fragilità economica, finanziaria e politica molto serie. Tuttavia, mentre attorno a noi, più che legittimamente, concorrenti agguerriti scommettevano sulla nostra fine, corteggiando lettori e collaboratori, siamo arrivati fin qui orgogliosi di tutto quello che abbiamo fatto in oltre 41 anni di storia.
    Ora abbiamo un debito e un dovere verso voi che ci leggete, ci criticate e ci sostenete da così tanto tempo. Abbiamo un debito, anche, con i ministeri dello Sviluppo e del Lavoro, con il sottosegretario all'Editoria, il parlamento e il governo. Per aver riconosciuto sempre, in ogni sede, l'importanza della nostra, storica, testata. Così come siamo in debito con tutti i soggetti istituzionali, i sindacati nazionali e regionali, Mediacoop e i nostri tre commissari che ci hanno "controllato" in questi mesi. Tutti ci hanno aiutato a trovare le migliori soluzioni possibili per garantire l'uscita del giornale e la salvaguardia della sua storia, della professionalità di chi ci lavora.
    Adesso siamo arrivati al dunque. Attraversato il guado della «liquidazione coatta», sta davanti a noi la scelta finale: come ne usciremo quando i commissari liquidatori metteranno in vendita la testata? Come faremo a restare un quotidiano comunista libertario e autonomo?
    Intanto non dimenticando, nemmeno per un minuto, ed è stata la forza che ci ha fatto arrivare fin qui, quel che siamo, «una tradizione da non perdere, una redazione rodata da decenni» come ha scritto Rossana Rossanda su queste pagine a proposito delle ragioni della nostra crisi. La tradizione e la redazione che abbiamo cercato di tenere unite, giorno dopo giorno, sulla base dell'analisi della fase politica che Rossana ha svolto nel suo articolo. Alimentandola, nei tempi e nelle forme proprie del quotidiano, riuscendo solo in due occasioni (il convegno sulle primavere arabe e il dibattito sulla "rotta d'Europa") a organizzare momenti esterni di confronto politico. Di quell'analisi di Rossana vogliamo riprendere soprattutto due elementi. Il primo dove sottolinea un aspetto significativo della vicenda nazionale: «L'Italia è il solo paese che ha rinunciato a una fisionomia propria e articolata, seguendo i dettami liberisti dell'Unione Europea, fatti propri fuggendo a ogni consultazione popolare». Perché queste considerazioni forse possono aiutare a capire la difficoltà di definire, fuori da sterili riduzioni ideologiche, «che cos'è il manifesto», ancora prima di chiarire «di chi è».
    Che cos'è un giornale comunista e libertario nella fase terminale del sistema dei partiti, in un paese sfigurato, «senza una fisionomia propria», con un sistema industriale in disfacimento (Ilva, Fiat), un'economia divorata dall'«ingigantirsi della finanza e della deindustrializzazione». Un paese dove, mentre nella palestra delle idee si scontrano keynesiani e monetaristi, dilaga una corruzione tra le più devastanti del mondo, capace di fare un doppio danno. Non solo una tassa occulta in tempo di depressione economica, ma anche la miccia per tutte le voci del populismo antieuropeo e dell'antipolitica.
    Il secondo elemento è dove Rossana si riferisce alla crisi della sinistra di cui noi siamo lo specchio. Una crisi storica da cui origina una difficoltà vera, oggettiva, di "linea politica", che, quand'anche ritrovassimo nelle radici del manifesto, andrebbe poi sviluppata, adeguata, declinata, "incartata" nelle nostre pagine quotidiane, sapendo che non esistono scorciatoie, né riduzioni salvifiche della molteplicità dei soggetti che auspicano il cambiamento e vorrebbero interpretarlo (lo sforzo e il ruolo svolto dalla Fiom in questi anni di crisi strutturale sta a dimostrare la ricerca di allargare il campo operaio ad altre figure sociali). Una difficoltà - questa dell'identità - già sperimentata dal gruppo dei fondatori con la vita difficile della Rivista a cavallo tra gli anni '90 e 2000.
    Tuttavia la ricerca costante di senso e l'urgenza di un approdo che ci allontani dalla barbarie e ci avvicini al socialismo oggi è forte in noi come quarant'anni fa. E forse, nonostante il disfacimento dei partiti e lo spappolamento della società e della forza lavoro, quel pensiero ha scavato, si è diffuso e sedimentato più di quel che immaginiamo. Lo dimostra la qualità dei movimenti contemporanei, pur con tutti i nodi da sciogliere, come il nostro dibattito sul caso Ilva (con gli interventi di Asor Rosa, Viale, Rossanda e altri) ha dimostrato discutendo di questioni cruciali per la sinistra di domani (movimento operaio e questione ambientale).
    Noi vogliamo continuare questa ricerca e questo impegno.
    Se il manifesto quotidiano avrà un futuro, che sia all'altezza del suo passato, dunque senza ridursi a periodico di riflessione teorica, per mantenere aperta, invece, la forma originale della politica: il quotidiano. Ora dobbiamo decidere come fondare una nuova cooperativa, con una drammatica riduzione dei dipendenti, condizione necessaria per costruire un'impresa sana, a questo livello di vendite e di fatturato pubblicitario. Una nuova cooperativa, composta dai soci fondatori e da chi si è unito lungo la strada, replicando così il rinnovamento continuo che ha caratterizzato le fasi della lunga vita del giornale fin dagli inizi, quando il gruppo radiato dal Pci fece il manifesto incontrando la generazione del '68. Un gruppo forte di un piano editoriale (il quotidiano che abbiamo e che vogliamo migliorare e il sito che deve essere potenziato, in una nuova, reciproca, relazione) per rilanciare non solo il "soggetto" manifesto, ma soprattutto la sua impresa comune. Una piattaforma di carta e digitale con l'immutata aspirazione di rappresentare un punto di vista, un riferimento intellettuale, politico, di movimento. E, subito attorno a questo nucleo operativo e fondativo, costruire un secondo cerchio dei lettori sostenitori, attraverso la creazione di una "Associazione dei lettori" nelle forme più efficaci (i circoli hanno già convocato un incontro).
    Il manifesto è non solo di chi lo fa ogni giorno, in condizioni di lavoro volontario, e dei suoi fondatori, ma anche di chi lo sostiene, è di quelle migliaia di lettori che quotidianamente vanno in edicola per acquistarlo. Nessuna di queste componenti può scegliere da sola la direzione di marcia, tutte insieme possono assicurare al manifesto il futuro che merita. Sappiamo che il ministero dello Sviluppo (e quello del Lavoro per la parte importante degli ammortizzatori sociali) guarda con interesse questa ipotesi di nuova cooperativa. Davanti a noi sembrano quindi delinearsi le condizioni per un'uscita positiva dalla «liquidazione». E su questa strada il collettivo intende muovere tutti i passi necessari per raggiungere l'obiettivo.

