Interessante articolo di Alessandro Cislin sul fatto quotidiano:
"Ogni volta che la Gelmini cita l’Europa, i funzionari europei rispondono con ilari schiamazzi convertiti pubblicamente in un diplomatico silenzio. Era successo ad esempio con la decantata valorizzazione dell’inglese che, nelle modalità imposte dalla ministra, ovvero scegliendo il risparmio e i tagli di insegnanti, perciò penalizzando le altre lingue europee, ha subito incontrato l’altolà di Bruxelles. In questo caso però si decompone anche l’ilarità e resiste solo lo sgomento. La norma del trenta per cento è talmente clamorosa che sta facendo il giro del mondo nei blog di ogni lingua e latitudine. Un giro di telefonate con gli operatori della scuola in Inghilterra, Francia, Germania e Spagna – interpellando anche insegnanti di destra – lo conferma: la misura è ritenuta ovunque “fa s c i s t a ” e porrebbe l’Italia al di fuori non solo dell’Europa ma dell’intero ambito del diritto internazionale.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo, ratificata e resa esecutiva dalla legge 176 del 1991, stabilisce l’assenza di limiti di sorta, e men che meno di origine etnica, religiosa o linguistica alla “gratuità dell’insegnamento”, prevedendo “l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità” (articolo 28), e precisando che l’offerta formativa debba formularsi “indipendentemente dalla nazionalità, status di immigrazione o apolidia” (ar ticolo 2).
La Convenzione europea dei diritti dell’uomo è un po’ più scarna ma stabilisce ugualmente che: “Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno”. In pratica non ci possono essere limiti, e quindi le quote sono inimmaginabili. E qui il diritto non è un’astratta formulazione ma il risultato univoco e concreto delle più disparate tradizioni europee in materia di integrazione. Ai poli opposti: il pragmatismo britannico, che accetta e tutela territori etnicamente separati, e l’etica transalpina della “cito - ye n n e t é ”, che ambisce a un’egualitaria formazione universale ai valori della nazione. In ambedue i casi la discriminazione risulterebbe inconcepibile: nel primo suonerebbe come una forzatura illiberale, nel secondo come une un’astrusa costrizione a uscire dal proprio quartiere per trovare un istituto sufficientemente denso di “autoctoni” da poter rientrare nelle quote. La norma del trenta per cento non trova infatti pari nel resto dell’Unione Europea, dove le uniche discriminazioni ammissibili sono quelle “p o s i t i ve ” nei confronti degli immigrati, non certo “quelle” negative. Non è cioè pensabile stabilire “un massimo di”, tutt’al più lo è il “minimo” sta - bilito a beneficio degli stranieri, come avviene in alcuni settori dell’amministrazione. Un precedente tuttavia c’è ed è rappresentato dalla Croazia. Il caso di quattordici ragazzi rom inseriti in classi separate è giunto all’attenzione della Corte europea dei diritti dell’uomo. La risposta dei giudici di Strasburgo è stata ambigua ma pesante: non possiamo intervenire sulla legislazione di Zagabria, ma le famiglie devono esser risarcite di duemila euro di danni morali cui vanno sommate le spese legali. Forse i consulenti della Gelmini non l’hanno informata sulle probabili conseguenze del suo dono al populismo leghista. La reazione europea non consisterà solo in qualche richiesta di “chiar imento” o in qualche editto morale di “condanna”. Si tratterà forse di tirar fuori soldi pubblici per affrontare contenziosi continentali e le relative sconfitte, che dall’Italia si annunciano ben più estese rispetto alla piccola Croazia. La Commissione per ora schiva: “Aspettiamo i risultati concreti”, ben sapendo però che l’esito sarà giudiziario, a spese dei contribuenti italiani, oltre che dei diritti universali. "
Hanno ragione Pannella e i Radicali a volere proporre di escludere politicamente l'Italia dall'Europa. Qui non si tratta più di parlare delle sole radici cristiane si tratta di un paese che si pone contro un numero sempre maggiore di convenzioni internazionali.




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