Massimo Centini
IL CASO DEI BENANDANTI

Uno dei casi che meglio dimostrano come spesso certe pratiche della tradizione popolare fossero considerate opere della stregoneria ci giunge dai processi contro i benandanti del Friuli, studiati con grande attenzione da Carlo Ginzburg. In queste vicende, svoltesi tra il XVI e il XVII secolo, gli accusati risultarono essere streghe o stregoni in seguito a un'opera di trasformazione da parte dei giudici, che non seppero cogliere le effettive differenze tra quanto restava dell'antica tradizione cristiana e il presunto culto del diavolo.
Le prime testimonianze
I benandanti, "nati con la camicia", e cioè avvolti dalla membrana amniotica, che "andavano di notte", sono nominati per la prima volta in un documento del 1575. Il 21 marzo di quell'anno, a Cividale del Friuli, il vicario generale, monsignor Jacopo Maracco e fra Giulio d'Assisi, inquisitore della diocesi di Aquileia, raccolsero la testimonianza di don Bartolomeo Sgabarizza, parroco di un vicino paese. Il prete descrisse le vicende di alcuni personaggi che "sono buoni, detti benandanti, che impediscono il male". Il parroco non sapeva di aver dato il via a un fenomeno inarrestabile quando descrisse il caso di un certo Gasparutto, un benandante che dichiarava di "andare vagabondando di notte con streghe e folletti", partecipando di notte a battaglie rituali; ma in questa sua attività non vi sarebbe stata alcuna complicità con gli adepti di Satana riunitisi al sabba. Anzi, i benandanti, secondo la tradizione, erano coloro che si scontravano con le streghe per arrestarne gli influssi negativi.
II Gasparutto raccontò che il giorno deputato all'incontro era il giovedì di tutte le quattro tempora in una vicina località dove combattevano, giocavano, saltavano e cavalcavano diversi animali e facevano diverse cose fra loro; e le donne battevano con le canne di sorgo gli uomini che erano con loro, i quali non avevano in mano altro che mazze di finocchio. Le tempora sono i tre giorni di digiuno prescritti dal calendario ecclesiastico: tempora di primavera (prima settimana di quaresima); tempora d'estate (ottava settimana di Pentecoste); tempora d'autunno (terza settimana di settembre); tempora d'inverno (terza settimana d'Avvento). Il richiamo a questi specifici periodi rende evidente il legame dei benandanti con una ritualità in cui si fondevano elementi del calendario religioso e aspetti caratteristici della tradizione agricola. L'indagine sulla vicenda del misterioso gruppo friulano portò alla luce numerose credenze legate ai benandanti; di fatto, comunque, forse per un'effettiva mancanza di elementi demoniaci, i giudici sospesero ogni approfondimento. Si trattò però di una pausa momentanea, in quanto l'inchiesta ricominciò con maggiore vigore cinque anni dopo.
Lo sviluppo della vicenda
Nel giugno 1580 Battista Moduco di Cividale, l'altro benandante sul quale si erano concentrate le indagini, dichiarò: Io sono benandante perché vado con gli altri a combattere quattro volte l'anno, cioè, le quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo spirito e resta il corpo; ma noi andiamo con il favore di Cristo contro gli stregoni del diavolo, combattendo, noi con le mazze di finocchio e loro con le canne di sorgo [...] Et se noi restiamo vincitori, in quell'anno ci sarà abbondanza, ma se perderemo ci sarà la carestia [...]. Dalle parole dell'indagato si comprende che la ritualità dei benandanti aveva lo scopo di determinare l'andamento delle coltivazioni; il risultato della battaglia avrebbe indicato se all'orizzonte di quel mondo contadino si sarebbe proiettato lo spettro della carestia o la luce dell'abbondanza.
La vicenda in sé riconduce al tema degli scontri stagionali, ancora viva nel folklore, e che affonda le sue radici nell'eterna lotta tra bene e male, in linea con quelle che sono gli aspetti simbolici della cultura contadina. Dalle dichiarazioni del Moduco apprendiamo che si entrava a far parte della "compagnia" intorno ai vent'anni, ed era indispensabile essere "nati vestiti". A quel punto si riceveva la chiamata da "un uomo come noi il quale è posto sopra tutti noi altri e batte un tamburo e chiama [...] siamo in gran moltitudine, e certe volte siamo oltre cinquemila [...] alcuni si conoscono perché sono del paese, altri no".
