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    Predefinito Benedetto XVI lascerà il pontificato

    Il Papa lascia il pontificato dal 28 febbraio


    L'annuncio in latino durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto

    Il Papa lascia il pontificato dal 28 febbraio. Lo ha annunciato personalmente, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto. La notizia è stata confermata dal Vaticano.

    Redazione Online

    Il Papa lascia il pontificato dal 28 febbraio - Corriere.it
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    Comunicato della Casa Generalizia della Fraternità San Pio X

    La Fraternità San Pio X ha appreso il subitaneo annuncio delle dimissioni di Papa Benedetto XVI che saranno effettive la sera del 28 febbraio 2013. Malgrado le divergenze dottrinali manifestate ancora in occasione dei colloqui teologici tenuti fra il 2009 e il 2011, la Fraternità San Pio X non dimentica che il Santo Padre ha avuto il coraggio di ricordare che la messa tradizionale non era mai stata abrogata, e di sopprimere gli effetti delle sanzioni canoniche portate contro i suoi vescovi, in seguito alle consacrazioni del 1988.

    Essa non ignora l’opposizione che queste decisioni hanno suscitato, obbligando il Papa a giustificarsi davanti ai vescovi del mondo intero. Essa gli esprime la sua gratitudine per la forza e costanza di cui ha fatto prova nei suoi confronti in circostanze così difficili e lo assicura delle sue preghiere per il tempo che desidera ormai consacrare al raccoglimento.

    Al seguito del suo fondatore, Mons. Marcel Lefebvre, la Fraternità San Pio X, riafferma il suo attaccamento alla Roma eterna, Madre e Maestra di Verità, e alla sede di Pietro. Essa ribadisce il suo desiderio di portare il proprio contributo, secondo le sue possibilità, a risolvere la grave crisi che scuote la Chiesa. Essa prega perché, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, i Cardinali del prossimo conclave eleggano il Papa che, secondo la volontà di Dio, opererà per la restaurazione di ogni cosa in Cristo (Ef. 1,10).

    Menzingen, 11 febbraio 2013
    festa della Madonna di Lourdes

    Dimissioni di Benedetto XVI
    Ultima modifica di Giò; 12-02-13 alle 17:59
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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    Comunicato della Fraternità Sacerdotale San Pietro sulla rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino



    14 febbraio 2013

    La Questo mercoledì delle Ceneri, la Fraternità Sacerdotale San Pietro ha avuto occasione di esprimere al Sommo Pontefice la sua profonda gratitudine e le sue preghiere, per bocca di uno dei suoi sacerdoti, Don Martin Ramm, che cha potuto salutare il Papa a nome di tutta la sua comunità.
    Il nostro confratello, ricevuto da Sua Santità al momento dell’udienza pubblica, gli ha consegnato, in segno di filiale omaggio e di riconoscimento per la promulgazione del Motu Proprio Summorum pontificum, la riedizione del Messale romano tradizionale realizzata recentemente dalla Fraternità San Pietro.

    Con umiltà e coraggio, Benedetto XVI ha tenuto – per otto anni – il governo della barca di Pietro, affrontando molte tempeste, preoccupato di condurre le anime nel buon porto. Dando l’esempio di una vita interiore profonda, egli ha di nuovo centrato l’attenzione dei fedeli sui fondamenti della fede, mettendoli in guardia contro ogni forma di relativismo e spiegando il recente Magistero alla luce della Tradizione.
    Preoccupato della restaurazione del sacro, egli ha riconciliato la Chiesa romana col suo patrimonio liturgico bi-millenario. Infaticabile apostolo dell’unità ecclesiale, egli ha intrapreso in particolare un dialogo con la Fraternità San Pio X, in vista della piena riconciliazione. Questa attenzione del Papa ci è particolarmente cara e ci ricorda la cura che egli apportò alla nostra fondazione nel 1988, quando assisteva Giovanni Paolo II come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Comunicato dell'Istituto Mater Boni Consilii - sulla rinuncia di Benedetto XVI
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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    Comunicato dell'Istituto Mater Boni Consilii


    11 febbraio 2013

    La mattina di questo 11 febbraio 2013, durante il Concistoro, Benedetto XVI ha annunciato la sua "rinuncia al ministero di Vescovo di Roma, successore di San Pietro", precisando che la Sede sarà effettivamente vacante a partire dal 28 febbraio, alle ore 20.

    Unica motivazione data per questa decisione: l'ingravescentem aetatem, ovverosia l'età avanzata (e non è dato sapere dell'esistenza di altri motivi).

    La rinuncia al Sommo Pontificato è prevista - come possibilità - dal canone 221 del codice di diritto canonico promulgato da Benedetto XV, per cui, di per sé, una decisione di questo genere non altera la divina costituzione della Chiesa, pur ponendo delle gravissime difficoltà di ordine pratico. E' ben noto perciò che le rare rinunzie del passato avvennero in circostanze di particolare gravità nella storia della Chiesa, per cui il gesto compiuto oggi da Benedetto XVI non può essere paragonato a quelli del passato.

    Si tratta invece - come lo suggeriscono le parole stesse adoperate, ingravescentem aetatem - della volontà di applicare anche all'ufficio papale quanto già il Vaticano II (col decreto Christus Dominus) e Paolo VI (Motu proprio Ecclesiae Sanctae del 6 agosto 1966; Motu proprio Ingravescentem aetatem del 21 novembre 1970) avevano deciso per i Parroci, i Vescovi e i Cardinali (dimissioni al compimento dei 75 anni; esclusione dal Conclave al compimento degli ottant'anni per i Cardinali).

    Quelle decisioni conciliari e montiniane non avevano solo lo scopo pastorale dichiarato di evitare di avere pastori inabili al ministero per l'età avanzata (e quello non dichiarato di allontanare eventuali oppositori alle riforme), ma quello di trasformare - almeno di fatto e agli occhi del mondo - una sacra gerarchia in un amministrazione burocratica simile alle amministrazioni di governo dei moderni stati democratici, o ai ministeri pastorali sinodali delle sette protestanti. Oggi Joseph Ratzinger porta a compimento la riforma conciliare applicando anche alla sacra dignità del Sommo Pontificato le moderne categorie mondane e secolari di cui sopra, equiparando anche in ciò il Papato Romano all'episcopato subalterno. E' molto probabile che l'odierna decisione, infatti, diventi come moralmente obbligatoria per i successori, facendo del Papato un incarico "a tempo" e provvisorio di presidente del collegio episcopale o, perché no, del concilio ecumenico delle chiese.

