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    Predefinito La Waterloo di Brunetta

    Tratto da "La Stampa"

    Addio effetto Brunetta

    Il Comune fa +68% ma la vera impennata è avvenuta nelle Asl
    A due anni dalla legge boom di assenze per malattia nel settore pubblico
    Andrea rossi
    Torino

    Cinque del pomeriggio, Maria Pireto, da vent’anni bidella in una scuola di Torino, ripone il grembiule blu d’ordinanza. Fine delle lezioni, tutte le classi sono uscite. Dice che nemmeno se la ricorda l’ultima volta che è stata a casa per malattia. «Ci hanno additati, fatti passare per fannulloni. Non era vero. E per dimostrarlo c’è chi, negli ultimi mesi è venuto a lavorare con la febbre». Forse ha ragione. Forse all’inizio è successo. Ora non più, la musica è cambiata da un pezzo, l’inversione di tendenza è radicale, massiccia, quasi una controffensiva. La rivolta del pubblico impiego. Un anno fa erano tutti sani. Sono tornati ad ammalarsi. Come prima. Certe volte più di prima.

    Tra il personale tecnico e amministrativo della scuola - di cui la signora Pireto fa parte - a marzo dello scorso anno le assenze per malattia erano sprofondate: meno 29 per cento. La crociata del ministro Brunetta contro l’assenteismo tra i dipendenti pubblici sembrava vinta, e non solo nella scuola: università, enti di ricerca, comuni, province, Asl. Due anni dopo siamo ai blocchi di partenza. Tra i bidelli più dieci per cento rispetto a marzo del 2009. Altrove è persino peggio: si viaggia anche a più 50, 60 e 70 per cento.

    La marea è montata poco alla volta, come una restaurazione sotterranea. Mese dopo mese, rilevazione dopo rilevazione. Fanno un certo effetto gli annunci trionfalistici di due anni fa, quando il solo annuncio della “cura Brunetta” contro i forzati della mutua sembrava aver prodotto risultati notevoli. Fa un certo effetto rileggere i dati che il ministero pubblicava solo nella primavera dello scorso anno: 14 milioni di giornate lavorate in più in Italia. E a Torino? Meno 23 per cento di assenze al Sant’Anna, meno 27,5 all’Asl 2 di Torino, meno 29 al Cto, addirittura meno 58 al San Luigi di Orbassano, per citare la sanità. E gli enti locali? Stesso discorso, o quasi. In Regione, ad esempio, i lavoratori malati erano scesi del 38 per cento. Ora nelle Asl la rotta si è drasticamente invertita, mentre in Regione siamo alla pari, il trend positivo si è arrestato.

    Niente a che vedere con quel che è successo in Comune, dove in pochi mesi si è passati da una brusca sforbiciata - meno 47 per cento - a un’altrettanto feroce impennata, più 67 per cento. «Quando si vara una legge senza sanzioni prima o poi la gente se ne accorge e prende le misure. Così si torna indietro», racconta il City manager Cesare Vaciago, “brunettiano doc”, anni spesi a cercare di incrementare la produttività dei suoi dipendenti. «Il potere deterrente è basso, la vera efficacia risiedeva nell’obbligo per il malato di restare a casa. Peccato che molti enti, non noi, l’abbiano negoziato con i sindacati finendo per attenuarlo e vanificando così l’intero provvedimento».

    E che dire di quelle istituzioni che un anno fa erano state pubblicamente lodate da Brunetta? Erano finite addirittura sul sito del ministero della Pubblica amministrazione come esempi da imitare: San Luigi di Orbassano, meno 58 per cento; Comune di Avigliana, meno 62 per cento; Comune di Chivasso, meno 65 per cento. Un anno dopo il mondo sembra essersi rovesciato: più 75 per cento a Orbassano, più 29 ad Avigliana e più 90 a Chivasso. Come è stato possibile? Enrica Valfrè, segretaria del settore Funzione pubblica della Cgil torinese, una risposta ce l’ha: «C’è stato un momento in cui si andava a lavorare anche quando si stava male. La crisi era pesante, molti non si potevano permettere di perdere 40-50 euro al giorno, la cifra che viene sottratta dalla busta paga di chi sta a casa. La paura serpeggiava: per otto ore filate era possibile ricevere la visita fiscale a casa. Li chiamavano “arresti domiciliari”».