È interessante osservare che l'inquisitore, con una serie di domande incalzanti, cercò di condurre l'interrogato a dichiarare che alla base della chiamata dei proseliti vi fosse una presenza demoniaca. L'imputato, pur ammettendo di non conoscere l'identità del personaggio, affermò di essere convinto che non fosse possibile scorgere dietro quell'uomo un inviato di Satana: riteneva invece più credibile pensare a una figura "data da Dio, perché, noi combattiamo per la fede de Cristo". Oltre a respingere ogni accusa, il Moduco sottolineò la differenza tra i benandanti, che combattevano sotto "una bandiera di ermellino bianco, dorata, con un leone" e gli stregoni, la cui bandiera era "di ermellino rosso, con quattro diavoli neri, indorata". Anche il Gasparutto rese una confessione simile; però, dopo alcuni giorni di prigione, aggiunse un elemento nuovo, determinante per l'impalcatura delle accuse che si stava montando intorno ai benandanti. Egli infatti osservò che prima di recarsi ai raduni, veniva colto - come i suoi simili - da una sorta di catalessi e quindi, "in spirito", raggiungeva i luoghi delle battaglie staccandosi dal corpo...
La moglie del Gasparutto, interrogata il 1° ottobre 1580, disse di ignorare che il marito fosse un benandante. Tuttavia si ricordò che una notte, destatasi di soprassalto per un incubo, cercò di svegliare il marito, ma "quantunque lo chiamassi forse dieci volte, non fui capace di svegliarlo". Si tratta di una testimonianza inquietante, che presenta effettive somigliarne con quelle rese da alcuni parenti di accusati di stregoneria, che descrivevano come questi si recassero ai riti satanici "in spirito", mentre il corpo risultava presente nella loro casa. Un altro elemento interessante, che ebbe non pochi risvolti negativi e aggravò la posizione del Gasparutto, fu il riferimento dell'interrogato a un angelo d'oro che, dopo averlo invitato a unirsi alla compagnia dei benandanti, avrebbe assistito ai loro riti.
"Di notte in casa mia, potevano essere circa le quattro, sul primo sonno, mi apparve un angelo tutto d'oro, come quelli degli altari, che mi chiamò per nome dicendo: Paulo, ti manderò in benandante [...] Io gli risposi: Io andrò, perché sono un fedele ubbidiente" [...]
L'attribuzione di connotati diabolici e la conclusione del processo
Per l'inquisitore, questa dichiarazione fu una precisa indicazione del carattere diabolico degli incontri dei benandanti e della connessione tra i loro riti e il sabba. Gli accusatori cercarono quindi di condurre l'indagine nella direzione a loro più conveniente, stravolgendo le affermazioni del Gasparutto. In pratica tentarono di adattare le risposte date dall'imputato al modello del sabba. [...]
Il processo si concluse con la condanna degli imputati: ai due benandanti, che continuarono a dichiararsi difensori della fede e combattenti contro le streghe, furono inflitti sei mesi di carcere, inoltre fu imposta l'abiura dei loro errori, poiché riconosciuti eretici. I benandanti inquisiti, se pur ritenuti operatori di magia e dissidenti religiosi, di fatto erano consapevoli di partecipare a un rito agrario della fertilità che, se pur proclamato "per la fede de Christo" effettivamente trasudava un'eco precristiana. Combattevano armati di finocchio, di cui erano note non solo le proprietà terapeutiche, ma anche il valore protettivo contro il maleficio delle streghe e degli stregoni. Gli adepti di Satana erano invece armati di sorgo che, essendo una varietà di saggina, sembrerebbe rimandare al mito della scopa delle streghe...
Nei processi successivi la posizione dei benandanti andò progressivamente aggravandosi. Infatti, dal 1600, negli interrogatori i temi connessi ai culti della fertilità rimasero in secondo piano, mentre trovò sempre più spazio l'indagine sul ruolo dei benandanti nella cura delle vittime della stregoneria: fatto questo che condusse i "viaggiatori notturni" friulani nella schiera degli adepti di Satana. Nel 1634, alcuni benandanti interrogati affermarono addirittura di essersi recati al sabba dove avevano avuto modo di assistere, senza parteciparvi, alle più orrende e trasgressive pratiche demoniache. Dopo breve tempo, si raccolsero testimonianze di benandanti che ammettevano di aver sottoscritto dei patti con il diavolo e di aver commesso ogni genere di malvagità in nome di Satana. E così, il caso friulano dei benandanti pone in evidenza come ciò che all'inizio non era altro che un rito caratteristico della tradizione folklorica venne trasformato, secondo un metro interpretativo del tutto svincolato dalla realtà dei fatti, in culto del diavolo, in pratica demoniaca, ormai priva delle sue primitive valenze simboliche, fortemente radicate nel tessuto della cultura popolare.
Massimo Centini, Le Streghe nel mondo (De Vecchi Editore, pag. 92 e seguenti)