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    Predefinito "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere

    "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere
    (rivista Excalibur, n. 71 dic. 2012)
    Si levano sempre più forti voci critiche nei confronti della BCE

    EreticaMente: Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro

    Ringraziamo per la gentile autorizzazione alla pubblicazione di questo articolo su Ereticamente l'associazione cagliaritana Vico San Lucifero

    Associazione Culturale "VICO SAN LUCIFERO"

    Fino ad alcuni anni fa, parole d'ordine come "sovranità monetaria", "uscita dall'Euro" e "ritorno alla Lira" erano relegate ad ambienti marginali della politica e dell'informazione, restando esse totalmente prive di riscontro nel mondo accademico.

    La crisi finanziaria internazionale, che dal sistema bancario si è propagata alle finanze degli Stati nazionali, unitamente al fallimento della politica economica restrittiva seguita dai governi europei, ha fatto venire allo scoperto anche in ambito accademico voci critiche verso la linea economica ufficiale della Banca Centrale Europea.

    Si moltiplicano i docenti di economia di varie università italiane, i cui interventi cominciano ad essere ospitati sui quotidiani e nei programmi televisivi, che ritengono deleteria la politica di drastico contenimento della spesa pubblica imposta dall'Unione Europea all'Italia e ai cosiddetti "PIGS" (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e che propongono senza mezzi termini l'abbandono dell'Euro e il ritorno alla Lira.

    Tra questi il più attivo è il professor Alberto Bagnai, fiorentino, classe 1962, professore all'Università di Pescara, autore di vari studi e pubblicazioni su riviste economiche internazionali e attivissimo conferenziere e divulgatore soprattutto attraverso un sito (www.bagnai.org) e un blog (Goofynomics) su Internet.

    Ma accanto a lui si devono ricordare anche Claudio Borghi Aquilini (Università Cattolica di Milano), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio di Benevento), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Lidia Undiemi (Università di Palermo), Luca Fantacci (Università Bocconi di Milano).

    Parallelamente a questi accademici emergenti, quasi tutti di età compresa tra i 40 e i 50 anni, anche un "mostro sacro" dell'economia italiana come il cagliaritano Paolo Savona, già Ministro nel governo tecnico Ciampi del 1993 e proveniente dal Centro Studi della Banca d'Italia, pur partendo da posizioni meno radicali di quelle dei suoi colleghi più giovani, si è ripetutamente pronunciato a favore della previsione di un "piano B", teso alla reintroduzione di una valuta nazionale in caso di collasso dell'Euro, tanto in pubbliche conferenze che nel suo ultimo libro "Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi" (Rubbettino Editore, 2012).

    Questa nuova corrente di pensiero della scienza economica italiana sottolinea che è il passivo nella bilancia dei pagamenti, e non la spesa pubblica, la vera causa della crisi finanziaria in atto.

    E che non a caso, è proprio dal settore della finanza privata che la crisi si è propagata al settore pubblico, causando la crisi del c.d. "spread". In risposta a tali turbolenze, la peggiore scelta che si poteva fare è stata quella dei tagli alla spesa pubblica, contravvenendo il basilare principio anticiclico della politica economica postkeynesiana secondo cui in fase di crisi dell'economia privata, è la spesa pubblica che deve sostenere la domanda aggregata.

    Le politiche restrittive di bilancio imposte dall'Unione Europea agli Stati in crisi hanno peggiorato sensibilmente il loro rapporto debito/P.I.L., non solo in Grecia ma persino dove (Spagna, Irlanda) il rapporto debito/P.I.L. era più basso che in Germania.

    Ricapitolando, il dissesto finanziario del settore privato discende dall'esistenza di un'area monetaria che, per il fatto di non costituire una c.d. "Area Valutaria Ottimale" (A.V.O., cioè un'area caratterizzata da requisiti macroeconomici e di mercato del lavoro uniformi), penalizza le economie più deboli, collocate alla periferia dell'Euro, costringendole a indebitarsi a vantaggio delle economie più forti.

    E senza il meccanismo riequilibratore della svalutazione.


    A fronte di questo, la Germania ha ulteriormente incrementato il proprio vantaggio competitivo comprimendo i salari interni ed aumentando così la sua competitività esterna nei confronti dei “soci” europei.

    Ma come sopra ricordato, l’impossibilità per questi ultimi di procedere a svalutazioni per riequilibrare la bilancia dei pagamenti, li ha costretti ad accettare i diktat dell’Unione Europea sui tagli alla spesa pubblica.

    Tagli che però, lungi dal risolvere il problema del debito pubblico di questi Stati, avranno solo l'effetto di trascinare sempre più l'Europa in una spirale depressiva, fino all'inevitabile collasso finale.

