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  1. #1
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    ’EMERGENZA ANTROPOLOGICA: PER UNA NUOVA ALLEANZA

    di Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti, Giuseppe Vacca

    La manipolazione della vita, originata dagli sviluppi della tecnica e dalla violenza insita nei processi di globalizzazione in assenza di un nuovo ordinamento internazionale, ci pone di fronte ad una inedita emergenza antropologica. Essa ci appare la manifestazione più grave e al tempo stesso la radice più profonda della crisi della democrazia. Germina sfide che esigono una nuova alleanza fra uomini e donne, credenti e non credenti, religioni e politica. Pertanto riteniamo degne di attenzione e meritevoli di speranza le novità che nel nostro Paese si annunciano in campo religioso e civile.
    A noi pare che negli ultimi anni – un periodo storico cominciato con la crisi finanziaria del 2007 e in Italia con il crepuscolo della “seconda Repubblica” – mentre la Chiesa italiana si impegnava sempre più a rimodulare la sua funzione nazionale, un interlocutore come il Partito democratico sia venuto definendo la sua fisionomia originale di “partito di credenti e non credenti”. Sono novità significative che ampliano il campo delle forze che, cooperando responsabilmente, possono concorrere a prospettare soluzioni efficaci della crisi attuale.
    Il terreno comune è la definizione della nuova laicità, che nelle parole del segretario del Pd muove dal riconoscimento della rilevanza pubblica delle fedi religiose e nel magistero della Chiesa da una visione positiva della modernità, fondata sull’alleanza di fede e ragione. Nel suo libro-intervista “Per una buona ragione”, Pier Luigi Bersani afferma che il “confronto con la dottrina sociale della Chiesa” è un tratto distintivo della ispirazione riformistica del Pd e che la presenza in Italia ”della massima autorità spirituale cattolica” può favorire il superamento del bipolarismo etico che in passaggi cruciali della vita del Paese ha condizionato negativamente la politica democratica. Ribadendo, infine, la “responsabilità autonoma della politica”, Bersani esprime una opzione decisa per una sua visione “che non volendo rinunciare a profonde e impegnative convinzioni etiche e religiose, affida alla responsabilità dei laici la mediazione della scelta concreta delle decisioni politiche”.
    Per quanto riguarda la Chiesa cattolica vi sono due punti della relazione del cardinale Bagnasco alla riunione del Consiglio permanente dei vescovi del 26-29 settembre 2011 che meritano particolare attenzione.
    Il primo riguarda la critica della “cultura radicale”: essa è rivolta a quelle posizioni che, “muovendo da una concezione individualistica”, rinchiudono “la persona nell’isolamento triste della propria libertà assoluta, slegata dalla verità del bene e da ogni relazione sociale”.
    Il secondo è la proposta di nuove modalità dell’impegno comune dei cattolici per contrastare quella che in una precedente occasione aveva definito “la catastrofe antropologica”: “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica”. E non è meno significativa la sua giustificazione storica: “A dar coscienza ai cattolici oggi non è anzitutto un’appartenenza esterna, ma i valori dell’umanizzazione [che] sempre di più richiamano anche l’interesse di chi esplicitamente cattolico non si sente”. In altre parole, la “possibilità” di questo nuovo soggetto origina dall’impegno sociale e culturale del laicato, nel quale i cattolici sono “più uniti di quanto taluno vorrebbe credere” grazie alla bussola che li guida: la costruzione di un umanesimo condiviso.
    La definizione della nuova laicità e l’assunzione di una responsabilità più avvertita della Chiesa per le sorti dell’Italia esigono uno sviluppo dell’iniziativa politica e culturale volta non solo a interloquire con il mondo cattolico, ma anche a cercare forme nuove di collaborazione con la Chiesa, nell’interesse del Paese. A tal fine appare dirimente il confronto su due temi fondamentali del magistero di Benedetto XVI che nell’interpretazione prevalente hanno generato confusioni e distorsioni tuttora presenti nel discorso pubblico: il rifiuto del “relativismo etico” e il concetto di “valori non negoziabili”.
    Per chi dedichi la dovuta attenzione al pensiero di Benedetto XVI non dovrebbero sorgere equivoci in proposito. La condanna del “relativismo etico” non travolge il pluralismo culturale, ma riguarda solo le visioni nichilistiche della modernità che, seppur praticate da minoranze intellettuali significative, non si ritrovano a fondamento dell’agire democratico in nessun tipo di comunità: locale, nazionale e sovranazionale. Il “relativismo etico” permea, invece, profondamente, i processi di secolarizzazione, nella misura in cui siano dominati dalla mercificazione. Ma non è chi non veda come la lotta contro questa deriva della modernità costituisca l’assillo fondamentale della politica democratica, comunque se ne declinino i principii, da credenti o da non credenti.
    D’altro canto, non dovrebbero esserci equivoci neppure sul concetto di “valori non negoziabili” se lo si considera nella sua precisa formulazione. Un concetto che non discrimina credenti e non credenti, e richiama alla responsabilità della coerenza fra i comportamenti e i principii ideali che li ispirano. Un concetto che attiene, appunto, alla sfera dei valori, cioè dei criteri che debbono ispirare l’agire personale e collettivo, ma non nega l’autonomia della mediazione politica. Non si può quindi far risalire a quel concetto la responsabilità di decisioni in cui, per fallimenti della mediazione laica, o per non nobili ragioni di opportunismo, vengano offese la libertà e la dignità della persona umana fin dal suo concepimento.
    Ad ogni modo, se nell’approccio alle sfide inedite della biopolitica ci sono stati e si verificano equivoci e cadute di tal genere non solo in scelte opportunistiche del centrodestra, ma anche nel determinismo scientistico del centrosinistra, la riaffermazione del valore della mediazione laica che sembra ispirare “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica” rischiara il terreno del confronto fra credenti e non credenti. Quindi dipenderà dall’iniziativa culturale e politica delle forze in campo se quella “possibilità” acquisterà un segno progressivo o meno nella vicenda italiana.
    A tal fine noi riteniamo che il Pd debba promuovere un confronto pubblico con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose operanti in Italia oltre che sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, su quelli che attengono in maniera più stringente ai rischi attuali della nazione italiana: la tenuta della sua unità, la “sostanza etica” del regime democratico.
    Tanto sull’uno, quanto sull’altro, la storia dell’Italia unita dimostra che la funzione nazionale assolta o mancata dal cattolicesimo politico è stata determinante e lo sarà anche in futuro.