    All'inizio del suo "pontificato", Benedetto XVI insistette infatti sull'aspetto collegiale dell'autorità della Chiesa: il Vescovo di Roma è il presidente del collegio episcopale, un Vescovo tra i Vescovi; al termine del suo "governo", Joseph Ratzinger ha voluto presentare - come un qualsiasi vescovo conciliare - le sue dimissioni.

    Ma il 19 aprile 2005, quando Joseph Ratzinger fu eletto al Sommo Pontificato dal Conclave, accettò veramente, e non solo esteriormente, l'elezione? Secondo la tesi teologica messa a punto da Padre M.L. Guérard des Lauriers o.p. (nei confronti di Paolo VI e dei suoi successori) questa accettazione non poté che essere esteriore e non reale ed efficace, in quanto l'eletto ha dimostrato di non avere avuto, né allora, né in seguito, l'intenzione oggettiva e abituale di provvedere al bene della Chiesa e di procurare la realizzazione del suo fine. Da quel giorno, Joseph Ratzinger fu sì l'eletto del conclave, ma non formalmente il Sommo Pontefice che governa la Chiesa "con" il suo Capo invisibile, Nostro Signore Gesù Cristo. Con la decisione odierna, in sintonia con la dottrina e la disciplina conciliare e col vivo sentimento antipapale ereditato in lui dal protestantesimo tedesco e dal modernismo agnostico del quale è stato e resta massimo esponente, Joseph Ratzinger ha solo reso esplicito e manifestato il suo rifiuto di governare veramente la Chiesa, e cessa così di essere - giuridicamente - non il Papa, che non è mai stato, ma l'eletto del conclave e l'occupante materiale della Sede Apostolica.

    Nella già drammatica situazione della Chiesa, il gesto odierno indebolisce ancora di più la barca apostolica scossa dalla tempesta. E' vero infatti che questo gesto riconosce l'incapacità e la non volontà di Ratzinger di governare la Chiesa, ma è vero anche che porta a compimento, come detto, la disciplina conciliare di discredito della gerarchia ecclesiastica. Solo l'elezione di un vero Successore di Pietro potrebbe porre fine a questa crisi di autorità, ma la composizione del corpo elettorale lascia presagire - a vista umana - che la notte sarà ancora più fonda, e l'alba ancora lontana.
    Che Dio ci assista, con l'intercessione di Maria Santissima, e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

    Verrua Savoia, 11 febbraio 2013

    Comunicato dell'Istituto Mater Boni Consilii - sulla rinuncia di Benedetto XVI
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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    S. S. Benedetto XVI rinuncia al ministero petrino

    Scioccato dalla notizia, Paolo si accascia sulla poltrona
    e piomba in un sonno profondo.
    Un sogno:

    Gesù è sulla via Appia – Via Martyrum -,
    la Croce sulle spalle, in cammino verso l’Urbe.
    Stanco e dimesso, Benedetto XVI gli va incontro:
    - Quo vadis Domine?
    - A Roma, a reggere il timone che tu hai abbandonato,
    risponde il Signore!

    Alle 11,46 dell’11 febbraio 2013, l’agenzia ANSA diffonde il dispaccio con la notizia che Benedetto XVI ha dichiarato ufficialmente di voler rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, a partire dalle ore 20,00 del 28 febbraio prossimo.

    Una notizia fulminante, che, come una saetta, ha di colpo percorso tutto il globo.

    Possibile?

    Il Codex Iuris Canonici (1917), al Canone 221, così recita:
    Si contingat ut Romanus Pontifex renuntiet, ad eiusdem renuntiationis validitatem non est necessaria Cardinalium aliorumve acceptatio. (Se accade che il Romano Pontefice rinunci, per la validità di tale rinuncia non è necessaria l’accettazione degli altri Cardinali.)
    Il Codice di Diritto Canonico (1983), al Canone 332, così recita:
    Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno l’accetti.

    Quindi, l’istituzione del “papa emerito” esisteva già di diritto, mancava solo che fosse realizzata di fatto: ci ha pensato Papa Ratzinger.

    La questione è molto seria e richiederà un’attenta riflessione, anche alla luce di ulteriori notizie che, certo, non mancheranno di giungere, sia in maniera spontanea, sia e soprattutto in maniera interessata.

    A caldo si può dire che l’annuncio a sorpresa c’è stato solo in parte, poiché il Card. Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva già ventilata questa possibilità a fronte dello stato di salute di Giovanni Paolo II.
    Nel suo libro intervista Luce del mondo, Ratzinger-Benedetto XVI disse a chiare lettere:
    «Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo sicuramente non è il momento di dimettersi. È proprio in momenti come questo che bisogna resistere e superare la situazione difficile. Questo è il mio pensiero. Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più. Ma non si può scappare proprio nel momento del pericolo e dire: “Se ne occupi un altro” […] Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in talune circostanze anche il dovere di dimettersi.» (Luce del mondo, Libreria Editrice Vaticana, 2010, p. 53).

    Ora, non v’è dubbio che questa considerazione contenga un certo buon senso, tale che si riesca a seguirla e perfino a condividerla, ma non appena ci si fermi a riflettere che qui si sta parlando della funzione di “Vicario di Cristo”, ecco che nasce il bisogno di valutarla alla luce dell’aspetto soprannaturale che dovrebbe informare la vita di tutta la Chiesa.

