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    Predefinito Re: Tempo di Settuagesima 2013

    8 febbraio 2013: VENERDÌ DI SESSAGESIMA



    L'Arca della salvezza.

    Dopo aver castigato la terra col diluvio, il Signore volle mantenere fedelmente le sue promesse. Aveva proclamata la disfatta del serpente; ma per il genere umano non era ancora giunta l'ora: Dio lo conserverà in vita fino a quando non s'adempirà la sua promessa. L'Arca accolse il giusto Noè e la sua famiglia, e se le acque vendicatrici si innalzavano sulle più alte montagne, la leggera ma sicura dimora alla quale erano affidati, navigava tranquillamente senza mai naufragare. Poi, quando a Dio piacque, i suoi abitanti discesero sulla terra purificata e di nuovo udirono dalla bocca del Signore le parole rivolte ai progenitori: "Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra!".



    La Chiesa.

    Il genere umano è debitore all'Arca di Noè, come alla nave della sua salvezza e della sua conservazione: in essa Dio salvò tutti noi. Che sia benedetta! Il Signore stesso ne aveva spiegato il disegno e ordinata la costruzione, e per quanto fossero rabbiose le piogge della collera divina che si rovesciarono contro di essa, mai vi poterono penetrare. Ma se dobbiamo tanto rispetto a questo misero legno (Sap 10,4), quale non dovrà essere il nostro amore per la novella Arca, la Chiesa, di cui la prima fu la figura? È da diciannove secoli ch'essa ci salva e ci guida a Dio. Fuori di essa non c'è salvezza, e in essa troviamo la verità (Gv 8,32), la grazia e il nutrimento delle anime.

    Arca santa, siete abitata non da una sola famiglia, ma da cittadini di ogni nazione che sta sotto il ciclo; ondeggiate fra le tempeste dal giorno che il Signore vi lanciò nel mare di questo mondo, senza naufragare giammai. Sappiamo che approderete all'eternità, senza che nessuna burrasca sorprenda la previdenza del divino Nocchiero. Fondata per gli eletti, per mezzo vostro si ripopola la terra di viventi; per riguardo a voi "quando Dio è sdegnato contro gli uomini, si ricorda della sua misericordia" (Ab 3,2) e per mezzo vostro ha fatto alleanza con noi.

    O sicurissimo asilo, custoditeci sani e salvi nell'imperversare del diluvio. Il giorno che un Impero terreno, ebbro del sangue dei Martiri (Ap 17,6), scompariva nel vortice delle invasioni barbariche, il popolo cristiano marciava sicuro ai vostri fianchi materni. Lentamente quel torrente di lava cessò, e la generazione a voi affidata, vinta secondo la carne, divenne poi vittoriosa nello spirito. S'umiliò il barbaro, e altri popoli avendo come prima loro legge il Vangelo, iniziarono, sulle rovine del corrotto impero pagano, una nuova splendidissima era.

    Venne in seguito l'inondazione dei Saraceni a sommergere l'Oriente, e ne fu minacciata anche l'Europa, che sarebbe stata invasa se i figli da voi salvati non avessero col loro valore ricacciate indietro le orde di quei barbari. Nel vostro seno, o vera Arca tutelare, si rifugiarono i cristiani superstiti. Fra gli scandali e l'abbrutimento, nel cui vortice scismi ed eresie inghiottirono moltissimi loro fratelli, essi custodirono fedelmente il sacro fuoco. Sotto il riparo che offriste loro, formarono la catena non interrotta dei testimoni della verità. Finalmente l'ora della misericordia farà sorgere tempi più sereni, e nuovi Sem si moltiplicheranno ancora sulla terra, un tempo così feconda di gloriosi frutti di santità.

    E noi, o Chiesa, come ci sentiamo fortunati e sicuri, portati da voi, contro i flutti dell'oceano dell'anarchia spirituale, scatenata dai peccati del mondo! Perciò supplichiamo il Signore che dica al mare furibondo: "Verrai fin qui e non oltre, e frangerai gli orgogliosi tuoi flutti" (Gb 38,11). Che se la divina giustizia tollera per qualche tempo il suo prevalere, noi siamo ugualmente sicuri di scampare al flagello. In voi, o Chiesa, troviamo i veri beni, quelli spirituali "che i ladri non possono rubare" (Mt 6,20); la sola vera vita è quella che voi date; in voi è l'unica vera nostra patria. Deh! custoditeci, Arca di Cristo: noi saremo sempre con voi, insieme a tutti quelli che amiamo, "finché non siano passate le acque dell'iniquità"! (Sal 56,2).

