Charles Maurras (Martigues, 20 aprile 1868 – Tours, 16 novembre 1952)
La critica di un “reazionario”
al mondo moderno
Il pensiero politico di Charles Maurras
in un libro recente*
Piero Venturelli
Università di Bologna
1. Domenico Fisichella interprete di Charles Maurras
Domenico Fisichella cominciò ad interessarsi precocemente agli scritti e alle concezioni di Charles Maurras (1868-1952). Sotto la guida di uno degli indiscussi maestri della filosofia del diritto in Italia, Sergio Cotta, egli decise di laurearsi in Giurisprudenza – con scelta coraggiosa – sul pensiero politico di questo autore provenzale che, all’epoca, il mondo accademico – in Italia come all’estero – tendeva a marginalizzare a causa sia delle sue idee radicali ed intransigenti, “reazionarie”, sia del suo sostegno attivo agli occupanti nazisti in Francia e alla Repubblica di Vichy durante la Seconda guerra mondiale.
Dopo la discussione della tesi di laurea, avvenuta nel 1960 presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Fisichella intraprese un lungo lavoro di approfondimento del contesto in cui le concezioni di Maurras maturarono e del pensiero dei filosofi che costituirono i suoi principali punti di riferimento teorici, a partire da Joseph de Maistre (1753-1821) ed Auguste Comte (1798-1857)[1]. Pur non arrivando mai a pubblicare la propria tesi, lo studioso seguitò sempre a considerare Maurras uno dei suoi autori, e a lui non mancò di consacrare – in tempi diversi – letture e analisi[2].
Di recente, alla vigilia della conclusione della sua lunga carriera accademica istituzionalmente intesa, Fisichella ha fatto uscire una densa monografia dedicata a questo “scomodo” intellettuale transalpino. Nel volume, egli risolve di soffermarsi prevalentemente sulla teoria della politica elaborata da Maurras nel corso di mezzo secolo, tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e la fine della Seconda guerra mondiale, giudicando – tutto sommato – assai meno significativo, oltre che più contingente e caduco, il suo contributo di militante nazionalista.
2. Maurras di fronte alla deriva economicistica
Come si diceva, Fisichella prende in esame quasi esclusivamente la dimensione teorica degli scritti dell’autore francese. Su questo terreno, il libro tocca molti degli argomenti cari a Maurras, spaziando dalla funzione riconosciuta alla monarchia ereditaria tradizionale, dall’ineguaglianza tra gli uomini vista come dato “naturale” e dalla critica all’“astrattezza” dell’Illuminismo e della rivoluzione del 1789, alla messa in guardia contro il sentimentalismo in politica e il materialismo in filosofia, alla condanna della “mentalità” giudea e al ruolo di primo piano conferito allo Stato-nazione.
Limitandoci in questa sede a dar conto solo di alcuni aspetti del pensiero politico maurrassiano affrontati nella ricca monografia di Fisichella, riteniamo indispensabile, per cominciare, porre in risalto le argomentazioni svolte dallo scrittore provenzale intorno allo sviluppo, in epoca moderna, di un inedito paradigma teorico: quello che vede assolutizzata la dimensione economica dell’esistenza umana[3].
Secondo l’intellettuale transalpino, la cecità e l’irresolutezza degli uomini moderni sta cagionando il radicarsi di quest’inquietante Weltanschauung, che gli sembra ormai destinata a spazzar via due millenni e mezzo di civiltà occidentale. Mentre la tradizione ha consegnato ai popoli europei un mondo nel quale, da una parte, era la politica a rappresentare la dimensione della generalità e, dall’altra, veniva riconosciuta una funzione fondamentale alla sfera della trascendenza, dal XVIII secolo in poi è andata progressivamente crescendo senza controllo, nella visione di Maurras, un’economia finanziaria il cui potere investe non soltanto l’ambito “temporale”, ma anche quello “simbolico”. A suo avviso, dunque, si sta diffondendo una vera e propria plutocrazia, che tende al declassamento della sfera spirituale e finanche alla marginalizzazione dell’economia produttiva e della proprietà terriera, cioè di tutti quegli elementi che – a vario titolo – si frappongono al successo internazionale della Finanza pura. Come sintetizza Fisichella, ciò crea «forti concentrazioni di risorse finanziarie difficilmente controllabili anche in termini di allocazione territoriale», e «interferisce pesantemente non soltanto nella competizione politica ed elettorale, ma altresì nell’intero sistema dei mezzi di comunicazione di massa, a loro volta influenti sui processi elettorali e sulla vita politica generale»[4].