    Un semplice dirigente d’azienda avrebbe davvero il dovere di pensare in primis alla buona conduzione dell’impresa: se non ce la fa, passa la mano.
    Quando nel consiglio d’amministrazione i componenti non riescono a mettersi d’accordo, l’amministratore delegato o s’impone o si vede costretto a dimettersi, spesso in forza di un principio improprio: la conduzione democratica dell’impresa.
    Si potrebbe pensare che la stessa cosa possa accadere nella Chiesa, dopo che il Vaticano II ha portato all’esercizio collegiale dell’autorità. Ma il Papa non è un amministratore delegato, è il Vicario di Cristo, e come tale dirige la Chiesa non in nome del popolo o dell’assemblea degli azionisti, ma in nome e per conto di Nostro Signore, che esercita la sua autorità soprannaturale sul Suo Corpo Mistico, servendosi delle facoltà naturali e della debolezza umana del Suo Vicario.
    Nell’esercizio del suo ministero petrino, il Vicario di Cristo terrà sempre conto di questo basilare elemento soprannaturale, dall’elezione alla morte.
    Un papa che trascurasse questo elemento, misurando l’efficacia della sua funzione sulla base delle sue sole forze umane, rivelerebbe una scarsa o nulla considerazione della presenza di Colui che rappresenta. Rivelerebbe una formazione culturale e un convincimento interiore dalla valenza solamente umana, troppo umana; come se la Chiesa affondasse le radici in terra e non in cielo.
    Oggi, alla luce della rinuncia di Benedetto XVI, si vede confermata l’attitudine degli uomini della nuova Chiesa nata dal Vaticano II: la sopravvalutazione dell’elemento umano e la sottovalutazione dell’elemento divino.

    Tale sopravvalutazione la si coglie anche da diversi elementi che si presentano in questa vicenda: per primo la stranezza dell’annuncio “anticipato” della rinuncia.
    Con tale annuncio fatto 18 giorni prima della data formale, Benedetto XVI ha aperto le ostilità in Vaticano, come se ce ne fosse stato bisogno: ha aperto la campagna elettorale.
    Vista la particolarità dell’evento e visto quello che è accaduto in Vaticano negli ultimi anni, dalla architettata diffusione di informazioni riservate, alla contraddittorietà dei comportamenti della Curia, fino alle incredibili rivelazioni dell’anno scorso su un presunto complotto contro il Papa e le conseguenti smentite circa le riportate dichiarazioni del Card. Romeo in Cina, sarebbe stato più “pratico” e più efficace se il Papa avesse annunciato la sua rinuncia e contestualmente convocato il Conclave, proprio per il bene della Chiesa: per risparmiare alla Chiesa più di un mese di manovre elettorali.
    Genera stupore il fatto che mentre la rinuncia si fonda su valutazioni meramente umane, lo stesso non sia stato fatto per i tempi della sua attuazione, così da ridurre al minimo le lotte intestine.
    Certo che si può affermare che il Signore non farà mancare la sua assistenza in questo nuovo frangente, ma lo stesso si sarebbe dovuto tenere presente riguardo alle condizioni di salute, tanto da non giungere alla rinuncia.

    Altro elemento, direttamente connesso con la sopravvalutazione dell’umano di cui dicevamo prima, è la reazione emotiva, superficiale e inevitabilmente ordinaria che ha suscitato questo annuncio.
    Lo stesso era già accaduto con Giovanni Paolo II, con l’apprezzamento della sua sofferenza umana, ostentata in modo tale da trascinare nell’ordinarietà terrena la stessa figura del Vicario di Cristo.
    Questa volta è apparsa l’altra faccia della medaglia: l’apprezzamento del cosiddetto senso di responsabilità umana e del travaglio psicologico, accompagnate in controluce dal balenio delle complesse irrisolte questioni interne ed esterne alla Chiesa, portate avanti con le pesanti spinte esercitate da veri e propri gruppi di potere. Questioni che esamineremo a suo tempo, e che spesso hanno visto convergere forze interne alla Chiesa e forze esterne: pensiamo, per esempio, alle coppie di fatto col corollario del matrimonio dei preti o alla pedofilia col corollario dell’omosessualità o al pan-ecumenismo col corollario del governo mondiale.
    Un andamento che porta inevitabilmente a pensare ad un gravame difficilmente sopportabile, dove non si comprende bene quali decisioni siano state assunte dal Papa e quali invece egli sia stato costretto ad assumere. Pensiamo, solo a titolo d’esempio, alla sovraesposizione mediatica di Twitter, che ha scaricato sul Papa una valanga di insulti, come fosse un qualunque sprovveduto internauta.
    Le pesanti ricadute sulla figura del successore di Pietro e sulla valenza del suo ministero universale, era inevitabile che portassero ad uno svilimento, tanto da suscitare, al momento dell’annuncio della rinuncia, la perplessità e lo sconcerto di quegli stessi responsabili religiosi e politici mondiali che in questi anni hanno premuto perché nella Chiesa le considerazioni umane prevalessero sulle esigenze di ordine soprannaturale.

    Chiudiamo ricordando che tradizionalmente i documenti pontifici portano un incipit dal significato molto profondo e insieme complesso: servum servorum Dei, che è un titolo specifico del Papa. Oggi si è perso il senso di questo titolo, fino a trasformarlo, a volte in maniera perfino espressa, in servum servorum hominis, tale da invertire la polarità della funzione del ministero petrino.
    Questa inversione ha permesso, inevitabilmente, che si giungesse al convincimento paradossale che per servire al meglio la Chiesa fosse possibile e coerente ritrarsi dal servirla. Un gesto che potrà pure apparire nobile agli occhi degli uomini moderni che si affannano a dire all’esterno di adorare Dio mentre dentro di loro adorano solo se stessi, ma che è la dimostrazione del fatto che modernamente il Papa non è più il primo dei servitori di Dio.

    IMUV
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    DICHIARAZIONE

    Carissimi Fratelli,

    vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.

    Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

    Dal Vaticano, 10 febbraio 2013

    BENEDICTUS PP XVI

    © Copyright 2013 - Libreria Editrice Vaticana
    (torna su)
    DECLARATIO

    Fratres carissimi

    Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vitae communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.

    Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 29, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.

    Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

    Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

    BENEDICTUS PP XVI

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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    Una Quaresima speciale

    di Padre João Batista de A. Prado Ferraz Costa

    Stavo pensando di scrivere qualcosa sulla dottrina di San Tommaso sul digiuno, quando ho ricevuto la notizia sorprendente della dichiarazione di rinuncia di Papa Benedetto XVI.

    Evito qualunque speculazione a riguardo, ma confesso il mio sospetto che il Santo Padre abbia preso una decisione così grave perché si è visto costretto. Gli avvenimenti delle ultime settimane, soprattutto la controversa dichiarazione di Mons. Paglia sulla necessità di trovare uno strumento giuridico che regoli i diritti delle “coppie” e delle “famiglie” gay, aumentano il mio sospetto che ci sia stato uno scontro, una tensione nei palazzi apostolici.

