L'anti operaista che visse nel futuro
Ne L'uomo a una dimensione che comparve negli Stati Uniti nel 1964 ed è uno dei suoi libri più influenti, Herbert Marcuse dichiarava di prevedere per la classe operaia un destino di integrazione al sistema capitalistico. Di conseguenza proponeva di spostare l'attenzione politica dalla sfera del rapporto di produzione alla sfera delle marginalità extra-produttive. L’analisi di Marcuse ebbe effetti importanti nella cultura giovanile del tempo, perché preparava il terreno al movimento degli studenti come forza principale della lotta anticapitalistica, in sostituzione della classe operaia – integrata e dunque irrecuperabile alla lotta rivoluzionaria.
“Nel libro di Marcuse i giovani del '68 trovarono gli argomenti e le parole atte a conferire forma definita a un'idea che in un modo meno articolato circolava già da tempo in Europa. Era l'idea che le società europee, uscite ormai da oltre vent'anni dall'esperienza del fascismo e della guerra, fossero in realtà società bloccate. (…) Bloccate anche sul piano della speranza di un cambiamento futuro, perché i giovani consideravano la maggior parte della classe operaia, e con essa i partiti delle sinistra tradizionale che li rappresentavano, ormai integrata nel sistema sociale esistente, e quindi non più credibile come soggetto storico capace di imporre innovazioni radicali.” (Luciano Gallino, Nota a L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, p. 262).
Dagli studenti che erano (o credevano di essere) esterni al processo produttivo, veniva una speranza di cambiamento che la classe operaia aveva abbandonato, perché la sindacalizzazione, l'economicismo, il benessere, il consumismo, avevano prodotto un effetto di integrazione sociale al sistema capitalistico. Quest’idea circolò largamente in quegli anni, e fu parte della coscienza studentesca.
Marcuse prevedeva nel 1964 un periodo di crescente pace sociale, nella quale gli studenti dovevano agire come portatori di una coscienza umanistica minacciata.
“Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico.” (H. Marcuse, L'uomo a una dimensione, op. cit., p. 21).
Lo sviluppo tecnologico e il principio funzionalistico producono un’integrazione sociale il cui effetto è un annullamento delle dinamiche conflittuali e potenzialmente rivoluzionarie.
“Il nuovo mondo tecnologico del lavoro porta a indebolire la posizione negativa della classe lavoratrice: questa non appare più come la contraddizione vivente della società costituita...Il dominio prende veste di amministrazione.” (H. Marcuse, op.cit., p. 51).
Oggi, a distanza di alcuni decenni, nel discorso marcusiano vediamo considerevoli elementi di prefigurazione: l'affermazione secondo cui «il dominio prende veste di amministrazione» va ripensata alla luce della creazione di un sistema di automatismi economico-finanziari apparentemente senza alternative.
In Italia il pensiero marcusiano fu accolto in maniera molto critica, soprattutto da parte del pensiero operaista. Il suo pensiero distingue in maniera meccanica tra lotta salariale implicitamente economicista e integrata, e lotta politica rivoluzionaria. Non riesce a cogliere il carattere politico della rivendicazione salariale. In secondo luogo il discorso di Marcuse portava a un’esaltazione della separatezza della figura studentesca rispetto al ciclo di produzione capitalistica.
Eppure Marcuse, in quegli stessi anni, si poneva il problema del rapporto tra forme del pensiero e forme della produzione sociale, e ripensava la funzione della tecnica come processo di sottomissione del pensiero.
"il tratto distintivo dell'operazionismo, rendere il concetto sinonimo dell'insieme corrispondente di operazioni, ricorre nella tendenza del linguaggio a considerare i nomi di cose come se indicassero al tempo stesso il loro modo di operare, e i nomi di proprietà e i processi come simboli dell'apparato usato per rilevarli o produrli. È il ragionamento tecnologico, che tende a identificare le cose con la loro funzione. "(H. Marcuse: L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, pag. 104)
Il quadro di riferimento del pensiero marcusiano è la dialettica hegeliana, della quale riafferma la funzione dinamica, in opere come Ragione e rivoluzione e come L'ontologia di Hegel, che propongono del pensiero hegeliano una versione inquieta, centrata sulla negatività, sulla processualità, sulla scissione. Ne L'uomo a una dimensione scrive:
"L'universo totalitario della razionalità tecnologica è l'ultima incarnazione dell'idea di Ragione."(Marcuse: op.cit. pag. 139)
Se L’Uomo a una dimensione è il libro che ha ispirato le correnti tecnofobe della cultura dei movimenti, Eros e civiltà uscito in Italia nel 1967, ispira le correnti tecnofile che alla tecnologia attribuiscono un ruolo ambiguo ma potenzialmente liberatorio.
In questo libro Marcuse parla delle potenzialità liberatorie che la tecnologia contiene, e contrappone alla riduzione funzionalista la dinamica della ragione che si realizza. Eppure, sia pure in maniera idealistica, Marcuse qui coglie un punto essenziale del divenire tardocapitalistico: la tendenza verso la piena integrazione tra Logos e produzione, per il tramite della tecnologia. È il processo di digitalizzazione del mondo che è all'orizzonte della tendenza descritta da Marcuse: la digitalizzazione come paradossale realizzazione del panlogismo hegeliano nella sua versione a-dialettica, depotenziata, quieta.
"La dinamica ininterrotta del progresso tecnico è ormai permeata di contenuto politico, e il Logos della tecnica è stato riformulato nel Logos della servitù senza fine. La forza liberatrice della tecnologia, - la strumentalizzazione delle cose - si muta in catena che blocca la liberazione, in strumentalizzazione dell'uomo."
(H. Marcuse: op.cit.pag. 173)
E' ben evidente che sulla scena storica dell'epoca contemporanea, seguita al crollo delle ideologie politiche nella vita sociale delle genti domina l'inessenziale, la rivendicazione particolaristica, i nazionalismi, i regionalismi, i razzismi: la differenza si vuole identità. Ma l'identico si realizza in un'altra sfera, quella dell'Informazione. E questa sfera sussume ogni spazio dell'ambiente umano sostituendo alla percezione storica del tempo una percezione digitale.
La produzione dell'identico si delinea come programma generativo di una successione di stati che escludono l'inessenziale definendolo. La differenza é così, non risolta (come l'idealismo pretendeva) ma residualizzata. Algoritmi, non essenze, non finalità, generano la successione delle configurazioni codificate.
La società informatizzata può essere intesa da questo punto di vista come il Panlogismo realizzato.
Il Sapere Assoluto si incarna nell'universo delle macchine intelligenti. La totalità non é la Storia, ma l'insieme virtuale delle interconnessioni previste e predeterminate dall'universo delle macchine intelligenti.
La logica hegeliana si é così inverata attraverso l'informatica, dato che nulla é vero se non è registrato nell'universo delle macchine di elaborazione e di telecomunicazione. La totalità generativa delle macchine logiche ha preso il posto della totalità finalistica di tipo hegeliano.
Mentre la barbarie politica del fascismo e del comunismo autoritario (che hanno tentato di realizzare nel ventesimo secolo il progetto hegeliano) non ha potuto in alcun modo sormontare o rimuovere la montagna di violenza, di morte e di sofferenza che il processo di abolizione comportava, la tecnobarbarie è levigata generazione di simulacri prodotti da un algoritmo.
Bifo
Viva la Comune




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