
Originariamente Scritto da
Balù
Il giorno della marcia su Roma. Ora per ora
La manifestazione organizzata il 24 a Napoli dal Partito nazionale fascista è stata vista da molti come la prova generale di una insurrezione che le camicie nere sarebbero pronte a far scattare da un momento all’altro. Ieri le voci di questa mobilitazione eversiva si sono fatte più insistenti, tanto che il re Vittorio Emanuele III è tornato precipitosamente a Roma e in serata si è incontrato con il presidente del Consiglio Luigi Facta per fare il punto della situazione. Dopo la riunione, intorno alle 22, il premier è tornato in albergo e si è messo a dormire ritenendo evidentemente che non vi fosse alcuna immediata minaccia concreta nei confronti delle istituzioni.
A mezzanotte l’allarme insurrezione
Ore 0-1. Due sottosegretari del governo Facta vanno a svegliare il premier, che alloggia in un albergo nella zona dei ministeri di via Venti settembre, per lanciare l’allarme insurrezione: hanno appreso da due ras fascisti, incontrati casualmente in un ristorante del centro, che le camicie nere hanno iniziato da pochi minuti la marcia su Roma con l’obiettivo di conquistare i centri nevralgici del potere politico. A dirigere la rivolta, che ha il suo quartier generale a Perugia, è un quadrumvirato composto da Dino Grandi, Cesare Maria De Vecchi, Italo Balbo, Emilio De Bono. Mussolini è rimasto a Milano, segue le operazioni dal suo giornale, il “Popolo d’Italia”, in via Lovanio. Davanti all’ingresso del quotidiano sono state piazzate improvvisate barricate con enormi bobine di carta prelevate dalla tipografia.
Prime occupazioni
Ore 1-2. Luigi Facta va al ministero della Guerra, dove cominciano ad arrivare le prime notizie dell’insurrezione. In alcune città, come a Bologna e a Cremona, già dalla serata precedente vi sono stati scontri tra le camicie nere e le forze dell’ordine con alcuni morti e feriti. In altre città, per esempio a Perugia, gli insorti hanno occupato la prefettura e altri luoghi strategici (stazioni ferroviarie, uffici postali e telegrafici) senza incontrare resistenza alcuna. A Milano, Mussolini ordina a un manipolo di squadristi di portare messaggi minacciosi ai direttori di alcuni quotidiani: Corriere della sera, Avanti!, Secolo, Giustizia.
Vittorio Emanuele sconcertato
Ore 2-3. Il presidente del Consiglio va a riferire al re, che si trova nella residenza privata di Villa Savoia sulla via Salaria, della difficile crisi. Vittorio Emanuele appare sconcertato, fino a poche ore fa gli era stata delineata una situazione non così drammatica. Comunque, Facta annuncia che tra poco si riunirà il governo in seduta straordinaria e saranno adottati i provvedimenti necessari per stroncare la rivolta. Il re concorda.
«Impedire con ogni mezzo l’ingresso a Roma»
Ore 3-4. Il generale Emanuele Pugliese, comandante della piazza di Roma, riceve il mandato di impedire con ogni mezzo l’ingresso delle camicie nere nella capitale. Facta – che si trova ancora al ministero della Guerra – suggerisce al re di trasferirsi, per motivi di sicurezza, da villa Savoia al Quirinale. Il governo è convocato per le 5.30 al Viminale, dove ha sede la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno.
Nottata con l’amante
Ore 4-5. Facta è il primo a raggiungere il Viminale. Appena giunto vuole controllare i dispacci che giungono dalle province. Non portano buone notizie, e il premier sbotta: «È la rivolta e alla rivolta si resisterà». Intanto, alla spicciolata, cominciano ad arrivare i ministri. Uno (Arnaldo Dello Sbarba) non è stato rintracciato dai motociclisti che sono andati a chiamarli casa per casa: pare che stia trascorrendo la nottata con l’amante in un alberghetto segreto del centro.
Partono tre telegrammi
Ore 5-6. Prima di dare inizio alla riunione del governo, il presidente del Consiglio invia tre telegrammi, destinatari il democratico Giovanni Giolitti, il fascista Benito Mussolini, il popolare Filippo Meda. Il testo: «Sua maestà il re mi ha dato incarico di pregarti di venire subito a Roma desiderando conferire». Durante il consiglio dei ministri, il primo aiutante di campo del re, generale Arturo Cittadini – che ha chiesto di partecipare come osservatore – informa che se non sarà varato lo stato d’assedio il sovrano potrebbe decidere di lasciare l’Italia.
