POLITICAMENTE ANNO VIII, N. 77 – GENNAIO 2013
Un caso di ‘scelta delle tradizioni’: Evola e Bisanzio
Un concetto ricorrente in Evola è quello di scelta delle tradizioni, che infatti è dato ritrovare
tanto in articoli degli anni Trenta che in opere degli anni Cinquanta, a testimonianza del suo valere
come un punto fermo dottrinario. Il motivo dell’importanza di questo concetto è presto spiegato:
ogni tentativo di ricostruzione ‘genealogica’ non può fare a meno di scegliere ‘tra’, ovvero non può
sfuggire a una decisione ‘per’ che sia, al contempo, de-cisione ‘da’.
Alcuni esempi, tutti riguardanti la storia italiana: in uno scritto del 1938 (in effetti una
recensione del testo di Eucardio Momigliano su Federico Barbarossa), Evola si schiera
risolutamente con l’imperatore svevo contro i Comuni ribelli dell’alta Italia1; in Indirizzi per una
educazione razziale, che è del ’41, viene ribadita la scelta filoimperiale all’epoca del Barbarossa,
mentre lo stesso Risorgimento e l’intervento italiano nella prima guerra mondiale vengono
denunciati perché ‘agiti’ dalle forze della ‘sovversione’2. Identico approccio in un articolo del 1950
uscito sul Meridiano d’Italia; qui, accanto all’attacco al Rinascimento (uno dei classici bersagli
polemici evoliani), ritornano le critiche al Risorgimento e ai Comuni in lotta con l’Impero3. Per
concludere questa sommaria ricognizione, nell’ottavo capitolo de Gli uomini e le rovine, non a caso
intitolato “Scelta delle tradizioni”, la rivolta dei Comuni, il Rinascimento, il Risorgimento e
l’interventismo del 1915 verranno nuovamente sottoposti a ‘revisione’, in nome appunto di una ben
diversa ‘genealogia’4 (fatti salvi, ovviamente, gli elementi comunque positivi ravvisati da Evola nel
Risorgimento e nell’interventismo).
Ora, di fronte a queste posizioni evoliane non hanno molto senso eventuali critiche mosse
dall’esterno, a partire, cioè, da valori, nozioni, idee e principi estranei a quel contesto ‘discorsivo’ e
a quella logica e quindi argomentativamente per nulla risolutivi ed efficaci per chi appunto non
condivida quei valori e principi. Detto altrimenti: l’unica critica davvero radicale è quella portata
dall’interno, in base alla logica propria di chi è oggetto di critica5, in quanto l’opporre alle
argomentazioni evoliane principi e valori ad esse estranei si rivela essere operazione largamente
infruttuosa e inefficace, e, in fondo, destinata a risolversi in una mera contrapposizione tra
‘genealogie’, ossia in una differente scelta delle tradizioni di riferimento.
Per essere ancora più chiari: visti dalla prospettiva ‘imperiale’ fatta propria da Evola (in quanto
l’Impero sarebbe la più alta forma di autorità tradizionale), è evidente che tra i Comuni e il
Barbarossa, tra Metternich e Mazzini, tra gl’Imperi Centrali e le potenze demo-liberali dell’Intesa6
non ci siano dubbi su dove debba ricadere la scelta. Ovvio: si può ben osservare che la lotta dei
Comuni abbia avuto caratteristiche molto diverse da quelle che gl’imputava Evola7, così come non
sarebbe affatto difficile mostrare il volto radicalmente diverso del Risorgimento (non certo
riducibile a interpretazioni incentrate su presunti ‘complotti massonici’ et similia) e
dell’interventismo (tanto che sarebbe molto più corretto, storiograficamente, parlare degli
interventismi, perché, giusto a titolo d’esempio, davvero poco avevano in comune le posizioni di un
D’Annunzio e quelle di un Salvemini). Ciò nonostante, questi rilievi critici, seppur significativi,
comunque non credo sarebbero capaci di scalfire il ‘nodo’ argomentativo evoliano, poggiante, lo si
è già detto, sulla preminenza della prospettiva ‘imperiale’.