  2. #2
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Chi ha smantellato l’etica che ci univa?

    «Emergenza antropologica: per una nuova alleanza tra credenti e non credenti» è il titolo del volume edito da Guerini e Associati (pagine 152, euro 16,50) in cui Pietro Barcellona, Paolo Sorbi , Mario Tronti e Giuseppe Vacca hanno raccolto i contributi scaturiti dalla pubblicazione su «Avvenire» del 16 ottobre 2011 di una loro lettera aperta e controcorrente sulla necessità di dialogo fra Partito democratico e mondo cattolico a partire dalle più scottanti questioni bioetiche e antropologiche affrontate dal magistero di Benedetto XVI. Per approfondire ragioni e sviluppi del dibattito «Avvenire» ha promosso una serie di incontri tra ciascuno dei quattro firmatari e altri importanti intellettuali. Pubblichiamo in questa pagina la prima conversazione, che vede confrontarsi Vittorio Possenti e Mario Tronti.

    Quella antropologica è questione «senza tempo» per eccellenza. Perché parlare di «emergenza» proprio adesso?
    TRONTI: «Un primo tentativo di risposta non può non fare riferimento alla contingenza attuale, che ci spinge ad affrontare le tematiche antropologiche con un’intensità prima sconosciuta. Si fa sempre più forte l’impressione di trovarsi al centro di una crisi che non è soltanto economico-finanziaria, ma che investe i legami sociali divenendo così crisi di civiltà e costringendoci a fare i conti con i processi di civilizzazione del passato. Penso, in particolare, alle forme più spinte di secolarizzazione, che hanno abbandonato l’uomo a se stesso e prodotto il deterioramento delle relazioni personali. Questa è l’“emergenza” segnalata dalla nostra lettera».