    Del resto, questo gruppo di economisti italiani vede in queste vicende la conferma della validità scientifica del c.d. "ciclo di Frenkel", dal nome dell'economista argentino Roberto Frenkel, che ha dedotto questa ferrea legge dallo studio della crisi monetaria del suo Stato e di altre economie negli ultimi 30 anni.

    Il "ciclo di Frenkel" nasce dallo studio comparato di 10 esperienze storiche recenti di unificazione monetaria (o adozione di cambi fissi con una valuta estera, che concettualmente e in termini di effetti sostanziali costituisce la stessa cosa): Cile (1982), Italia (1992), Messico (1994), Thailandia e Corea (1997), Russia (1998), Brasile (1999), Argentina e Turchia (2001), Unione Monetaria Europea (2010).

    Le fasi del "ciclo di Frenkel" sono le seguenti: 1) viene istituita un'area valutaria, caratterizzata da un'unica valuta comune o da due o più valute con un tasso di cambio rigido, di tipo "non ottimale" (con economie fortemente differenziate dal punto di vista macroeconomico) e vengono liberalizzati i movimenti di capitali; 2) capitali esteri affluiscono nella periferia (economie meno forti) dell'area valutaria per investire nel settore privato che offre rendimenti alti; 3) il suddetto afflusso di capitali provoca crescita e inflazione nella periferia dell'area valutaria, il cui il debito pubblico si riduce; 4) l'ulteriore aumento dell'inflazione finisce per arrestare la crescita della periferia; 5) coloro che hanno investito nella periferia, a fronte del blocco della crescita della periferia, ritirano i propri investimenti; 6) gli Stati della periferia, per evitare l'emorragia degli investimenti esteri, alzano i tassi d'interesse con cui vengono remunerati i titoli del debito pubblico; la crescita del c.d. "spread" fa esplodere il debito pubblico degli Stati della periferia.

    Si tratta di un disastro monetario annunciato, che dimostra ancora una volta che mai la storia (neppure quella economica) è "magistra vitae".

    L'unica soluzione per l'Italia e per i PIGS, che stanno vivendo esattamente questo scenario, è quella che Steen Jacobsen, capo economista di Saxo Bank, propone per la Grecia: uscita a breve dall'area Euro e ritorno alla sovranità monetaria, con controllo statale della domanda e dell'offerta di moneta e possibilità di svalutazione del cambio con l'estero.

    Di fronte a questo scenario, l'unico rimedio per noi Italiani è il ritorno alla nostra vecchia valuta nazionale e la restituzione alla Banca d'Italia del ruolo di "lender of last resort".

    Ciò implica che non si tratta semplicemente di tornare alla situazione precedente l'introduzione dell'Euro, ma alla fase storica anteriore all'introduzione dello S.M.E. (sistema monetario europeo) e al c.d. "divorzio Bankitalia-Tesoro", ripristinando pertanto l'obbligo per la Banca d'Italia di acquistare i titoli invenduti (abolito nel 1981) e di fornire anticipazioni al Tesoro (abolito nel 1993).


    Assolutamente non condivisibile è la tesi di chi, a fronte del fallimento dell'Unione Monetaria Europea, propone di consegnare all'Unione Europea, oltre che la leva monetaria, anche la leva fiscale, provvedimento la cui inutilità è confermata dal fatto che con la nuova disciplina della contabilità pubblica, sono praticamente concordate con l'Unione Europea.

    L'unione monetaria europea oggi costituisce un "patto leonino" utile solo alle politiche mercantiliste della Germania e dannoso per tutti gli altri partner europei.

    Dietro questo europeismo di facciata viene sacrificato il benessere delle Nazioni europee e, a ben vedere, anche del popolo tedesco (che subisce una forte contrazione dei consumi interni in ragione della compressione del livello dei salari) a favore dell'elite finanziaria e industriale tedesca.

    Alberto Bagnai, il principale rappresentante degli economisti che sostengono il ritorno alla sovranità monetaria, critica chi si illude di uscire dalla crisi con "più Europa" o con il varo di un "grande sindacato europeo", ricordando che "la sovranità nazionale un suo significato ce l'ha, perché la Nazione, oggi, è lo spazio nel quale i cittadini possono esercitare un controllo democratico sulle istituzioni".

    Sabato 1° dicembre 2012, presso il Dipartimento di Economia dell'Università di Pescara, ha avuto luogo la giornata di studi "Euro, mercati, democrazia. Scenari e proposte per superare la crisi", con la partecipazione del magistrato del Consiglio di Stato Luciano Barra Caracciolo e dei docenti universitari Alberto Bagnai, Luciano Zezza, Claudio Borghi Aquilini, Lidia Undiemi e Luca Fantacci.