Varato il decreto sullo stato d’assedio
Ore 6-7. Il governo approva il decreto di stato d’assedio, che avrà efficacia a partire da mezzogiorno. Tutti i poteri passano dall’autorità civile a quella militare. Vietata la circolazione delle autovetture e dei tram, proibite le riunioni pubbliche con più di cinque persone, annullati tutti gli spettacoli. Uno dei ministri, Giovanni Amendola, commenta: «I fascisti non passeranno, questi scalzacani saranno messi a posto».
Le guardie verso la sede del Popolo d’Italia
Ore 7-8. Gli attacchini cominciano ad affiggere i manifesti che annunciano lo stato d’assedio. Dal Viminale partono i telegrammi, diretti ai prefetti e ai comandi militari, che ordinano l’uso di «tutti i mezzi eccezionali per mantenimento ordine pubblico» e l’«arresto immediato senza eccezione capi e promotori moto insurrezionale contro poteri Stato». A Milano tre autoblindate e un battaglione di guardie regie stanno avanzando verso la sede del Popolo d’Italia.
Bloccati i treni delle camicie nere
Ore 8-9. Due colonne di fascisti che tentavano di raggiungere la capitale in treno dalla Toscana sulle linee Pisa-Civitavecchia-Roma e Firenze-Orte-Roma sono bloccate a Civitavecchia e a Orte: in prossimità di queste due stazioni l’esercito ha sabotato le linee ferroviarie e i convogli non possono più procedere oltre. A Milano, Mussolini scende in strada imbracciando un fucile per parlamentare con l’ufficiale che sta per ordinare l’attacco contro il Popolo d’Italia. Viene raggiunto un compromesso: le camicie nere che presidiavano la zona intorno al giornale si ritirano all’interno del palazzo; i soldati arretrano e per il momento non attaccano. A Roma, il ministro che ha trascorso la nottata con l’amante scopre dai manifesti affissi lungo le strade che nel frattempo il governo si è riunito e ha varato lo stato d’assedio. Si precipita al Viminale, chiede e ottiene di poter firmare il verbale della seduta come se fosse stato presente. A Perugia giunge una telefonata dal Quirinale: il re vuole che uno dei quadrumviri, Cesare Maria De Vecchi, vada immediatamente a Roma «per consultazioni».
Perugia circondata dall’esercito
Ore 9-10. Perugia è assediata dall’esercito e le camice nere sembrano ormai in trappola. A Roma le guardie regie occupano la sede del Partito fascista in via degli Avignonesi. Il premier Facta si trova al Quirinale. È a colloquio con il re, gli sta sottoponendo per la firma il decreto sullo stato d’assedio approvato dal governo.
Stato d’assedio, il re fa retromarcia
Ore 10-11. Il re si rifiuta di firmare il decreto sullo stato d’assedio. Il colloquio con Facta non è tra i più sereni. Il premier obietta che fino a poche ore fa si era d’accordo nel reprimere la rivolta con tutti i mezzi, e comunque osserva che ormai gli ordini sono stati impartiti e addirittura sono già stati affissi i manifesti. Vittorio Emanuele non recede, dice che vuole evitare la guerra civile e lamenta che l’operatività del decreto sarebbe dovuta scattare dopo la sua eventuale firma, e non prima. Resta da capire il perché del voltafaccia. Sembra che abbiano molto pesato le parole del generale Armando Diaz, che interpellato dal re sul comportamento dell’esercito di fronte all’ordine d’attaccare i fascisti avrebbe risposto: «Maestà, l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova». Facta torna precipitosamente al Viminale e dispone il contrordine da trasmettere a tutte le province del regno: «Avvertesi che disposizioni odierno telegramma n. 28859 circa stato assedio non debbono avere corso».