  7. #7
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    Da dove ricominciare
    Valentino Parlato


    L'editoriale di Norma Rangeri e di Angelo Mastrandrea sul manifesto del 12 ottobre scorso ha provocato molte critiche anche gravi, fino al rischio di dimissioni di alcuni di noi. Ed è paradossalmente proprio per non avere buttato il sasso nello stagno che quell'articolo è criticabile.
    Senz'altro i direttori sono stati mossi da buone intenzioni nel tentativo di rappattumare le divisioni nel manifesto. Ma voler far passare il documento di Rossana Rossanda come la linea del giornale, quando si sa che alle assemblee del collettivo, il suo documento è stato solo citato da alcuni ed è stato accolto (anche per colpa mia) nell'indifferenza generale, ha provocato la giusta reazione di Rossana. E la mia.
    Con la differenza che do atto ai direttori di aver svolto un compito ingrato in questi mesi di liquidazione coatta, quando da dimissionari sono stati rinominati direttori dai liquidatori.
    Al punto in cui siamo giunti penso che l'ultima speranza di rilanciare il manifesto è rappresentata dalla convocazione, domenica 4 novembre a Roma, dell'assemblea dei circoli, dei sostenitori, dei collaboratori e dei lettori del manifesto che giustamente hanno titolato l'assemblea «da dove ricominciare». Manca meno di una settimana, il tempo stringe e in questi pochi giorni dobbiamo definire, sulle pagine del nostro giornale, cosa ci proponiamo di fare.
    Certo la crisi non è solo nostra ma di tutto quel che resta della sinistra.
    Una crisi che si manifesta anche nelle nostre riunioni di redazione. Il giornale ha perso la fisionomia che aveva in tempi migliori. Certo pubblichiamo ancora ottimi articoli, ma che non fanno il discorso politico e multiculturale che spesso ci è riuscito di fare nel nostro passato.
    Siamo in amministrazione controllata e, a dicembre, i liquidatori metteranno in vendita la testata e nessuno di noi ha i soldi per comprarsela. Forse (nemmeno questo è sicuro) ci sarà un padrone. Questo ancora nostro giornale rischia di scomparire in silenzio o di finire in altre mani.
    Dopo l'assemblea del 4 novembre avremo solo due mesi di tempo per continuare a discutere tra noi, con i lettori e con i circoli per tentare di sopravvivere e ricominciare, definire analisi e obiettivi. E anche questo tentativo dovrà farsi pubblicamente, sulle pagine del giornale. Una discussione aperta e pubblica può anche richiamare e coinvolgere lettori delusi.
    Certo, dicevo, siamo di fronte ad una crisi storica globale, che non si può risolvere solo in Italia e neppure negli Usa; la finanza sta distruggendo anche la politica e l'allontanamento dei cittadini dalla politica (in Italia il partito più forte sarebbe, è, quello di chi si astiene e dei grillini) e dalla cultura (quanto e che cosa si legge oggi in Italia?) Ma di questo, cosa e quanto pubblicano le nostre pagine? C'è la grande crisi e cresce la povertà, ma quanti e chi sono quelli che si arricchiscono?
    Se questa grande crisi ci ha messo in difficoltà e calo delle vendite è anche per nostra responsabilità. E, aggiungo, poco o niente ci siamo interrogati sul calo delle nostre vendite in edicola e sulle nostre divisioni interne delle quali siamo tutti, più o meno, responsabili. Di questo non discutiamo e c'è una certa passività e occasionalità nella fattura del giornale invece di costruire campagne.
    «La discussione sul manifesto - ci ha scritto Rossanda - è partita male. La prima domanda non è di chi è, ma che cosa è il manifesto», riferendosi a chi sostiene che il giornale appartiene a chi lo fa. E concordi con Rossanda sono, oltre a me, anche i circoli della Sardegna, di Padova, di Bologna, di Pietrasanta e di Roma. Per questo - nonostante il poco tempo davanti a noi - ribadisco che una intera pagina del giornale sia ogni giorno dedicata al nostro che fare e magari, prima del 4 novembre, anche più di una pagina, perché il tempo stringe. Molto utile, a mio parere, l'intervento di Sergio Caserta sul manifesto di ieri.
    Per un giornale come il nostro, la discussione deve essere pubblica. Spero che questa proposta abbia l'approvazione anche del nostro attuale collettivo in modo da arrivare con più chiarezza alla decisiva discussione del 4 novembre.

