La crisi dell’editoria non è solo un affare italiano, ma una realtà
globale che tocca anche paesi come la Germania o la Gran Bretagna. La
causa del “malessere” è soprattutto il fatto che la pubblicità
scarseggia. Se in Italia gruppi nazionali come il Corriere-Rcs e la
Repubblica-Espresso ma anche Mondadori e Il Sole 24Ore, progettano
tagli al personale e nuove ristrutturazioni per svariati milioni di
euro e centinaia di dipendenti, la situazione dell'editoria oltre
confine è già peggio.
In Spagna, dal 2008, 57 pubblicazioni sono state chiuse e più di 6.200
giornalisti hanno perso le loro scrivanie. Tra i licenziati, ci sono i
129 redattori de El Pais liquidati questo novembre via mail. Per far
fronte al crollo delle vendite e della pubblicità, il quotidiano più
diffuso del Paese ha annunciato la riduzione di un terzo dei
dipendenti. Poi c'è il dramma del Mundo con 130 giornalisti licenziati
nel giugno scorso e 20 milioni di pubblicità persi, nei primi sei mesi
dell'anno. Mentre quotidiani d'opinione come Público, o testate free
press come Qué e Metro hanno già chiuso.
In Germania e in Svizzera dovrebbe andare meglio, con quote di lettori
superiori al 70% della popolazione. E invece no. Gruner + Jahr,
editore della versione tedesca del Financial Times, ha annunciato
l'ultimo numero del quotidiano per il 12 dicembre prossimo: dopo 12
anni di debiti, ci mette una pietra sopra, pagando 40 milioni di euro
in liquidazioni ai circa 330 dipendenti. Uno choc che è seguito di
pochi giorni alla resa della Frankfurter Rundschau, storica testata di
sinistra.
A novembre, l’editore ha portato i registri in tribunale, per
dichiarare l'insolvenza. Negli ultimi cinque anni, aveva perso tra i
15 e i 20 milioni di euro e, senza un nuovo acquirente, trascinerà in
strada oltre 500 dipendenti. Anche la Dapd, seconda agenzia di stampa
tedesca, ha deciso il taglio di 100 posti di lavoro. Mentre, nella
ricca Svizzera, con le perdite di copie, anche i quotidiani Les Temps
e il Giornale del Popolo hanno avviato ristrutturazioni.
In Francia, sostenuta dagli aiuti di Stato più corposi d'Europa,
finora l'editoria ha arginato i tagli pesanti e le chiusure degli
altri Paesi, nonostante le vendite siano in netto e progressivo calo,
per una quota di lettori ormai assottigliata attorno a un misero 46%.
Ma, in tempi di magra il governo studia di rivedere i finanziamenti
con conseguenti crisi come quella del quotidiano economico La Tribune,
in cattive acque dal 2008, che chiude i battenti del cartaceo per
traslocare solo online, portando il personale da 165 a 50 dipendenti e
più che dimezzando i redattori, da 78 a 31 assunti. In bilico, pronto
a cadere, c'è anche Libération, vessillo della sinistra d'Oltralpe.
In Inghilterra, il Guardian, dal 1821 storico simbolo
dell'indipendenza della stampa liberal, è in affanno da anni e alla
prese con profondi tagli del personale. Purtroppo, nonostante l'ottima
qualità, dal 2008 al 2012 le copie vendute sono crollate da 380 mila a
210 mila. Tra i venti di ristrutturazione anche il gruppo del Daily
Mirror. Oltre all'impero di Rupert Murdoch che, con gli scandali
intercettazioni, dopo un secolo e mezzo ha fermato le rotative del
tabloid News of the World. Il primo vero segnale di crisi era arrivato
nel luglio 2011 da Newsweek, illustre magazine statunitense che,
nonostante l’ingresso nella società del Daily Beast di Tina Brown, a
quasi 80 anni compiuti, ha fissato l’ultima sua uscita per il 31
dicembre 2012
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