Maurras individua altri preoccupanti esiti di quest’espansione planetaria della Finanza: il moltiplicarsi degli attacchi contro l’economia produttiva da parte dei mezzi d’informazione, i quali si dimostrano sempre di più in balìa del dio Denaro; l’allignare di atteggiamenti politici di stampo demagogico; la diffusione del culto, ostentatamente laico e mondano, del “progresso”; la nascita di una nuova specie di homo oeconomicus, che l’autore provenzale definisce «meteco». Su quest’ultimo punto, è opportuno notare come Maurras riprenda e aggiorni il termine greco “métoikos”, trasformando l’antico uomo libero che svolgeva attività prevalentemente commerciali e professionali all’interno della pólis, e la cui condizione di forestiero non gli permetteva di godere della cittadinanza politica (ma lo obbligava a pagare talune tasse), in una sorta di «apolide economico, un senza patria e senza cittadinanza che si muove nei vasti mercati del globo non avendo altro interesse che il proprio particolare interesse, il profitto come misura di tutte le cose, e altro bersaglio principale che le culture e le strutture tradizionali»[5].
Secondo il pensatore francese, insomma, è in atto il tragico capovolgimento della tradizione occidentale: laddove un tempo l’economia era definita e considerata come il regno dei mezzi, oggigiorno essa sta diventando l’unico fine della storia. E ad aggravare la situazione, egli sottolinea, è l’«invisibilità» della ricchezza finanziaria, che approfitta di tale suo subdolo carattere per concentrarsi smisuratamente senza incontrare sul proprio cammino gravi disturbi o limitazioni.
Insieme col disprezzo di ogni identità culturale e civile, questo tentacolare reticolo di apolidi (con la sua coorte di tecnocrati, bancocrati e opinion makers) rivela un’indomita propensione a sfruttare la politica – e con essa lo Stato – per i propri scopi, nonché una singolare avversione per la religione cattolica, in quanto i meteci moderni – nell’interpretazione di Maurras – sono ben consapevoli che essa costituisce il principale tra i poteri effettivamente capaci di tener testa alle plutocrazie e al culto del dio Denaro.
Il teorico di Provenza ritiene che quello che oppone apolidi e cattolicesimo sia uno scontro decisivo tra la forza materiale e la forza spirituale, da cui uscirà vincitore l’uomo-bestia ovvero l’uomo tradizionale, l’individuo abbruttito e livellato verso il basso ovvero l’individuo che reca ancora con sé alti valori morali, estetici e intellettuali. Questa sua veemente difesa del cattolicesimo passa anche attraverso una serie di duri attacchi all’ebraismo, religione che egli accusa di aver propugnato per secoli una concezione del mondo cosmopolita e un modello umano dedito essenzialmente alle speculazioni affaristiche. Come sottolinea Vincenza Petyx, Maurras, al pari di molti francesi dell’epoca, «vede nel semita, che non conosce la proprietà della terra ma soltanto quella dell’oro, il pericoloso dissolvitore dei vincoli nazionali. L’oro, cioè il capitalismo finanziario, ha infatti il mondo intero come suo campo d’azione»[6], quindi non ha patria. Anche per questo, l’autore transalpino accusa questa forma degenerata di capitalismo di essere un prodotto dell’intelligenza astratta, deracinée, tipica degli ebrei di ogni tempo. E, a suo avviso, la Finanza internazionale arriverà a spadroneggiare allorquando le nazioni saranno popolate di «uomini “universali” che contratt[eranno] la convivenza sulla base del solo vincolo che conosc[eranno], quello dell’utile»[7]. Dal punto di vista del pensatore provenzale, afferma Daniele Rocca, essere antisemiti significa non tanto teorizzare superiorità ed inferiorità di “razza”, quanto piuttosto «reagire contro un processo di dissoluzione, secondo una prospettiva storica»[8].