    E come se ne esce?
    TRONTI: «Tornando a intrecciare culture e sensibilità diverse, e più che altro spostando l’attenzione su questi temi dall’ambito cattolico, dove hanno da tempo una centralità riconosciuta, a quello della sinistra, che invece li ha troppo a lungo trascurati. Nei miei studi ho sempre cercato di rifarmi all’orizzonte della teoria e della filosofia politica. Poi, negli ultimi decenni, anche grazie ad alcune esperienze (il laboratorio della rivista “Bailamme”, gli incontri presso l’eremo camaldolese di Monte Giove), mi è parso di capire che la crisi della politica non si risolve con le ragioni della politica. Da qui il mio interesse per la teologia politica».

    POSSENTI: «È vero, oggi c’è una crisi che affiora in emergenza, ma che è precedente rispetto ai fenomeni che stiamo vivendo. Per un certo periodo l’umanità ha tentato di fondare le ragioni della propria convivenza su una specie di accordo sociale e contratto morale, che ha avuto il suo momento più fortunato nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Un documento importante di questa temperie è costituito dal discorso che Jacques Maritain pronunciò a Città del Messico nel 1947, in occasione della prima Conferenza generale dell’Unesco: nelle parole del pensatore francese è chiaro che, a dispetto delle diversità presenti anche nel dopoguerra, è possibile conseguire un accordo pratico sui valori fondamentali, che poggiano da ultimo sul concetto di dignità della persona. Negli ultimi sessant’anni il presupposto stabilito da Maritain, e di fatto sancito dalla Dichiarazione universale, è venuto almeno in parte a cadere. Oggi come oggi siamo costretti a registrare il fallimento di ogni tentativo di costruire un’etica pubblica condivisa che si fondi su istanze di tipo esclusivamente etico-politico. Se davvero si vuole trovare un minimo comun denominatore, occorre fare un passo indietro e attestarsi al livello antropologico, l’unico che riesca a offrire un fondamento affidabile per affrontare le grandi questioni di questo momento».

    Possiamo fare qualche esempio?
    POSSENTI: «C’è anzitutto l’economia, che dall’epoca di Ronald Reagan e Margaret Thatcher ha operato mediante lo slegamento assoluto delle leve finanziarie, riducendo la stessa politica a una variabile dipendente del capitalismo finanziario. Ma la partita decisiva si gioca nella gestione della vita (la cosiddetta biopolitica), dove ci si confronta con un progresso scientifico-tecnologico a fronte del quale perfino l’etica appare insufficiente. Quando dobbiamo stabilire come trattare l’embrione umano, dobbiamo anzitutto stabilire se ci troviamo davanti a un grumo di cellule o davanti a una persona. A secondo della posizione antropologica che assumiamo, le conseguenze morali sono molto diverse e addirittura conflittuali».

    Proprio su questi temi, però, la sinistra italiana sconta una lunga indifferenza.
    TRONTI: «Più che altro parlerei di una forte subalternità al clima dominante in tutto l’Occidente. Già la visione imperniata sull’homo oeconomicus ci consegnava un’umanità dimezzata, contro la quale il movimento operaista proponeva l’affrancamento del lavoratore dai macchinari. Adesso, con l’avvento dell’homo technologicus, questo stesso asservimento si compie in maniera più subdola, provocando un’ulteriore riduzione di umanità. Nel frattempo le ideologie si sono disperse, ci siamo persuasi di vivere dopo la fine della grandi narrazioni e ci siamo assuefatti a una narrazione che esiste purtroppo da molto tempo: quella per cui il mondo non è trasformabile e l’uomo deve limitarsi ad aderire allo <+corsivo>status quo<+tondo>. Il risultato è un diffuso sentimento anti-ideologico, figlio a sua volta di certe utopie degli anni Sessanta. Le coscienze cambiano, questo sì, ma in modo solo istintivo, secondo i dettami delle culture radicaloidi e falsamente libertarie, per cui non esiste altro diritto che non sia il diritto dell’individuo. La sinistra non è stata capace di contrastare questa deriva che, cancellando il limite, vanifica anche ogni legame con la collettività. Ed è a causa di questa incapacità che la sinistra italiana oggi è poco riconoscibile a livello popolare: riscuote consenso presso quel che rimane del ceto medio riflessivo, ma ha perduto il contatto con le grandi culture popolari ancora vive nel nostro Paese».

