La missione era quella di bombardare la zona industriale di Milano. Furono impiegati tre Bomb Group: 38 aerei B-24 del 461° group diretti sugli stabilimenti Isotta Fraschini, 29 aerei B-24 del 484° group per gli stabilimenti Alfa Romeo, 36 aerei B-24 del 451° per colpire gli stabilimenti della Breda; in totale 103 bombardieri quadrimotori ciascuno con 10 bombe da 220 Kg a bordo; in totale 226,6 tonnellate di bombe liberatrici.
(Si pone in rilievo che l’accordo, dietro pagamento 160 milioni mensili, con il CLNAI era specificatamente quello di proteggere le risorse economiche e industriali del Nord Italia! Ci si chiede, allora, come mai i partigiani non corsero, a gara, ad arruolarsi nella contraerea!) Gli aerei del 461° e del 484° group, in assenza di aerei da caccia e di contraerea, raggiunsero gli obiettivi senza difficoltà. Un certo numero di bombe caddero fuori bersaglio colpendo alcuni palazzi in zona Fiera con molti morti tra la popolazione. Gli aerei del 451°, raggiunto l’I.P. (l’initial point), a circa 4 Km. dall’obiettivo, cambiarono rotta dirigendosi verso gli stabilimenti Breda. La prima ondata sganciò fuori bersaglio il proprio carico e le bombe caddero in aperta campagna nella zona di Saronno. Dopo alcuni minuti, la seconda ondata prese, senza apparente motivo, una rotta di attacco deviata di 22 gradi verso destra invece che verso sinistra (linea rossa nella foto aerea); quando il leader della formazione si accorse dell’errore, che aveva fatto “mancare” l’obiettivo degli stabilimenti, decise di rientrare alla base. La missione era “fallita”.
Sarebbe stato preciso dovere del comandante dare l’ordine di sganciare a mare le bombe, sulla via del ritorno, ma, non si sa se perché previsto dal piano operativo, si attuò uno dei peggiori crimini contro l’umanità nella guerra aerea di quegli anni. Le bombe furono sganciate sulle abitazioni civili che erano perfettamente visibili, date le favorevoli condizioni meteorologiche.
L’abitato di Gorla, si trasformò in un inferno! Vennero distrutte case, negozi, officine e la scuola elementare “Francesco Crispi” provocando una strage che avrebbe cambiato la vita del quartiere per sempre: 184 scolari, i loro insegnanti ed alcuni genitori che, al suono dell’ allarme erano accorsi per portarli a casa. Quel giorno, in Milano, furono recuperati 614 corpi, di molti altri non si ritrovarono nemmeno i resti dilaniati dalle esplosioni.
Nella foto aerea riprodotta più in basso, sulla sinistra è visibile l’Initial Point, cioè il punto da dove si diramano le rotte verso i diversi bersagli. Sul lato destro la sottile linea quasi verticale è il viale Monza lungo il quale, in basso, è visibile il quartiere di Gorla.
La linea verde al centro mostra la rotta (118°) seguita dai bombardieri appartenenti al 461° group che centrò i capannoni situati ad ovest del viale Monza.
In giallo è indicata la rotta di 096° del secondo gruppo di aerei (2nd attack unit) che aveva, come bersaglio, altri capannoni che vennero completamente mancati.
Quella rossa e la linea che evidenzia la rotta di 140°, erroneamente (Vedi le osservazioni che seguono) seguita dal terzo gruppo; il comandante, resosi conto troppo tardi di essere finito fuori obiettivo, decise di lanciare il suo carico sul centro abitato.
La giornata era limpida, senza nebbia o smog, non c’era alcuna possibilità di confondere le fabbriche con le abitazioni. Il risultato è chiaramente visibile in basso a destra: i puntini bianchi rappresentano le bombe cadute sulle abitazioni e sulla scuola di Gorla.
L’intestazione della foto indica il bersaglio: MILAN BREDA WORKS ; Il numero della missione: 138; la data: 20 ottobre 1944; l’ora: 11,24 a.m.; il numero di bombe sganciate: 342 in totale dalle due ondate di bombardieri.
Fonte : National Archives, Washington, G-2, Target damage file (Milan)
Il colonnello Stefonowicz, da cui dipendeva il 451° group, autore dell’eccidio, criticò aspramente l’operato dei piloti, non per il massacro ma per il danno d’immagine che lo scadente lavoro di squadra aveva causato all’aviazione americana.Nessuno venne mai chiamato a rispondere di questo delitto che era costata la vita, oltre ad altre centinaia di civili inermi, a 184 bambini italiani.