Maurras è convinto che la stessa formazione delle “eresie” protestanti e del diffondersi del deismo debba molto all’assolutizzazione di questi aspetti anarchici e internazionalistici connaturati alla mentalità giudea. Egli non nutre dubbi, a questo proposito: l’aver pervicacemente puntato a scindere, almeno a partire dal XVI secolo, la felice combinazione tra sentimento cristiano e disciplina ricevuta dal mondo greco e romano, sta comportando la progressiva distruzione dell’ordine naturale dell’umanità. Viceversa, a suo giudizio, uno dei meriti grandi del cattolicesimo tradizionale consiste nell’aver saputo organizzare l’idea dell’Essere divino: infatti, come osserva Fisichella, «[s]ul cammino che conduce a Dio, il cattolico trova legioni di intermediari: terrestri o sovrannaturali, santi o beati o figure esemplari, la catena dagli uni agli altri è continua»; in questo modo, rimanendo all’interno d’una prospettiva monoteistica, l’universo conserva «il suo carattere naturale di molteplicità, di armonia, di composizione»[9]. Anche se «Dio parla nel segreto di un cuore cattolico, le [S]ue parole sono controllate e come convalidate dai dottori, guidati a loro volta da un’autorità superiore, la sola che sia senza appello, conservatrice infallibile della dottrina: e tale legame complesso, con le sue mediazioni, feconda la tradizione»[10]. Questa è, appunto, la Tradizione, nel tempo e nello spazio, secondo il teorico francese: «Lo spirito di fantasia e di divagazione, la follia del senso proprio si trovano così ridotti al minimo»[11].
3. La restaurazione del primato della politica
Maurras ritiene che sia sbagliato dare una risposta alla crisi del paradigma tradizionale esclusivamente sul piano religioso: egli, infatti, propone anche il ripristino della centralità della politica. In che senso è da intendersi questo recupero? Innanzitutto, a suo parere, non può darsi alcuna società, vale a dire aggregazione organizzata, senza regole di ordine politico, senza sovranità. Non è un contratto tra singole volontà individuali a fondare una società, bensì «un idem sentire che ha la sua proiezione nel riconoscimento di un comune interesse politico»[12]. Entro tale quadro, «[l]o Stato è una delle forme istituzionali in cui si è espressa nel tempo questa convergenza della società e del suo nucleo costitutivo di ordine sovrano»[13]. La mano pubblica dev’essere limitata al proprio ruolo specifico, a ben definite competenze e attribuzioni: «Vi è una divisione del lavoro che riconosce autonomia costitutiva alla società civile nelle sue plurime e pluralizzate articolazioni e nei suoi meccanismi sia decisionali sia di selezione delle rispettive dirigenze»[14].
Come si vede, Maurras si fa portabandiera di un primato esclusivamente regolativo della politica, attribuendo a quest’ultima la funzione di ordinare la comunità e, allo stesso tempo, di riconoscere e annoverare tra le proprie regole l’autonomia tendenziale della società civile. Tale posizione mette in luce la distanza dello scrittore francese dal panpoliticismo, secondo cui tutto è politica, tutto è politico: allo Stato, infatti, egli non esita a proscrivere l’intervento in prima persona nei diversi campi in cui si esprime la vita individuale e collettiva[15].