    Anche se svilita da decenni, per i cattolici la Quaresima, se ben vissuta, rimane un tempo liturgico ricco di grazie e di insegnamenti. Il carattere ascetico della Quaresima, per la pratica del digiuno, l’elemosina e le altre opere di penitenza, ha ceduto il posto ad una campagna ideologica di “coscientizzazione” dal sapore socialista, umanista, col pretesto di promuovere la solidarietà e la fratellanza tra gli uomini e le “religioni”.
    Così che è molto opportuno ricordare l’essenziale sulla Quaresima: una preparazione spirituale, attraverso le opere di pietà di cui sopra, per resuscitare a vita nuova nella Pasqua di Cristo. E dal momento che il digiuno e l'astinenza sono state svalorizzate parecchio ai giorni nostri, vale la pena ricordare ciò che a riguardo dice san Tommaso.

    Leggendo la questione 147 della seconda parte della parte seconda (II, II, q. 147), relativa al digiuno, la cosa che salta subito all’occhio è come la disciplina del digiuno sia stata mitigata. È impressionante il rigore di un tempo! Solo un pasto al giorno, astinenza totale da carne, uova e latticini, per ridurre la sensualità: ut vertatur in materiam seminis, cuius multiplicatio est massimo incitamentum luxuriae – che trasformati in seme, il cui aumento costituisce il massimo incentivo della lussuria - (art. 8).
    In effetti, la disciplina era così rigorosa che il nostro Gilberto Freyre, in Casa-Grande e Senzala, non esita a dire che il digiuno fu una delle cause della mancanza di vigore fisico del brasiliano dei tempi coloniali.

    Tuttavia, la cosa più importante è avere una chiara consapevolezza del valore spirituale del digiuno come un atto di virtù, come spiega il Dottore Angelico.
    Esso è un atto virtuoso perché è ordinato ad un bene onesto, per tre ragioni:
    1) frena la concupiscenza della carne, perché col digiuno si conserva la castità; e cita San Girolamo: “senza Cerere e Bacco, Venere si raffredda”.
    2) Eleva la mente alla contemplazione delle cose sublimi.
    3) Soddisfa la giustizia divina per i nostri peccati; e cita, a proposito, Sant’Agostino: “Il digiuno purifica l'anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito ed umiliato, dissipa le nebbie della concupiscenza, smorza gli ardori della libidine e accende la luce della castità”.

    Degna di nota è anche la risposta all’obiezione che molte volte il digiuno non è gradito a Dio (Is. 58, 3) e quindi non sarebbe un atto di virtù, perché la virtù è sempre gradita a Dio. San Tommaso risponde all’obiezione dicendo che un atto che di per sé è virtuoso può essere reso vizioso da qualche altra circostanza, come dice la Sacra Scrittura: “Ecco, col giorno del vostro digiuno conciliate i vostri voleri”. Al contrario, il vero digiuno, il digiuno gradito a Dio, secondo le parole di Sant’Agostino, citato dall’Angelico, non ama la verbosità, giudica superflua la ricchezza, disprezza la superbia, raccomanda l’umiltà, aiuta l’uomo a riconoscersi piccolo e fragile.

    Un altro aspetto interessante della questione trattata da San Tommaso è costituito dal sapere se il digiuno è un precetto. Nella risposta il Santo Dottore sviluppa il suo pensiero giuridico sul rapporto tra legge naturale e legge positiva e spiega la relazione tra sfera civile e sfera ecclesiastica: «Come le autorità civili hanno il compito di stabilire, in ordine al bene comune, precetti legali che determinano la legge naturale in rapporto alle cose temporali; così i prelati ecclesiastici hanno il compito di comandare con delle leggi le cose relative ai beni spirituali, per il bene comune dei fedeli. Ora, sopra abbiamo detto che il digiuno serve a cancellare e a reprimere il peccato, e ad elevare l'anima alle cose spirituali. Cosicché per la ragione naturale ciascuno è tenuto a usare del digiuno quanto per lui è necessario al raggiungimento di tali scopi. Perciò il digiuno in forma generica viene ad essere un precetto di legge naturale. Invece la determinazione del tempo e del modo di digiunare, come è utile e conveniente per il popolo cristiano, ricade sotto un precetto della legge positiva, stabilita dai prelati della Chiesa. E questo è il digiuno ecclesiastico, mentre l'altro è di ordine naturale.» (q. 147, a. 3).

    All’articolo 2 di questa questione, San Tommaso fa un’osservazione di grande attualità. Dice che, anche se il digiuno consiste propriamente nell’astinenza dagli alimenti, metaforicamente si può parlare di un astenersi da tutte le cose nocive, soprattutto dai peccati. Ora, ai nostri giorni, ove viviamo immersi in una cultura di divertimenti, balli e intrattenimenti elettronici, è conveniente per il cattolico proporsi il digiuno da internet, cellulare, sms, ecc.
    Vale anche la pena di aggiungere una riflessione arguta di Padre Antonio Vieira: il digiuno non accompagnato da elemosina è più risparmio che penitenza! In effetti, i grandi santi hanno sempre insegnato che le due ali della preghiera cristiana sono il digiuno e l’elemosina.

    Quest’anno vivremo una Quaresima speciale, in circostanze che esigono da noi uno sforzo raddoppiato. La rinuncia di Papa Benedetto XVI non deve essere vista solo come una decisione personale causata della sua debolezza che gli impedisce di compiere il suo ministero. La sua rinuncia e la conseguente successione, devono essere considerate alla luce del suo pontificato, contrassegnato dalla cattiva volontà, dalla resistenza e dall’opposizione dei suoi nemici dentro e fuori la Chiesa.
    Come si sa, il Santo Padre è stato spietatamente attaccato quando ha dichiarato la legittimità del rito romano tradizionale, quando ha promosso la giustizia dentro la Chiesa rimettendo l’ingiusta scomunica dei vescovi consacrati da Mons. Lefebvre
    (Anche se in quella occasione si disse che si trattava di un atto di misericordia, come spiega San Giovanni Crisostomo: quasi sempre tutte le virtù si accompagnano a qualche difetto, ad eccezione della carità. In quel caso, per molti in Vaticano, la giustizia si mescolò all’orgoglio di non riconoscere che era stata fatta giustizia. Personalmente, sono convinto che il Papa Benedetto XVI fosse pienamente consapevole del fatto che la soppressione canonica della Fraternità San Pio X fosse stata una palese ingiustizia commessa nella Chiesa, a cui egli volle riparare, nonostante la divergenza dottrinale fra il Vaticano e Ecône. Come negare il riconoscimento canonico alla Fraternità San Pio X quando vi sono dei vescovi che difendono il matrimonio gay?).
    Per tutto questo, la successione del Santo Padre non sarà così semplice, anche se fidiamo nell’assistenza dello Spirito Santo.