    Tutto svanito, e non perché la legge nel frattempo è stata ritirata o depotenziata. Semplicemente è stata applicata all’italiana. «Servono visite mediche mirate», insiste Vaciago, «altrimenti non si punisce chi fa il furbo». Forse è andata così. A distanza di due anni, della legge anti-assenteisti è rimasto davvero poco.
    Finito lo spot pubblicitario del nanerottolo e incassati i voti, il problema è rimasto identico se non peggio.
    Nessuna traccia sui Tg.

    Ole'.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  2. #2
    Superpol
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    Predefinito Re:La Waterloo di Brunetta

    Il problema era che la legge era ideologica e inutilmente vessatoria, per cui e' naufragata subito

  3. #3
    Speriamo non sia tardi
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    Predefinito Re:La Waterloo di Brunetta

    Diciamo pure che vista la mala parata sulle malattie e la mazzata sulle corna che gli hanno i suoi concittadini si è buttato a bomba sulla "grande" rivoluzione della CEC-PAC che cambierà la vita dei cittadini, peccato che non sia stato onesto fino in fondo a spiegare come funzioni la sua grande idea

    Regalo? PECché e PECchì?

    di G. Scorza - Il Ministro Brunetta tesse le lodi della CEC PAC, ma l'attuale procedura di assegnazione suscita perplessità. Chi vuole rinchiudersi in un domicilio informatico?
    Regalo? PECché e PECchì?Roma - Secondo il Ministro dell'Innovazione Renato Brunetta la sua iniziativa di "regalare" ad ogni cittadino un indirizzo di Posta Elettronica Certificata (n.d.r. in realtà il Ministro ci regalerà una CEC PAC ovvero una PEC utilizzabile solo per comunicare con la PA) è "la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese" nonché "la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi".
    Sarà anche vero, ma si tratta di una "rivoluzione" che minaccia di travolgere la libertà di domicilio (informatico) e le più elementari regole del mercato e della concorrenza.
    Andiamo con ordine.

    La nostra Costituzione - al pari delle carte costituzionali di ogni altro Paese democratico o aspirante tale - riconosce a tutti i cittadini - ed in realtà anche ai non cittadini purché legittimamente presenti sul territorio italiano - tra gli altri, il diritto a fissare liberamente il proprio domicilio. Nel 2010 una casella di posta elettronica, al pari del nostro PC o, piuttosto, del nostro account su Facebook, costituiscono naturali proiezioni informatiche del nostro domicilio con la conseguenza che spetta a ciascuno di noi, in assoluta autonomia, decidere se e quale indirizzo di posta elettronica utilizzare, chi ammettere al nostro profilo su Facebook o, piuttosto con chi condividere i dati sul nostro PC.
    Tale libertà è costituzionalmente garantita ed ammette di essere limitata nelle sole ipotesi previste, appunto, dalla Carta Costituzionale.
    L'elezione di domicilio - sia esso informatico o geografico - ovvero la manifestazione con la quale si porta a conoscenza di un soggetto terzo - privato o pubblica amministrazione - la volontà di ricevere tutte le comunicazioni relative ad un determinato affare o procedimento presso un certo indirizzo, costituisce una forma di esercizio di tale libertà.
    È, dunque, fuor di dubbio che manifestare alla pubblica amministrazione la volontà di ricevere comunicazioni elettroniche - via PEC, CEC PAC o semplice mail - presso un determinato indirizzo rappresenta, appunto, esercizio dell'insopprimibile libertà di domicilio costituzionalmente garantita.

