Visto che l'argomento ricorre spesso in diverse discussione di questa sezione, riporto la voce "NAZIONALISMO" dell'Enciclopedia Cattolica degli anni '50 (per comprenderne l'importanza e la portata, si legga qui), scritta di padre Antonio Messineo ed orientata dai retti criteri del Magistero della Chiesa:
NAZIONALISMO. - È quel sentimento di attaccamento al nucleo nazionale, che si produce spontaneamente nell'animo dei suoi componenti. La sua apparizione, come sentimento distinto dal patriottismo, di data piuttosto recente, è dovuta a cause ideologiche e a particolari contingenze storiche. È opinione comunemente ammessa che il movimento delle nazionalità sia cominciato dalla Rivoluzione Francese. Il razionalismo illuministico del sec. XVIII, avendo proclamato l'uomo libero per natura e non sottoposto che alla legge dettata dalla sua ragione e accettata dalla sua volontà, gli attribuì anche il potere di criticare e rovesciare le istituzioni sociali esistenti per ricostruirle secondo il proprio criterio. Dall'affermata autonomia totale dell'uomo all'autonomia dei popoli e al conseguente principio dell'autodisposizione il passo era breve e venne facilmente compiuto. Il principio dell'autodisposizione dei popoli includeva due postulati, che erano soltanto orientazioni differenti della medesima affermazione fondamentale: la sovranità popolare e il principio di nazionalità. La prima si riferisce alla struttura politica interna, assicurando al popolo la libera scelta dei governanti; il secondo riguarda la delimitazione dello Stato, proclamando il diritto dei cittadini di stabilire i limiti della comunità politica. Di esso s'impossessò il romanticismo nazionalista, per muovere alla riscossa. Ad accelerare questo processo ideologico e a convertirlo in nazionalismo concorsero circostanze politiche e sociali. Il tentativo egemonico della Francia napoleonica, che mentre nel campo ideologico si faceva paladina della libertà dei popoli li opprimeva, e gli intrighi politici, ai quali diede luogo il Trattato della S. Alleanza, risvegliarono il sentimento nazionale assopito, tanto in Germania, del cui nazionalismo sono manifestazione i Discorsi alla nazione tedesca del Fichte, producono il moto di unificazione di cui prese la direzione la Prussia, quanto in Italia, dove esasperarono gli animi contro gli interventi arbitrari del cosiddetto direttorio europeo, provocando le sollevazioni, che poi condussero all'unità nazionale. Il nazionalismo, che così nasceva, venne acuito dalla generale tendenza dello Stato moderno, sovrano accentratore di tutti gli aspetti della vita sociale, geloso del suo potere e della sua unità, e quindi proteso al livellamento delle differenze linguistiche e culturali. Nello Stato antico una popolazione poteva cambiare sovranità, senza che le sue consuetudini soffrissero mutamento alcuno; nello Stato moderno, invece, il cambiamento della sovranità politica e, a più forte ragione, la subordinazione a un governo straniero, impongono alle popolazioni costrizioni nuove, che appaiono intollerabili al sentimento di fierezza nazionale. Per queste ragioni il nazionalismo si è quasi costantemente atteggiato in modo violento e reazionario, ed è stato da molti valutato come una deformazione del sentimento patriottico guastato dall'egoismo. L'insegnamento della Chiesa è stato più obiettivo. Tutte le volte che il magistero ecclesiastico lo ha riprovato, come opposto alla morale, ha avuto di mira il nazionalismo "esagerato o eccessivo" e i danni dell'egoismo nazionale, che non deve essere confuso con il nazionalismo visto nella sua essenza. Pio XI, nell'encicl. Ubi arcanum, ha, infatti, considerato l'amore di patria o di nazione come incitamento a molte virtù, riprovandone soltanto le degenerazioni egoistiche. Stando alla definizione da lui accennata, il nazionalismo non è altro che la virtù morale, la quale inclina ad amare la propria nazione e ad adempiere tutti i doveri che la pietà impone verso coloro che sono uniti con l'identità di origine e di cultura. Che il nucleo del concetto risieda nell'amore verso la nazione, viene dimostrato dall'analisi delle varie forme storiche, che esso ha preso nei diversi paesi. Sebbene la realtà non presenti due nazionalismi eguali negli atteggiamenti e negli ideali immediati, nondimeno, in fondo, a tutti è dato rinvenire quell'amore della nazione, al quale ciascuno si sente portato per impulso naturale. Esiste perciò una stretta parentela tra nazionalismo e patriottismo. Il patriottismo ha come come oggetto immediato della sua tendenza affettiva la terra patrum, e solo mediatamente si riferisce al popolo, il nazionalismo invece riguarda immediatamente il gruppo etnico e in modo mediato il suolo di residenza. Quando patria e nazione formano un'indivisa entità sociale, il sentimento patriottico e il sentimento nazionale s'unificano in un solo amore. Quando poi patria e nazione non coincidono, il centro di attrazione del nazionalismo o viene a cadere fuori i confini della patria, o, se si trova dentro i suoi confini, non si estende a tutta la società, alla quale la minoranza nazionale appartiene. Tutti gli altri elementi, che si sogliono addurre come note distintive del nazionalismo, sono accidentali e servono soltanto a distinguere una forma storica di nazionalismo da un'altra, secondo le diverse modalità con le quali si presenta. Così, p. es., l'atteggiamento più vigilante del nazionalismo per il bene della nazione, la sua cura di fortificare maggiormente il potere e di rafforzare l'unità interna, la sistematicità della sua dottrina e della sua prassi in ordine al potenziamento della vita sociale sono aspetti accidentali, che potrebbero essere anche propri di un patriottismo che si erigesse a sistema, e sono dovuti in massima parte alle circostanze storiche, nelle quali sono nati i diversi moti con indirizzo nazionalista. La loro natura reazionaria dipende dai momenti di crisi interna ed esterna, che sovente ne determinano la stessa nascita.
Differente giudizio deve tuttavia esprimersi riguardo a quelle forme di nazionalismo le quali elevano la nazione al grado dell'assoluto e al suo bene e alla sua potenza subordinano tutti i valori della vita umana individuale e sociale. La nazione, in questo caso, viene concepita come un tutto organico e perenne, che include nel suo seno le generazioni passate, le presenti e le future, provvisto di vita autonoma, della quale l'uomo non rappresenta che un momento transeunte di valore relativo, la cui fonte risiede nella nazione. In politica interna questa concezione conduce alle forme totalitarie di regime, in quanto considera la persona umana come un mezzo per il conseguimento dei fini superiori della nazione e la spoglia conseguentemente di ogni dignità originaria, negandone i diritti. In politica estera fomenta l'egoismo nazionale, che, incurante del bene degli altri, cerca unicamente il proprio, misurando la moralità dei propri atteggiamenti con il criterio dell'interesse, per il quale è disposto a calpestare i diritti altrui. In questa forma estrema è stato espressamente condannato da Pio IX nel Sillabo (prop. 64). Le infatuazioni di tale falso nazionalismo degenerano poi in moto di espansione violenta, particolarmente a carico dei più deboli, nel quale si scorge un'affermazione sempre legittima di potenza. Esse sono una delle cause principali della divisione tra i popoli, tra i quali alimentano l'odio, e dei dissidi insanabili nella vita internazionale, dove impediscono la mutua intesa e la collaborazione per il benessere comune.




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