    Quando la terra riceverà di nuovo il seme della divina Parola, coloro che non avranno ancora approdato alle rive eterne, ne discenderanno per tramandare ad ogni creatura umana le sante massime dell'autorità e della legge, della famiglia e dell'intera società. Spetta a voi custodirli ed istruirli fino alla fine dei secoli.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 448-449

  2. #12
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    Predefinito Re: Tempo di Settuagesima 2013

    9 febbraio 2013: Sabato di Sessagesima

    La Vergine Immacolata e Mediatrice.

    Al termine della precedente settimana, tutta piena dei ricordi della caduta dei nostri progenitori, dopo averne riconosciute in noi le dolorose e inevitabili conseguenze, ci soffermammo ad ammirare questa figlia dell'umanità che, per privilegio della misericordia divina, non fu tocca minimamente dal disonore d'essere concepita nel peccato. In quest'ultimo giorno della settimana, consacrata al pentimento delle colpe personali, di cui ogni uomo, anche il più giusto, è macchiato, veniamo, o Maria, a inginocchiarci ancora davanti a Voi, per venerare in Voi quella santissima creatura che, sola fra tutte, è senz'ombra di peccato.

    Tutti abbiamo battuto la via della corruzione, disobbedendo a Dio, violando la sua legge e negandogli tutto ciò che gli era dovuto per seguire i nostri capricci; mentre voi, Specchio di giustizia e di santità, siete sempre cresciuta nella divina Carità, senza mai alterarla col più leggero affievolimento. La grazia del Figlio vostro ha sempre trionfato nel vostro cuore, Vergine fedele. Ora per ora, i vostri profumi sono saliti fino a lui, Mistica Rosa, senza mai perdere la loro soavità. Torre d'avorio, nessuna macchia offuscò mai il vostro incomparabile candore. Casa dalle pareti d'oro, ch'è il simbolo del dono più prezioso, l'amore, voi siete il riverbero del fuoco dello Spirito Santo. Abbiate pietà di noi, che siamo peccatori.

    Abbiamo costretto il Signore a pentirsi d'averci creati. Ma in voi, o Maria, terra fra tutte la più fertile, Egli s'è compiaciuto, perché la grazia seminata in voi portò frutti in sovrabbondanza. Compiacetevi, o nostra Sorella, di fecondare anche la terra dei nostri cuori, estirpandovi le spine che possono soffocare la pianta celeste. Siamo infangati di peccato; lavateci con le materne lacrime sparse ai piedi della Croce. Se il Figlio! vostro ci perdona, coprite le cicatrici delle nostre piaghe col vostro manto misericordioso. Forse non temiamo abbastanza il male, perché ci esponiamo sempre a commetterlo: fortificateci, dunque, quando siamo vacillanti nel bene; eccitate nei nostri cuori quella preziosa delicatezza verso l'onore di Dio ed il suo amore, e noi saremo così liberi finalmente dalla pericolosa ricerca di noi stessi che potrebbe ancora perderci.

    O Madre di bontà! il diluvio dei nostri peccati minaccia di travolgerci, perciò ci affrettiamo ad entrare nell'Arca tutelare, ch'è per noi un asilo sicuro; e rivolgiamo ancora i nostri sguardi a voi, potente Mediatrice, perché avete il potere di scongiurare la collera del Signore ed arrestare fino all'ultimo istante lo scatenamento delle sue vendette. Affrettatevi a soccorrere il mondo che corre verso la sua rovina; ricordatevi di tanti poveri peccatori che perirebbero senza scampo fra i marosi della sdegnata giustizia divina da loro provocata: e ottenete che tante anime lavate col sangue del Figliol vostro non vadano eternamente perdute.
    Prima che venga l'inondazione, siate per tutti, o Maria, la Colomba di pace che recò il ramo d'olivo al placarsi dell'ira divina. Siate l'Arca pacifica sulle nubi del cielo, prima che esse rovescino le loro acque sulla terra. Noi ci rivolgiamo a voi, Regina di misericordia, per implorare grazia e perdono per i nostri peccati, a voi, la cui purità ed innocenza sono inferiori solo alla santità di Dio.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 450-451

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    Predefinito Re: Tempo di Settuagesima 2013