Le dimissioni irrevocabili di Facta
Ore 11-12. Il premier Facta fa ritorno al Quirinale e presenta le dimissioni irrevocabili sue e dell’intero governo nelle mani del re. Il leader nazionalista Luigi Federzoni telefona al prefetto di Milano per chiedergli di far sapere a Mussolini che il sovrano lo vorrebbe a Roma al più presto. Tra poco cominceranno le consultazioni per la designazione del nuovo presidente del Consiglio.
Mussolini non accetta compromessi
Ore 12-13. Mussolini è sollecitato da più parti a dichiararsi disponibile a entrare in un governo di coalizione e a fermare l’insurrezione. Ma, prima in un colloquio con il nazionalista Alfredo Rocco, e subito dopo davanti a una delegazione di industriali, il leader fascista dichiara che non accetterà alcun compromesso.
Il Corriere domani non uscirà
Ore 13-14. Il re inizia le consultazioni. Il primo a varcare il portone del Quirinale è il presidente della Camera, Enrico De Nicola, che propone Giovanni Giolitti alla guida del nuovo esecutivo. Il sovrano non sembra propenso a far sua tale candidatura. A Milano, il direttore del “Corriere della sera”, Luigi Albertini, in seguito alle minacce fasciste decide di non far uscire il giornale di domani.
Una delegazione fascista al governo?
Ore 14-15. Cesare Maria De Vecchi, prima di recarsi al Quirinale, concorda con Dino Grandi e Costanzo Ciano la strategia politica da adottare per le prossime ore. I tre ras fascisti ritengono che se una loro delegazione capeggiata da Mussolini riuscisse a entrare in un governo di coalizione, sarebbe un grande successo. Al Quirinale, intanto, Vittorio Emanuele riceve il democratico Francesco Cocco Ortu (che propone Giolitti) e il leader della destra Antonio Salandra.
Giolitti vorrebbe parlare col re
Ore 15-16. Giovanni Giolitti, che si trova in Piemonte, vorrebbe mettersi in viaggio verso Roma per partecipare alle consultazioni. Dal Viminale gli fanno sapere che le linee ferroviarie sono interrotte e che sarebbe meglio non partire. Frenetiche telefonate dalla prefettura di Milano verso Roma: dicono che Mussolini ha urgente bisogno di parlare con De Vecchi prima di prendere qualsiasi decisione.
Vittorio Emanuele punta su Salandra
Ore 16-17. Il re, al Quirinale, è a colloquio con De Vecchi. Vuole sapere se i fascisti sono disposti a entrare in un governo presieduto da Salandra. Il quadrumviro si dichiara favorevolissimo, ma dice che prima di impegnare il partito deve parlare con Mussolini e ottenere il suo assenso. Uscito dal Quirinale, De Vecchi cerca inutilmente di mettersi in contatto con Mussolini: perciò non può ancora tornare da Vittorio Emanuele con una risposta affermativa o negativa. [Antonio Di Pierro]
Mussolini non va a Roma senza incarico
Ore 17-18. Il generale Cittadini, dal Quirinale, riesce a parlare al telefono con Mussolini che in quel momento si trova nella prefettura di Milano. Il primo aiutante di campo del re legge al leader fascista un messaggio di De Vecchi che lo invita ad andare urgentemente a Roma. Mussolini risponde che non si muoverà da Milano fino a quando non avrà ricevuto l’incarico di formare governo. La situazione per centinaia di camice nere accampate da questa mattina a Civitavecchia e a Orte, sotto la pioggia, senza acqua e senza viveri, sta diventando drammatica. Alcuni camion dell’esercito vanno a portar loro generi alimentari e acqua potabile.
A Salandra l’incarico di formare il governo
Ore 18-19. Il re decide di giocare le sue carte allo scoperto, convoca Antonio Salandra e gli affida l’incarico di formare il governo. Il leader della destra accetta con riserva, dichiarando che andrà avanti solo se otterrà la disponibilità di Mussolini a entrare nel nuovo esecutivo. Manifestazione di solidarietà con il re, davanti al Quirinale, di fascisti e nazionalisti.
Mussolini accetterà un altro primo ministro?
Ore 19-20. Facta va a casa di Salandra per informarlo di aver appena ricevuto da Milano la notizia che Mussolini esclude «qualunque combinazione» e chiede che sia affidato a lui l’incarico di formare il governo. Pochi minuti dopo aver congedato Facta, in casa Salandra si presentano De Vecchi, Grandi e Ciano: dicono di non essere ancora riusciti a parlare con Mussolini e quindi di non essere in grado di dire se il loro capo accetterà di entrare in una compagine ministeriale guidata da altri.