Osservazioni
Le didascalie che accompagnano la foto degli obiettivi e dell’attacco sono, a parere dello scrivente, fuorvianti e, con tutta probabilità, volte a cercare scusanti anche dove è difficile trovarne. Come si fa a sostenere la panzana dell’errore quando, purtroppo, in molti altri casi, si son visti gli aerei abbassarsi per colpire la giostra, i ragazzi all’uscita da scuola o i tram? Anche in quei casi non funzionava la bussola? Errori “collaterali”? Ma fino a quando dovremo vivere nella ipocrisia e nella menzogna? Osservando la foto, le rotte sono tracciate con tale simmetrica precisione che è difficile capire in cosa sia consistito l’errore. La spiegazione fornita dai compiacenti e ossequiosi cronisti nostrani è che il pilota invece di virare di 20° a sinistra, effettuò la virata a destra. Ora bisogna davvero fare degli sforzi sovrumani per accettare l’idea che 36 piloti d’aereo e relativi equipaggi eseguano una manovra a destra invece che a sinistra seguendo il capo squadriglia come le pecore il montone! Erano tutti diplomati alla stessa scuola di Schettino? E cosa avrebbero fatto se ci fosse stata la nebbia? Esiste al mondo un comandante pilota o un navigatore cretino che confonde la destra con la sinistra? E come mai, essendo tre gruppi, un gruppo doveva andare dritto e due gruppi a sinistra e nessuno a destra? A che valeva formare tre gruppi? Bastava formarne due. Le tre rotte indicate sulla foto che si diramavano a ventaglio dal punto di separazione sembrano invece del tutto ovvie. A voler fornire, come sembra debba essere d’obbligo, un improbabile alibi e una difesa d’ufficio a tutti i costi, visto che i piloti interessati non hanno mai fornito alibi né provato a difendersi, si potrebbe dire che la rotta era giusta, come sembra chiaramente dai tracciati, ma le bombe avrebbero dovuto essere sganciate in anticipo per colpire una zona prima di Gorla. Incomprensibile è poi il motivo per cui, ammesso che sia stata sbagliata la rotta, le bombe non siano state scaricate a mare, visto che la rotta prevista per il rientro ai campi pugliesi era parallela alla costa e sopra l’Adriatico. La stessa cronaca della giornata dice che i piloti avevano due scelte: l’aperta campagna o l’abitato (perché non il mare?); scelsero l’abitato, tanto chi crepava erano italiani, mica erano le preziose “human lives” americane!
E’ davvero difficile tentare di dare spiegazioni pretestuose a eventi talmente tragici.
E’ stato scritto: “singolare è il fatto che dalla scelta degli obiettivi da colpire quel giorno venissero escluse grandi fabbriche come le Acciaierie e Ferriere lombarde Falck e la Caproni (produttrice di aerei) dove erano presenti produzioni belliche, mentre la Breda, l’Alfa Romeo e la Isotta Fraschini, oggetto della missione, avevano decentrato tutta la loro produzione in stabilimenti ombra nella provincia o addirittura in Germania, dove furono costretti a trasferirsi molti operai della Breda; probabilmente gli informatori degli americani non erano molto “informati”.
Difficile comprendere questa tesi: gli americani male informati? Ma se i partigiani non facevano altro che fungere da “Ufficio Informazioni”! E se si continua a dire che, con codici di Ultra ed Enigma senza misteri, gli Alleati sapevano anche se Kesserling aveva pranzato e se aveva digerito bene! Ma possibile che, a settant’anni di distanza dai fatti ci si debba continuare a prendere in giro con menzogne stupide e infinita ipocrisia?
E’ tempo di dire finalmente basta! La Verità è un cibo indispensabile per il nutrimento degli intelletti. Ne abbiamo tutti urgente e inderogabile bisogno. Per finire ci si deve porre una domanda: ma l’Italia non era “alleata” degli Alleati? Perché bombardare gli italiani che si erano arresi e collaboravano in vari modi con gli angloamericani? Forse era “il fuoco amico”? Ma che cari e begli amici! E’ proprio vero il detto: “dai nemici mi guardo io ma dagli amici mi guardi Dio!”

