Sarebbe ora: anzi, è tardi da un pezzo.
Questa è la dis-soluzione finale della pantomima di destra raffazzonata in varie fasi, e progressivamente poi distrutta, di colui che ancora oggi (da molti di loro) viene servilmente indicato come il l(e)ader "necessario".
Pur facendo ancora le barricate in difesa della mangiatoia, non si salvano Scopelliti e Caldoro: non si sopporta più l'indecenza di Formigoni.
In questo disfacimento culminato (per ora) con il crollo del Lazio, non si salva nemmeno l'opposizione; che nella migliore delle ipotesi è stata connivente con la bulimia spartitoria del Pdl.
Oggi più che mai, le macerie di questa accozzaglia di locuste si dimostra essere stata un partito "personale" che è nato e che morirà insieme all'improbabile maieuta che l'ha creato in pochi mesi e con molti miliardi.
Che l'ha dotato di cuore, l'ha nutrito di pancia ma non ha voluto o saputo dargli una testa e due gambe per camminare. Non ha voluto o saputo dargli un'identità e una struttura. Sono penosi, in questi giorni, i conciliaboli a Palazzo Grazioli tra il Cavaliere e Angelino Alfano, i soliti coordinatori e gli impresentabili capigruppo. Ed è ancora più penoso sentire Gianni Letta che sdottoreggia alla Luiss contro "i gruppi di interessi particolari che frenano il sistema" (lui, che di quei "gruppi" è da vent'anni il garante supremo) o Gianni Alemanno che invoca "l'azzeramento totale e la rifondazione del centrodestra" (lui, che da sindaco della Capitale ha assunto plotoni di famigli e di ex picchiatori fascisti all'Ama e all'Atac.
Si attende, ad oras, la marcia su Roma del neo-fassista di Genova.
Belìn!





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