Il vero ‘punto d’attrito’ capace di far emergere le contraddizioni e le incoerenze del discorso
evoliano andrà, di conseguenza, cercato altrove, e precisamente in quelle pagine di Rivolta contro il
mondo moderno in cui la ‘scelta delle tradizioni’ si orienta verso il Sacro ‘romano’ impero
carolingio e germanico di contro all’impero bizantino. Insomma, è qui che ‘scatta’ il sovversivismo
dell’immanenza perché da qui viene quel vizio d’origine in grado di mettere in crisi dall’interno la
logica ‘imperiale’ perseguita da Evola. Infatti, esaminando la scelta evoliana ci si accorge
chiaramente di tutta la sua inconsistenza, vista la pressoché nulla legittimità ‘romana’ dell’impero
carolingio8 rispetto ai ‘titoli’ dell’impero bizantino, cosa che sembra ammettere lo stesso Evola
quando scrive: “teoricamente, l’idea imperiale bizantina presenta un alto grado di tradizionalità. Vi
si afferma il concetto del βασιλεύς αύτοκράτωρ; del dominatore sacrale la cui autorità è dall’alto, la
cui legge, imagine di quella divina, ha un diritto universale, e al quale di fatto è soggetto lo stesso
clero, a lui spettando la direzione delle cose sia temporali, sia spirituali”9. Ma non solo; perché se
non è possibile pensare a una continuità senza lacerazioni tra Roma e Bisanzio10, è però altrettanto
vero che l’invio delle insegne imperiali a Costantinopoli da parte di Odoacre e del Senato di Roma
rappresenta un indiscutibile ‘passaggio di consegne’11 nemmeno lontanamente paragonabile alla
‘legittimità’, esclusivamente giudaico-cristiana, dei carolingi.
Ancora: a parte la vocazione classicamente ‘romana’ di Giustiniano (ma i bizantini si sono
definiti Rhomaioi almeno sino al dodicesimo secolo; fu essenzialmente la nefasta quarta crociata a
consumare lo strappo decisivo), l’interesse di Bisanzio per l’Italia e il Mediterraneo non venne
meno neppure dopo i disastri delle invasioni arabe12. Perché, pur avendo ragione la Ronchey a
sottolineare come le conquiste arabe abbiano in buona misura privato Bisanzio della sua prospettiva
strategica italica e più in generale mediterranea e ‘occidentale’13, ciò non toglie che gl’imperatori
bizantini, sino ai progetti di riconquista di Basilio II e alle imprese di Giorgio Maniace nella prima
metà dell’XI secolo, mai abbiano davvero rinunciato alle loro rivendicazioni sull’Italia14.
Di fronte a tale contesto, qui appena accennato, Evola finisce invece per rovesciare
immediatamente il giudizio positivo più sopra ricordato in una condanna senz’appello, laddove
afferma che “ancor più che nella decadenza romana tutto ciò [ossia quanto citato in precedenza]
rimase un simbolo portato da forze caotiche e torbide, poiché la sostanza etnica ancor più che nel
precedente ciclo imperiale romano fu improntata dal demonismo, dall’anarchia, dal principio di
incessante agitazione proprio al mondo ellenico-orientale disgregato e crepuscolare”15. Ma questo è
un giudizio che di storicamente concreto non ha praticamente nulla, ma che piuttosto si limita ad
applicare vuote categorie ‘metastoriche’ a una realtà enormemente più complessa e differenziata,
testimoniando in tal modo, se ce ne fosse ancora bisogno, la sostanziale infondatezza16 di una
‘scelta’ evoliana che sembra oltretutto tratta di peso da quella fucina di pregiudizi antibizantini che
fu l’illuminismo, tutto teso a presentare l’impero dei Romei come una storia di decadenza durata
ininterrottamente per undici secoli, dimenticando che, tutt’al contrario, “nel mondo medievale,
Bisanzio rappresentò lo ‘Stato’ per eccellenza”17.