    Sono stati inoltre presentati i seguenti testi: Marino Badiale, Fabrizio Tringali, "La trappola dell'euro" (Asterios Editore, 2012); Massimo Amato, Luca Fantacci "Come salvare il mercato dal capitalismo" (Donzelli Editore, 2012); Alberto Bagnai, "Il tramonto dell'euro", (Imprimatur Editore, 2012).

    L'auspicio è che le posizioni espresse nel convegno conquistino sempre maggiori consensi in ambito accademico e soprattutto, quel che più conta, l'attenzione del Parlamento e del Governo italiani.

  2. #2
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    Predefinito Re: "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere

    "Ma accanto a lui si devono ricordare anche Claudio Borghi Aquilini (Università Cattolica di Milano), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio di Benevento), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Lidia Undiemi (Università di Palermo), Luca Fantacci (Università Bocconi di Milano)."

    Di certo non si tratta di "neoconvertiti"

  3. #3
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    Predefinito Re: "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere

    Dove sarebbe finita l'Europa dirigista era noto (o altamente probabile, se proprio non si vogliono considerare inemendabili certi processi statalisti ) con la costruzione stessa dell'Euro vent'anni fa: un prodotto di laboratorio gestito dalla politica e da interessi abnormi.
    Poi come nella storia appena passata del secolo scorso, c'è chi si sintonizza su Radio Londra il 10 giugno e chi invece deve aspettare l'8 settembre per capire qualcosa di ciò che sta accadendo.

  4. #4
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    Predefinito Re: "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere

    alche osservazione in ordine a parallelismi tra il caso estremo di cambio fisso paradigmatico ed estremo, cioè l'unione monetaria, e la c.d. "quota 90" di mussoliniana memoria, che mirava appunto a un cambio fisso a quota 90 lire contro la sterlina britannica.
    La quota 90 fu una delle misure meno azzeccate del regime fascista: fu estremamente dannosa per le esportazioni (in particolare agricole) e costrinse il Regime a un abbassamento generalizzato del livello reddituale delle classi lavoratrici.
    In ogni caso, alla fine degli anni 20 si accompagnava con la politica autarchica e il protezionismo, che comportavano un minore ruolo delle esportazioni, ma non vedo che senso abbia nel 2012 tanto più che l'adesione all'unione monetaria europea comporta anche l'accettazione del fiscal compact e di quel che ne consegue (e che infatti andranno rifutati congiuntamente).
    Ci furono abbassamenti dei salari anche del 20%: qui si conferma l'assunto per cui ove gli shock della bilancia dei pagamenti non possano scaricarsi sui tassi di cambio, essi si scaricano sul livello dei salari e sul potere d'acquisto dei cittadini.
    In poco tempo, alla fine degli anni 20, furono bruciate la metà delle riserve auree della Banca d'Italia: a me ricorda molto il 1992 e un certo Ciampi (che bruciò altre riserve, stavolta di valuta estera)...
    Tanto è vero che l'Italia non affrontò nelle migliori condizioni la crisi del 1929, dopo la quale la politica economica del Fascismo dovette operare una svolta a 180°.
    In primo luogo tornando progressivamente a tassi di cambio variabili, tanto fu forte la rinuncia alle politiche deflazionistiche che nel 1935 si abbandonò anche la convertibilità della lira in oro.
    Tra il 1935, la lira subì ulteriori deprezzamenti.
    Del resto la stessa politica di opere pubbliche, di acquisizioni di imprese e creazione della partecipazioni statali, nonchè in generale di forte intervento dell'economia inaugurata negli anni '30 non poteva non essere moderatamente inflazionistica (e quindi non compatibile con una politica di cambi fissi).
    In pratica la quota 90 fu una fase della politica economica fascista (Volpi), come quella precedente del liberismo e del ritiro dello Stato da vari settori della vita economica degli anni 20 (De Stefani). La fase più caratterizzante della grande politica economica mussoliniana, quella degli anni 30, superò le precedenti e non confermò alcune delle linee perseguite da esse.

  5. #5
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    Predefinito Re: "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere

    Una vittoria per la spesa pubblica
    Ultima modifica di Theremin; 31-12-12 alle 10:35
    I magnifici asini sardegnoli ma'acchiappano da sempre... (salvo.gerli)

  6. #6
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    Predefinito Re: "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere

    Bonanotte, alle solite siamo sempre a rincorrere la moneta e non il debito.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  7. #7
    Giusnaturalista
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    Predefinito Re: "Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro" di Luca Cancelliere

    Uscire dalla UE subito e stringere immediati e particolari accordi economici con Ucraina, Israele, Regno Unito e Turchia.
    Tu ne cede malis, sed contra audentior ito, quam tua te Fortuna sinet.


 

 

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