    Proprio muovendo da tale presupposto, d'altro canto, il D.p.r. 11 febbraio 2005, n. 68 attraverso il quale è stata introdotta nel nostro Ordinamento la Posta Elettronica Certificata prevedeva - e prevede tuttora - all'art. 4 che "Per i privati che intendono utilizzare il servizio di posta elettronica certificata, il solo indirizzo valido, ad ogni effetto giuridico, è quello espressamente dichiarato ai fini di ciascun procedimento con le pubbliche amministrazioni o di ogni singolo rapporto intrattenuto tra privati o tra questi e le pubbliche amministrazioni. Tale dichiarazione obbliga solo il dichiarante e può essere revocata nella stessa forma".
    Opportunamente, inoltre - con riferimento specifico alle comunicazioni tra PA e cittadini - l'art. 16 dello stesso D.p.r. 68/2005, chiarisce che "Le pubbliche amministrazioni garantiscono ai terzi la libera scelta del gestore di posta elettronica certificata".
    Non vi era e non vi è, infatti, alcuna ragione per limitare - ammesso anche che ciò possa ritenersi costituzionalmente legittimo - la libertà di domicilio nelle nuove dinamiche delle comunicazioni elettroniche che, anzi, semmai, abilitano ciascun cittadino ad un più ampio ed autonomo esercizio di tale libertà giacché cambiare indirizzo di posta elettronica e/o decidere di utilizzare diversi indirizzi a seconda della natura dell'affare o del procedimento è assai più facile di quanto non sia nelle dinamiche delle comunicazioni cartacee tradizionali.
    Non la pensa così, tuttavia, il Ministro dell'innovazione che, infatti, nel lanciare la sua "rivoluzione" con il DPCM 6 maggio 2009 ha stabilito che i cittadini che richiedano ed ottengano un indirizzo CEC PAC di Stato eleggono con ciò, automaticamente e coattivamente, il proprio domicilio, in relazione a tutte le comunicazioni con la PA, presso l'indirizzo loro fornito dal concessionario pubblico.
    Ma c'è di più.

    Lo stesso DPCM, prevede, infatti che "L'affidatario del servizio di PEC ai cittadini...renda consultabili alle pubbliche amministrazioni, in via telematica, gli indirizzi di PEC di cui al presente decreto".
    Come è noto, nei mesi scorsi, all'esito di una procedura di gara la cui legittimità è, peraltro, attualmente al vaglio dei Giudici amministrativi, il Ministro Brunetta ha assegnato - come peraltro ampiamente ed agevolmente già previsto da molti - la concessione ad un raggruppamento di imprese costituito da Poste Italiane e Telecom Italia. Il nuovo concessionario CEC PAC di Stato, nei giorni scorsi, ha quindi iniziato a distribuire i propri indirizzi di posta elettronica ai cittadini italiani e ad inserirli nel registro attraverso il quale le pubbliche amministrazioni potranno individuare i "domicili informatici" degli italiani.

    Sembra, tuttavia, che in tale registro possano essere iscritti unicamente gli indirizzi targati "Poste" ovvero quelli rilasciati dal concessionario di Stato e non anche tutti gli equivalenti indirizzi di posta elettronica certificata di cui i cittadini italiani già dispongono o disporranno e sui quali, in ipotesi, potrebbero desiderare ricevere anche le comunicazioni da parte della PA.
    Si tratta di una gravissima limitazione della libertà di domicilio ingiustificata ed ingiustificabile e, in ogni caso, di un'evidente violazione della disciplina relativa all'utilizzo della Posta Elettronica Certificata tuttora vigente che continua a prevedere che il cittadino possa scegliere di utilizzare, nei rapporti con la PA, un indirizzo di Posta Elettronica Certificata ottenuto da un qualsiasi fornitore - e non solo dal concessionario di Stato - e utilizzare indirizzi diversi per ogni procedimento amministrativo. È, dunque, urgente che il Ministro imponga al concessionario pubblico di accettare l'iscrizione nel registro di qualsiasi indirizzo di Posta Elettronica Certificata, restituendo così a tutti i cittadini il diritto di esercitare la propria libertà di elezione di domicilio (informatica).

    In tal modo, peraltro, le centinaia di migliaia di professionisti italiani che negli ultimi mesi sono stati "obbligati" a dotarsi di un indirizzo di Posta Elettronica Certificata, potrebbero decidere che la Pubblica Amministrazione utilizzi il medesimo indirizzo per le proprie comunicazioni, sottraendosi così al serio rischio di ammalarsi di una pericolosa forma di "schizofrenia domiciliare informatica", dovuta al fatto di dover gestire - volenti o nolenti - tre o più indirizzi di posta elettronica.