    POSSENTI: «Mi trovo in piena sintonia con questa analisi, specie per quanto riguarda le osservazioni sulla mancata dimensione popolare della politica nostrana. A partire dagli anni Ottanta si sono innescati diversi processi che hanno condotto a operare tagli dolorosi e, per così dire, trasversali rispetto alle culture dell’esistenza proprie del popolo italiano. In generale, si è smarrito il senso di un’appartenenza comune, anche per effetto di un bombardamento mediatico che ha fatto perdere di vista molti riferimenti tradizionali. La piazza pubblica si è pertanto ritrovata nuda di alcuni presupposti esistenziali e dominata al contrario da un discorso vacuo, poco attento alla vita reale delle persone e dei gruppi sociali. Purtroppo, come osservava prima Tronti, la politica non è bastata a se stessa e al posto del bene comune è sopraggiunta una spudoratezza che fa quasi rimpiangere la stagione di Tangentopoli. Ma anche questo è un effetto della mentalità corrente, per cui esiste solo il singolo, qui e ora, e viene abbandonata ogni preoccupazione per gli altri, per il domani.».

    Insomma, un’alleanza di ferro tra deserto delle ideologie e secolarizzazione dilagante?
    POSSENTI: «Con una responsabilità ben precisa della cultura radicale, che punta a esaltare l’essere umano in quanto individuo, con l’obiettivo dichiarato di tutelarne i diritti, ma senza operare più alcuna distinzione tra diritti, pretese e desideri. La sinistra si è lasciata contaminare da questo atteggiamento, arroccandosi su una difesa dei diritti che trascura ogni riferimento ai doveri. Del resto, anche la cultura liberale ha mostrato la sua insufficienza, concentrandosi unicamente sul diritto di libertà. Il che è molto, ma non tutto: il diritto al lavoro, per esempio, non è un diritto di libertà, né lo è il diritto alla vita. È su questa base di realismo che occorre tornare a riflettere su quelli che, personalmente, preferisco chiamare i “princìpi irrinunciabili” su cui poggia la dottrina della Chiesa».

    Sono gli stessi princìpi su cui concordano i “marxisti ratzingeriani” che hanno firmato la lettera ad “Avvenire”?
    TRONTI: «Al di là delle formulazioni giornalistiche (e “marxisti ratzingeriani” è un’etichetta molto efficace, lo ammetto) resta la volontà, da parte nostra, di richiamarci a un’idea di sinistra forte, consapevole delle sue ragioni e proprio per questo capace di confrontarsi con culture diverse. Quanto a Benedetto XVI, mi pare che la lettura corrente, per cui questo sarebbe un pontificato “conservatore”, costituisca un completo travisamento del pensiero del Papa-teologo. Centrale, in Ratzinger, è la necessità della dimensione pubblica dell’esperienza di fede. Anziché accontentarsi dei luoghi comuni, le culture della sinistra dovrebbero semmai sollevarsi a questo livello e accettare il confronto sul terreno dei “princìpi irrinunciabili”. Ma il problema viene da molto lontano e ha la sua origine nel pensiero dello stesso Marx. Eppure più passa il tempo, più ci si rende conto che qualsiasi esperimento di trasformazione della realtà non può prescindere dall’elemento spirituale presente in ogni essere umano. Per come la vedo io, c’è un legame strettissimo fra trascendenza e rivoluzione, a patto ovviamente di intendere quest’ultimo termine nella sua portata più vasta».

