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Discussione: 90 anni !

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    Predefinito 90 anni !

    Il giorno della marcia su Roma. Ora per ora
    La manifestazione organizzata il 24 a Napoli dal Partito nazionale fascista è stata vista da molti come la prova generale di una insurrezione che le camicie nere sarebbero pronte a far scattare da un momento all’altro. Ieri le voci di questa mobilitazione eversiva si sono fatte più insistenti, tanto che il re Vittorio Emanuele III è tornato precipitosamente a Roma e in serata si è incontrato con il presidente del Consiglio Luigi Facta per fare il punto della situazione. Dopo la riunione, intorno alle 22, il premier è tornato in albergo e si è messo a dormire ritenendo evidentemente che non vi fosse alcuna immediata minaccia concreta nei confronti delle istituzioni.
    A mezzanotte l’allarme insurrezione
    Ore 0-1. Due sottosegretari del governo Facta vanno a svegliare il premier, che alloggia in un albergo nella zona dei ministeri di via Venti settembre, per lanciare l’allarme insurrezione: hanno appreso da due ras fascisti, incontrati casualmente in un ristorante del centro, che le camicie nere hanno iniziato da pochi minuti la marcia su Roma con l’obiettivo di conquistare i centri nevralgici del potere politico. A dirigere la rivolta, che ha il suo quartier generale a Perugia, è un quadrumvirato composto da Dino Grandi, Cesare Maria De Vecchi, Italo Balbo, Emilio De Bono. Mussolini è rimasto a Milano, segue le operazioni dal suo giornale, il “Popolo d’Italia”, in via Lovanio. Davanti all’ingresso del quotidiano sono state piazzate improvvisate barricate con enormi bobine di carta prelevate dalla tipografia.
    Prime occupazioni
    Ore 1-2. Luigi Facta va al ministero della Guerra, dove cominciano ad arrivare le prime notizie dell’insurrezione. In alcune città, come a Bologna e a Cremona, già dalla serata precedente vi sono stati scontri tra le camicie nere e le forze dell’ordine con alcuni morti e feriti. In altre città, per esempio a Perugia, gli insorti hanno occupato la prefettura e altri luoghi strategici (stazioni ferroviarie, uffici postali e telegrafici) senza incontrare resistenza alcuna. A Milano, Mussolini ordina a un manipolo di squadristi di portare messaggi minacciosi ai direttori di alcuni quotidiani: Corriere della sera, Avanti!, Secolo, Giustizia.
    Vittorio Emanuele sconcertato
    Ore 2-3. Il presidente del Consiglio va a riferire al re, che si trova nella residenza privata di Villa Savoia sulla via Salaria, della difficile crisi. Vittorio Emanuele appare sconcertato, fino a poche ore fa gli era stata delineata una situazione non così drammatica. Comunque, Facta annuncia che tra poco si riunirà il governo in seduta straordinaria e saranno adottati i provvedimenti necessari per stroncare la rivolta. Il re concorda.
    «Impedire con ogni mezzo l’ingresso a Roma»
    Ore 3-4. Il generale Emanuele Pugliese, comandante della piazza di Roma, riceve il mandato di impedire con ogni mezzo l’ingresso delle camicie nere nella capitale. Facta – che si trova ancora al ministero della Guerra – suggerisce al re di trasferirsi, per motivi di sicurezza, da villa Savoia al Quirinale. Il governo è convocato per le 5.30 al Viminale, dove ha sede la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno.
    Nottata con l’amante
    Ore 4-5. Facta è il primo a raggiungere il Viminale. Appena giunto vuole controllare i dispacci che giungono dalle province. Non portano buone notizie, e il premier sbotta: «È la rivolta e alla rivolta si resisterà». Intanto, alla spicciolata, cominciano ad arrivare i ministri. Uno (Arnaldo Dello Sbarba) non è stato rintracciato dai motociclisti che sono andati a chiamarli casa per casa: pare che stia trascorrendo la nottata con l’amante in un alberghetto segreto del centro.
    Partono tre telegrammi
    Ore 5-6. Prima di dare inizio alla riunione del governo, il presidente del Consiglio invia tre telegrammi, destinatari il democratico Giovanni Giolitti, il fascista Benito Mussolini, il popolare Filippo Meda. Il testo: «Sua maestà il re mi ha dato incarico di pregarti di venire subito a Roma desiderando conferire». Durante il consiglio dei ministri, il primo aiutante di campo del re, generale Arturo Cittadini – che ha chiesto di partecipare come osservatore – informa che se non sarà varato lo stato d’assedio il sovrano potrebbe decidere di lasciare l’Italia.
    Varato il decreto sullo stato d’assedio
    Ore 6-7. Il governo approva il decreto di stato d’assedio, che avrà efficacia a partire da mezzogiorno. Tutti i poteri passano dall’autorità civile a quella militare. Vietata la circolazione delle autovetture e dei tram, proibite le riunioni pubbliche con più di cinque persone, annullati tutti gli spettacoli. Uno dei ministri, Giovanni Amendola, commenta: «I fascisti non passeranno, questi scalzacani saranno messi a posto».
    Le guardie verso la sede del Popolo d’Italia
    Ore 7-8. Gli attacchini cominciano ad affiggere i manifesti che annunciano lo stato d’assedio. Dal Viminale partono i telegrammi, diretti ai prefetti e ai comandi militari, che ordinano l’uso di «tutti i mezzi eccezionali per mantenimento ordine pubblico» e l’«arresto immediato senza eccezione capi e promotori moto insurrezionale contro poteri Stato». A Milano tre autoblindate e un battaglione di guardie regie stanno avanzando verso la sede del Popolo d’Italia.
    Bloccati i treni delle camicie nere
    Ore 8-9. Due colonne di fascisti che tentavano di raggiungere la capitale in treno dalla Toscana sulle linee Pisa-Civitavecchia-Roma e Firenze-Orte-Roma sono bloccate a Civitavecchia e a Orte: in prossimità di queste due stazioni l’esercito ha sabotato le linee ferroviarie e i convogli non possono più procedere oltre. A Milano, Mussolini scende in strada imbracciando un fucile per parlamentare con l’ufficiale che sta per ordinare l’attacco contro il Popolo d’Italia. Viene raggiunto un compromesso: le camicie nere che presidiavano la zona intorno al giornale si ritirano all’interno del palazzo; i soldati arretrano e per il momento non attaccano. A Roma, il ministro che ha trascorso la nottata con l’amante scopre dai manifesti affissi lungo le strade che nel frattempo il governo si è riunito e ha varato lo stato d’assedio. Si precipita al Viminale, chiede e ottiene di poter firmare il verbale della seduta come se fosse stato presente. A Perugia giunge una telefonata dal Quirinale: il re vuole che uno dei quadrumviri, Cesare Maria De Vecchi, vada immediatamente a Roma «per consultazioni».
    Perugia circondata dall’esercito
    Ore 9-10. Perugia è assediata dall’esercito e le camice nere sembrano ormai in trappola. A Roma le guardie regie occupano la sede del Partito fascista in via degli Avignonesi. Il premier Facta si trova al Quirinale. È a colloquio con il re, gli sta sottoponendo per la firma il decreto sullo stato d’assedio approvato dal governo.
    Stato d’assedio, il re fa retromarcia
    Ore 10-11. Il re si rifiuta di firmare il decreto sullo stato d’assedio. Il colloquio con Facta non è tra i più sereni. Il premier obietta che fino a poche ore fa si era d’accordo nel reprimere la rivolta con tutti i mezzi, e comunque osserva che ormai gli ordini sono stati impartiti e addirittura sono già stati affissi i manifesti. Vittorio Emanuele non recede, dice che vuole evitare la guerra civile e lamenta che l’operatività del decreto sarebbe dovuta scattare dopo la sua eventuale firma, e non prima. Resta da capire il perché del voltafaccia. Sembra che abbiano molto pesato le parole del generale Armando Diaz, che interpellato dal re sul comportamento dell’esercito di fronte all’ordine d’attaccare i fascisti avrebbe risposto: «Maestà, l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». Facta torna precipitosamente al Viminale e dispone il contrordine da trasmettere a tutte le province del regno: «Avvertesi che disposizioni odierno telegramma n. 28859 circa stato assedio non debbono avere corso».
    Le dimissioni irrevocabili di Facta
    Ore 11-12. Il premier Facta fa ritorno al Quirinale e presenta le dimissioni irrevocabili sue e dell’intero governo nelle mani del re. Il leader nazionalista Luigi Federzoni telefona al prefetto di Milano per chiedergli di far sapere a Mussolini che il sovrano lo vorrebbe a Roma al più presto. Tra poco cominceranno le consultazioni per la designazione del nuovo presidente del Consiglio.
    Mussolini non accetta compromessi
    Ore 12-13. Mussolini è sollecitato da più parti a dichiararsi disponibile a entrare in un governo di coalizione e a fermare l’insurrezione. Ma, prima in un colloquio con il nazionalista Alfredo Rocco, e subito dopo davanti a una delegazione di industriali, il leader fascista dichiara che non accetterà alcun compromesso.
    Il Corriere domani non uscirà
    Ore 13-14. Il re inizia le consultazioni. Il primo a varcare il portone del Quirinale è il presidente della Camera, Enrico De Nicola, che propone Giovanni Giolitti alla guida del nuovo esecutivo. Il sovrano non sembra propenso a far sua tale candidatura. A Milano, il direttore del “Corriere della sera”, Luigi Albertini, in seguito alle minacce fasciste decide di non far uscire il giornale di domani.
    Una delegazione fascista al governo?
    Ore 14-15. Cesare Maria De Vecchi, prima di recarsi al Quirinale, concorda con Dino Grandi e Costanzo Ciano la strategia politica da adottare per le prossime ore. I tre ras fascisti ritengono che se una loro delegazione capeggiata da Mussolini riuscisse a entrare in un governo di coalizione, sarebbe un grande successo. Al Quirinale, intanto, Vittorio Emanuele riceve il democratico Francesco Cocco Ortu (che propone Giolitti) e il leader della destra Antonio Salandra.
    Giolitti vorrebbe parlare col re
    Ore 15-16. Giovanni Giolitti, che si trova in Piemonte, vorrebbe mettersi in viaggio verso Roma per partecipare alle consultazioni. Dal Viminale gli fanno sapere che le linee ferroviarie sono interrotte e che sarebbe meglio non partire. Frenetiche telefonate dalla prefettura di Milano verso Roma: dicono che Mussolini ha urgente bisogno di parlare con De Vecchi prima di prendere qualsiasi decisione.
    Vittorio Emanuele punta su Salandra
    Ore 16-17. Il re, al Quirinale, è a colloquio con De Vecchi. Vuole sapere se i fascisti sono disposti a entrare in un governo presieduto da Salandra. Il quadrumviro si dichiara favorevolissimo, ma dice che prima di impegnare il partito deve parlare con Mussolini e ottenere il suo assenso. Uscito dal Quirinale, De Vecchi cerca inutilmente di mettersi in contatto con Mussolini: perciò non può ancora tornare da Vittorio Emanuele con una risposta affermativa o negativa. [Antonio Di Pierro]
    Mussolini non va a Roma senza incarico
    Ore 17-18. Il generale Cittadini, dal Quirinale, riesce a parlare al telefono con Mussolini che in quel momento si trova nella prefettura di Milano. Il primo aiutante di campo del re legge al leader fascista un messaggio di De Vecchi che lo invita ad andare urgentemente a Roma. Mussolini risponde che non si muoverà da Milano fino a quando non avrà ricevuto l’incarico di formare governo. La situazione per centinaia di camice nere accampate da questa mattina a Civitavecchia e a Orte, sotto la pioggia, senza acqua e senza viveri, sta diventando drammatica. Alcuni camion dell’esercito vanno a portar loro generi alimentari e acqua potabile.
    A Salandra l’incarico di formare il governo
    Ore 18-19. Il re decide di giocare le sue carte allo scoperto, convoca Antonio Salandra e gli affida l’incarico di formare il governo. Il leader della destra accetta con riserva, dichiarando che andrà avanti solo se otterrà la disponibilità di Mussolini a entrare nel nuovo esecutivo. Manifestazione di solidarietà con il re, davanti al Quirinale, di fascisti e nazionalisti.
    Mussolini accetterà un altro primo ministro?
    Ore 19-20. Facta va a casa di Salandra per informarlo di aver appena ricevuto da Milano la notizia che Mussolini esclude «qualunque combinazione» e chiede che sia affidato a lui l’incarico di formare il governo. Pochi minuti dopo aver congedato Facta, in casa Salandra si presentano De Vecchi, Grandi e Ciano: dicono di non essere ancora riusciti a parlare con Mussolini e quindi di non essere in grado di dire se il loro capo accetterà di entrare in una compagine ministeriale guidata da altri.
    Nemmeno un fascista finora è entrato a Roma
    Ore 20-21. Ancora un blocco ferroviario, dopo quelli della mattinata a Civitavecchia e a Orte. Stavolta i militari hanno divelto i binari in prossimità della stazione di Avezzano, fermando l’avanzata verso la capitale di circa 2.400 camicie nere. Italo Balbo giunge segretamente a Roma per fare il punto sulla marcia delle camicie nere. Il bilancio è pessimo. Nemmeno un fascista è riuscito finora a entrare nella capitale.
    Mussolini non risponde al re
    Ore 21-22. Vittorio Emanuele ordina al generale Cittadini di inviare a Mussolini il seguente telegramma: «Sua maestà il re mi incarica di pregarla di recarsi a Roma desiderando conferire con lei». Il leader fascista, che si trova nel suo ufficio al Popolo d’Italia, non risponde all’invito del re.
    L’assalto alla caserma dei bersaglieri
    Ore 22-23. A Milano un gruppo di camicie nere assalta una caserma dei bersaglieri. Un militare riesce a lanciare l’allarme e poco dopo la zona è circondata dall’esercito. Per evitare lo scontro interviene personalmente Mussolini che persuade i suoi a tornare nelle loro sedi. A Roma l’ordine di impedire l’ingresso dei fascisti nella capitale con ogni mezzo è abrogato. È il generale Edoardo Ravazza, comandante del corpo d’armata, tornato improvvisamente dalle ferie, a diramare le nuove disposizioni.
    Mussolini: «Il governo dev’essere fascista»
    Ore 23-24. A Roma, sei esponenti del fascismo nazionale (tra cui De Vecchi, Ciano, Grandi) sono riuniti in una stanza della redazione romana del “Resto del Carlino” per discutere sul che fare. Al termine di questa giornata tesissima i risultati tangibili sono molto scarsi, almeno in apparenza, per le camicie nere. Si trovano dunque tutti d’accordo nella decisione di chiedere a Mussolini di accettare la proposta Salandra, cioè entrare in un governo guidato dal leader della destra. Qualcuno dei sei, ora, dovrà cercare un telefono e dare a Mussolini la notizia della deliberazione adottata. Lui, Mussolini, sta intanto buttando giù l’editoriale per la prima pagina del “Popolo d’Italia” che sarà nelle edicole domani mattina. Scrive tra l’altro: «Per arrivare a una transazione Salandra, non valeva la pena mobilitare. Il governo dev’essere nettamente fascista».
    Partita chiusa in 48 ore