    11 febbraio 2013: LUNEDÌ DI QUINQUAGESIMA

    L'esempio di Abramo.
    La vita del cristiano fedele, secondo l'esempio di Abramo, non è altro che un coraggioso cammino verso il soggiorno che Dio gli ha destinato. Dobbiamo perciò superare ogni ostacolo che c'impedisce di andare avanti, e soprattutto non guardare indietro. È severa questa dottrina; ma per poco che si rifletta ai pericoli incorsi quaggiù dall'uomo decaduto, ed alle esperienze che ciascuno di noi ha potuto fare, non ci meraviglieremo nel vedere il Salvatore riporre sul rinnegamento di noi stessi la condizione essenziale della salvezza. D'altronde, noi dovremmo essere così saggi e forti, da capire che è meglio lasciare a Dio il disporre della nostra vita, che non addossarcene da noi la guida. Del resto, di fronte a Dio Nostro Signore non valgono né proteste né resistenze: e se ci lascia liberi di resistere a lui o di seguirlo, non intende mai abdicare ai suoi diritti su di noi. Il nostro rifiuto di obbedirgli non compromette che noi stessi.

    Se Abramo, ascoltata la divina chiamata, avesse voluto restare nella Caldea, e non intraprendere un'emigrazione che sradicava le sua terrena esistenza, Dio avrebbe scelto in suo luogo un altro uomo, al quale affidare l'onore di diventare il padre del popolo eletto a l'antenato del Messia. Sostituzioni di tal genere sono frequenti nell'economia della grazia. Se un'anima rifiuta la salvezza, non per questo il cielo perde uno solo dei suoi eletti. Dio, disprezzato dall'uomo che egli si è degnato chiamare, si rivolge ad un altro che sarà più docile di lui.

    La vita cristiana sta tutta in questa dipendenza assoluta praticata fino alla fine. Lo spirito di sottomissione prima ritira l'anima dal peccato e dalla morte in cui languiva; quindi dalle tenebre della Caldea la trasporta nella terra promessa. Dopo che ha raggiunto il retto sentiero, per tema che nuovamente si smarrisca, la tiene sempre allenata chiedendole continui sacrifici.

    Anche qui abbiamo come guida luminosa l'esempio di Abramo. Quest'illustre amico di Dio riceve in ricompensa la più magnifica promessa della quale diviene pegno un figlio, e immediatamente Dio stesso, per provare il cuore del santo Patriarca, gli ordina d'immolare l'unico suo figliolo, oggetto di tante speranze.



    Distacco dal peccato.

    È il destino dell'uomo sulla terra: dobbiamo farci violenza per distaccarci dal male, e dobbiamo affrontare nuove lotte per rimanere nel bene. Ma alziamo lo sguardo ai colli eterni, e, sull'esempio di Abramo, consideriamo la dimora di questo mondo come la tenda per un giorno. Il Salvatore lo ha detto: Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettere la pace ma la spada (Mt 10,34). Perciò dobbiamo dare molta importanza alla prova, alla quale ci sottoporrà Colui che ci ha amati fino a farsi simile a noi, e riconoscere che essa ci è molto salutare. Ci ha pure detto: Dove è il tuo tesoro quivi è anche il tuo cuore (Mt 6,21). Possiamo avere noi cristiani il nostro tesoro sulla terra, che è più vile di noi? Impossibile. Il nostro tesoro è dunque più alto e quale mano d'uomo ce lo potrebbe rapire?
    Con questi pensieri, dunque, che c'ispira l'imminenza della santa Quarantena, purifichiamo il nostro cuore da ogni bruttura, ed eleviamolo a Dio Nostro Signore. Domandiamo che il regno di Dio venga per noi e per i peccatori ciechi, pietre che, se egli vuole, può trasformare con la sua potente misericordia in figli di Abramo. Lo fa sempre; e lo farà anche per noi, che "una volta eravamo lontani, ed ora siamo diventati vicini pel sangue di Cristo" (Ef 2,13).



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 458-460

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    Predefinito Re: Tempo di Settuagesima 2013

    12 febbraio 2013: MARTEDÌ DI QUINQUAGESIMA



    Separazione dal mondo.

    Secondo il Vangelo, il principio fondamentale della condotta cristiana consiste nel vivere fuori del mondo, nel separarsi dal mondo, nel far guerra al mondo. Il mondo è questa terra infedele, dalla quale Abramo, il nostro modello, s'allontanò per ordine di Dio; è questa Babilonia che ci tiene schiavi e il cui soggiorno è pieno d'insidie e pericoli.