    Preghiamo, perché la Madonna ci aiuti in questa Quaresima a fare penitenza per i nostri peccati. Supplichiamo la misericordia divina. Preghiamo per il Santo Padre perché egli possa avere un buon successore.

    Il grande Joseph De Maistre diceva che ogni popolo ha il governo che si merita. Parafrasando, potremmo dire che noi non meritiamo un San Pio X, un San Pio V. Miserere nobis, Domine.

    Pe. João Batista de A. Prado Ferraz Costa
    Anápolis, 12 de fevereiro de 2013
    Festa dos Sete Santos Fundadores Servitas

    Associação Civil Santa Maria das Vitórias

    Capela Santa Maria das Vitorias

    Una Quaresima speciale - Articolo di Padre João Batista de A. Prado Ferraz Costa
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    Considerazioni sull’atto di rinuncia di Benedetto XVI


    di Roberto de Mattei

    L’11 febbraio, giorno della Festa della Madonna di Lourdes, il Santo Padre Benedetto XVI ha comunicato al Concistoro dei cardinali e a tutto il mondo la sua decisione di rinunziare al Pontificato. L’annuncio è stato accolto dai cardinali, «quasi del tutto increduli», «con senso di smarrimento», «come un fulmine a ciel sereno», secondo le parole subito dopo rivolte al Papa dal cardinale decano Angelo Sodano.

    Se così grande è stato lo smarrimento dei cardinali, si può immaginare quanto forte sia in questi giorni il disorientamento dei fedeli, soprattutto di coloro che hanno sempre visto in Benedetto XVI un punto di riferimento e che ora si sentono in qualche modo “orfani”, se non addirittura abbandonati, di fronte alle gravissime difficoltà che affronta la Chiesa nell’ora presente.

    Eppure l’ipotesi della rinuncia di un Papa al soglio pontificio non giunge del tutto inattesa. Il presidente della Conferenza Episcopale tedesca Karl Lehmann e il primate del Belgio Godfried Danneels, avevano avanzato l’ipotesi di «dimissioni» di Giovanni Paolo II, quando le sue condizioni di salute si erano aggravate.
    Il cardinale Ratzinger nel libro-intervista del 2010 Luce del mondo aveva detto al giornalista tedesco Peter Seewald, che se un Papa si rende conto che non è più in grado «fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo, di dimettersi».
    Nel 2010 poi, cinquanta teologi spagnoli avevano espresso la loro adesione alla Lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo del teologo svizzero Hans Küng con queste parole: «Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica».
    E quando, tra il 2011 e il 2012, alcuni giornalisti, come Giuliano Ferrara ed Antonio Socci, avevano scritto sulle possibili dimissioni del Papa, questa ipotesi aveva suscitato tra i lettori più disapprovazione che consensi.

    Sul diritto di un Papa a dimettersi, non ci sono dubbi in proposito. Il nuovo Codice di Diritto Canonico disciplina l’eventualità della rinuncia del Papa nel canone 332, secondo paragrafo, con queste parole: «Se accada che il Romano Pontefice rinunzi al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinunzia sia fatta liberamente e sia manifestata ritualmente, non dunque che sia accettata da uno qualsiasi».
    Negli articoli 1 e 3 della costituzione apostolica del 1996 Universi Dominicis Gregis, sulla vacanza della Santa Sede, è prevista del resto la possibilità che la vacanza della Sede apostolica sia determinata non solo dalla morte del Papa, ma anche dalla sua valida rinuncia.

    Nella storia non sono moltissimi gli episodi documentati di abdicazione. Il caso più noto resta quello di san Celestino V, il monaco Pietro da Morrone, eletto in Perugia il 5 luglio 1294 e incoronato a L’Aquila il 29 agosto successivo. Dopo un pontificato di solo cinque mesi, credette opportuno dimettersi, non ritenendosi all’altezza dell’ufficio assunto. Preparò quindi la sua abdicazione consultando dapprima i cardinali ed emanando poi una costituzione con la quale riconfermava la validità delle norme già stabilite da Gregorio X per la conduzione del prossimo Conclave. Il 13 dicembre a Napoli pronunciò la propria abdicazione al cospetto del collegio dei cardinali, depose le insegne e gli indumenti papali e riprese l’abito di eremita. Il 24 dicembre 1294 venne eletto Papa in sua vece Benedetto Caetani, con il nome di Bonifacio VIII.
    Un ulteriore caso di rinuncia papale – l’ultimo sino ad oggi – si ebbe durante lo svolgimento del Concilio di Costanza (1414-1418). Gregorio XII (1406-1415), Papa legittimo, al fine di ricomporre il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417), inviò a Costanza il suo plenipotenziario Carlo Malatesta per rendere nota la sua volontà di ritirarsi dall’ufficio papale; le dimissioni furono ufficialmente accolte il 4 luglio 1415 dall’assemblea sinodale che contemporaneamente depose l’antipapa Benedetto XIII. Gregorio XII venne reintegrato nel Sacro Collegio col titolo di cardinale vescovo di Porto e con il primo rango dopo il Papa. Abbandonato il nome e l’abito pontificio e ripreso il nome di cardinale Angelo Correr, egli si ritirò nelle Marche come legato pontificio e morì a Recanati il 18 ottobre 1417.

    Il caso di rinuncia dunque, in sé, non scandalizza: è contemplato dal diritto canonico e si è storicamente verificato nei secoli. Va notato però che il Papa può rinunciare, e talvolta ha storicamente rinunciato al Pontificato, in quanto esso è considerato un «ufficio giurisdizionale della Chiesa», non legato indelebilmente alla persona di chi lo occupa. La gerarchia apostolica esercita infatti due poteri misteriosamente uniti nelle stesse persone: la potestà di ordine e la potestà di giurisdizione (cfr. ad esempio san Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-IIae, q. 39, a. 3, resp.; III, q. 6. a. 2). Entrambi i poteri sono diretti a realizzare i fini peculiari della Chiesa, ma ciascuno con caratteristiche proprie, che lo distinguono profondamente dall’altro: la potestas ordinis è il potere di distribuire i mezzi della grazia divina e si riferisce all’amministrazione dei sacramenti e all’esercizio del culto ufficiale; la potestas iurisdictionis è il potere di governare l’istituto ecclesiastico e i singoli fedeli.