    • Due giorni dopo, lunedì 30 ottobre, Mussolini è a Roma per ricevere dalle mani del re l’incarico di formare il nuovo governo che presenterà nella stessa giornata. Per raggiungere questo risultato, al leader del partito fascista non è stato necessario vincere nessuna battaglia insurrezionale. La partita è stata tutta politica. Quando domenica 29 ottobre Salandra, preso atto che Mussolini non accettava di entrare in un esecutivo presieduto da altri, rinunciava all’incarico, Vittorio Emanuele si è trovato in un vicolo cieco. Un percorso obbligato che il re ha costruito con le sue stesse mani. Come? Dopo aver rifiutato la firma sul decreto di stato d’assedio varato dal governo Facta che avrebbe potuto stroncare la minacciata insurrezione fascista; dopo aver convocato a Roma “per consultazioni”, fin dalla notte del 28 ottobre, Mussolini, cioè il capo del tentato golpe; dopo aver aperto trattative al Quirinale con Cesare Maria De Vecchi, ovvero con uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Ecco, dopo aver preso queste decisioni al sovrano non restava altro da fare. Domenica sera 29 ottobre Mussolini partiva da Milano in vagone letto e nella serata di lunedì 30 il re accettava la sua lista di ministri. La mattina successiva il giuramento al Quirinale del primo governo Mussolini.