    POSSENTI: «Nell’enciclica Spe salvi Benedetto XVI ha invitato a riconsiderare la vicenda degli ultimi secoli come il tentativo di fondare un “regno dell’uomo” nel quale non vige più una speranza di tipo teologale. Nell’Ottocento anche il movimento socialista ha fatto la sua scelta, abbracciando il materialismo storico di Marx ed Engels come garanzia di scientificità, vale a dire come dottrina che risolve (e che sa di risolvere) il mistero della storia. Questa illusione ci costringe oggi a vivere in un campo di realtà molto ristretto, nel quale hanno valore solo meccanismi di facile presa, come quello che ha trasformato l’etica economica in etica universale. Per superare questa visione accorciata dell’uomo e della società occorre riaprire molto porte e molti spazi. Un’etica condivisa, a questo punto, non è più sufficiente. Occorre un umanesimo condiviso. Un’antropologia che si ponga l’obiettivo di superare l’emergenza, appunto».

    Alessandro Zaccuri

  3. #3
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Citazione Originariamente Scritto da Troll Visualizza Messaggio
    Per quanto riguarda la Chiesa cattolica vi sono due punti della relazione del cardinale Bagnasco alla riunione del Consiglio permanente dei vescovi del 26-29 settembre 2011 che meritano particolare attenzione.
    Il primo riguarda la critica della “cultura radicale”: essa è rivolta a quelle posizioni che, “muovendo da una concezione individualistica”, rinchiudono “la persona nell’isolamento triste della propria libertà assoluta, slegata dalla verità del bene e da ogni relazione sociale”.
    Giusto.
    Tutti gli impiegati del mondo hanno immaginato queste cose e le hanno sconfessate e adesso sono gli impiegati.
    Pavese

  4. #4
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Citazione Originariamente Scritto da Tommaso Visualizza Messaggio
    Giusto.
    infatti quello che mi interessa è che i critici del relativismo si appellino alla gratuità della fede negli autoproclamati depositari della volontà divina, sarebbe almeno onesto dato che sul terreno della discussione razionale non hanno argomenti (e lo dimostra l'impotenza di Preve nello spiegarci per quale ragione alle conclusioni che raggiunge in materia sociologica ed economica toccherebbe apporre un giudizio di valore analogo al suo)

  5. #5
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Cattocomunismo alla riscossa.

    Aridate il Socialismo Cristiano umanista.

  6. #6
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Cattocomunismo alla riscossa.

    Aridate il Socialismo Cristiano umanista.
    ma una bella tecnocrazia laica no? magari che demolisca la famigghia tradizziunale una volta buona

  7. #7
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Una lettera aperta su marxismo e religione.

    Torino, novembre 2011

    di Costanzo Preve

    Alla vigilia del convegno politico dei cattolici a Todi (17 ottobre 2011) un gruppo di intellettuali di formazione marxista ha firmato una interessante lettera aperta. Si tratta del filosofo del diritto Barcellona, del sociologo Paolo Sordi, del filosofo già teorico dell’operaismo italiano Mario Tronti e dello storico barese Giuseppe Vacca, autore di studi apologetici su Togliatti e la linea politica del PCI negli anni Settanta e Ottanta. Benché io non abbia assolutamente nulla a che fare con l’ambiente intellettuale di questi distinti signori, e sia uscito dalla loro cultura e dai loro riti di appartenenza identitaria da molto tempo, devo dire che concordo pienamente con loro nel metodo e nel merito, e mi permetto di fare alcune ulteriori osservazioni.