La memoria
Il monumento ossario ai Piccoli Martiri della scuola di Gorla è sorto per volontà dei genitori delle vittime di quel tragico 20 ottobre 1944 nella totale assenza dello Stato. Il terreno dove sorgeva la vecchia scuola, era stato destinato dal Comune alla costruzione di un cinema. I genitori, indignati, si recarono a Palazzo Marino e il sindaco, avvocato Antonio Greppi, commosso, disse: “Sono padre anch’io... fate del terreno quello che volete”.
I genitori si adoperarono in mille modi per procurare i fondi necessari ai lavori. Il governo italiano di allora non contribuì, nemmeno in parte, alle spese.
Il 20 ottobre 1947 si inaugurò il monumento ma i problemi non erano finiti: i responsabili dell’eccidio offrirono una forte somma perché il Monumento venisse demolito in quanto era una prova evidente del loro crimine. Come aveva già detto il colonnello Stefonowicz non era importante il massacro ma il danno d’immagine che ne poteva derivare all’aviazione americana.
Una modesta lapide, scritta in modo volutamente vago, ricorda il sacrificio dei piccoli martiri. Se fosse stata scritta in modo più chiaro, stigmatizzando l’orrore e gli autori del crimine, non ci sarebbe stata l’approvazione delle autorità!
Moltissime altre lapidi sono vietate oppure vengono distrutte dall’odio di vandali che non vogliono che si ricordino certe efferatezze commesse; questi sono i “gendarmi della memoria”, secondo la definizione di Gianpaolo Pansa! La lapide nella foto è significativa e molto eloquente. Non dalle bombe dei piloti che non distinguevano la destra dalla sinistra (forse seguivano l’insegnamento di Cristo….. “non sappia la destra…”) non dai “liberators” , quindi, furono uccisi i poveri piccoli innocenti ma dalla guerra. “Me possino cecamme” direbbero a Roma, se qualcuno avrà mai l’onestà di dire “papale papale” che le bombe erano dei “liberatori”, magari giustificando il fatto con sciocche espressioni tipo, “fuoco amico” o “perdite collaterali” .. No!, Nemmeno quello! E chi ha voluto la guerra? Mais ça va sans dir! I martiri di Gorla furono vittime di Hitler e Mussolini! Sarebbero state usate le stesse vaghe parole commemorative se i criminali fossero stati i “nazifascisti”?

Due scarpette
La televisione ha, di recente, mandato in onda le lacrime di una giovane ragazza, reduce di una visita ad un museo dello sterminio ebraico. Una visita, delle tante, organizzate dalle scuole a scopo educativo, ormai come procedura di routine. Gli occhi della ragazza intervistata erano gonfi di pianto ma anche di emozioni, di sentimenti, di amore, forse anche un po’ di rabbia. Dalle sue parole fra i singhiozzi, si sentiva che le sue erano lacrime genuine, sgorgavano spontanee dal cuore di una fanciulla cresciuta nel mondo delle illusioni e della condanna della violenza ribadita ad ogni discorso, ad ogni commemorazione. La fanciulla versava calde lacrime al ricordo di ciò che aveva visto: un paio di scarpette di bambina infante, scomparsa nella catastrofe. Ma non è una sola fanciulla a piangere per le vittime di ingiustizie, per i perseguitati, per gli innocenti trasformati in incolpevoli vittime di un odio implacabile, di una ferocia incomprensibile. Il mondo intero piange per le vittime di una violenza insensata, senza alcun fine, senza ragione, senza risultati che possano cambiare le sorti di una nazione, di una guerra o del mondo. Quelle scarpette appartenevano a un essere indifeso, a un angelo innocente, spazzato dal vento turbinoso della malvagità dell’uomo, come tanti altri bambini innocenti. In quelle scarpette c’erano due piedini e sopra di questi un sogno di vita; ancora più su c’erano un dolce sorriso, due occhi ingenui, una bocca che poteva pronunciare solo qualche parola e questa non poteva che essere una parola d’amore: mamma o forse anche papà! Quelle scarpette appartenevano al bocciolo di un fiore che avrebbe aperto i suoi petali per sorridere alla vita, alla gioia, alla speranza. Invece no! Forze titaniche, venti impetuosi, tempeste infernali, spazzarono via quel fiore con tanti altri fiori e con tante piante lasciando un deserto selvaggio, una desolazione epocale, distese aride dove manca la parte più preziosa delle creature umane: l’Umanità. I piedini in quelle scarpe non avrebbero camminato mai più, quel fiore non avrebbe più regalato la sua bellezza a chi lo ammirava, quel sorriso innocente non avrebbe mai più allietato il cuore di madre o di padre che gioivano solo a guardarlo, a sentirne la vicinanza e il calore. Il fiore non avrebbe generato frutti, la pianta non sarebbe cresciuta, l’infante non sarebbe diventato un impertinente ma delizioso bambino che doveva fare i compiti a scuola, non avrebbe mai goduto delle gioie dell’amore, delle illusioni, delle speranze, non avrebbe contribuito alla vita del mondo. Il fiore è stato brutalmente reciso, poi schiacciato, annientato. Ha lasciato solo una traccia di se, quel simbolo: due scarpette!