    Ogni anno ci sono cene più o meno intime per la ricorrenza del 28 Ottobre. I movimenti o i gruppi d'amici che intendono brindare in compagnia, pubblichino le varie iniziative dedicate all'evento.
    Sursum corda
    La Rivoluzione è una cosa seria, non è una congiura di palazzo e non è
    nemmeno un mutamento di ministeri o l'ascesa di un partito che soppianti un altro partito.

  2. #2
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Non si placano le polemiche intorno al convegno sulla Marcia su Roma, in programma a Perugia sabato e domenica. Prendono posizione gli studenti di sinistra, c’è chi invita a boicottare l’hotel Brufani, mentre da destra si difende l’evento. E la vicenda si merita anche uno dei celebri splash dell’Huffington Post italiano.

    Boicotta il Brufani Dal versante antifascista, da un paio di giorni circola sul web l’invito a boicottare l’hotel Brufani, che ospiterà il convegno sulla Marcia su Roma. In un post su Facebook anche l’assessore regionale Vinti, in aperta polemica con gli organizzatori, si associa. «La direzione del Brufani Hotel di Perugia – scrive – evidentemente orgogliosa che l’albergo sia identificato come il luogo da cui partirono gli squadristi per soffocare le libertà dello Stato liberale ad inizio del secolo scorso, concede i propri locali per una adunata tutta politica al fine di celebrare uno degli atti simbolici che hanno dato il via alla dittatura fascista in Italia. Il “dio denaro” non può giustificare la complicità per questo lugubre evento. L’idea che sta prendendo piede è quella di lanciare una campagna di boicottaggio del Brufani. Un’idea a cui mi associo». Nei giorni scorsi Umbria24 ha intervistato il direttore del Brufani, che ha spiegato la posizione dell’hotel.

    Studenti antifascisti in piazza Un comunicato è stato mercoledì diramato da Anpi Studentesca Perugia, Altra Scuola – Rete degli Studenti Medi Perugia e Sinistra Universitaria UdU Perugia, che scenderanno in piazza contro la commemorazione della Marcia su Roma, dietro cui, a loro dire, «si nasconde un nugolo di associazioni deliberatamente neofasciste e neonaziste che intendono commemorare e celebrare l’evento». Quindi vemerdì 26 alle 15 le associazione studentesche, con Anpi e Cgil, si recheranno in visita alle tombe dei partigiani della città di Perugia, al cimitero di Monteluce. Sabato e domeica alle 10 si svolgerà invece un «volantinaggio antifascista» in piazza IV novembre.

    Le posizioni «E’ straordinariamente vergognoso che la Città di Perugia e l’Hotel Brufani abbiano permesso lo svolgimento di questa iniziativa chiaramente volta a celebrare un evento simbolo del regime fascista», dichiara Tancredi Marini, presidente di Anpi Studentesca Perugia. Secondo Tiziano Scricciolo, coordinatore di Sinistra Universitaria – UdU «a noi cittadini sta dimostrare tutto lo sdegno e l’estraneità della città nei confronti di questa ridicola e triste commemorazione di stampo fascista». Mentre Costanza Spera, coordinatrice di Altra Scuola Perugia, invita tutti gli studenti affinché «si uniscano a noi per non lasciare che si spenga lo spirito fortemente antifascista che ha sempre contraddistinto la nostra città e la sua cittadinanza».

    Sereni alla Camera Prendendo la parola alla Camera Marina Sereni, Pd, ha chiesto al Presidente e ai rappresentanti del Governo «di farsi portavoce nei confronti del Ministero dell’interno di una situazione molto preoccupante ed incresciosa che si sta verificando a Perugia. Da qualche giorno sono affissi sui muri della città dei manifesti per un presunto convegno storico, che intende celebrare l’anniversario della marcia su Roma. È un fatto di una gravità inaudita, si associa ad altre iniziative di questo tipo, che sono state previste ed annunciate in altre parti del Paese».

    Girlanda: «Manca coraggio» Sull’altro versante il deputato Pdl, Rocco Girlanda. «Purtroppo – afferma – la sinistra nostrana, ed i suoi maggiori esponenti, denotano ancora un carattere culturale tipico del clima che si respirava nel Pci, dove regnava l’oscurantismo e l’ortodossia della stessa ricerca storica, tale da impedirgli qualsiasi processo di storicizzazione di eventi ormai passati da decenni e di praticare quegli ideali di tolleranza, libertà e diritto di parola per cui gli stessi partigiani si sono battuti». Secondo Girlanda «anche in Umbria bisogna avere il coraggio e la serenità di parlare di storia: si tratti del fascismo come del comunismo, di Mussolini come di Stalin, Lenin, Mao Tse Tung, Pol Pot ed i tanti altri dittatori comunisti che hanno insanguinato le pagine della storia contemporanea e sui quali gli eredi di questa idea politica non hanno ancora fatto bene i conti. Perugia è stata la città da dove è partita la marcia su Roma e la cultura politica e civica del suo tessuto sociale mi fa ritenere inverosimile improbabili commemorazioni nostalgiche o sterili riproposizioni. Piuttosto – conclude Girlanda – questo genere di iniziative, se fatte con spirito di ricerca e approfondimento della storia, ampliano il fronte del dibattito e della ricerca, proprio come accadrà il 30 ed il 31 ottobre, con un’analoga iniziativa organizzata dall’Università di Perugia in collaborazione con l’Isuc».

    La Destra: nessuna dietrologia «Non leggiamo nessuna dietrologia o apologia del Fascismo dietro il convegno organizzato per la celebrazione del 90° anno della marcia su Roma». ;Lo afferma il segretario regionale de La Destra dell’Umbria, Stefania Verruso. «Perugia – aggiunge – è stata la città da cui la stessa marcia è partita e non può suscitare scandalo la riproposizione storico culturale di fatti realmente accaduti. La polemica dei vertici istituzionali umbri e perugini volta all’annullamento del convegno, arrivata persino sul tavolo del Ministero, ha del paradossale, tuttavia serve a dimostrare quanto poco di democratico sia rimasto invece nella nostra regione».

    L'anpi studentesca mi mancava
    La Rivoluzione è una cosa seria, non è una congiura di palazzo e non è
    nemmeno un mutamento di ministeri o l'ascesa di un partito che soppianti un altro partito.