    La potestà di ordine si distingue dalla potestà di giurisdizione non solo per diversità di natura e di oggetto, ma anche per il modo con cui è conferita, in quanto essa ha come sua proprietà di essere data con la consacrazione, cioè per mezzo di un sacramento e con l’impressione di un carattere sacro. Il possesso della potestas ordinis è assolutamente indelebile in quanto i suoi gradi non sono uffici temporanei, ma imprimono carattere in chi ne è insignito. Secondo il Codice di Diritto Canonico, una volta che un battezzato diventa diacono, presbitero o vescovo, lo è per sempre e nessuna autorità umana può cancellare tale condizione ontologica. La potestà di giurisdizione invece non è indelebile ma è temporanea e revocabile; i suoi uffici, a cui sono preposte persone fisiche, terminano con la cessazione del mandato.

    Un’altra importante caratteristica della potestà di ordine è la non territorialità, poiché i gradi della gerarchia di ordine sono assolutamente indipendenti da ogni circoscrizione territoriale, almeno per quanto riguarda la validità dell’esercizio. Gli uffici della potestà di giurisdizione, al contrario, sono sempre circoscritti nello spazio ed hanno nel territorio uno degli elementi costitutivi, eccettuato quello del Supremo Pontefice, il quale non è sottoposto ad alcuna limitazione spaziale.

    Nella Chiesa la potestà di giurisdizione compete, iure divino al Papa e ai Vescovi. La pienezza di questo potere risiede tuttavia solo nel Papa che, quale fondamento, sorregge tutto l’edificio ecclesiastico. In lui si trova tutto il potere pastorale, e nella Chiesa non se ne può concepire altro indipendente.

    La teologia progressista sostiene invece, in nome del Concilio Vaticano II, una riforma della Chiesa, in senso sacramentale e carismatico, che oppone la potestà d’ordine alla potestà di giurisdizione, la chiesa della carità a quella del diritto, la struttura episcopale a quella monarchica.
    Al Papa, ridotto a primus inter pares all’interno del collegio dei vescovi spetterebbe solo una funzione etico-profetica, un primato di «onore» o di «amore», ma non di governo e di giurisdizione. In questa prospettiva è stata evocata da Hans Küng, e da altri, l’ipotesi di un pontificato “a termine” e non più a vita, come forma di governo richiesta dalla velocità di cambiamento del mondo moderno e dalla continua novità dei suoi problemi. «Non possiamo avere un Pontefice di 80 anni che non è più pienamente presente dal punto di vista fisico e psichico», ha dichiarato all’emittente “Südwestrundfunk” Küng, che vede nella limitazione del mandato del Papa un passo necessario per la riforma radicale della Chiesa. Il Papa sarebbe ridotto a presidente di un Consiglio di amministrazione, ad una figura meramente arbitrale, con a fianco una struttura ecclesiastica “aperta”, quale un sinodo permanente, con poteri deliberativi.

    Se però si ritiene che l’essenza del Papato sia nel potere sacramentale di ordine e non in quello supremo di giurisdizione, il Pontefice non potrebbe mai dimettersi; se lo facesse, perderebbe con la rinuncia solo l’esercizio della suprema potestà, ma non la potestà stessa, che sarebbe indelebile come l’ordinazione sacramentale da cui scaturisce Chi ammette l’ipotesi della rinuncia deve ammettere con ciò che il Papa deriva la sua summa potestas dalla giurisdizione che esercita e non dal sacramento che riceve. La teologia progressista è dunque in contraddizione con sé stessa quando pretende di fondare il Papato sulla sua natura sacramentale, e poi rivendica le dimissioni di un Papa, che possono invece essere ammesse solo se il suo incarico è fondato sul potere di giurisdizione. Per la stessa ragione non ci potranno essere, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, “due papi”, uno in carica e uno “emerito”, come è stato impropriamente detto. Benedetto XVI tornerà ad essere sua eminenza il cardinale Ratzinger e non potrà più esercitare prerogative, come l’infallibilità, che sono intimamente legate al potere di giurisdizione pontificio.

    Il Papa dunque può dimettersi. Ma è opportuno che lo faccia? Un autore non certo “tradizionalista”, Enzo Bianchi, su “La Stampa” del 1 luglio 2002, scriveva: «Secondo la grande tradizione della chiesa d’Oriente e d’Occidente, nessun Papa, nessun patriarca, nessun vescovo dovrebbe dimettersi solo a causa del raggiungimento di un limite di età. È vero che da una trentina d’anni nella chiesa cattolica vi è una norma che invita i vescovi a offrire le proprie dimissioni al pontefice al compimento dei settantacinque anni, ed è vero che tutti i vescovi accolgono nell’obbedienza questo invito e le presentano, ed è vero anche che normalmente vengono esauditi e le dimissioni accolte. Ma questa resta una norma e una prassi recente, fissata da Paolo VI e confermata da Giovanni Paolo II: nulla esclude che in futuro possa essere rivista, dopo aver pesato vantaggi e problemi che essa ha prodotto in questi decenni di applicazione».
    La norma per cui i vescovi si dimettono a 75 anni dalle loro diocesi è una fase recente della storia della Chiesa, che sembra contraddire le parole di san Paolo, per cui il Pastore è nominato «ad convivendum et ad commoriendum» (2 Cor 7, 3), per vivere e per morire accanto al suo gregge. La vocazione di un Pastore, come quella di ogni battezzato, vincola infatti non fino ad una certa età, e ad una buona salute, ma fino alla morte.

    Sotto questo aspetto la rinuncia dal pontificato di Benedetto XVI appare come un gesto legittimo dal punto di vista teologico e canonico, ma sul piano storico, in assoluta discontinuità con la tradizione e la prassi della Chiesa. Dal punto di vista di quelle che potrebbero essere le conseguenze si tratta di un gesto non semplicemente “innovativo”, ma radicalmente «rivoluzionario», come lo ha definito Eugenio Scalfari su “La Repubblica” del 12 febbraio. L’immagine dell’istituzione pontificia, agli occhi dell’opinione pubblica di tutto il mondo, viene infatti spogliata della sua sacralità per essere consegnata ai criteri di giudizio della modernità. Non a caso, sul “Corriere della Sera” dello stesso giorno, Massimo Franco parla del «sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato».