Giovanni Damiano

1
Cfr. J. Evola, Federico Barbarossa, in Id., Esplorazioni e disamine. Gli scritti di “Bibliografia Fascista”, I, Edizioni
all’insegna del Veltro, Parma 1995, pp. 147-154.
2
Vedi J. Evola, Indirizzi per una educazione razziale, Ar, Padova 1994, in particolare le pp. 60-61.
3
Cfr. J. Evola, Scelta delle tradizioni, in Id., I testi del Meridiano d’Italia, Ar, Padova 2003, pp. 59-61.
4
Cfr. J. Evola, Gli uomini e le rovine, Settimo Sigillo, Roma 1990, pp. 111-124.
5
Un approccio acutamente definito da Michael Walzer “sovversivismo dell’immanenza” (v. M. Walzer, Geografia
della morale. Democrazia, tradizioni e universalismo, Dedalo, Bari 1999, p. 56).
6
Anche se Evola passa troppo disinvoltamente sotto silenzio la presenza dell’impero zarista tra le fila dell’Intesa.
7
Sull’argomento si veda ora P. Grillo, Legnano 1176. Una battaglia per la libertà, Laterza, Roma-Bari 2010.
8
Al riguardo, mi permetto di rinviare a G. Damiano, Roma tradìta. Note sulla regalità carolingia, ne “La Cittadella”, a.
XI, n.s., n° 44, ott.-dic. 2011, pp. 7-20.
9
J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma 1998, pp. 331-332. Tra le tante conferme,
l’introduzione a Bisanzio del rito dell’unzione imperiale, sulla scia dell’impero latino d’Oriente, solo a partire
dall’incoronazione di Teodoro I Lascaris nel 1208 (cfr. G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, Torino
1981, p. 392), senza però particolari ripercussioni, se ancora “in una lettera del 1248 all’imperatore bizantino Giovanni
Vatatzes, Federico II gli aveva invidiato la ‘felicità dell’Asia’ dove la sovranità regale era libera da quelle ‘invenzioni
dei pontefici’ che spingevano i sudditi europei a prendere le armi contro i loro sovrani” (G. Sacerdoti, Sacrificio e
sovranità. Teologia e politica nell’Europa di Shakespeare e Bruno, Einaudi, Torino 2002, p. 91). Va inoltre ricordato
che, già a partire dal concilio di Costantinopoli del 448, Teodosio II venne acclamato archiereus basileus, “re
sacerdote” (cfr. S. Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, Torino 2002, p. 89).
10
Sul drammatico crollo di una intera civiltà, dovuto alla fine dell’Impero romano d’Occidente, cfr. il fondamentale
lavoro di B. Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, Roma-Bari 2008.
11
Odoacre, nel riportare le insegne imperiali d’Occidente a Costantinopoli, “ottenne per questa missione il sostegno del
Senato di Roma. Già nel 476 i senatori avevano deliberato che l’Occidente non aveva bisogno di un nuovo imperatore:
riconoscevano la piena autorità di Zenone come unico Augusto dell’impero romano” (U. Roberto, Roma capta. Il Sacco
della città dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 195; quel Senato che riuscirà pure nel marzo del
483 a subordinare al suo controllo l’elezione del papa; cfr. ivi, p. 207). Non a caso, dopo il 476 le promozioni nel Senato
di Roma e l’amministrazione italiana saranno ancora sottoposte alla conferma imperiale, così come continuerà la prassi
di associare annualmente un console occidentale ad uno orientale e di unire in una titolatura comune i prefetti del
pretorio d’Italia e d’Oriente (cfr. D. Feissel, L’imperatore e l’amministrazione imperiale, in C. Morrisson (a cura di), Il
mondo bizantino, I, L’Impero romano d’Oriente (330-641), Einaudi, Torino 2007, p. 86).