  3. #3
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Anpi Studentesca? Ma che stracazzo è?
    Ogni sentimento nobile deve celarsi.
    Per non infastidire il democratico.


    soleacciaio.org

  4. #4
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Citazione Originariamente Scritto da Balù Visualizza Messaggio
    Il giorno della marcia su Roma. Ora per ora
    La manifestazione organizzata il 24 a Napoli dal Partito nazionale fascista è stata vista da molti come la prova generale di una insurrezione che le camicie nere sarebbero pronte a far scattare da un momento all’altro. Ieri le voci di questa mobilitazione eversiva si sono fatte più insistenti, tanto che il re Vittorio Emanuele III è tornato precipitosamente a Roma e in serata si è incontrato con il presidente del Consiglio Luigi Facta per fare il punto della situazione. Dopo la riunione, intorno alle 22, il premier è tornato in albergo e si è messo a dormire ritenendo evidentemente che non vi fosse alcuna immediata minaccia concreta nei confronti delle istituzioni.
    A mezzanotte l’allarme insurrezione
    Ore 0-1. Due sottosegretari del governo Facta vanno a svegliare il premier, che alloggia in un albergo nella zona dei ministeri di via Venti settembre, per lanciare l’allarme insurrezione: hanno appreso da due ras fascisti, incontrati casualmente in un ristorante del centro, che le camicie nere hanno iniziato da pochi minuti la marcia su Roma con l’obiettivo di conquistare i centri nevralgici del potere politico. A dirigere la rivolta, che ha il suo quartier generale a Perugia, è un quadrumvirato composto da Dino Grandi, Cesare Maria De Vecchi, Italo Balbo, Emilio De Bono. Mussolini è rimasto a Milano, segue le operazioni dal suo giornale, il “Popolo d’Italia”, in via Lovanio. Davanti all’ingresso del quotidiano sono state piazzate improvvisate barricate con enormi bobine di carta prelevate dalla tipografia.
    Prime occupazioni
    Ore 1-2. Luigi Facta va al ministero della Guerra, dove cominciano ad arrivare le prime notizie dell’insurrezione. In alcune città, come a Bologna e a Cremona, già dalla serata precedente vi sono stati scontri tra le camicie nere e le forze dell’ordine con alcuni morti e feriti. In altre città, per esempio a Perugia, gli insorti hanno occupato la prefettura e altri luoghi strategici (stazioni ferroviarie, uffici postali e telegrafici) senza incontrare resistenza alcuna. A Milano, Mussolini ordina a un manipolo di squadristi di portare messaggi minacciosi ai direttori di alcuni quotidiani: Corriere della sera, Avanti!, Secolo, Giustizia.
    Vittorio Emanuele sconcertato
    Ore 2-3. Il presidente del Consiglio va a riferire al re, che si trova nella residenza privata di Villa Savoia sulla via Salaria, della difficile crisi. Vittorio Emanuele appare sconcertato, fino a poche ore fa gli era stata delineata una situazione non così drammatica. Comunque, Facta annuncia che tra poco si riunirà il governo in seduta straordinaria e saranno adottati i provvedimenti necessari per stroncare la rivolta. Il re concorda.
    «Impedire con ogni mezzo l’ingresso a Roma»
    Ore 3-4. Il generale Emanuele Pugliese, comandante della piazza di Roma, riceve il mandato di impedire con ogni mezzo l’ingresso delle camicie nere nella capitale. Facta – che si trova ancora al ministero della Guerra – suggerisce al re di trasferirsi, per motivi di sicurezza, da villa Savoia al Quirinale. Il governo è convocato per le 5.30 al Viminale, dove ha sede la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno.
    Nottata con l’amante
    Ore 4-5. Facta è il primo a raggiungere il Viminale. Appena giunto vuole controllare i dispacci che giungono dalle province. Non portano buone notizie, e il premier sbotta: «È la rivolta e alla rivolta si resisterà». Intanto, alla spicciolata, cominciano ad arrivare i ministri. Uno (Arnaldo Dello Sbarba) non è stato rintracciato dai motociclisti che sono andati a chiamarli casa per casa: pare che stia trascorrendo la nottata con l’amante in un alberghetto segreto del centro.
    Partono tre telegrammi
    Ore 5-6. Prima di dare inizio alla riunione del governo, il presidente del Consiglio invia tre telegrammi, destinatari il democratico Giovanni Giolitti, il fascista Benito Mussolini, il popolare Filippo Meda. Il testo: «Sua maestà il re mi ha dato incarico di pregarti di venire subito a Roma desiderando conferire». Durante il consiglio dei ministri, il primo aiutante di campo del re, generale Arturo Cittadini – che ha chiesto di partecipare come osservatore – informa che se non sarà varato lo stato d’assedio il sovrano potrebbe decidere di lasciare l’Italia.
    Varato il decreto sullo stato d’assedio
    Ore 6-7. Il governo approva il decreto di stato d’assedio, che avrà efficacia a partire da mezzogiorno. Tutti i poteri passano dall’autorità civile a quella militare. Vietata la circolazione delle autovetture e dei tram, proibite le riunioni pubbliche con più di cinque persone, annullati tutti gli spettacoli. Uno dei ministri, Giovanni Amendola, commenta: «I fascisti non passeranno, questi scalzacani saranno messi a posto».
    Le guardie verso la sede del Popolo d’Italia
    Ore 7-8. Gli attacchini cominciano ad affiggere i manifesti che annunciano lo stato d’assedio. Dal Viminale partono i telegrammi, diretti ai prefetti e ai comandi militari, che ordinano l’uso di «tutti i mezzi eccezionali per mantenimento ordine pubblico» e l’«arresto immediato senza eccezione capi e promotori moto insurrezionale contro poteri Stato». A Milano tre autoblindate e un battaglione di guardie regie stanno avanzando verso la sede del Popolo d’Italia.
    Bloccati i treni delle camicie nere
    Ore 8-9. Due colonne di fascisti che tentavano di raggiungere la capitale in treno dalla Toscana sulle linee Pisa-Civitavecchia-Roma e Firenze-Orte-Roma sono bloccate a Civitavecchia e a Orte: in prossimità di queste due stazioni l’esercito ha sabotato le linee ferroviarie e i convogli non possono più procedere oltre. A Milano, Mussolini scende in strada imbracciando un fucile per parlamentare con l’ufficiale che sta per ordinare l’attacco contro il Popolo d’Italia. Viene raggiunto un compromesso: le camicie nere che presidiavano la zona intorno al giornale si ritirano all’interno del palazzo; i soldati arretrano e per il momento non attaccano. A Roma, il ministro che ha trascorso la nottata con l’amante scopre dai manifesti affissi lungo le strade che nel frattempo il governo si è riunito e ha varato lo stato d’assedio. Si precipita al Viminale, chiede e ottiene di poter firmare il verbale della seduta come se fosse stato presente. A Perugia giunge una telefonata dal Quirinale: il re vuole che uno dei quadrumviri, Cesare Maria De Vecchi, vada immediatamente a Roma «per consultazioni».
    Perugia circondata dall’esercito
    Ore 9-10. Perugia è assediata dall’esercito e le camice nere sembrano ormai in trappola. A Roma le guardie regie occupano la sede del Partito fascista in via degli Avignonesi. Il premier Facta si trova al Quirinale. È a colloquio con il re, gli sta sottoponendo per la firma il decreto sullo stato d’assedio approvato dal governo.
    Stato d’assedio, il re fa retromarcia
    Ore 10-11. Il re si rifiuta di firmare il decreto sullo stato d’assedio. Il colloquio con Facta non è tra i più sereni. Il premier obietta che fino a poche ore fa si era d’accordo nel reprimere la rivolta con tutti i mezzi, e comunque osserva che ormai gli ordini sono stati impartiti e addirittura sono già stati affissi i manifesti. Vittorio Emanuele non recede, dice che vuole evitare la guerra civile e lamenta che l’operatività del decreto sarebbe dovuta scattare dopo la sua eventuale firma, e non prima. Resta da capire il perché del voltafaccia. Sembra che abbiano molto pesato le parole del generale Armando Diaz, che interpellato dal re sul comportamento dell’esercito di fronte all’ordine d’attaccare i fascisti avrebbe risposto: «Maestà, l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». Facta torna precipitosamente al Viminale e dispone il contrordine da trasmettere a tutte le province del regno: «Avvertesi che disposizioni odierno telegramma n. 28859 circa stato assedio non debbono avere corso».
    Le dimissioni irrevocabili di Facta
    Ore 11-12. Il premier Facta fa ritorno al Quirinale e presenta le dimissioni irrevocabili sue e dell’intero governo nelle mani del re. Il leader nazionalista Luigi Federzoni telefona al prefetto di Milano per chiedergli di far sapere a Mussolini che il sovrano lo vorrebbe a Roma al più presto. Tra poco cominceranno le consultazioni per la designazione del nuovo presidente del Consiglio.
    Mussolini non accetta compromessi
    Ore 12-13. Mussolini è sollecitato da più parti a dichiararsi disponibile a entrare in un governo di coalizione e a fermare l’insurrezione. Ma, prima in un colloquio con il nazionalista Alfredo Rocco, e subito dopo davanti a una delegazione di industriali, il leader fascista dichiara che non accetterà alcun compromesso.
    Il Corriere domani non uscirà
    Ore 13-14. Il re inizia le consultazioni. Il primo a varcare il portone del Quirinale è il presidente della Camera, Enrico De Nicola, che propone Giovanni Giolitti alla guida del nuovo esecutivo. Il sovrano non sembra propenso a far sua tale candidatura. A Milano, il direttore del “Corriere della sera”, Luigi Albertini, in seguito alle minacce fasciste decide di non far uscire il giornale di domani.
    Una delegazione fascista al governo?
    Ore 14-15. Cesare Maria De Vecchi, prima di recarsi al Quirinale, concorda con Dino Grandi e Costanzo Ciano la strategia politica da adottare per le prossime ore. I tre ras fascisti ritengono che se una loro delegazione capeggiata da Mussolini riuscisse a entrare in un governo di coalizione, sarebbe un grande successo. Al Quirinale, intanto, Vittorio Emanuele riceve il democratico Francesco Cocco Ortu (che propone Giolitti) e il leader della destra Antonio Salandra.
    Giolitti vorrebbe parlare col re
    Ore 15-16. Giovanni Giolitti, che si trova in Piemonte, vorrebbe mettersi in viaggio verso Roma per partecipare alle consultazioni. Dal Viminale gli fanno sapere che le linee ferroviarie sono interrotte e che sarebbe meglio non partire. Frenetiche telefonate dalla prefettura di Milano verso Roma: dicono che Mussolini ha urgente bisogno di parlare con De Vecchi prima di prendere qualsiasi decisione.
    Vittorio Emanuele punta su Salandra
    Ore 16-17. Il re, al Quirinale, è a colloquio con De Vecchi. Vuole sapere se i fascisti sono disposti a entrare in un governo presieduto da Salandra. Il quadrumviro si dichiara favorevolissimo, ma dice che prima di impegnare il partito deve parlare con Mussolini e ottenere il suo assenso. Uscito dal Quirinale, De Vecchi cerca inutilmente di mettersi in contatto con Mussolini: perciò non può ancora tornare da Vittorio Emanuele con una risposta affermativa o negativa. [Antonio Di Pierro]
    Mussolini non va a Roma senza incarico
    Ore 17-18. Il generale Cittadini, dal Quirinale, riesce a parlare al telefono con Mussolini che in quel momento si trova nella prefettura di Milano. Il primo aiutante di campo del re legge al leader fascista un messaggio di De Vecchi che lo invita ad andare urgentemente a Roma. Mussolini risponde che non si muoverà da Milano fino a quando non avrà ricevuto l’incarico di formare governo. La situazione per centinaia di camice nere accampate da questa mattina a Civitavecchia e a Orte, sotto la pioggia, senza acqua e senza viveri, sta diventando drammatica. Alcuni camion dell’esercito vanno a portar loro generi alimentari e acqua potabile.
    A Salandra l’incarico di formare il governo
    Ore 18-19. Il re decide di giocare le sue carte allo scoperto, convoca Antonio Salandra e gli affida l’incarico di formare il governo. Il leader della destra accetta con riserva, dichiarando che andrà avanti solo se otterrà la disponibilità di Mussolini a entrare nel nuovo esecutivo. Manifestazione di solidarietà con il re, davanti al Quirinale, di fascisti e nazionalisti.
    Mussolini accetterà un altro primo ministro?
    Ore 19-20. Facta va a casa di Salandra per informarlo di aver appena ricevuto da Milano la notizia che Mussolini esclude «qualunque combinazione» e chiede che sia affidato a lui l’incarico di formare il governo. Pochi minuti dopo aver congedato Facta, in casa Salandra si presentano De Vecchi, Grandi e Ciano: dicono di non essere ancora riusciti a parlare con Mussolini e quindi di non essere in grado di dire se il loro capo accetterà di entrare in una compagine ministeriale guidata da altri.
    Nemmeno un fascista finora è entrato a Roma
    Ore 20-21. Ancora un blocco ferroviario, dopo quelli della mattinata a Civitavecchia e a Orte. Stavolta i militari hanno divelto i binari in prossimità della stazione di Avezzano, fermando l’avanzata verso la capitale di circa 2.400 camicie nere. Italo Balbo giunge segretamente a Roma per fare il punto sulla marcia delle camicie nere. Il bilancio è pessimo. Nemmeno un fascista è riuscito finora a entrare nella capitale.
    Mussolini non risponde al re
    Ore 21-22. Vittorio Emanuele ordina al generale Cittadini di inviare a Mussolini il seguente telegramma: «Sua maestà il re mi incarica di pregarla di recarsi a Roma desiderando conferire con lei». Il leader fascista, che si trova nel suo ufficio al Popolo d’Italia, non risponde all’invito del re.
    L’assalto alla caserma dei bersaglieri
    Ore 22-23. A Milano un gruppo di camicie nere assalta una caserma dei bersaglieri. Un militare riesce a lanciare l’allarme e poco dopo la zona è circondata dall’esercito. Per evitare lo scontro interviene personalmente Mussolini che persuade i suoi a tornare nelle loro sedi. A Roma l’ordine di impedire l’ingresso dei fascisti nella capitale con ogni mezzo è abrogato. È il generale Edoardo Ravazza, comandante del corpo d’armata, tornato improvvisamente dalle ferie, a diramare le nuove disposizioni.
    Mussolini: «Il governo dev’essere fascista»
    Ore 23-24. A Roma, sei esponenti del fascismo nazionale (tra cui De Vecchi, Ciano, Grandi) sono riuniti in una stanza della redazione romana del “Resto del Carlino” per discutere sul che fare. Al termine di questa giornata tesissima i risultati tangibili sono molto scarsi, almeno in apparenza, per le camicie nere. Si trovano dunque tutti d’accordo nella decisione di chiedere a Mussolini di accettare la proposta Salandra, cioè entrare in un governo guidato dal leader della destra. Qualcuno dei sei, ora, dovrà cercare un telefono e dare a Mussolini la notizia della deliberazione adottata. Lui, Mussolini, sta intanto buttando giù l’editoriale per la prima pagina del “Popolo d’Italia” che sarà nelle edicole domani mattina. Scrive tra l’altro: «Per arrivare a una transazione Salandra, non valeva la pena mobilitare. Il governo dev’essere nettamente fascista».
    Partita chiusa in 48 ore