4. Stato e società civile
Nella sua ricostruzione della prospettiva teorica maurrassiana, Fisichella riserva largo spazio ai caratteri peculiari dello Stato e della società che l’intellettuale francese pone in rilievo nei propri scritti. Ancora una volta, le prese di posizione e i punti di vista illustrati contrastano nettamente con le dottrine e le rivendicazioni care al pensiero rivoluzionario. Secondo Maurras, la società si basa sulla famiglia, sua prima unità, e risulta articolata in diversi altri gruppi più complessi, senza i quali ogni vita umana sarebbe soffocata: i comuni, le associazioni professionali e confessionali, e una varietà infinita di corpi e di compagnie. In quest’orizzonte dottrinale, come sottolinea Fisichella, «[l]o Stato non è che un organo, indispensabile e primordiale, della società: lo Stato, quale che sia, è il funzionario della società»[16]. Il vero Stato, quindi, riconosce l’autonomia della società e non ha quasi nulla a che fare con gli individui privati: esso, piuttosto, esercita le proprie attribuzioni soltanto sui corps compresi entro il perimetro statuale e soprattutto sulle loro reciproche interazioni, limitandosi a salvaguardare le supreme esigenze dell’ordine, della sicurezza e della difesa, ambiti nei quali la sua iniziativa è prioritaria e inopponibile.
Nella visione maurrassiana, pertanto, la libertà dell’uomo è riconducibile all’articolazione pluralizzata della società, costituita più di distinzioni e specificità che di uguaglianze ed uniformità. Ma non solo: il pensatore francese concentra l’attenzione anche sul rapporto tra i concetti di libertà e di autorità, mettendo in luce come non si possa spiegare l’essenza dell’uno senza considerare l’altro. Egli spiega, a questo proposito:
Chi dice libertà reale dice autorità. La libertà di testare crea l’autorità del capo-famiglia. La libertà comunale o provinciale crea il potere reale delle autorità sociali che vivono e risiedono sul posto. La libertà religiosa riconosce l’autorità delle leggi spirituali e della gerarchia interna d’una religione. La libertà sindacale e professionale consacra l’autorità delle discipline e dei regolamenti all’interno delle corporazioni e compagnie di mestieri[17].
In questo senso, si può affermare che l’idea di autorità è ben lungi dal contraddire l’idea di libertà: piuttosto, la completa e ne è compimento. A giudizio di Maurras, dunque, nel momento in cui una libertà umana perviene al punto più alto, trovando oggetti umani sui quali applicarsi e imporsi, prende il nome di autorità.
Come si diceva, lo scrittore provenzale è persuaso che il compito precipuo dello Stato consista nel mantenimento dell’ordine politico. In mancanza di quest’ultimo, a suo avviso, non è pensabile alcuna seria azione dello spirito o della materia. In sede economica, ad esempio, l’ordine politico consente un sano sviluppo dell’attività produttiva, un’armoniosa fusione delle varie forze del lavoro e quel rispetto della proprietà privata che Maurras considera salvaguardia naturale dell’uomo, possibilità di resistere alle pretese altrui e di affrontare le mutevoli vicende dell’esistenza. E, non diversamente da tanti altri dati personali, sociali e professionali, anche la proprietà si trasmette ampiamente per via dell’eredità.
Una volta garantito l’ordine politico, lo Stato deve arrestare la propria azione, è tenuto a non ingerirsi nelle libertà-autorità particolari presenti nella società. Anzi, esse gli servono per delimitare con chiarezza i propri compiti precipui, fissando nettamente i termini entro i quali – secondo le condizioni storiche e la tradizione nazionale, nonché la configurazione geografica – l’autorità sovrana si dispiega. Dall’uomo allo Stato e ai gruppi intermedi, ciascuno deve fruire di quella parte di autorità-libertà che il naturale ordine delle cose gli permette, senza livellanti forzature ugualitarie e prendendo realisticamente atto delle ineludibili gradazioni di gerarchia sociale.