    1. Essi si collocano sul terreno del PD, ” partito di credenti e di non credenti”, e lo invitano ad un dialogo con la Chiesa cattolica (e quindi non solo con generici e indifferenziati credenti), a partire da una nuova emergenza antropologica il cui aspetto più allarmante è la manipolazione biologica genetica della vita. Inoltre propugnano l’apertura di un dialogo pubblico su due temi del magistero di Benedetto XVI, e cioè rispettivamente il rifiuto del relativismo etico ed il concetto di valori non negoziabili. La risposta laica non è mancata, ed è venuta con una lettera sull’Unità dello storico PD Francesco Benigno, che ha parlato di “marxisti ratzingeriani”, i quali avrebbero compiuto una doppia semplificazione: ridurre il ruolo della religione nel mondo contemporaneo a quello della presenza della sola Chiesa cattolica, escludendo la pluralità delle fedi, e di sorvolare non solo sulle divergenze del mondo cristiano ma anche su quelle interne allo stesso mondo cattolico. Ripeto: sono completamente estraneo al mondo dei cosiddetti ” intellettuali di sinistra”, e tanto più al mondo dei fiancheggiatori culturali del Partito democratico, ma l’argomento mi interessa molto, e per questo ritengo opportuno fare alcune osservazioni.

    2. In primo luogo non ha nessun senso parlare di ” marxisti ratzingeriani”, in quanto oggi nessuno sa seriamente dire chi è ancora marxista e chi non lo è più da tempo. Venuto meno il canone marxista comune, sia eretico che ortodosso, frantumate le discipline specialistiche su basi universitarie (filosofi, politologi, economisti, storici, sociologi, eccetera), il marxismo segue ormai nel mondo intero il principio pirandelliano del ” così è se vi pare”. Si è qui invece palesemente di fronte non tanto ad un discorso sul marxismo e la religione, il suo ruolo sociale ed il suo contenuto o meno di verità o di falsità, quanto ad una valutazione sul laicismo assai più che sulla laicità costituzionale, che nessuno mette più seriamente in discussione. I quattro firmatari (che hanno tutto il mio assenso) rifiutano il terreno laicista alla Pannella-Bonino (No Taleban , No Vatican), che è disposto al massimo a riconoscere ai cattolici un ruolo caritativo subalterno di assistenza a drogati, malati e poveracci vari, e che riconosce ipocritamente un ruolo ai cattolici come belatori ritualistici in cortei pecoreschi di generiche grida di “paceee, paceee” approvando simultaneamente le guerre e i bombardamenti contro i dittatori barbuti o baffuti. È questa la linea dei vari Bertinotti, Diliberto, Vendola, eccetera: la Chiesa non ficchi il suo naso medievale sui costumi modernizzati e sui diritti assoluti degli individui, e poi le si può riconoscere un ruolo integrativo subalterno sui “valori”, e sull’integrazione dello smantellamento dei sistemi di welfare state. Eutanasia, manipolazione genetica incontrollata, matrimonio gay, eccetera, e poi si può sempre concedere ai preti di fornire ciotole di minestra ai poveracci ed alle suore di pulire caritatevolmente il culo agli invalidi e paralitici che non sono in grado di pagarsi privatamente badanti rumene o moldave. Di fronte a questa cialtroneria da ipocriti è evidente che il manifesto dei quattro intellettuali è tutto oro colato.

    3. Ma vediamo ora il problema filosofico del “relativismo etico”. E’ noto che il corpaccione intellettuale colto di “sinistra” è passato in massa negli anni Ottanta da Hegel e Marx (sia pure letti storicisticamente con gli occhiali croce-gentiliani di Gramsci) a Nietzsche e Heidegger letti con gli occhiali di Vattimo e di Cacciari. Questo passaggio al postmoderno è basato proprio sul relativismo etico come terreno del rifiuto di un concetto normativo di natura umana, che parte da Aristotele e giunge anche alla fine al concetto marxiano di “ente naturale generico” (Gattungswesen), che però non è affatto un involucro vuoto destinato ad essere riempito di ogni aleatoria casualità storica, ma significa adeguamento alle potenzialità (l’aristotelica dynamei on) della vera natura dell’uomo. L’antropologia ratzingeriana è aristotelismo puro, ed a mio avviso prescinde completamente dalla credenza in un disegno intelligente o in un creazionismo più o meno antropomorfizzato. So bene che il teologo bavarese Ratzinger non la ammetterebbe, ma personalmente credo che la sua visione antropologica sarebbe valida anche se Dio non esistesse (etsi Deus non daretur).