    Ma perché a Palazzo Vidoni avrebbero commesso un errore - se di questo si è trattato - tanto grossolano e, comunque, capace di limitare così gravemente la libertà dei cittadini? Temo che la risposta vada ricercata nelle regole del mercato o meglio nella violazione di queste regole che rischia di perpetuarsi se tale situazione non verrà rapidamente risolta.
    L'attuale impossibilità per gli utenti dei servizi di Posta Elettronica Certificata erogati da fornitori diversi rispetto al concessionario di Stato Poste italiane, di inserire i propri indirizzi nel registro gestito dallo stesso concessionario, infatti, si traduce in ostacolo alla concorrenza specie sul mercato delle comunicazioni tra PA e cittadini, a tutto vantaggio del concessionario di Stato al quale si è, per questa via, riconosciuto una sorta di nuovo monopolio, almeno di fatto, nella gestione delle comunicazioni elettroniche tra PA e cittadino.

    Se si tiene conto che, secondo le dichiarazioni rese a Panorama dallo stesso Amministratore delegato di Poste Italiane, ogni anno dalla Pubblica Amministrazione italiana partono 90 milioni di raccomandate che garantiscono alle Poste 265 milioni di euro, non è difficile comprendere perché l'attuale concessionario della CEC PAC di Stato - già primo concessionario del telegrafo - non abbia comprensibilmente nessuna intenzione di spartire la torta delle raccomandate del XXI secolo con i suoi potenziali concorrenti ovvero con gli altri fornitori di PEC.

    Si tratta, tuttavia - almeno sotto il profilo della gestione del registro degli indirizzi dei cittadini italiani e dell'apertura di tale registro anche agli indirizzi forniti dai concorrenti - di una posizione non condivisibile. Il registro va aperto subito perché non vi è alcuna ragione che possa giustificare un trattamento palesemente discriminatorio in danno dei concorrenti del concessionario di Stato e dei consumatori.
    L'apertura del registro è un'esigenza giuridica, di mercato e, soprattutto, di politica dell'innovazione: non si può consegnare ancora una volta il Paese ad un monopolista solo per indennizzarlo di una potenziale perdita figlia del progresso e dei tempi che passano.
    L'era dell'accesso, come l'ha battezzata Jeremy Rifkin, è bella anche per questo: i monopoli legali e/o di fatto durano meno ed i concorrenti, sul mercato, possono alternarsi alla leadership più velocemente di un tempo.
    Se PEC - o CEC PAC - deve essere, che almeno sia garantito il rispetto delle libertà fondamentali dei cittadini e delle regole del mercato.

    Guido Scorza
    Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
    www.guidoscorza.it

    http://punto-informatico.it/2874553/...he-pecchi.aspx

    E ancora...

    PEC, giorni di studio

    Mentre il ministro Brunetta parla di 100mila contatti rilevati e dei benefici di Postacertificata, c'è chi sottolinea come esistano dei limiti. Dal suo funzionamento all'organizzazione dei servizi aggiuntivi
    Roma - Un canale di comunicazione semplice, esclusivo, sicuro e gratuito tra cittadino e Pubblica Amministrazione. Così Renato Brunetta, ministro per la PA e l'Innovazione, ha spiegato a Montecitorio quali saranno per i cittadini del Belpaese gli intimi benefici derivanti dall'ormai nota Posta Elettronica Certificata (PEC).

    "PostaCertificat@ garantisce valore legale alle comunicazioni via email tra cittadini e PA. Questo servizio consente infatti ai cittadini maggiorenni di inviare e ricevere in formato elettronico messaggi di testo e allegati, che hanno lo stesso valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno". Sul suo blog ufficiale, Brunetta è così intervenuto in risposta ad un'interrogazione da parte del vicepresidente del gruppo PdL alla Camera, Simone Baldelli.

    Ovvero: quali saranno i benefici per tutti quei cittadini italiani che useranno il servizio di PEC. "Per dialogare con qualsiasi ufficio della PA il cittadino non dovrà infatti più produrre copie cartacee - si legge sul blog del Ministro - o recarsi di persona presso gli uffici e perdere tempo in coda agli sportelli, sostenere i costi di invio di raccomandate con ricevuta di ritorno, correre il rischio che le pratiche vadano perse oppure sentirsi dire che l'ufficio non ha mai ricevuto la documentazione".
    Non solo. Secondo Brunetta, i benefici della PEC consistono anche in ulteriori servizi gratuiti correlati, tra i quali il servizio di notifica - tramite email tradizionale - della presenza di messaggi sulla casella PostaCertificat@; il fascicolo elettronico personale, con un volume di 500MB di spazio sicuro per l'archiviazione di documenti; l'indirizzario delle caselle di PostaCertificat@ della PA.