5. Democrazia e derive economicistiche
Maurras è convinto che solo un tipo di regime politico possa confarsi all’emergente mondo dei meteci, all’epoca materialista e cosmopolita che sta instaurandosi in Europa ai suoi tempi: la democrazia. Essa viene descritta come una sorta di “luogo naturale” dell’irresponsabilità, della confusione e dell’irragionevolezza, dove non esistono argini alla passionalità e alle pretese degli elementi peggiori della comunità; tutto è continuamente dibattuto e messo in discussione, rileva il pensatore francese, senza che venga riconosciuto un terreno valoriale condiviso, onde è impossibile dar vita ad una pace interna che risulti duratura. Nell’ambito del quadro teorico maurrassiano, questa condizione d’instabilità, nella quale «lo Stato non ha mai tregua, il governo non ha mai serenità»[18], è la conseguenza necessaria di un sistema che prevede non solo che tutti comandino e tutti obbediscano, ma pure che i cittadini vengano sovente chiamati ad esprimere un’opinione attraverso il voto su questioni che essi avvertono come lontanissime o che ignorano.
Non c’è bisogno di spingersi oltre nell’analisi di questo regime, secondo il teorico transalpino, per avvedersi che gli ideali della sovranità popolare, del governo dei cittadini e della maggioranza numerica sono fallaci. A parere di Maurras, un osservatore attento capisce subito che la democrazia incarna la resa di fatto della politica nella sua forma più autentica: proprio perché privo di veri principî, nemico della gerarchia e passionale per definizione, questo regime si rivela terreno fertile per quelle derive oligarchico-economicistiche che, se non arrestate in tempo, finiscono con l’instaurare il ferreo dispotismo dell’Oro. La democrazia, infatti, rifiuta di attribuire alcun valore e alcuna legittimità a ciò che non è stato votato, scelto dalla maggioranza, dimostrando – così – di essere assoggettata al doppio governo materialista del Numero e del Denaro; dapprima, entrambi questi elementi, di natura quantitativa, si combinano alimentando la demagogia, ma col tempo il secondo tende a prevalere sul primo, dimodoché la democrazia va trasformandosi progressivamente in oligarchia plutocratica tout court: presto, della democrazia rimarranno solo (fino a quando?) i suoi riti, ormai ridotti a cerimoniali senza significato ed effetti rilevanti.
6. Democrazia come «tradizione della morte»
In quest’orizzonte teorico, Maurras recupera la distinzione greca tra civiltà e barbarie, trasferendola nell’esperienza europea del proprio tempo. A suo avviso, chi inneggia all’uguaglianza democratica apre la strada, scientemente o no, al ritorno del caos, della violenza, della morte. E, a tale proposito, il caso della Francia gli sembra emblematico: nella storia recente di questo grande Paese, avrebbe preso corpo una vera e propria «tradizione della morte», incentrata sulle istituzioni e sulla mentalità democratiche. Secondo l’autore provenzale, infatti, la democrazia tende a spazzar via tutto ciò che trova sul proprio cammino, disprezzando indiscriminatamente tutti i lasciti morali, intellettuali, istituzionali ed economici ereditati dal passato e resistiti alla prova del tempo. Il regime democratico malcela un animus dissolvente e annientatore, ed è sprovvisto di qualsivoglia visione della costruttiva continuità: anzi, si potrebbe dire, di ogni minima traccia di spirito aggregante. Ecco, allora, la «tradizione della morte», fonte inesausta di dissipazione e imbarbarimento della comunità. Alla democrazia, insomma, è imputata da Maurras la doppia incapacità di porre e far agire i membri della nazione in spirito di solidarietà, e di garantire il necessario legame tra le generazioni: il che spalanca le porte, a suo dire, ad un nichilismo inumano e lacerante.