  8. #8
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    Un altro passo in avanti della censura piddina.....

  9. #9
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    Abbiamo già ricominciato
    Rangeri e Mastandrea

    Questo è il giornale della sinistra plurale: politica, sindacale, sociale, culturale. E' un giornale che guarda alla sua storia e molto attento ai cambiamenti in atto; è il giornale che da sempre difende i lavoratori più svantaggiati e i precari; è il giornale dei diritti e della giustizia sociale. E' il foglio della sinistra, di tutta la sinistra. E' un giornale aperto all'ambientalismo e al riformismo sociale, pioniere nella difesa dei beni comuni. E' un giornale che mette insieme i "vecchi" comunisti e i giovani meno ideologizzati e più libertari. Pensare di difendere la nostra storia senza tenere conto del fatto che le giovani generazioni non sanno neppure cosa voglia dire "comunismo" significa attardarsi in una lotta politica e in una informazione minoritarie. Abbiamo l'ambizione di accompagnare il cambiamento del mondo del lavoro, di raccontarne l'involuzione, di restituire la ricchezza delle mappe internazionali, di continuare a imparare dall'inchiesta sociale, di condividere le esperienze dei nuovi movimenti, di aiutare il compito di ricostruire una sinistra critica, il cui mondo sospettiamo più interessante e ricco di come lo rappresentiamo. Abbiamo un punto di vista radicale, mai settario. Forse a qualcuno questa prospettiva larga non piace. Ci si accusa di non avere una linea: non l'abbiamo infatti, non siamo un partito.
    Negli ultimi tre anni, quando abbiamo assunto la responsabilità della direzione (dopo quasi due anni di assemblee sfibranti quanto inefficaci) abbiamo dedicato tutte le nostre energie al lavoro quotidiano. In un momento di crisi pesante per la carta stampata, dovevamo tenere il più possibile stabili le copie, difendere i posti di lavoro e curare la qualità del manifesto, dialogando tanto con l'opposizione interna quanto con la crisi esterna, che mazzolava tutti i quotidiani. A leggere le percentuali di perdita delle altre testate, da Repubblica, all'Unità, al Fatto, con centinaia di giornalisti mandati a casa, possiamo dire di aver affrontato la crisi perdendo copie sì (mentre il contesto si arricchiva di nuovi e agguerriti concorrenti) ma mantenendo un livello accettabile di vendite. I postumi della fine tardiva di Berlusconi, oltre alla crisi più generale dell'editoria nazionale (e internazionale: testate storiche come Newsweek ora sono solo sul web) ha colpito tutti duramente.
    Dopo un'estate terribile ora le nostre copie in edicola stanno risalendo, e la stagione politica che ci aspetta ci fa ben sperare, ma naturalmente non ci mette al riparo. L'assenza cronica di pubblicità, i costi eccessivi di una redazione troppo numerosa, da sempre, hanno pesato moltissimo, al punto da portarci alla liquidazione amministrativa. E avendo Valentino Parlato sottolineato questo passaggio nel suo articolo, ricordiamo che se siamo stati confermati dai liquidatori alla direzione del giornale è anche perché non c'era chi fosse disposto ad accollarsi questo peso. Non solo. Come i nostri lettori sanno, circa un anno fa abbiamo dato le dimissioni: era faticoso, fisicamente e psicologicamente, lavorare senza poter contare sulla solidarietà esplicita di persone che hanno fatto la storia (insieme a questa direzione) del manifesto. Mentre fuori grandinava, abbiamo lavorato con l'elmetto, spesso non per ripararci dai colpi esterni, ma da quelli che venivano dall'interno: questa direzione ha affrontato una opposizione costante. Da qui, nella speranza di favorire un clima più disteso, l'offerta delle nostre dimissioni. Ma neppure dalle fila dei critici più accaniti si è fatto avanti qualcuno disposto a prendersi la responsabilità del giornale in un momento così difficile.