    Non si può fare un paragone né con Celestino V, che si dimise dopo essere stato strappato a forza dalla sua cella eremitica, né con Gregorio XII, che fu costretto a sua volta a rinunciare per risolvere la gravissima questione del Grande Scisma d’Occidente. Si trattava di casi di eccezione. Ma qual è l’eccezione nel gesto di Benedetto XVI? La ragione, ufficiale, scolpita nelle sue parole dell’11 febbraio esprime, più che l’eccezione, la normalità: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità».

    Non ci troviamo di fronte ad una grave inabilità, come era il caso di Giovanni Paolo II nel suo ultimo scorcio di pontificato. Le facoltà intellettuali di Benedetto XVI sono pienamente integre, come ha dimostrato in una delle sue ultime e più significative meditazioni al Seminario Romano, e la sua salute è «complessivamente buona», come ha precisato il portavoce dalla Santa Sede, padre Federico Lombardi, secondo cui però il Papa ha avvertito negli ultimi tempi «lo squilibrio tra i compiti, tra i problemi da affrontare e le forze di cui si sente di non disporre».

    Eppure, fin dal momento dell’elezione, ogni pontefice prova un comprensibile sentimento di inadeguatezza, avvertendo la sproporzione tra le capacità personali e il peso dell’incarico a cui è chiamato. Chi può dire di essere in grado di poter sostenere con le sue sole forze il munus di Vicario di Cristo?
    Lo Spirito Santo assiste però il Papa non solo al momento dell’elezione, ma fino alla morte, in ogni momento, anche il più difficile, del suo pontificato. Oggi lo Spirito Santo viene spesso invocato a sproposito, come quando si pretende che esso copra ogni atto e ogni parola di un Papa o di un Concilio. In questi giorni però è il grande assente dai commenti sui mass-media che valutano il gesto di Benedetto XVI seguendo un criterio puramente umano, come se la Chiesa fosse una multinazionale, guidata in termini di pura efficienza, a prescindere da ogni influsso soprannaturale.

    Ma c’è da chiedersi: in duemila anni di storia, quanti sono i Papi che hanno regnato in buona salute e non hanno avvertito il declino delle forze e non hanno sofferto per malattie e prove morali di ogni genere? Il benessere fisico non è mai stato un criterio di governo della Chiesa. Lo sarà a partire da Benedetto XVI? Un cattolico non può non porsi queste domande e se non se le pone, esse saranno poste dai fatti, come nel prossimo conclave, quando la scelta del successore di Benedetto si orienterà fatalmente verso un cardinale giovane e nel pieno delle forze perché possa essere ritenuto adeguato alla grave missione che lo attende. A meno che il cuore del problema non sia in quelle «questioni di grande rilevanza per la vita della fede», a cui ha fatto riferimento il Pontefice, e che potrebbero alludere alla situazione di ingovernabilità in cui sembra trovarsi oggi la Chiesa.

    Sarebbe poco prudente, sotto questo aspetto, considerare già “chiuso” il pontificato di Benedetto XVI, dedicandosi a prematuri bilanci, prima di attendere la fatidica scadenza da lui annunciata: la sera del 28 febbraio 2013, una data che rimarrà impressa nella storia della Chiesa. Prima, ma anche dopo quella data, Benedetto XVI potrebbe essere ancora protagonista di nuovi e imprevisti scenari. Il Papa infatti ha annunciato le sue dimissioni, ma non il suo silenzio, e la sua scelta gli restituisce una libertà di cui forse si sentiva privato.
    Che cosa dirà e farà Benedetto XVI, o il cardinale Ratzinger, nei prossimi giorni, settimane e mesi? E soprattutto, chi guiderà, e in che maniera, la navicella di Pietro nelle nuove tempeste che inevitabilmente l’attendono?


    Considerazioni sull’atto di rinuncia di Benedetto XVI - Articolo di Roberto de Mattei
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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    CHE FECE... IL GRAN RIFIUTO

    di Francesco Colafemmina

    LUNEDÌ 11 FEBBRAIO 2013


    Qualche riflessione a caldo all'inizio di un periodo durante il quale non ne mancheranno di certo!

    Sliding doors

    La società contemporanea ama le porte scorrevoli: si entra e si esce. Ci si sposa e ci si separa. Si concepisce e si abortisce. Ci si ammala e ci si eutanasizza. Allo stesso modo non può non ammirare un Papa che accetta e poi rinuncia. Il mandato di Dio si arresta dinanzi alla debolezza dell'uomo, perde efficacia. Si entra e si esce dalla veste bianca. La “modernità irrompe in Vaticano” titola Ezio Mauro. Ha pienamente ragione!

    Vecchio Papa

    Il Papa ha affermato oggi di aver visto diminuire la sua capacità di amministrare e di esercitare il proprio ministero: “ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam.”
    Ha in pratica denunciato la propria incapacità almeno a partire dagli ultimi mesi. Ora, questo influirà nel giudizio postumo degli atti di questo Papa. Si dirà che ha provato, ma non è riuscito. Che ha avuto buone idee ma per sua stessa ammissione non è stato in grado di governare come si deve la Chiesa. E tutti noi suoi ammiratori dovremo abdicare come lui. Anche noi siamo tutto sommato “vacanti”, nel senso dialettale del termine: svuotati di significato e di speranze.

    Nuovo Papa

    Ancor più grave l'ammissione che oggi per governare la Chiesa serve “vigore fisico” oltre che spirituale. Dunque così delinea i tratti del nuovo Papa: dovrà essere giovane, scattante e arzillo. Difficile individuare qualcuno del genere nell'ampia schiera dei settantenni cardinali. Forse qualcuno c'è. E adesso i pii cattolici ritorneranno a rispondere: “non è affare il nostro, il Papa lo sceglie lo Spirito Santo”. Sì, ma a quanto pare il Papa può scegliere anche di annullare la decisione dello Spirito Santo...

