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In anteprima l’articolo di Ambrose Evans-Pritchard tratto dal Telegraph del 10 dicembre 2012 e tradotto da Anthony Scatena,
La’Italia è più ricca della Germania in termini pro capite, con quasi €9 trilioni di ricchezza privata. Ha il più grande avanzo primario del blocco del G7. Il debito pubblico e privato combinato è 265% del PIL, inferiore a Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone. Raggiunge punteggi alti nell’indice del Fondo Monetario Internazionale per la “sostenibilità del debito a lungo termine” tra le nazioni industriali chiave, proprio perché riformò le pensioni tempo fa sotto Silvio Berlusconi. «Hanno un settore di esportazione pulsante e un avanzo primario. Se c’è paese nell’EMU che trarrebbe beneficio da lasciare l’euro e dal ripristinare la competitività, è ovviamente Italia,” ha dichiarato Andrew Roberts da RBS. “I numeri sono inconfutabili. La storia del 2013 non sarà quella dei paesi costretti a lasciare l’EMU, ma di quelli che sceglieranno di lasciare”. Uno studio della “teoria dei giochi” di Bank of America ha concluso che l’Italia guadagnerebbe più di altri membri dell’EMU da una uscita e dal ripristino del controllo sulle sue scelte politiche. La sua posizione di investimento internazionale è vicino al pareggio, in netto contrasto con la Spagna e il Portogallo (entrambe in disavanzo di oltre 90% del PIL). L’avanzo primario implica che potrà lasciare l’EMU in qualsiasi momento lo desideri senza dover far fronte a una crisi finanziaria. Un tasso elevato di risparmio significa che qualsiasi shock di tasso di interesse dopo il ritorno alla lira, farebbe fluire nuovamente l’economia attraverso pagamenti più elevati per gli obbligazionisti italiani – e spesso si è dimenticato che i tassi “reali” dell’Italia erano molto più bassi sotto la Banca d’Italia.
Il principale ostacolo è il premier Mario Monti, posto a capo di un team di tecnocrati nel novembre del 2011 dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dalla Banca centrale europea – con il plauso dei media e classe politica in Europa. Il Signor Monti sarà anche uno dei più grandi gentleman dell’Europa, ma è anche un alto sacerdote del progetto UE e un fautore chiave per l’appartenenza all’euro dell’Italia. Prima lascia, prima l’Italia potrà fermare il declino verso la depressione cronica. I mercati sono, naturalmente, inorriditi al fatto che si dimetta una volta approvata la Legge di Stabilità, aprendo la porta al caos politico per l’inizio del prossimo anno. I rendimenti sul debito italiano per 10 anni sono scesi di 30 punti base a 4.85% solo lunedì scorso. “L’armistizio è durato 13 mesi. Ora la guerra continua. Il mondo ci guarda con incredulità,” ha scritto il Corriere della Sera. Il rischio immediato per gli investitori obbligazionari è un Parlamento fratturato, con la possibilità di “25%” della vittoria delle forze euro-scettici del Presidente Berlusconi, la Lega Nord e il comico Beppe Grillo, ora vicino al 18% nei sondaggi. “Saremo condannati se non c’è nessuna chiara maggioranza in Parlamento,” ha detto il prof. Giuseppe Ragusa della LUISS. Tale risultato lascerebbe i mercati obbligazionari esposti come erano nel mese di luglio durante l’ultimo spasmo della crisi del debito dell’Europa. Roma sarebbe anche meno propensa a chiedere un salvataggio e firmare un “Memorandum” per rinunciare alla sovranità fiscale – le precondizioni per l’azione della BCE per bloccare i rendimenti obbligazionari italiani. Tutti quegli investitori che si precipitarono sul debito italiano – o debito spagnolo – dopo che Mario Draghi e la BCE si sono impegnati a fare tutto il necessario per tenere insieme l’Emu, scopriranno che non è possibile per il signor Draghi mantenere gli impegni. Le sue mani sono legate dalla politica. Gli obbligazionisti dovrebbero essere preoccupati. Ma gli interessi della democrazia italiana e i creditori stranieri non sono allineati. Le politiche di deflazione stile anni anni trenta imposte da Berlino e Bruxelles hanno spinto il paese in un vortice di tipo Greco. La lobby di Confindustria ha dichiarato che la nazione è stata ridotta in “macerie”.
