IL VOLUME EDITO PER STRADE BLU-MONDADORI
Camorristi garibaldini e capitani traditi
La Spoon River di Ferdinando Russo


Intervista a Francesco Palmieri sul «Libro napoletano dei morti»: prequel di «Gomorra» visto con gli occhi del poeta

Camorristi garibaldini e capitani traditi La Spoon River di Ferdinando Russo - Corriere del Mezzogiorno


Ferdinando Russo
«Ma te li figuri oggi uno scissionista e un girato affrontarsi in una zumpata, una sfida all’arma bianca, faccia a faccia, chi perde muore accoltellato, come i primi guappi di camorra?».

No, al massimo ci figuriamo la zumpata in aria, visto che a Scampia ora vanno di moda anche le bombe a mano.
«Appunto — ribatte Francesco Palmieri, scrittore e giornalista — Vigliacchi, privi di qualsivoglia tempra e abilità marziale, che frèddano alle spalle, pistola in pugno. Sempre minimo due, in moto, contro uno. I camorristi del 2012 assecondano logiche terroristiche, sono lontani anni luce dai riti e dal decalogo del Frieno della Bella società riformata di Tore ’e Crescienzo e Ciccio Cappuccio. Un livello infimo. E la degradazione iniziò ben presto, quando al coltello si sostituirono le armi da fuoco. Aveva visto giusto Ferdinando Russo che chiamava un duellante omm 'e core: nel napoletano del suo tempo significava coraggioso più che caritatevole. Oggi c'è solo viltà, manca sia cuore che fegato». Ferdinando Russo, grande poeta e cronista partenopeo, non viene citato giusto per citare. Dovete sapere che Francesco Palmieri è un riposseduto: l’anima dell’autore di 'N Paraviso con un trucco narrativo ne ha preso la penna. Il risultato è Il libro napoletano dei morti (Mondadori, Strade Blu), titolo semiesoterico, scritto in maniera vibrante e ricco di acribia filologica, incensito da Roberto Saviano come ideale prequel di Gomorra. L’io narrante è dunque Ferdinando: il poeta non si stanca di raccontare una lunga sequenza di morti. Sono i malviventi ottocenteschi della Vicaria infilzati dalle lame in duello, e che Russo, con scandalo, spesso conosceva direttamente e trasfigurava in Gano e Rinaldo, paladini da chanson de geste; morti sono anche i capitani che si immolarono, ultimi picareschi romantici, nella causa persa di Gaeta contro i piemontesi incipienti. E morti sono anche le innocenti vittime di camorra che, pochi sanno, cadevano anche ad inizio ’900 come Guido Amedeo Vitale, professore di cinese all’Orientale, vittima di una pallottola vagante nel maggio del ’18.

Palmieri, perché tirare in ballo Ferdinando Russo?
«Per una mia forte identificazione col personaggio. Russo è una figura affascinante, un caso unico. Speciale in tutto ciò che faceva. Sappiamo delle qualità di poeta e autore di canzoni (il cafè chantant all’epoca era equiparabile alla tv), meno della sua attività di cronista, che definirei verista. Nella seconda metà dell'800 nessuno scriveva per conoscenza sul campo. Lui sì. Girava nei bassifondi, decifrava l’orologio che scandiva la vita della plebe di Napoli nei suoi ingranaggi più segreti. Perciò rimproverava al coevo Salvatore Di Giacomo una certa incompletezza nel descrivere il milieu di Assunta Spina o il carcere di San Francesco senza conoscere bene i regolamenti dei penitenziari. Insomma, per descrivere il trauma postunitario e ciò che ne conseguì non potevo che scegliere Russo, e lasciargli la parola».



L'assedio di Gaeta
Pagine molto belle sono dedicate alla fine di de Trazègnes, de Christen e Borges, nobili accorsi a difendere un regno borbonico ormai perduto.
«Si dice guai ai vinti. È vero. Ma il trattamento reso agli ultimi disperati combattenti napoletani da parte dei Savoia stracciò ogni norma non scritta di codici di guerra o cavallereschi. Borges per esempio: si arrese e gli fu promessa salva la vita. Non accadde. Ma quel che è peggio fu il rifiuto dell'onore delle armi, gli schiaffi umilianti, il diniego di prendergli la spada, e la fucilazione di spalle. Lì si vede chi è Gano e chi è Rinaldo».
Ferdinando Russo, e Benigni ne piangerebbe, spernacchia il Tricolore. Lei si identifica nel poeta: è neoborbonico?
«In nome delle bandiere, e anche di quella italiana, si sono commessi troppi crimini. Diciamo che simpatizzo con la mia patria napoletana ma non sono certo per la restaurazione del tempo e del regno che fu. Un napoletano con la enne maiuscola, orgoglioso di esserlo».

Perché un editore nazionale ha mostrato interesse per Russo e i «morti» napoletani?
«Ho la fortuna di essere in grande sintonia con Antonio Franchini (editor Mondadori, ndr). Anche lui è un napoletano che vive lontano da Napoli, profondo conoscitore della cultura partenopea e quindi di Russo, di cui mi ha anche citato a memoria tanti versi. Insieme abbiamo ragionato e ritrovato nel caos seguito all’Unità d’Italia una Gomorra ante litteram che, credo, riesce a parlare a tutti, da Nord a Sud».

Alessandro Chetta
26 dicembre 2012