    • Due giorni dopo, lunedì 30 ottobre, Mussolini è a Roma per ricevere dalle mani del re l’incarico di formare il nuovo governo che presenterà nella stessa giornata. Per raggiungere questo risultato, al leader del partito fascista non è stato necessario vincere nessuna battaglia insurrezionale. La partita è stata tutta politica. Quando domenica 29 ottobre Salandra, preso atto che Mussolini non accettava di entrare in un esecutivo presieduto da altri, rinunciava all’incarico, Vittorio Emanuele si è trovato in un vicolo cieco. Un percorso obbligato che il re ha costruito con le sue stesse mani. Come? Dopo aver rifiutato la firma sul decreto di stato d’assedio varato dal governo Facta che avrebbe potuto stroncare la minacciata insurrezione fascista; dopo aver convocato a Roma “per consultazioni”, fin dalla notte del 28 ottobre, Mussolini, cioè il capo del tentato golpe; dopo aver aperto trattative al Quirinale con Cesare Maria De Vecchi, ovvero con uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Ecco, dopo aver preso queste decisioni al sovrano non restava altro da fare. Domenica sera 29 ottobre Mussolini partiva da Milano in vagone letto e nella serata di lunedì 30 il re accettava la sua lista di ministri. La mattina successiva il giuramento al Quirinale del primo governo Mussolini.