12
D’altronde, la “nostalgia per Roma e la volontà di continuare Roma sono tratti assolutamente fondamentali della
mentalità bizantina” (così S. Ronchey, Lo Stato bizantino, cit., p. 79).
13
Cfr. S. Ronchey, Lo Stato bizantino, cit., pp. 10-11.
14
Cfr. al riguardo G. Ravegnani, I Bizantini in Italia, il Mulino, Bologna 2004 e J.-M. Martin, L’Italia bizantina (6411071),
in J.-C. Cheynet (a cura di), Il mondo bizantino, II, L’Impero bizantino (641-1204), Einaudi, Torino 2008, pp.
513-536. Sulla cruciale importanza strategica della Sicilia per Bisanzio (basti pensare, ad esempio, al progetto di
Costante II), utili indicazioni anche in A. Vanoli, La Sicilia musulmana, il Mulino, Bologna 2012, pp. 20-31.
15
J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, cit., p. 332. L’Evola non ancora dimentico della ‘tradizione mediterranea’
considerava invece quello di Bisanzio un “imperialismo vero, spirituale, sacro e eroico” (J. Evola, Imperialismo
pagano. Il fascismo dinnanzi al pericolo euro-cristiano, Mediterranee, Roma 2004, p. 147).
16
Come infondate sono anche talune ricostruzioni ‘genealogiche’ aventi come fine ultimo la dimostrazione di una
presunta continuità tra l’impero bizantino e quello ottomano (è il caso di Claudio Mutti). In merito, mi limito a ricordare
che fu il primogenito di Tommaso Paleologo, ossia Andrea Paleologo, ad essere “considerato in Occidente l’erede
legittimo del trono bizantino e del despotato di Morea. Il papa gli conferì il titolo di despota, che compare nella legenda
della sua bolla: ‘Andreas Paleologus Dei gratia despotes Romeorum’; nel crisobullo del 1483 emanato dallo stesso
Andrea, egli così si definisce: ‘Andreas Paleologus Dei gratia fidelis imperator Costantinopolitanus’” (C. Asdracha-R.
Mantram, Faccia a faccia a est: turchi e occidentali, in R. Fossier (a cura di), Storia del Medioevo, III, Il tempo delle
crisi 1250-1520, Einaudi, Torino 1987, p. 317). E lo stesso papa Piccolomini, nella sua lettera a Maometto II in cui gli
chiedeva di convertirsi al cristianesimo in cambio del titolo imperiale, osservava come solo a questa condizione “ciò
che ora tu hai occupato con la forza, e ingiustamente detieni, sarà allora tuo possedimento di diritto” (cit. in E. Garin,
Ritratto di Enea Silvio Piccolomini, in Id., Ritratti di umanisti, Sansoni, Firenze 1967, p. 33; corsivo mio), con l’ovvia
conseguenza, dato il rifiuto di Maometto II a convertirsi, della totale illegittimità dei suoi possedimenti ‘bizantini’ e, a
fortiori, della nullità di qualsivoglia sua pretesa al titolo imperiale dei Romei.
17
S. Ronchey, Lo Stato bizantino, cit., p. 147. Ancora, uno ‘Stato’ in cui “il tradizionalismo [era] un elemento
dominante”, tanto che “dello Stato antico, o tardoantico, a Bisanzio restarono in vita le funzioni e i servizi; le leggi, le
istituzioni, l’apparato giudiziario e burocratico-amministrativo dell’impero; i presupposti ideologici del mandato
imperiale: il principio universalistico e soprattutto la concezione del potere autocratico come diretta ipostasi
dell’autorità divina” (ivi, p. 148).

Fonte: http://www.politicamente.net/pdfsagg...20bisanzio.pdf