    Ma c'è qualcuno che ha parlato di flop, scatenando la stizza del ministro. "Dov'è la Posta Certificata tanto sbandierata dal ministro Brunetta? Niente, non funziona, è un flop". Così il senatore IdV Elio Lannutti, che ha recentemente presentato un'interrogazione parlamentare definita dallo stesso Brunetta come "una sciapa minestrina". Secondo una nota diramata dal portavoce del Ministro, il senatore Lannutti avrebbe copiato i dati forniti sull'attivazione degli indirizzi di PEC da parte delle principali PA, pubblicati sul sito web dello stesso Ministero. "Dati che peraltro - si legge nella nota - stanno nettamente migliorando di ora in ora grazie ai ripetuti solleciti di DigitPA e Formez".

    Lannutti non si sarebbe - sempre a dire del portavoce di Brunetta - collegato al sito postacertificata.gov.it, in modo da scoprire di essere perfettamente in grado di attivare la casella. "Tanto che da lunedì scorso a oggi sono stati circa 60mila i cittadini italiani che hanno concluso felicemente questa semplice operazione", ha concluso la nota. "La rivoluzione digitale non può lasciar indietro nessuno, nemmeno lui".

    Una settimana è passata dal varo ufficiale di PostaCertificat@. Un vero e proprio boom, sempre secondo Renato Brunetta. "Darò tutti i numeri - ha spiegato il Ministro - ma posso anticipare che siamo già a 100mila contatti. C'è stato un vero e proprio boom. Magari ci sarà stato qualche collo di bottiglia, ma il sistema ormai funziona a pieno regime".

    Non appare chiaro però se si tratti di contatti legati alla navigazione degli utenti o caselle effettivamente attivate. Sul sito del quotidiano Il Messaggero è apparsa una lettera inviata da un anonimo "sconcertato cittadino". Che è riuscito "non senza difficoltà ed insistenza" a completare la specifica procedura presso un ufficio postale di Roma. "Alcune ore più tardi ho controllato ed effettivamente la casella di Posta Certificata risultava attivata e funzionante - si legge nella missiva - Ho provato quindi ad inviarmi da un'altra casella di Posta Certificata che (pagando) ho già dovuto attivare alcuni mesi or sono su indicazione del mio ordine professionale, ma ho scoperto che non riuscivo né ad inviare né a ricevere messaggi".

    Un servizio così chiuso in sé stesso, che non permetterebbe - a dire dello sconcertato cittadino - l'invio/ricezione di messaggi da indirizzi (pur certificati) esterni al dominio postacertificata.gov.it. "Se le cose non cambiano in futuro sarò costretto a tenerle entrambe (una per la posta fra privati e l'altra per la posta fra me e la PA). Ma non si doveva semplificare?".

    "Scordatevi di poter scambiarvi documenti con i soggetti privati, quindi le banche, il vostro avvocato o altri cittadini - ha denunciato Massimo Penco, presidente dell'associazione Cittadini di Internet - Questo perché la PEC di Brunetta non è una vera PEC, ma piuttosto una CEC-PAC, ovvero una Comunicazione Elettronica Certificata tra Pubblica Amministrazione e Cittadino".

    Penco ha sottolineato come la CEC-PAC sia gratuita - "a parte i 50 milioni di euro che paghiamo a Poste e Telecom che si sono aggiudicate l'appalto" - ma ciò non comprenderebbe la firma digitale, che rientra tra i suoi servizi aggiuntivi a pagamento. Il presidente di Cittadini di Internet ha fatto un esempio: "Se voglio mandare al Comune la Dia per l'inizio di un'attività non basta la CEC-PAC, perché devo dimostrare che i documenti al suo interno li ho davvero firmati io. Per fare questo, mi serve la firma digitale, che non è altro che la traduzione della firma autenticata a mano". In pratica, senza la firma digitale il contenuto della email non è garantito.

    Infine, per Penco, andrebbe sottolineato come la PEC non abbia validità per le comunicazioni internazionali. "La PEC è un'anomalia tutta italiana - ha concluso - usata solo nel nostro paese. Per questo secondo noi era meglio utilizzare un diverso protocollo, chiamato S/MIME: un indirizzo di posta elettronica certificata certificato usato a livello internazionale che poteva superare tutte le criticità della PEC".

    Mauro Vecchio
    ioleggosolobrunik

 

 

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