Quante scarpette sono raccolte nei musei? E quanti musei conservano scarpette?
Non molti musei, che io sappia, anche se molti milioni di bambini sono periti per il cinismo, la mancanza di scrupoli e la carica di odio inculcati dai responsabili della catastrofica guerra e dagli alti comandanti militari nelle menti degli esecutori di quei crimini. Centinaia di migliaia di innocenti, addirittura milioni se si allarga l’orizzonte dell’indagine, furono e sono tuttora vittime di tanta malvagità ma nessuno raccolse le loro scarpette; nessuno viaggio fu mai organizzato dalle scuole per condurre i giovani studenti a visitare quei luoghi dove furono, con cinica determinazione e con superficiale indifferenza, eseguite le distruzioni di massa che costarono la vita a centinaia di migliaia di bambini. Molti milioni se si aggiungono le vittime del napalm e delle radiazioni atomiche. Perché nessuna fanciulla versa lacrime per le scarpette che non hanno l’onore e la riverenza di essere conservate in un museo? Perché le scarpette conservate a Gerusalemme creano un impatto emotivo più forte e diverso dallo sgomento per la tragica sorte dei bambini di Gorla? Perché nessun membro del governo si reca su quei luoghi, che furono i teatri silenti di tanto orrore, di tanto disprezzo della vita umana e di tanta inutile, ineffabile ferocia?
Non si può fare a meno di fare dei paragoni. Le scarpette di un bambino ebreo valgono più delle scarpette di un bambino cristiano? E in quale rapporto? Basta un rapporto di uno a dieci o dobbiamo pensare a uno a cento o mille? Hanno le lacrime una nazionalità o un credo religioso? Quanto valgono i bambini bruciati come torce a Dresda con le bombe al fosforo? Non è un pensiero accettabile, ecco perché l’unico modo di non far pesare i crimini commessi contro “gli altri” sono coperti da una coltre di oblio, di silenzio. Dovendone parlare, si finirebbe per dire ciò che si è più volte detto in simili occasioni: “Peggio per loro! Se la sono cercata! La lezione se la sono meritata!”. No, questo non si può dire in modo così arrogante ed allora, contro gli sguardi di accusa delle madri, contro quegli ostinati epigoni di una generazione passata che, con le loro insinuazioni velenose, tendono a sminuire i valori della libertà riconquistata, ecco entrare in scena il medico con gli antidoti sicuri: il silenzio, la disattenzione, la dimenticanza, la lapide anonima, l’oblio.
Finché si continueranno a condannare le nefandezze commesse solo dai vinti, sottacendo le infamità dei vincitori, che per aver compiuto questi atti criminali furono premiati e decorati come eroi e sono ancora elogiati ad ogni ricorrenza o commemorazione, la pace sarà sempre una parola vana e vuota. Non ci sarà mai pace ma un sordo risentimento che con il tempo potrà emergere anche se, da ormai settanta anni, si cerca in ogni modo di assuefare le menti e gli animi al credo del “male assoluto” finalmente sconfitto dal “bene assoluto”. Questa teoria idiota risale alla guerra dei Giganti contro Saturno, ripresa dalla Bibbia con la sconfitta degli angeli ribelli precipitati nell’Inferno. Eppure il male, pur essendo continuamente sconfitto, continua a dilagare, a impadronirsi delle menti, delle anime. Il male prende forme diverse ma sempre ostili e pericolose, sempre da abbattere e sconfiggere in una rincorsa tipo guardia e ladro. Il male colpisce e fugge, la guardia rincorre e punisce. Ma quando finirà questo infinito carosello? Esiste una soluzione possibile al di la delle vuote parole ripetute alla noia?