Nell’interpretazione del teorico francese, i sostenitori e anche i precursori ideologici della rivoluzione del 1789, avvenimento che egli considera l’atto di nascita ufficiale di questa distruttiva «tradizione della morte», hanno insegnato la scienza atea non solo contro le religioni, ma anche contro i governi. Se nelle fasi iniziali la negazione del rivelato e del miracoloso poteva prestarsi a un certo progresso generale nella conoscenza del mondo fisico, alla lunga ciò è andato ad incoraggiare la contestazione dell’origine ultraterrena, sovrannaturale, dell’autorità e della disuguaglianza, critica rabbiosa sulla quale – afferma Maurras – si appoggia per essenza la democrazia. L’intellettuale di Provenza accusa i difensori di questo regime – e, già prima, i philosophes – di aver intrapreso una battaglia di ordine metafisico e di aver basato le proprie convinzioni su un insieme di fantasticherie e di impulsi soggettivi. In questo senso, egli considera la dottrina democratica sorta non dalla vera scienza, bensì da una religione falsa e “astratta”, al punto che né la storia degli uomini né lo studio della loro natura permettono di aderire al democratismo come ad un principio superiore. Rileva Fisichella:
Ciò che Maurras rifiuta, e con lui e prima di lui tanta parte della cultura di destra, è l’astrattezza dei philosophes che nel secolo XVIII hanno prodotto, in nome della ragione individuale e contro i dettami della maistriana raison universelle, i principî alimentatori dello spirito rivoluzionario, principî astratti impugnati come clave contro la concretezza della storia e delle istituzioni e credenze da essa prodotte e sedimentate nel corso dei secoli[19].
A chi crede che lo spirito democratico testimoni di un abuso della logica e della ragione, il pensatore provenzale risponde che gli uomini del Settecento sono stati inebriati non tanto dalla meditazione solitaria e dalla speculazione teorica a priori, quanto piuttosto dall’«impulso sentimentale che li ha condotti a proporre come assunzioni dottrinali mere associazioni di immagini senza consistenza né coscienza, dunque senza verità»[20]. Maurras non ha dubbi al riguardo: «il male del mondo moderno deriva dall’avere l’élite intellettuale di Francia sdegnato la ragione facendo quasi esclusivamente appello alle passioni e ai sentimenti»[21].
Ma l’autore transalpino si spinge oltre. Da Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) in poi, a suo modo di vedere, una porzione non trascurabile del pensiero e della retorica rivoluzionari, pur rifacendosi esplicitamente ai miti e ai modelli dell’antichità greca e romana, non compartecipa affatto dell’anima autentica del mondo classico. Maurras mette anche in guardia contro gli scrittori della grande generazione letteraria della Restaurazione, i quali per primi assunsero in Francia l’etichetta di “romantici”: lungi dall’incarnare i paladini armati della monarchia legittima e i poeti evocatori del Medioevo cattolico, essi risultavano ben lontani dallo spirito classico. Anzi, a suo parere, vi è una coincidenza profonda tra Romanticismo e Rivoluzione, dal momento che in entrambi si possono individuare figli carnali di quel movimento della Riforma che ha rappresentato una sedizione sistematica dell’individuo contro la specie. Secondo Maurras, le tradizioni elleno-latine e il genio cattolico romano medioevale non hanno nulla a che fare con lo spirito sovversivo e antimetafisico posto alla base sia della Rivoluzione sia del Romanticismo. Mentre questi ultimi non gli appaiono altro che tragiche parodie della classicità propriamente detta, l’intellettuale di Provenza crede che l’autentico spirito classico sia in senso proprio l’essenza delle dottrine dell’alta umanità, in quanto esso è andato modellandosi sulla filosofia di Aristotele ed appropriandosi dei metodi della politica romana. Nella visione maurrassiana, insomma, quello classico coincide con l’unico vero spirito di autorità e di tradizione.
Il pensatore francese identifica i padri della Rivoluzione nei protestanti cinquecenteschi di Wittenberg e di Ginevra, tutti eredi – a suo modo di vedere – dello spirito giudeo e delle varietà del cristianesimo “separato” imperversanti nei deserti orientali e nella foresta germanica, cioè in quelli che egli ritiene i principali punti-chiave della barbarie. Non adeguatamente permeato dall’umanesimo cattolico, il mondo tedesco (ma anche quello anglosassone, accusato da Maurras di essere il peggiore focolaio delle infezioni liberale e massonica) è stato penetrato dall’ebraismo, ossia dalla cultura vetero-testamentaria, biblismo senza freno (o letto come tale) che alimenta il tumulto interiore scatenato, sconvolgendo «quella disciplina mentale, morale, estetica, quella ragione, quel diritto, quella legge, quell’ordine, quel gusto che costituivano tutto il capitale civilizzatore dello spirito classico»[22].