    Ogni anno ci sono cene più o meno intime per la ricorrenza del 28 Ottobre. I movimenti o i gruppi d'amici che intendono brindare in compagnia, pubblichino le varie iniziative dedicate all'evento.
    Sursum corda
    Il Duce, ovvero il più grande Italiano del 900
    Venne Costanzo a intervistarmi per il Corriere della sera. Dopo due ore di conversazione mi chiese: lei cosa voleva fare da piccolo. E io: il burattinaio. Meglio fare il burattinaio che il burattino, non le pare?

  5. #5
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    Predefinito Re: 90 anni !

    [QUOTE=Hatamoto;3570465]Anpi Studentesca? Ma che stracazzo è?[/QUOTE
    Credono nella reincarnazione
    La Rivoluzione è una cosa seria, non è una congiura di palazzo e non è
    nemmeno un mutamento di ministeri o l'ascesa di un partito che soppianti un altro partito.

  6. #6
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Marciare non marcire :gluglu:

  7. #7
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Buone cene a tutti. E gran rutto in faccia all'anpi
    La Rivoluzione è una cosa seria, non è una congiura di palazzo e non è
    nemmeno un mutamento di ministeri o l'ascesa di un partito che soppianti un altro partito.

  8. #8
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Citazione Originariamente Scritto da martesanaidentitaria Visualizza Messaggio
    Marciare non marcire :gluglu:
    Sparare non sparire.
    Spaghetti e pistole

  9. #9
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Discorso di insediamento di Benito Mussolini a Presidente del Consiglio
    Discorso di insediamento di Benito Mussolini a Presidente del Consiglio
    16 novembre 1922



    Atti Parlamentari
    Camera dei Deputati

    Prima sessione – Discussioni – Tornata del 16 novembre 1922
    Presidenza del Presidente De Nicola

    La seduta comincia alle ore 15.00

    (Quando il Presidente sale al suo seggio è salutato da vivissimi e prolungati applausi Nuovi e prolungati applausi accolgono l'ingresso dell'onorevole presidente del Consiglio seguito dagli altri ministri).

    ROSSINI. Viva il Duca della Vittoria (Vivissimi prolungati applausi).

    CAPPELLERI, segretario, legge il processo verbale della seduta precedente. approvato.
    (E’ approvato)

    Congedi.

    PRESIDENTE.
    Hanno chiesto un congedo, per motivi di famiglia, gli onorevoli:
    Corneli, di giorni 60;
    Cutrufelli, di 8;
    Alessio, di 15:
    Brusasca, di 7;
    per motivi di salute, gli onorevoli:
    Lofaro, di giorni 90;
    Sandulli, di 8;
    Sensi, di 3;
    Nobili di 5;
    per ufficio pubblico, l'onorevole Ferrari Adolfo, di giorni 10.

    (Sono conceduti).

    Comunicazioni dei Governo.

    PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le comunicazioni del Governo.
    Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente del Consiglio.

    MUSSOLINI, presidente del Consiglio dei ministri, ministro dell'interno, e ad interím degli affari esteri.

    Mi onoro di annunziare alla Camera che Sua Maestà il Re, con decreto 31 scorso ottobre, ha accettato le dimissioni rassegnate dall'onorevole avvocato Luigi Facta, deputato al Parlamento, dalla carica di presidente del Consiglio dei ministri e quelle dei suoi colleghi ministri segretari di Stato, nonché quelle dei sottosegretari di Stato, e mi ha dato incarico di comporre il nuovo Ministero.
    Con decreti di pari data, la Maestà Sua mi ha nominato presidente del Consiglio dei ministri e ministro segretario di Stato per l'interno con l'incarico di reggere per interim il Ministero degli affari esteri, ed ha nominato ministri segretari di Stato
    per le colonie, l'onorevole dottor Luigi Federzoni, deputato al Parlamento;
    per la giustizia e gli affari di culto, l'onorevole Aldo Oviglio, deputato al Parlamento;
    per le finanze, l'onorevole professor Alberto De Stefani, deputato al Parlamento;
    per il tesoro, l'onorevole professor Vìncenzo Tangorra, deputato al Parlamento;
    per la guerra, 1'onorevole generale duca Armando Diaz, senatore del Regno;
    per la marina, l'onorevole ammiraglio Paolo Thaon di Revel, senatore del Regno;
    per l'istruzione pubblica, l'onorevole professor Giovanni Gentile, senatore del Regno;
    per i lavori pubblici, l'onorevole avvocato professor Gabriello Carnazza, deputato al Parlamento;
    per l'agricoltura, l'onorevole nobile avvocato Giuseppe De Capitani d'Arzago, deputato al Parlamento;
    per l'industria e il commercio, l'onorevole conte avvocato Teofilo Rossi, senatore del Regno;
    per il lavoro e la previdenza sociale, l'onorevole Stefano Cavazzoni, deputato al Parlamento;
    per le poste e i telegrafi, l'onorevole duca dottor Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, deputato al Parlamento.
    per le terre liberate dal nemico, l'onorevole avvocato Giovanni Giuriati, deputato al Parlamento.

    Con decreti dello stesso giorno, Sua Maestà il Re ha nominato sottosegretari di Stato:

    per la presidenza del Consiglio dei ministri l’onorevole professor Giacomo Acerbo, deputato al Parlamento;
    per gli affari esteri, l'onorevole avvocato Ernesto Vassallo, deputato al Parlamento;
    per le colonie, l'onorevole Giovanni Marchi, deputato al Parlamento;
    per l'interno, l'onorevole Aldo Finzi, deputato al Parlamento
    per la giustizia e gli affari di culto, l'onorevole avvocato Fulvio Milani, deputato al Parlamento;
    per le finanze, l'onorevole avvocato Pietro Liscia, deputato al Parlamento;
    per il tesoro, l'onorevole avvocato Alfredo Rocco, deputato al Parlamento;
    per l'assistenza militare e le pensioni di guerra, l'onorevole professor Cesare Maria Devecchi, deputato al Parlamento;
    per la guerra, l'onorevole avvocato Carlo Bonardi, deputato al Parlamento;
    per la marina e marina mercantile, l'onorevole Costanzo Ciano, deputato al Parlamento;
    per l'istruzione pubblica, l'onorevole avvocato Dario Lupi, deputato al Parlamento;
    per le antichità e belle arti, l'onorevole dottor Luigi Siciliani, deputato al Parlamento;
    per i lavori pubblici, l'onorevole avvocato Alessandro Sardi, deputato al Parlamento;
    per l'agricoltura, l'onorevole dottor ragioniere Ottavio Corgini, deputato al Parlamento;
    per l'industria e commercio, l'onorevole professor dottor Giovanni Gronchi, deputato al Parlamento;
    per il lavoro e la previdenza sociale, l'onorevole Silvio Gay, deputato al Parlamento;
    per le poste e i telegrafi, l'onorevole Michele Terzaghi, deputato al Parlamento;
    per le terre liberate, l'onorevole avvocato Umberto Merlin, deputato al Parlamento.

    Con decreti, poi, del 10 corrente, Sua Maestà il Re ha accettato le dimissioni rassegnate dall'onorevole Michele Terzaghi, dalla carica di sottosegretario di Stato per le poste e telegrafi, ed ha nominato, in sua vece, l'onorevole avvocato Giuseppe Caradonna, deputato al Parlamento.

    Signori, (segni di vivissima attenzione) quello che io compio oggi, in. questa Aula, è un atto, di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza.
    Da molti, anzi, da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla Camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata come un assalto ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale.

    Ora è accaduto per la seconda volta, nel breve volgere di un decennio, che il popolo italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e si è dato un Governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento.

    Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922.

    Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo, il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti.
    Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle « camicie nere», inserendola intimamente come forza. di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella, storia della Nazione. (Vivi applausi a destra).

    Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non vi abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. (Approvazioni a destra).
    Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli... . (Vivi applausi a destra - Rumori - Commenti).