    Il Discepolo prediletto ci grida: "Non amate il mondo, né le cose del mondo: se uno ama il mondo, non è in lui la carità del Padre" (1Gv 2,15). Ricordiamo anche la terribile parola che il Salvatore, pure così misericordioso, pronunciò mentre andava ad offrire il suo Sacrificio per tutti noi al Padre: "Non prego per il mondo" (Gv 17,9).

    Anche noi giurammo odio al mondo, quando fummo segnati dal glorioso indelebile carattere di cristiani, rinunciando alle sue opere ed alle sue vanità e rinnovando più volte quell'impegno solenne.



    L'uso legittimo delle creature.

    Ma tutto ciò vuoi forse dire che per essere buoni cristiani dobbiamo fuggire in un deserto ed isolarci dalla convivenza dei nostri simili? Non è questa l'intenzione di Dio, perché nello stesso libro dove ci ordina di fuggire il mondo e di odiarlo, c'impone dei precisi doveri verso le creature umane, sanzionando e benedicendo quei legami che la disposizione della sua divina Provvidenza ha stabilito fra essi e noi. Il suo Apostolo ci ammonisce di usare del mondo come se non ne usassimo (1Cor 7,31); dunque non ce ne viene proibito l'uso. Allora che vuoi dire odiare il mondo? c'è forse una contraddizione della celeste dottrina? o siamo condannati ad errare nelle tenebre?

    Niente di tutto questo. Tutto è chiaro, se teniamo nel giusto conto le creature che ci circondano. Se intendiamo con la parola mondo tutte le cose create dalla potenza e bontà di Dio, non è indegno del suo autore questo mondo visibile, ch'egli fece per la sua gloria ed il nostro servizio; se anzi ne useremo fedelmente, le creature sono una serie di gradini che ci fanno salire al Creatore. Usiamone mostrandoci grati a lui, ma non riponiamo in esse le nostre speranze; non affezioniamoci ad esse con un amore che dobbiamo solo a Dio; infine non dimentichiamo i nostri immortali destini che non troveranno il loro compimento quaggiù.



    La perversità del mondo.

    Ma intanto la maggior parte degli uomini non hanno questa prudenza; invece d'elevarsi in alto, il loro cuore si ferma al basso, a tal punto che quando l'autore di questo mondo si degnò di venirlo a salvare, il mondo non lo volle conoscere (Gv 1,10). A causa di questa ingratitudine il Signore ha condannato gli uomini chiamandoli il mondo, applicando loro il nome dell'oggetto della loro cupidigia, perché hanno chiuso gli occhi alla luce e sono diventati tenebre.

    In questo senso maledetto, dunque, il mondo è tutto ciò che si oppone a Gesù Cristo; sono tutti coloro che si rifiutano di conoscerlo e non si lasciano governare da lui. È quell'insieme di massime tendenti a distruggere o comprimere lo slancio soprannaturale delle anime a Dio, a far apparire più vantaggioso tutto ciò che incatena il nostro cuore coi lacci di questa fuggevole vita, a disprezzare o respingere tutto ciò che eleva l'uomo al disopra della natura imperfetta e viziata, ad incantare e sedurre la povera imprudenza umana con l'esca delle soddisfazioni pericolose che, invece d'avvicinarci al nostro ultimo fine, ci abbagliano per sviarci dalla retta via.



    Necessità della lotta.

    Ora questo mondo reprobo è dappertutto, ed ha le sue intese nel nostro cuore, che a causa del peccato è tutto compenetrato del mondo esterno che pure è opera di Dio. Noi dobbiamo vincere e calpestare il mondo, se non vogliamo perire con lui; è indispensabile che usciamo dal dilemma che ci viene imposto: o suoi nemici o suoi schiavi. Ai nostri giorni il mondo trionfa, ed ha assicurato il suo impero in moltissimi cristiani, che pure lo ripudiarono così solennemente il giorno che furono incorporati alla milizia di Gesù Cristo. Compiangiamoli, preghiamo per loro e tremiamo per noi; ed affinché non venga mai meno il nostro giuramento, meditiamo, ora che n'è il tempo, sulle consolanti parole del Signore a proposito dei discepoli, nell'ultima Cena: "Padre mio, io ho comunicato loro la tua parola, e il mondo li ha odiati perché non sono del mondo, come neanch'io sono del mondo. Non chiedo che tu li levi dal mondo, ma che tu li guardi dal male" (Gv 17,14-15).



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 460-462

 

 
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