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Discussione: Oh Dio mio

  1. #1
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    Predefinito Oh Dio mio

    Della serie "non sanno piu' che pesci pigliare".

    Da La Stampa
    L'ultima seduzione del Pd:
    la sinistra che fa la Lega
    Chiamparino avverte: «Al Nord
    ci vedono come establishment»
    E Cacciari: ormai è troppo tardi

    JACOPO IACOBONI
    C’era una volta la «Lega costola della sinistra» (D’Alema dixit); ora c’è la sinistra che si leghizza.

    Non è mai troppo tardi, a cercare il dialogo col nord, ma qualcosa si paga, nell’ultima svolta nordista di tanti Pd. «No, non credo neanche che i Fassino e i D’Alema abbiano più una mentalità annessionista, quando parlando di nord. Magari ce l’avevano dieci anni fa, ma oggi dopo le batoste subite sarebbero delle teste di c. a cercare di annettersi qualcosa... Certo che se ne interessino è meglio tardi che mai. A patto di stabilire una premessa». Massimo Cacciari, tornato professore, nuova rubrica «nordista» sull’Espresso, è acre: «Nessuno può venire a dare lezioni, neanche l’attuale minoranza veltroniana. Del nord se ne sono fottuti tutti, quando sono stati all’opposizione e quando hanno governato».

    Nondimeno colpisce, l’ultimo fenomeno democratico, esternazioni, dichiarazioni, persino battute: il Pd sta provando a mostrarsi (un po’) leghista. Piero Fassino a Cortona ha rotto anche linguisticamente il tabù: «Ve lo dico con franchezza, qualche volta il leghismo nel mio cuore prorompe. Il 70% del lavoro autonomo è al Nord, come l’85% dell’export del Paese. E la Lega prende voti non per le sezioni, ma perché presidia temi coi quali anche noi dobbiamo fare i conti». Per esempio l’immigrazione. E Enrico Letta, sempre misuratissimo con le parole, ora si fa più sferzante, con questa analisi quasi leghista della questione meridionale: «I fondi europei al Sud hanno sortito l’effetto opposto». L’Andalusia si è riavvicinata alla Catalogna, la Germania est alla Germania ovest, tutto bene ovunque, tranne dove? «Tranne Campania, Calabria e Sicilia».

    Dai fasti di Dorso, Giustino Fortunato e don Benedetto Croce, i democratici tornano sanamente alle Venezie, il corridoio 5, la Pedemontana e le partite Iva che temono la delocalizzazione: ciò su cui la Lega li ha sfondati. Sergio Chiamparino, che per anni ha gridato nel deserto, riflette scettico: «Mi auguro che questa conversione nordista sia sincera. Ma il paradosso da capire per parlare al nord è che qui la Lega, che comanda quasi dappertutto e è al governo a Roma, appare un partito d’opposizione, di popolo! Mentre noi sembriamo quelli dell’establishment». Se non si capisce questo non si va da nessuna parte. «Ne ho avuto ennesima conferma ieri, parlando tutto il giorno con la gente di Bergamo all’adunata degli alpini; ma ho avuto questa netta sensazione anche in occasione degli ultimi scontri col mondo della finanza».

    Venirne fuori non è facile, e non bastano le nenie sul territorio. Anche perché il partito, per molte sue anime, è ancora supermeridionale nella testa. Il segretario Bersani, ieri, ha detto che la reciprocità nord-sud «va cercata a partire dal sud», e però ha aggiunto che «il sud deve cominciare a fare proposte riformatrici» (si tenga conto, peraltro, che parlava a Napoli), e su Letta che è stato «un po’ brusco ma ha fatto bene». Meglio comunque parlarne che non parlarne, dice. Cacciari vede come unica, sia pure tardiva via, «fare un partito federalista, autonomo anche organizzativamente». Ma è il primo a sapere che «le soluzioni organizzative sono solo una precondizione». E poi?

    Il Pd nonostante tutto proporrebbe carte su cui investire quasi eroiche proprio laddove è a rischio annientamento. E non i fenomeni mediatici: no, quelli che vincono elezioni. Il sindaco di Montebelluna, Laura Puppato, nella prima seduta del consiglio regionale di Zaia l’ha smascherato, attaccando su un buco di 25 milioni che significherà minori prestazioni sanitarie. Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni come primo atto è andato a rassicurare i lavoratori di Porto Marghera: il polo cambierà, ma difendendo i loro posti. Il collega di Vicenza, Achille Variati, ha appena proposto una riduzione fiscale; brilla sempre l’esempio del Trentino Lorenzo Dellai. «Ma i nomi sono anche tanti altri», è convinto Cacciari. «Senza il partito socialista della Catalogna, Zapatero a Barcellona non prenderebbe un voto già da anni». E lui e Chiamparino? «Fino a che non si fa una vera struttura federata, siamo e resteremo outsider». Spettatori interessati dell’ultima bizzarrìa, la sinistra costola della Lega.