Si potrà mai far si che si smetta di vedere il male negli altri, nei nemici crudeli e spietati e il bene negli amici?
Il grosso guaio è che nessuno vuole ammettere i propri torti e i responsabili di governo non vogliono disilludere le masse, insostituibili serbatoi di preziosi voti, dopo averle spudoratamente ingannate.
Ma c’è ancora qualcosa di più grave, di più disumano. E questo è ciò a cui si è accennato nelle righe precedenti. Le vittime non sono considerate alla pari; esse hanno un valore diverso: occorrerebbe stabilire un macabro tabulato come si fa per le azioni in borsa, dove si stabilisce che i morti di una nazione o religione o etnia, valgono dieci o forse anche mille volte più dei morti di un’altra nazione. Si potrebbe stabilire un “borsino” così sarebbe noto a tutti che l’ambasciatore americano assassinato di recente in Libia vale almeno cento volte più di Obama Bin Laden a cui è stata negata perfino una pietra: “damnatio memoriae! Si saprebbe che i morti di Sabra e Shatila hanno quotazioni vicine allo zero, che i bond dei civili vietnamiti, irrorati di napalm, non hanno mercato e che lo spread degli arabi, centrati da un missile per rallegrare una festa di matrimonio, è molto alto. La mente dello scrivente cerca ossessivamente una risposta alla domanda: “Usque tandem”?
Ma questa è una storia molto vecchia che si aggiorna col tempo secondo il valore delle azioni stabilite dal “borsino”. Quanto valevano le vittime vietnamite del napalm o quelle del fosforo a Dresda? O quelle di una semplice bomba di Gorla? Queste vittime non valgono nulla! E’ perfino peccato mortale ricordarle; è una questione di educazione, se si dicono certe cose poi qualcuno si offende!
E’ davvero sconvolgente dover prendere atto che le stragi di civili innocenti siano considerate come banalità non degne di nota, come se fosse cosa normalissima, ed insignificante quando si tratta di popolazioni, per così dire, arretrate o comunque che non accettano il verbo del più forte; fanatici che seguono la Jihad o cose simili. Ma i Vietnamiti non erano fanatici di nessun particolare credo religioso e forse neppure ideologico. Erano soltanto cattivi demoni ed occorreva sterminarli. Poi lo sterminio finì; oggi i vietnamiti non sono più malvagi e pericolosi ma, al contrario, sono ricercati come operai e lavoratori a basso costo. Anche qui una forma di schiavismo di questo secolo!
Basta leggere le lapidi poste a ricordo di tante altre vittime innocenti per rendersi conto della stridente differenza; ad esempio quelle in memoria delle vittime uccise alle Fosse Ardeatine o a Marzabotto, parlano di vittime “della guerra”? Quella della strage alla stazione di Bologna, attribuita “d’ufficio” ai “criminali fascisti” parla di “incidente” o di “errore”? Ma perché e per qual motivo si deve continuare a batter cassa e far squillare le trombe solo per alcuni morti e far finta di niente per altri? Non ci si rende conto che, nello stesso momento in cui si cerca di dare una bandiera o un colore politico alle vittime e si attribuiscono a queste diversa valenza e importanza, quando ci si ostina a porre in evidenza i crimini di una parte e nascondere gli stessi o peggiori crimini dell’altra parte, il sacrificio delle vittime viene declassato e vanificato? Cui prodest? A chi è di vantaggio questo? Si potrà sperare che, un giorno, le vittime innocenti dell’odio, della crudeltà, del cinismo, della vendetta e della brutalità dell’uomo siano tutte considerate allo stesso modo? I bambini non hanno lo stesso sorriso? Lo stesso sguardo innocente e dolce? Le stesse scarpette? Non si fa che versare abbondanti lacrime esclusivamente per i perseguitati ebrei, per le vittime delle torri gemelle, per i soldati caduti in Normandia e per quelli della testa di ponte di Anzio senza pensare a quanti altri innocenti, in massima parte donne vecchi e bambini, furono sacrificati sull’altare di un Dio spietato e crudele ad Amburgo, a Napoli, a My Lay, a Nagasaki, a Sabra y Chatila e in migliaia o forse milioni di altri posti ove la sciagura della violenza genera solamente fiumi di sangue, efferatezze, orrore e morte.

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