    Detto questo, Ratzinger, nel suo rifiuto di Marx (evidentemente ridotto ad economista ricardiano ateo ed a politologo dittatoriale totalitario), non riesce a spiegare le radici economiche sociali del relativismo, e si ha allora il paradosso del fatto che da un lato accetta il capitalismo, e dall’altro non vuole il relativismo, che ne è un portato culturale inevitabile. La moderna forma assoluta, totalitaria e “speculativa” di capitalismo, infatti, si è lasciata alle spalle i vecchi limiti borghesi e proletari, e nella sua deriva post-borghese e post-proletaria “relativizza” ormai tutto alla forma di merce e alla solvibilità monetaria del suo portatore. Non a caso il fondatore filosofico dell’auto-istituzione su se stessa della società capitalistica, lo scettico relativista scozzese David Hume, aveva rifiutato ogni fondazione religiosa (Dio), filosofica (il diritto naturale), politica (il contratto sociale), propugnando la totale auto-fondazione dell’economia politica su se stessa, e cioè sull’abitudine allo scambio radicata nella natura umana. È quindi impossibile essere “marxisti ratzingeriani”, con tutta la buona volontà. Si tratta di un epiteto laicista, tipico della cultura odiosa dei Bonino-Pannella, che va molto al di là delle nicchie dei radicali propriamente detti.

    4. Passiamo ora al concetto di valori non negoziabili. Nell’ottica cattolica si tratta essenzialmente se non esclusivamente della vita, con il correlato rifiuto dell’eutanasia, accettando però il rifiuto del cosiddetto “accanimento terapeutico”, che però ormai è diventato un dato della prassi medica informata largamente non ideologico ed accettato da tutti. Ma quali sono i valori non negoziabili ? Certamente la vita, ma come allargarne la natura? Il discorso qui si fa simile a quello del tempo del giusnaturalismo, in cui si trattava di stabilire quali fossero, e se vi fossero, dei diritti naturali. Qualcuno ne toglieva, e qualcuno ne aggiungeva (ad esempio, il diritto di resistenza alla tirannia). Per la Chiesa cattolica la famiglia è un diritto non negoziabile. Sono pienamente d’accordo. Non nascondiamoci dietro un dito. La cultura laicista odia la famiglia, e non perde occasione per delegittimarla, partendo dalle sue innegabili patologie, senza tener conto che esistono certamente patologie della famiglia, ma esistono patologie ancora maggiori dei cosiddetti single, e cioè della non-famiglia. Dietro l’apologia delle coppie gay non ci sta soltanto un giustificato riconoscimento dei diritti delle convivenze (che non mi sogno minimamente di negare, impedire o rendere difficili), ma ci stavano proprio odio futuristico per la cosiddetta “normalità” piccolo-borghese, ereditata dalla vecchia cultura avanguardistica novecentesca.

    E tuttavia fra i diritti non negoziabili io inserisco il diritto alla casa, alle cure mediche, all’abitazione per tutti ed al lavoro. A mio parere, se ci mettiamo sul piano dei diritti umani non negoziabili, anche questi sono valori non negoziabili. Accettando il capitalismo, e per di più nella forma americana globalizzata neoliberale gestita oggi dal partito degli economisti contro quello dei politici, la Chiesa cattolica di fatto promuove l’ipocrisia. Certo, il quotidiano “Avvenire” è culturalmente molto meglio di “Repubblica”, ma Casini ed il suo elettorato cattolico, ed anche Fioroni ed il suo, credo proprio che non estendano il principio della non-negoziabilità dei valori anche a quanto detto sopra.