    Siamo al livello scolapasta in testa. :S

    Proprio non ci riesce nessuno (tantomeno nel PD) a capire che quello che è rilevante è una classe dirigente qualificata e sopratutto credibile piuttosto che la sua collocazione geografica e invece si mette a fare macchiettistiche imitazioni della Lega?

    Ma che vadano proprio a cagare, altro che "governare", questa è gente da mandare a zappare e senza biglietto di ritorno.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  2. #2
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    Predefinito Re:Oh Dio mio

    Mi consolo con la Barbara Spinelli per evitare il profondo senso di sconforto che mi prende quando leggo di questi cialtroni.

    E' come vedere una piccola luce nel tunnel.

    Atene e Roma società del ricatto

    BARBARA SPINELLI
    Ci vorranno non mesi ma anni, perché la Grecia trovi la forza, in se stessa, di assumere il fardello molto pesante di sacrifici che il primo ministro George Papandreou ha presentato giovedì alle camere. Molti demoni dovrà combattere, molte tribolazioni le si accamperanno davanti man mano che si snoderà la via stretta del risanamento, e in cuor loro i greci l’hanno appreso, in queste settimane di prova: non sono tutti esterni, i demoni; non vengono tutti dal mercato o dalle agenzie di rating le minacce, i sospetti, gli assalti. I mali della Grecia sono in massima parte interni: sono parte della sua storia, dell’uso che è stato fatto di essa, delle memorie paralizzanti che l’impacchettano. Se la resistenza ad accettare la nuova austerità è così vasta, se il coraggio di Papandreou fatica a imporsi, è perché dietro di lui c’è un paese smagato, disunito, radicalmente sfiduciato.

    È una sfiducia che ha radici antiche e che risale all’impero ottomano, ma che non ha vissuto una catarsi nel dopoguerra. Lo Stato non ha tratto vigore dalla resistenza al nazifascismo, supinamente ha accettato per decenni di essere una guarnigione della Nato, ha consentito alla dilatazione di un potere militare abnorme: un potere che gli Stati Uniti hanno sfruttato a piacimento, nella guerra fredda. Fin dal dopoguerra Washington ha appoggiato costantemente le destre, non esitando a distruggere le energie della Resistenza e ad appoggiare la dittatura dei colonnelli fra il ’67 e il ’74. L’ingresso greco in Europa e nell’Euro non ha coinciso con uno Stato redento, e oggi i frutti avvelenati di quell’occasione mancata si toccano con mano. Nel giorno del grande esame ­ lo Stato in bancarotta ­ non c’è quella che Leopardi chiama una società stretta, addomesticatrice di egoismi e interessi particolari. Sono scettici e disillusi soprattutto i giovani, che hanno visto degradarsi ai vertici il senso dello Stato, dilagare una corruzione senza limiti, estendersi l’impunità di politici e partiti complici nella difesa dello status quo.

    I manifestanti ateniesi domandano questo, in sostanza: come fidarsi di uno Stato che non si è limitato a truccare bilanci ma ha tragicamente fallito la propria rigenerazione? Il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papachelas, afferma che per uscire dal marasma servono misure non solo economiche, ma politiche, civili. Quel che urge recuperare non è l’identità offesa della Nazione, come reclamano alcuni, ma la dirittura e l’equità dello Stato: «La sola vera cura è un emendamento costituzionale ­ concordato fra i politici ­ che annulli l’immunità di cui godono ministri e parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari a 200, l’invio di farabutti ed evasori fiscali davanti alle corti o in carcere». Se la crisi vuol essere catarsi, devono emendarsi le scelte economiche ma anche le usanze della politica. Sullo stesso giornale, Nikos Xydakis chiede una «rinascita antropologica». È il motivo per cui sono tante le somiglianze tra Grecia e Italia, e degne di esser studiate.