    MODIGLIANI. Viva il Parlamento! Viva il Parlamento! (Rumori e apostrofi da destra - Applausi all'estrema sinistra).

    MUSSOLINI. …potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.

    Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente usciti, ed hanno ottenuto la libera circolazione: del che approfittano già per risputare veleno e tendere agguati come a Carate e Bergamo, a Udine e a Muggia.

    Ho costituito un Governo di coalizione e non già coll'intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno (Applausi all'estrema destra e all'estrema sinistra - Commenti), ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare.

    Ringrazio, dal profondo del cuore i miei collaboratori, ministri e sottosegretari; ringrazio i miei colleghi dì Governo, che hanno voluto assumere con me le pesanti responsabilità di questa ora: e non posso non ricordare con simpatia l'atteggiamento delle masse, lavoratrici italiane che hanno confortato il moto fascista colla loro attiva o passiva solidarietà.

    Credo anche di interpretare il pensiero di gran parte di questa Assemblea e certamente della maggioranza del popolo italiano, tributando un caldo omaggio al Sovrano, il quale si è rifiutato ai tentativi inutilmente reazionari dell'ultima ora, ha evitato la guerra civile e permesso di immettere nelle stracche arterie dello Stato parlamentare la nuova impetuosa corrente fascista uscita dalla guerra ed esaltata dalla vittoria. (Grida di “Viva il Re!” - I ministri e moltissimi deputati sorgono in piedi e applaudono vivamente e lungamente).

    Prima di giungere a questo posto da ogni parte ci chiedevano un programma. Non sono, ahimè, i programmi che difettano in Italia: sibbene gli uomini e la volontà di applicare i programmi. Tutti i problemi della vita Italiana, tutti dico, sono già stati risolti sulla carta: ma è mancata la volontà di tradurli nei fatti. Il Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa volontà.
    La politica estera è quella che, specie in questo momento, più particolarmente ci occupa e preoccupa.
    Ne parlo subito, perché credo con quello che dirò, di dissipare molte apprensioni. Non tratterò tutti gli argomenti, perché anche in questo campo, preferisco l'azione alle parole.
    Gli orientamenti fondamentali della nostra politica estera, sono i seguenti: i trattati di pace buoni o cattivi che siano, una volta che sono stati firmati e ratificati, vanno eseguiti. Uno Stato che si rispetti non può avere altra dottrina. (Vive approvazioni).
    I trattati non sono eterni, non sono irreparabili: sono capitoli della storia, non epilogo della storia. Eseguirli significa provarli.

    Se attraverso la esecuzione si appalesa il loro assurdo, ciò può costituire il fatto nuovo che apre la possibilità di un ulteriore esame delle rispettive posizioni. Come il trattato di Rapallo, così gli accordi di Santa Margherita, che da quello derivano, vengono da me portati dinnanzi al Parlamento.
    Stabilito che, quando siano perfetti, cioè ratificati, i trattati debbono essere lealmente eseguiti, passo a stabilire un altro fondamento della nostra politica estera, cioè il ripudio di
    tutta la fumosa ideologia “ricostruzionista “.
    Noi ammettiamo che ci sia una specie di unità, o meglio, di interdipendenza della vita economica europea. Ammettiamo che si debba riedificare questa economia, ma escludiamo che i metodi sin qui adottati giovino allo scopo.
    Valgono più, ai fini della ricostruzione economica europea, i trattati di commercio a due, base delle più vaste relazioni economiche fra i popoli, che le macchinose e confuse conferenze plenarie, la cui lacrimevole istoria ognuno conosce. Per ciò che riguarda precisamente l'Italia noi intendiamo di seguire una politica di dignità e di utilità nazionale. (Vive approvazioni a destra)
    Non possiamo permetterei il lusso di una politica di altruismo insensato o di dedizione completa ai disegni altrui. Do ut des (Vive approvazioni).

    L'Italia di oggi conta, e deve adeguatamente, contare. Lo si incomincia a riconoscere anche oltre i confini. Non abbiamo il cattivo gusto di esagerare la nostra potenza, ma non vogliamo nemmeno per eccessiva ed inutile modestia diminuirla.
    La mia formula è semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia. (Approvazioni a destra).

    L'Italia fascista, come non intende stracciare i trattati, così per molte ragioni di ordine politico, economico e morale non intende abbandonare gli alleati di guerra.
    Roma sta in linea con Parigi e Londra ma l'Italia deve imporsi e deve porre a alleati quel coraggioso e severo esame di coscienza ch'essi non hanno affrontato dall'armistizio ad oggi. (Vive approvazioni).

    Esiste ancora una Intesa nel senso sostanziale della parola ? Quale è la posizione di questa Intesa, di fronte alla Germania, di fronte alla Russia, di fronte ad una alleanza russo-tedesca ? Qual'è la posizione dell'Italia nell'Intesa, dell'Italia che non soltanto per debolezze dei suoi Governi ha perduto forti posizioni nell'Adriatico e ne Mediterraneo, mentre si ripongono in discussione taluni dei suoi diritti fondamentali; dell'Italia che non ha avuto colonie ne materie prime ed è schiacciata, letteralmente, dai debiti fatti per raggiungere 1a vittoria comune ?

    Mi propongo, nei colloqui che avrò con i primi imi ministri di Francia e di Inghilterra dì affrontare con tutta chiarezza, nella sua complessità il problema dell'Intesa ed il problema conseguente della posizione dell'Italia in seno dell'Intesa. (Vivi applausi).
    Da questo esame due ipotesi scaturiranno: l'Intesa, sanando le sue angustie interne, sue contraddizioni, diventerà veramente un blocco omogeneo, equilibrato, egualitario di forze - con eguali diritti ed eguali doveri - oppure sarà suonata la sua ora e l'Italia, prendendo la sua libertà di azione, provvederà lealmente con altra politica alla tutela dei suoi interessi. (Vive approvazioni).
    Mi auguro che la prima eventualità si verifichi: anche in considerazione dei ribollire di tutto il mondo orientale e della crescente intimità russo-turco-tedesca.

    Ma perché ciò sia, è necessario uscire una, buona volta dal terreno delle frasi convenzionali: è tempo insomma di uscire dal semplice terreno dello spediente diplomatico che e si rinnova e si ripete ad ogni conferenza, per entrare in quello dei fatti storici, sul terreno cioè in cui è possibile determinare in senso o nell'altro un corso degli avvenimenti.
    Una politica estera come la nostra, una politica di utilità nazionale, una politica di rispetto ai trattati, una politica di equa chiarificazione della posizione dell'Italia nell’Intesa, non può essere gabellata come una politica avventurosa o imperialista nel senso volgare della parola.

    Noi vogliamo seguire una politica di pace: non però una politica di suicidio.
    A confondere i pessimisti, i quali attendevano risultati catastrofici dall'avvento del Fascismo al potere, basterà ricordare che i nostri rapporti sono assolutamente amichevoli con la Svizzera ed un trattato di commercio che sta in cantiere, gioverà quando sarà ultimato a fortificarli; corretti con la Jugoslavia e con la Grecia, buoni con la Spagna, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Rumenia, con
    tutti gli Stati baltici, dove l'Italia ha guadagnato in questi ultimi tempi grandissime simpatie e coi quali stiamo trattando per addivenire ad accordi commerciali; ed egualmente buoni con tutti gli altri Stati.
    Per quello che riguarda l'Austria, l'Italia manterrà fede ai suoi impegni e non trascurerà di spiegare azione di ordine economico anche rei confronti dell'Ungheria e della Bulgaria.
    Riteniamo che per quanto riguarda la Turchia si debba a Losanna riconoscere quelle che è ormai un fatto compiuto, con le necessarie garanzie per il traffico negli Stretti, per gli interessi europei e per quelli delle minoranze cristiane.
    La situazione che si è determinata nei Balcani e nell'Islam va attentamente vigilata. Quando la Turchia abbia avuto quel che le spetta, non deve pretendere altro.
    Ad un dato momento bisogna avere il coraggio di dire alla Turchia: “siti qui ma non oltre”.
    A nessun costo.
    Solo con un fermo linguaggio, tanto più fermo quanto più leale sarà stata la condotta degli alleati, si può evitare il pericolo di complicazioni balcaniche e quindi necessariamente europee.
    Non dimentichiamo che ci sono 44 mila mussulmani in Rumenia, 600 mila in Bulgaria, 400 mila in Albania, un milione e mezzo nella Jugoslavia: un mondo che la vittoria della Mezzaluna ha. esaltato, almeno sotterraneamente.
    Per quanto riguarda la Russia, l'Italia ritiene che sia giunta ormai l'ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle sue condizioni interne, nelle quali come Governo non vogliamo entrare, come non ammettiamo interventi estranei nelle cose nostre, e siamo quindi disposti ad esaminare la possibilità di una soluzione definitiva. Circa la partecipazione della Russia a Losanna, l'Italia ha sostenuto la tesi più liberale e non dispera di farla trionfare, quantunque fino ad oggi la Russia sia stata invitata per discutere limitatamente alla questione degli Stretti.

