Da facebook, nota di Riccardo Achilli, economista, Lega dei Socialisti:
Tanto per divertirsi un pò, perché è più facile che la Luna e la Terra si scambino il campo magnetico, piuttosto che vi sia mai un Governo che realisticamente pensi di evitare la chiusura della produzione automobilistica italiana nazionalizzando la Fiat. Si parte dal presupposto di una nazionalizzazione con indennizzo ai precedenti proprietari, perché una nazionalizzazione senza indennizzo provocherebbe una fuga incontrollabile di capitali ed un disinvestimento industriale di enormi dimensioni, oltre che essere passibile di una denuncia alla Corte di Giustizia europea, e quindi alla comminazione di sanzioni al nostro Governo (se già la magistratura italiana non si fosse pronunciata contro un simile atto).
Grosso modo, e anche senza fare analisi di dettaglio, possiamo considerare che, oggi, il gruppo Fiat vale complessivamente circa 17 miliardi di euro (al 31.12.2011). Tale valore si ricava sia dall'analisi della capitalizzazione di borsa che dall'esame del valore del patrimonio netto, che incorpora anche una valutazione della redditività (essendo il patrimonio netto pari alla somma algebrica di capitale sociale, riserve e utili/perdite).
A fronte di tale valore, va considerato quanto la Fiat ha ricevuto di aiuti pubblici: fra 1977 e 2010, secondo una stima della CGIA di Mestre integrata da una stima del valore degli ammortizzatori sociali erogati ed al netto delel rottamazioni (che sono aiuti al mercato, non alla Fiat di per sè), tale importo è pari a circa 7,7 miliardi che, attualizzati al 2012 con un tasso di capitalizzazione prudenziale (5%) sono all'incirca pari a 24 miliardi di oggi.
Tuttavia, da tale importo va detratto quanto la Fiat ha pagato allo Stato italiano sotto forma di imposte. Infatti, dall'indennizzo va detratto il contributo pubblico netto, non quello lordo, poiché una parte del contributo rientra come tasse pagate. Uno sguardo alle serie storiche conduce a ritenere che la Fiat paghi circa 500 milioni di euro all'anno di tasse (in termini reali, senza bisogno cioè di attualizzazione), ovvero, per il periodo considerato (1977-2012) circa 18 miliardi.
Il contributo netto dello Stato, che va detratto dal valore dell'azienda, è quindi di circa 6 miliardi. Significa che un indennizzo "equo" per la nazionalizzazione potrebbe aggirarsi attorno agli 11 miliardi. Anche volendo imputare ai proprietari precedenti una quota di badwill per condotta antisociale, si potrebbe scendere a 9 miliardi (ma qui ovviamente entrerebbero in gioco avvocati e tribunali, poiché la quantificazione oggettiva sarebbe quasi impossibile). Una cifra davvero imponente (che naturalmente potrebbe essere messa in campo solo uscendo dal fiscal compact e dai trattati europei che ci vincolano). Anche volendo nazionalizzare solo Fiat Spa, e quindi evitare l'acquisizione di Fiat Industrial, non si scenderebbe sotto un indennizzo pari a 5-6 miliardi.
Dopodiché occorrerebbe gestire l'azienda in un mercato che sarà in forte discesa fino al 2014, e che anche dopo tale anno non risalirà significativamente, ma al massimo si stabilizzerà (si tratta di un mercato maturo, che non è in espansione, e la crisi abituerà la gente a cambiarsi la macchina ogni 10 anni, anzichè ogni 5 o 6 come prima). Il tutto senza replicare brutte abitudini boiardistiche che hanno afflitto la conduzione delle Partecipazioni Statali (l'Alfa Romeo pubblica docet). Abitudini che evidentemente la politica italiana mostra di amare molto. Il fallimento saebbe molto probabile.
D'altra parte, la produzione automobilistica è centrale per la nostra industria manifatturiera: mobilita, tramite l'indotto, il 17% dell'intero valore aggiunto manifatturiero italiano, ed ha una importanza centrale anche in termini di diffusione di innovazione tecnologica di processo all'intero apparato produttivo.Una strada sarebbe quella di non continuare a gestire la Fiat, dopo averla nazionalizzata, rivendendola a concorrenti esteri (non è un mistero che la VW ha manifestato interesse agli stabilimenti italiani) per recuperare il costo del suo acquisto dagli Agnelli, con il vincolo di mantenere inalterata la produzione e l'occupazione in Italia (per cui le eventuali necessità di ridurre la produzione in eccesso rispetto al mercato sarebbero scaricate sugli stabilimenti esteri della Fiat, ed in parte su quelli statunitensi della Chrysler dove Marchionne ha portato intere linee di produzione in uscita dall'Italia). Sarebbe però una soluzione egoistica: i lavoratori di altri Paesi pagherebbero il costo del salvataggio di quelli italiani. E non sarebbe da socialisti una soluzione del genere. Tra l'altro, vi sarebbero ripercussioni e ritorsioni economiche e politiche sull'Italia stessa, posto che il progetto di salvataggio di Chrysler a spese della Fiat Marchionne lo ha negoziato con Obama e con le banche statunitensi.
Ci sarebbe però un'altra soluzione: rivendere la Fiat nazionalizzata ad un acquirente estero imponendogli alcuni vincoli, come ad esempio l'utilizzo di forme di contratti di solidarietà, per ridurre la produttività unitaria a parità di quantità di lavoro impiegato (è meglio lavorare meno per lavorare tutti, guadagnando uno stipendio comunque superiore all'indennità di cassa integrazione, che finire ogni anno a fare periodi di CIG, come succede attualmente, per ridurre la sovrapproduzione nei periodi di avvallamento della domanda; inoltre, con i soldi risparmiati dalla contrazione del ricorso alla CIG, lo Stato potrebbe fornire integrazioni salariali ai lavoratori sotto contratto di solidarietà, portandoli a salari quasi normali, pur con orari di lavoro ridotti), e utilizzando forme di accompagnamento economico alla pensione anticipata per i lavoratori più anziani, pilotando quindi forme di riduzione dei livelli produttivi in eccesso "morbide", senza conseguenze socialmente negative.
Ma per fare tutto ciò, occorrerebbe riportare da noi, con una seduta spiritica, Turatti, Lombardi, Di Vittorio, Giugni, Berlinguer, Pertini, per sostituire i cialtroni che governano attualmente. Un pò difficile




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