    Negli ultimi giorni si è parlato di un rischio Italia, oltre che spagnolo e portoghese: in genere a torto, per quanto riguarda la nostra economia, il risparmio delle famiglie, la salute delle banche, il deficit dello Stato. Finanziariamente, Roma non vacilla come Atene. È vero anche che la Resistenza non è stata svilita e soppressa con l’aiuto delle forze alleate, come nella guerra civile greca. Nella nostra storia antica e recente abbiamo potuto contare su uomini e istituzioni profondamente fedeli alla res publica, e non siamo stati tormentati, come in Grecia, da una casta militare potenzialmente sovversiva. Ma se si guarda alla fiducia che i cittadini hanno nell’imperio della legge e nella cosa pubblica, le affinità sono impressionanti. Esiste anche in Italia una fondamentale diffidenza verso lo Stato, la legge. Alcune regioni a Sud sono dominate da mafie che di tale miscredenza si nutrono da un secolo. Esiste a Nord e a Milano un disprezzo delle istituzioni pubbliche, del civismo, della legalità, non meno annoso e intenso. Anche qui lo sforzo di rinascere tarda a mobilitarsi. Tarda a nascere una destra autentica, che con Fini fabbrichi futuro e riempia il temibile vuoto. Tarda a sinistra un rapporto non intimidito con il conflitto.

    Anche l’anniversario dell’unità d’Italia, lo prepariamo dolendoci più della scarsa identità comune che dell’incultura dello Stato. Si può certo vivacchiare senza cultura dello Stato, della legalità: sia i greci che gli italiani lo fanno da decenni. Ma quando arriva l’ora della prova, l’assenza di fiducia rischia di divenire un fatale cappio al collo per chi impone sacrifici. La gente semplicemente non segue, si sparpaglia, si scinde in mille corporazioni ingovernabili. Per aderire a sacrifici, la società deve pur sempre riconoscersi nello Stato risanatore: nella sua affidabilità, nella sua vocazione a mantenere la parola data, nella rettitudine dei suoi servitori. È la ragione per cui Daniel Cohn-Bendit, intervistato giovedì da la Repubblica, invita a riflettere sulla società e lo Stato ellenico, oltre che sull’economia: «Uno Stato in cui in Grecia non s’identifica nessuno o quasi nessuno. È sempre stato lo Stato degli altri, lo Stato dei ricchi e dei potenti, ognuno lo ha strumentalizzato per sé. È sempre apparso lo Stato dei corrotti, e la gente ha partecipato alla corruzione. Adesso bisogna cambiare tutto questo, ma ci vuole tempo».

    Il deputato europeo ammira Papandreou, e critica chi confonde i manifestanti ateniesi con i pochi estremisti che il 5 maggio hanno provocato la morte di tre impiegati della Marfin Egnatia Bank. Il lettore, ascoltando queste parole, avrà legittimamente l’impressione di sentir narrata anche l’Italia: la nascita di uno Stato contaminato dalla corruzione fin dall’inizio della Repubblica, il peso esercitato da potentati esterni interessati all’esistenza di uno Stato parallelo e incontrollato, i patti stretti dalla politica con l’illegalità e la malavita, la magra incidenza che ha avuto Mani Pulite nell’ultimo ventennio, l’impunità dei politici, la magistratura sabotata. Non diversamente dalla Grecia, l’Italia è decaduta fra il dopoguerra e oggi perché piano piano si è creato, fra i partiti, un pericoloso consenso in difesa dello status quo: status quo fondato sulla svalutazione dello Stato, della legalità. Viene in mente, più che attuale, l’allarme lanciato il 22 febbraio ‘98 dal giudice Gherardo Colombo, in un’intervista a Giuseppe D’Avanzo sul Corriere: il male, disse, era in Italia la diffusa società del ricatto, non affermatasi di recente ma fin da quando gli americani, pur di esser facilitati nello sbarco in Sicilia, chiesero aiuto alla mafia. È in quegli anni che «si è stabilito un rapporto di "quieto vivere" con questa organizzazione criminale, che ha caratterizzato decenni della nostra storia. (...) Il compromesso in Italia è stato sempre opaco e occulto. (...) Negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica è una storia di accordi sottobanco e patti occulti».

    La democrazia degenera così, secondo l’ex magistrato di Mani Pulite: non a causa di una conflittualità troppo accesa e dai toni troppo alti, che sono anzi il suo sale. Le «nuove regole della Repubblica vanno organizzate non attorno al conflitto, ma attorno al compromesso». È quest’ultimo che va imbrigliato, assai più del conflitto. È straordinario come la crisi metta in luce proprio questa verità, apparentemente paradossale: se usciremo dalla crisi rinnovati, se sapremo radunare le forze in caso di tracolli, è perché avremo smosso gli opachi patti dello status quo. Se difenderemo una democrazia fondata sulla discussione, la critica, il disvelarsi del nascosto e del sommerso. La crisi ha questo, di catartico. Porta alla luce difetti di fondo, politici e culturali più che finanziari. Suona il campanello: la ricreazione è finita. Dà nuovo senso ai tentativi di rigenerazione, anche quelli insabbiati e morti. La strada stretta consiste nel riconoscerlo.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

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    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




 

 

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