    I nostri rapporti con gli Stati Uniti, sono, ottimi e sarà mia cura di perfezionarli sopratutto nel campo di una desiderabile intima collaborazione d'ordine economico.

    Col Canada sta per essere firmato un Trattato di commercio. Cordiali sono i nostri rapporti con le Repubbliche del Centro e Sud America e specialmente col Brasile e coll'Argentina, dove vivono milioni d'italiani, ai quali non devono essere negate, le possibilità di partecipare alla vita locale, il che valorizzandoli non li allontanerà, ma li legherà più vivamente alla Madre Patria.

    Quanto al problema economico finanziario l'Italia sosterrà nel prossimo convegno di Bruxelles che debiti e riparazioni formano un binomio inscindibile. Per questa politica di dignità e di utilità nazionale occorrono alla Consulta organi centrali e periferici adeguati alle nuove necessità della coscienza nazionale e all'accresciuto prestigio dell'Italia nel mondo.

    Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole: economie, lavoro disciplina, Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare colla maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale. Regime della lesina: utilizzazione intelligente delle spese: aiuto a tutte le forze produttive della Nazione: fine di tutte le residuali bardature di guerra (Vive approvazioni).

    Sulla situazione finanziaria, che pure essendo grave, è suscettibile di rapido miglioramento, vi riferirà ampiamente il mio collega Tangorra in sede di richiesta dell'esercizio provvisorio.
    Chi dice lavoro, dice borghésia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che, si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione. (Vivi applausi).

    Il proletariato che lavora. e della cui sorte ci preoccupiamo, ma senza colpevoli, demagogiche indulgenze, non ha nulla da temere e nulla da perdere, ma certamente tutto da guadagnare da una politica finanziaria che salvi il bilancio dello Stato ed eviti quella bancarotta che si farebbe sentire in disastroso modo specialmente sulle classi più umili della popolazione.
    La nostra politica emigratoria deve svincolarsi da un eccessivo paternalismo, ma il cittadino italiano che emigra sappia che sarà saldamente tutelato dai rappresentati della Nazione all'estero.
    L'aumento del prestigio di una nazione nel mondo, è proporzionato alla disciplina di cui dà prova all'interno. Non vi è dubbio che la situazione all'interno è migliorata, ma, non ancora come vorrei.
    Non intendo cullarmi nei facili ottimismi. Non amo Pangloss.

    Le grandi città ed in genere tutte le città sono tranquille: gli episodi di violenza sono sporadici e periferici, ma dovranno finire.
    I cittadini, a qualunque partito siano iscritti, potranno circolare: tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante che è il cattolicesimo: le libertà statutarie non saranno vulnerate: la legge sarà fatta rispettare a qualunque costo.

    Lo Stato è forte e di mostrerà la sua f orza contro tutti, anche contro l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe, più alcuna giustificazione. (Vivi applausi – Commenti).

    Debbo però aggiungere che la quasi totalità dei fascisti ha aderito perfettamente al nuovo ordine di cose. Lo Stato non intende abdicare davanti a chicchessia.
    Chiunque si erga contro lo Stato sarà punito. Questo esplicito richiamo va a tutti i cittadini ed io so che deve suonare particolarmente gradito alle orecchie dei fascisti, i quali hanno lottato e vinto per avere uno Stato che si imponga a tutti, dico a tutti, colla necessaria inesorabile energia.

    Non bisogna dimenticare che al di fuori delle minoranze che fanno della politica militante, ci sono quaranta milioni di ottimi italiani i quali lavorano, si riproducono, perpetuano gli strati profondi della razza, chiedono ed hanno il diritto di non essere gettati nel disordine, cronico, preludio sicuro della generale rovina. (Vivissimi generali, prolungati applausi).

    Poiché i sermoni - evidentemente - non bastano, lo Stato provvederà a selezionare e a perfezionare le forze armate che lo presidiano: lo Stato fascista costituirà forse una polizia unica, perfettamente attrezzata, di grande mobilità e di elevato spirito morale: mentre l'esercito e marina - gloriosissimi e cari ad ogni italiano - sottratti alle mutazioni della politica parlamentare, riorganizzati e potenziati, rappresenteranno la riserva suprema della Nazione all'interno ed all'estero. (Vivissimi applausi - Grida di: Viva l'Esercito ! - I ministri. e i deputati della destra, del centro e di sinistra sorgono in piedi e applaudono vivamente e lungamente).

    Signori ! Da ulteriori comunicazioni apprenderete il programma fascista, nei suoi dettagli e per ogni singolo dicastero. Io non voglio fin che mi sarà possibile, governare contro la Camera: ma la Camera deve sentire la sua particolare posizione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni. (Ilarità Applausi a destra e all’estrema sinistra - Commenti).

    Chiediamo i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità. Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira - dico una lira - di economia. Con ciò non intendiamo escludere la possibilità di volenterose collaborazioni che accetteremo cordialmente, partano esse da deputati, da senatori o da singoli cittadini competenti. Abbiamo ognuno di noi il senso religioso del nostro difficile compito. Il paese ci conforta, ed attende.

    Non gli daremo ulteriori parole, ma fatti. Prendiamo impegno formale e solenne di risanare il bilancio e lo risaneremo. Vogliamo fare una politica estera di pace ma nel contempo di dignità e di fermezza: e la faremo. Ci siamo proposti di dare una disciplina alla Nazione e la daremo. Nessuno degli avversari di ieri, di oggi, di domani si illuda sulla brevità del nostro passaggio al potere. (Ilarità - Commenti - Applausi a destra).
    Illusione puerile e stolta come quelle di ieri. Il nostro Governo ha basi formidabili nella coscienza della Nazione ed è sostenuto dalle migliori, dalle più fresche generazioni italiane.

    Non v'è dubbio che in questi ultimi giorni un passo gigantesco verso la unificazione degli spiriti è stato compiuto. La Patria italiana si è ritrovata ancora una volta, dal nord al sud, dal continente alle isole generose che non saranno più dimenticate (Approvazioni), dalla metropoli alle colonie operose del Mediterraneo e dell'Atlantico. Non gettate, signori, altre chiacchiere vane alla Nazione. Cinquantadue inscritti a parlare sulle mie comunicazioni, sono troppi. (Ilarità - Commenti).

    Lavoriamo piuttosto con cuore puro e con mente alacre per assicurare la prosperità e la grandezza della Patria.
    Così Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica. (Vìvissimi applausi a destra e su altri banchi - Commenti prolungati - Molti deputati si recano a congratularsi con l'onorevole presidente del Consiglio).

    Archivio Storico: Discorso di insediamento di Benito Mussolini a Presidente del Consiglio
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  10. #10
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    Predefinito Re: 90 anni !

    Citazione Originariamente Scritto da Hatamoto Visualizza Messaggio
    Anpi Studentesca? Ma che stracazzo è?
    Giovani partigiani!
    L'arte di essere P.A.

 

 

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