Nemmeno un fascista finora è entrato a Roma
Ore 20-21. Ancora un blocco ferroviario, dopo quelli della mattinata a Civitavecchia e a Orte. Stavolta i militari hanno divelto i binari in prossimità della stazione di Avezzano, fermando l’avanzata verso la capitale di circa 2.400 camicie nere. Italo Balbo giunge segretamente a Roma per fare il punto sulla marcia delle camicie nere. Il bilancio è pessimo. Nemmeno un fascista è riuscito finora a entrare nella capitale.
Mussolini non risponde al re
Ore 21-22. Vittorio Emanuele ordina al generale Cittadini di inviare a Mussolini il seguente telegramma: «Sua maestà il re mi incarica di pregarla di recarsi a Roma desiderando conferire con lei». Il leader fascista, che si trova nel suo ufficio al Popolo d’Italia, non risponde all’invito del re.
L’assalto alla caserma dei bersaglieri
Ore 22-23. A Milano un gruppo di camicie nere assalta una caserma dei bersaglieri. Un militare riesce a lanciare l’allarme e poco dopo la zona è circondata dall’esercito. Per evitare lo scontro interviene personalmente Mussolini che persuade i suoi a tornare nelle loro sedi. A Roma l’ordine di impedire l’ingresso dei fascisti nella capitale con ogni mezzo è abrogato. È il generale Edoardo Ravazza, comandante del corpo d’armata, tornato improvvisamente dalle ferie, a diramare le nuove disposizioni.
Mussolini: «Il governo dev’essere fascista»
Ore 23-24. A Roma, sei esponenti del fascismo nazionale (tra cui De Vecchi, Ciano, Grandi) sono riuniti in una stanza della redazione romana del “Resto del Carlino” per discutere sul che fare. Al termine di questa giornata tesissima i risultati tangibili sono molto scarsi, almeno in apparenza, per le camicie nere. Si trovano dunque tutti d’accordo nella decisione di chiedere a Mussolini di accettare la proposta Salandra, cioè entrare in un governo guidato dal leader della destra. Qualcuno dei sei, ora, dovrà cercare un telefono e dare a Mussolini la notizia della deliberazione adottata. Lui, Mussolini, sta intanto buttando giù l’editoriale per la prima pagina del “Popolo d’Italia” che sarà nelle edicole domani mattina. Scrive tra l’altro: «Per arrivare a una transazione Salandra, non valeva la pena mobilitare. Il governo dev’essere nettamente fascista».
Partita chiusa in 48 ore
• Due giorni dopo, lunedì 30 ottobre, Mussolini è a Roma per ricevere dalle mani del re l’incarico di formare il nuovo governo che presenterà nella stessa giornata. Per raggiungere questo risultato, al leader del partito fascista non è stato necessario vincere nessuna battaglia insurrezionale. La partita è stata tutta politica. Quando domenica 29 ottobre Salandra, preso atto che Mussolini non accettava di entrare in un esecutivo presieduto da altri, rinunciava all’incarico, Vittorio Emanuele si è trovato in un vicolo cieco. Un percorso obbligato che il re ha costruito con le sue stesse mani. Come? Dopo aver rifiutato la firma sul decreto di stato d’assedio varato dal governo Facta che avrebbe potuto stroncare la minacciata insurrezione fascista; dopo aver convocato a Roma “per consultazioni”, fin dalla notte del 28 ottobre, Mussolini, cioè il capo del tentato golpe; dopo aver aperto trattative al Quirinale con Cesare Maria De Vecchi, ovvero con uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Ecco, dopo aver preso queste decisioni al sovrano non restava altro da fare. Domenica sera 29 ottobre Mussolini partiva da Milano in vagone letto e nella serata di lunedì 30 il re accettava la sua lista di ministri. La mattina successiva il giuramento al Quirinale del primo governo Mussolini.
Ogni anno ci sono cene più o meno intime per la ricorrenza del 28 Ottobre. I movimenti o i gruppi d'amici che intendono brindare in compagnia, pubblichino le varie iniziative dedicate all'evento.
Sursum corda