Ostile alla razionalità classica e cattolica, l’atteggiamento intellettuale plasmatosi nell’Europa centro-settentrionale privilegia sentimenti e passioni individuali, sfociando in quel volontarismo tipico del XVIII secolo e in quelle estremizzazioni sfacciatamente irrazionaliste e nichiliste che sono venute dopo. Che cosa pretendono gli scrittori romantici non meno degli alfieri della Rivoluzione? Che il genere umano ceda alle manifestazioni più incontrollate delle passioni, che vengano sovvertiti gli assunti della natura e della ragione, secondo i quali la società preesiste alla volontà di associarsi e i diritti dell’uomo non sono immaginabili prima dell’esistenza della società. Tanto i sostenitori della Rivoluzione quanto i romantici, a parere di Maurras, risultano sempre insofferenti verso l’ordine e tendono a legittimare ogni possibile rivolta contro sacerdozî ed imperi.
Il teorico transalpino accusa gli interpreti di non aver capito che le pretese novità del Romanticismo – vale a dire la rivendicazione del primato del sentimento e della sensibilità individuale – esistevano ben prima di esso. Tutta la storia della cultura, da Omero in poi, ne fa fede. L’opera degli autori romantici è consistita nel dare alle passioni la prima o persino l’unica importanza, nel trasformare l’attenzione alle passioni nell’eccesso delle passioni; e ciò porta, non da ultimo, ad intendere il principio di libertà come anarchia e a perseguire un livellamento ugualitaristico tra gli uomini. Maurras ritiene, invece, che il ritorno alla verità non consista nel proscrivere sentimenti ed emozioni, ma nel ricollocarli al loro rango. Affinché non degenerino, affinché non divengano perversi, volontà e sentimento vanno temperati, disciplinati, limitati dalla ragione[23]. A giudizio dello scrittore francese, per questo motivo, «[a]l pari dell’autorità, la ragione va ricondotta in alto, in consonanza con i dettami dello spirito classico, che è insieme spirito di progresso e di ordine»[24]. Ciò significa, innanzitutto, recuperare le esperienze dell’antica Ellade. Furono i greci, infatti, a inventare e condurre alla perfezione l’estetica dell’armonia: il loro ideale di bellezza scaturì dalla ricerca dell’ordine. Quest’ultimo, spiega Maurras, è un rapporto di convenienza e di equilibrio tra le diverse parti guidato da una gerarchia di valori cui presiede l’autorità della ragione.
Ai moderni, barbari nei gusti e nei costumi, poco o nulla è rimasto della saggezza antica che metteva d’accordo l’uomo con la natura. Basta osservare le opere d’arte romantiche, afferma il pensatore francese: lì trionfa una natura selvaggia, senza freni, che non reca traccia dell’intervento armonizzatore dell’uomo. All’intelligenza “maschia” dei greci è andata via via sostituendosi la mollezza sentimentale femminile, che si abbandona alle proprie emozioni. Questo è un importante sintomo, sottolinea Maurras, della metecizzazione del mondo. A suo avviso, nessuno può mettere in dubbio che il gusto romantico abbia innescato un generale processo di effeminatezza chiaramente individuabile in alcuni poeti e scrittori, come dimostrano i casi emblematici di Jean-Jacques Rousseau, Madame de Staël (1766-1817), François-René de Chateaubriand (1768-1848), Paul-Marie Verlaine (1848-1896). Secondo il teorico transalpino, i moderni hanno dimenticato ancora una volta l’insegnamento degli antichi: infatti, egli rileva che, mentre ad Atene i meteci erano stranieri che non godevano dei diritti politici, in Francia i meteci della cultura hanno avuto e hanno ancora pieni diritti e mano libera per corrompere la tradizione culturale del Paese. E il meteco “letterato”, “intellettuale”, oltre a palesare un’irrefrenabile vocazione per la debolezza e l’imperfezione, vanta molto spesso un’origine germanica. Di nuovo, pertanto, il cerchio si chiude.
(CONTINUA)
carlomartello





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