    A parole, la sinistra è per l’egualitarismo, ed ecco perché si è tanto riconosciuta nel libro di Bobbio a proposito della dicotomia Destra/ Sinistra. Ma nei fatti, avendo delegato la riproduzione sociale al partito degli economisti (più a destra di Gengis Khan e di Attila, re degli Unni), questo è rimasto sulla carta. Tanti problemi aperti. E comunque una lode ai quattro intellettuali. Meglio loro del ghigno teratomorfo di Pannella e dei laicisti fanatici.

  8. #8
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Citazione Originariamente Scritto da Preve Visualizza Messaggio
    Per la Chiesa cattolica la famiglia è un diritto non negoziabile. Sono pienamente d’accordo. Non nascondiamoci dietro un dito. La cultura laicista odia la famiglia, e non perde occasione per delegittimarla, partendo dalle sue innegabili patologie, senza tener conto che esistono certamente patologie della famiglia, ma esistono patologie ancora maggiori dei cosiddetti single, e cioè della non-famiglia. Dietro l’apologia delle coppie gay non ci sta soltanto un giustificato riconoscimento dei diritti delle convivenze (che non mi sogno minimamente di negare, impedire o rendere difficili), ma ci stavano proprio odio futuristico per la cosiddetta “normalità” piccolo-borghese, ereditata dalla vecchia cultura avanguardistica novecentesca.
    questo Paese ha bisogno di più sinistra

    "Nel XX secolo, mentre in gran parte del mondo le donne si battono ancora contro la poliginia, contro il matrimonio forzato e quello dei bambini (ancora oggi una ragazzina su tre è data in sposa prima di aver compiuto 18 anni), l' amore diventa la prima rivendicazione veramente planetaria. Si impone il diritto di ciascuno a essere amato e la coppia diventa un rapporto tra due persone che si parlano, si osservano, si giudicano e si amano. Non c' è nulla che permetta di garantire la perennità della relazione, poiché se è vero che gli esseri umani hanno bisogno di amare ed essere amati, molti hanno anche bisogno di cambiare oggetti e soggetti d' amore. L' utopia cristiana e la norma borghese vengono perciò cancellate: l' assenso degli sposi, se è veramente libero, non può essere né eterno, né esclusivo. Come in un ritorno alle origini, si annuncia una nuova era che porta con sé nuove forme di relazioni tra esseri umani fondate sulla soddisfazione istantanea dei desideri e liberate progressivamente dall' assillo della riproduzione: si profila il matrimonio contrattualmente provvisorio, in cui la durata del rapporto sarà fissata in anticipo dalla coppia; il poliamore, in cui ciascuno potrà avere in tutta trasparenza più amori allo stesso tempo; la polifamiglia, in cui si farà parte contemporaneamente di più famiglie; la polifedeltà, in cui ciascuno sarà fedele a diversi membri di un gruppo dalle sessualità molteplici. Quanto ai bambini, vivranno in una casa dove i vari genitori verranno a turno a occuparsi di loro. In un futuro più lontano sessualità, desiderio e amore saranno ancora più facili da dissociare, macchine speciali si occuperanno della riproduzione e, prima di diventare anch' essa meccanica, la sessualità sarà una pratica devoluta esclusivamente al piacere. L' utero artificiale e la clonazione schiuderanno prospettive vertiginose in cui ciascuno potrà decidere autonomamente di riprodursi e un giorno si arriverà forse all' ermafroditismo universale. È un po' come se l' umanità scegliesse di ripercorrere a ritroso la storia della vita, tornando prima al matrimonio di gruppo, poi alla partenogenesi. " (da Jacques Attali, Se il futuro dell' uomo si chiama poliamore)

    Ultima modifica di Troll; 21-11-12 alle 20:34

  9. #9
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    Manfr un giorno ci incontreremo, come Florian sono diventato progressista anch'io

  10. #10
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    Predefinito Re: I Marxisti Ratzingeriani

    dove va la sinistra? dove sta il progresso?



    Ultima modifica di Troll; 21-11-12 alle 20:52

 

 
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