    Ci si può addebitare, ed è l'unica critica che ci sentiamo di accogliere, di non avere incentivato un dibattito assembleare interno. Ma, a nostra parziale discolpa, va il fatto di avere lavorato in condizioni drammatiche, con la redazione dimezzata dalla cassa integrazione, e dunque con tempi strangolati. Nulla ha mai ostacolato la possibilità di attivare una discussione da parte di chi più di noi aveva tempo e modo per sollecitarla; imputare a noi di non averlo fatto è singolare. Abbiamo sempre tenuto nella massima considerazione il contributo critico dei circoli, tutti (non abbiamo mai fatto la conta di chi ci sostiene e chi no), come naturalmente di tutte le lettrici e i lettori. Detto questo, il manifesto ha sempre rivendicato a sé la propria autonomia, mai piegandosi a interessi di partito, e quando accadde Luigi Pintor si dimise dal giornale. Vogliamo continuare così. Ben venga qualsiasi contributo, idea, suggerimento, proposta perché il giornale possa vivere oggi, domani e per altri quarant'anni.
    Sul futuro esistono alcune proposte di rilancio e di riorganizzazione del giornale. Ne vogliamo discutere pubblicamente. Ma una cosa deve essere chiara: chi ha fatto il giornale nella sua fase più difficile non si farà da parte. E, sarà bene ribadirlo: noi siamo estranei a qualunque ipotesi di nuove società editoriali che cancellino l'esperienza di autogestione della cooperativa. E siamo preoccupati, invece, per l'esplicita ammissione di progetti di appropriazione della testata discussi fuori dalle stanze della redazione. Se i circoli del manifesto raccoglieranno i soldi necessari per aiutarci a ricomprare la testata entro la scadenza dell'asta liquidatoria, tanto meglio. Saremo felici di saltare il passaggio del socio finanziatore. Ma deve essere chiaro che, anche in caso di acquisto, noi tratteremo alla condizione di avere una cooperativa libera e autonoma.
    Immaginiamo che la nostra risposta e lo scritto di Valentino Parlato non saranno una piacevole lettura per molti di voi. Avevate pensato che il manifesto, nonostante le difficoltà, fosse unito nella lotta per le magnifiche e progressive sorti della sinistra? Non è così. Ci sono oggi, al nostro interno * come del resto è sempre accaduto - sguardi diversamente critici, tanto sulla sinistra che sul giornale da fare. Meglio esibirli apertamente.
    Ps: Ci suona pretestuosamente polemico il riferimento di Valentino Parlato al commento nel quale citavamo l'articolo di Rossana Rossanda. Non abbiamo fatto, in quell'articolo, che sottolineare alcuni aspetti della sua analisi sulla quale concordiamo. La prossima volta, se capiterà, scriveremo le stesse, identiche cose senza fare nomi e cognomi.

  10. #10
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    Predefinito Re: [Crisi del Manifesto] Da dove ripartire

    C'è una generazione al Manifesto che non conosce il concetto di autocritica. Hai perso migliaia di copie? Una buona metà di quelli che ti leggono non ti vedono come il riferimento che eri 10 anni fa? echissenefrega, te sei il giornalista e gli altri non capiscono un cazzo, tutto quello che deve fare la comunità è cacciare i soldi e lascire che la redazione ne faccia quello che vuole...
    Oh, sembra proprio Liberazione...

 

 
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