I dati più recenti confermano che la produzione industriale dell’Italia è in caduta libera, giù 6.2% in ottobre rispetto all’anno precedente. “Abbiamo visto una capitolazione completa del settore privato negli ultimi 12 mesi,” ha dichiarato Dario Perkins, secondo una ricerca di Lombard Street. “La fiducia delle imprese è tornata ai livelli più alti della crisi finanziaria. La fiducia dei consumatori è sempre più bassa. Berlusconi ha ragione quando afferma che l’austerità è stata un completo disastro”. Il consumo è crollato del 4.8% lo scorso anno ha causa di tasse sempre più alte. “Non c’è alcun precedente storico nei dati citati. Il rischio per il 2013 è che quel crollo sarà ancora peggio”, ha dichiarato il gruppo di consumatori legato a Confcommercio. “Le origini di questa crisi risalgono a metà degli anni ‘ 90 quando il Marco e la Lira sono stati uniti con gli stessi tassi. L’Italia aveva la Scala Mobile salariale e un sistema d’inflazione. Vecchie abitudini dure a morire. Ha perso 30% e 40% di competitività sul lavoro contro la Germania. Il surplus commerciale storico con la Germania è diventato un grande deficit strutturale. Il danno è ormai fatto. È impossibile impostare l’orologio indietro. Eppure questo è esattamente ciò che l’elite politiche della UE stanno cercando di fare attraverso misure drastiche di austerità e una “svalutazione interna”. Tale politica potrebbe funzionare in una piccola economia aperta con un elevato commercio come l’Irlanda. In Italia sta replicando l’esperienza della Gran Bretagna dopo Winston Churchill rimettere sterlina in oro ad un tasso sopravvalutato nel 1925. Come allarmò Keynes , i salari tendono a scendere verso il basso. I salari inglesi furono a quel tempo alzati di pochissimo per i prossimi cinque anni. L’effetto principale di tale politica fu di far aumentare la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione giovanile dell’Italia è 36.5% ed è in aumento. Il signor Monti ha inoculato, attraverso l’inasprimento fiscale del 3.2% del PIL quest’anno, tre volte la dose terapeutica. Non c’è nessuna ragione economica per fare questo. L’Italia ha avuto un budget vicino al saldo primario negli ultimi sei anni. E questo avveniva sotto l’era di Berlusconi, un raro modello di rettitudine.
L’avanzo primario raggiungerà il 3.6% del PIL quest’anno e il 4.9% l’anno prossimo. Non si potrebbe essere più virtuosi di così. Eppure il sacrifico è stato inutile. La stessa politica fiscale di Monti ha spinto il debito pubblico dell’Italia da un equilibrio stabile verso la zona di pericolo. Il Fondo Monetario Internazionale dice che il rapporto debito / PIL sta crescendo molto più velocemente rispetto a prima, saltando da 120% l’anno scorso a 126% quest’anno e ora verso il 128% nel 2013. L’economia si è contratta per cinque trimestri. Citigroup dice che questo continuerà, con cadute di 1.2% nel 2013 e 1.5% nel 2014, con crescita vicino allo zero da ora in poi fino a 2017 e lungo il percorso di ristrutturazione del debito. Sarebbe una sorpresa se gli elettori italiani tollerassero questa situazione per lungo tempo, anche se Pier Luigi Bersani vincesse le elezioni con un cartello di centro-sinistra, riformista, europeista. Indagini del PEW Trust mostrano che solo il 30% ora pensa che l’euro sia stato una “buona cosa”. Il coro a favore della uscita dall’Euro si era abbassato dopo che il signor Draghi si era impegnato a salvare il paese. Cinque mesi più tardi è chiaro che la crisi è più profonda e peggiorerà ancora. Le voci per una uscita dalla moneta unica sono in crescita e più fori di prima. Il signor Berlusconi gioca maliziosamente con il tema, un giorno vaneggia la sua “pazza idea” di suggerire alla Banca d’Italia di stampare euro, in seguito afferma che “non è blasfemo parlare di lasciarlo”. Il suo linguaggio aveva un tono più duro questa settimana. “L’Italia è sull’orlo dell’abisso. Non posso consentire al mio paese di immergersi in un’infinita recessione. “La situazione oggi è molto peggio di un anno fa quando ho lasciato il governo. Abbiamo un milione in più di disoccupati, il debito è in aumento, le imprese stanno chiudendo, il valore delle proprietà sta crollando e il mercato auto è distrutto. Noi non possiamo andare avanti così”. Infatti non si può.
* In anteprima l’articolo di Ambrose Evans-Pritchard tratto dal Telegraph del 10 dicembre 2012 e tradotto da Anthony Scatena,