    Tempi bui

    Torniamo al medioevo. Certo, per la società contemporanea è medievale l'idea di un Papa decrepito e privo di adeguate facoltà mentali e di vigoria fisica. Ma tutto ciò che per i nostri contemporanei è medievale è fondamentalmente santo per i Cattolici. C'è una opposizione netta fra i due aspetti. Così il vero medioevo è quello introdotto oggi da Papa Ratzinger. Colui che ha lasciato il suo lavoro a metà, incompiuto per molti versi. E “per viltade” fa il suo gran rifiuto? Chissà... Per viltade, per ricatto, per inadeguatezza, per mille ragioni. Egli ci introduce tuttavia nel buio. Il buio di una novità che scardina le certezze, che fa dell'uomo più che del Signore l'artefice della storia. E plasma così il destino della Chiesa. Il ministro recede dal ministero. Gongola Nanni Moretti!

    Petrus Romanus

    L'ultimo Papa secondo San Malachia è tal “Petrus Romanus”. Secondo molti si tratterebbe di un ultimo Papa di nome Pietro. Ma c'è anche chi interpreta questo personaggio come San Pietro che torna. Che vuol dire? E' la fine del mondo? Chissà! Una cometa, cattivo omen, sarà visibile in quest'anno che si preannuncia funesto. Il Nuovo Ordine Mondiale continua la sua corsa. E la Chiesa vi si arrende. Deve correre anch'essa e il Papa non ha più forza nelle gambe.

    Schettino

    Un'ultima annotazione per snellire il peso angosciante di questa giornata. Mi veniva in mente il Nocchiero della Chiesa che scende dalla barca di Pietro. Ed ecco una voce rimbombare: "Ma cosa fai? Torna a bordo c...!"

    MARTEDÌ 12 FEBBRAIO 2013

    Melassa

    Per favore piantiamola con la melassa! Di melassa se ne stanno stendendo vagonate sulla rinuncia del Papa. E melassa da ogni dove: da destra da sinistra dal centro da sopra e da sotto. Melassa internazionale, melassa multiculturale e multireligiosa. A quando una riflessione meno zuccherina? Da apicoltore posso assicurarvi che le mie stesse api sarebbero infastidite da queste dosi massicce di glucosio.

    Malattia

    Il Papa ha rinunciato. Non lo ha fatto ufficialmente per problemi di salute. Lo ha confermato lo stesso padre Lombardi. Ha denunciato invece genericamente la sua vecchiaia e la consapevolezza di non aver saputo gestire bene la Chiesa negli ultimi mesi. Se di malattia si fosse trattato avremmo tutti compreso... fino ad un certo punto, ma avremmo compreso. Ad esempio poniamo il caso che il Papa fosse stato colpito da crisi ischemiche negli ultimi mesi. Ebbene, un'ischemia può immobilizzare, può privare della ragione, dell'uso della parola. Tutti rischi tremendi per un Papa che avrebbero aiutato a comprendere il senso di questa decisione in un momento difficile per la Chiesa. Ci saremmo stretti attorno a lui. Anche se il Papa non è un attivista, non è un uomo che dev'esser sempre lucido e scattante: è un uomo che accetta la sua croce fino alla fine (è accaduto nel secolo scorso a Leone XIII e a Pio XII che - per inciso - Benedetto non ha neanche beatificato: se è coraggioso dimettersi quando si perde la lucidità quei papi furono dunque troppo poco coraggiosi?). E se il problema è il governo della Chiesa al di là della cura spirituale, della preservazione della fede, per questo ci sono i collaboratori...



    Collaboratori

    Chi li sceglie? Non certo io. Non certo voi. Li sceglie il Papa i suoi collaboratori. Il Papa ha scelto Bertone e se l'è tenuto stretto nonostante le ampie testimonianze di incapacità governativa, di nepotismo e di affarismo, lo ha addirittura nominato Camerlengo. Gli ha rinnovato ripetutamente la fiducia e non l'ha mai mandato a casa. Il Papa si è tenuto al suo fianco il decano dei cerimonieri pontifici, quello che si fece prestare 280.000 euro da Angelo Balducci per acquistare una villa a Marino e farne la sede di una “associazione massonica”. Si è tenuto anche al suo fianco don Georg che, consacrato vescovo, è andato subito a farsi immortalare da Vanity Fair (mai rivista fu più appropriata al soggetto) che gli ha dedicato la copertina del mese col titolo: “Essere bello non è peccato”. D'altra parte anche l'ex segretario di Ratzinger divenne vescovo quando il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede voleva andare in pensione...

    Must resign!

    Dove sono finiti i cattolici ferventi che si scagliavano nel 2010 contro tutti coloro che nel bel mezzo del polverone pedofilia chiedevano le dimissioni del Papa?
    Perché quello che nel 2010 sarebbe stato un atto di resa oggi diventa un atto di coraggio?
    Dal New York Times al Washington Post, da Ali Agca al gaio attivista Peter Tatchell alla cantante Sinead O'Connor.
    Accadeva nel marzo 2010... poi, in inverno uscì il libro-intervista del Papa e il sogno di molti poté trasformarsi in una ponderata possibilità. Oggi i sostenitori del “must resign!” sono diventati dei gioiosi agnellini: parlano di atto di coraggio e di grande umiltà.
    Forse hanno scordato le parole di Benedetto XVI ascoltate in Piazza San Pietro quand'ero più giovane dopo ore di fila e di attesa all'alba di una mattina di aprile: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi.”?

    Amministratore del condominio

    Ho un amministratore del condominio anch'io. Qualche volta si astrae, preferisce lasciar fare al proprietario. Ora, che il Papa si dimetta è - forse - comprensibile. Ma turba non poco l'idea di avere un Papa a tempo, le cui dimissioni non sono efficaci sin da ora, ma dalla fine del mese alle ore 20.00, quando chiudono gli uffici e le cariche decadono. Un Papa trasformato nell'amministratore del condominio vaticano. Dov'è l'autorità del Vicario di Cristo? Ha una data di scadenza? Intanto lunghe code nella curia romana fino al 28... Promozioni, nomine, tritacarte fumanti, mails e computer resettati.

    Irriverenza

    In queste ore vengo accusato di irriverenza e cadute di stile. Francamente, cari fratelli e sorelle cattolici, sono stufo di un certo bigottismo ad oltranza e del solito criterio analitico “soprannaturale” usato indistintamente per sottrarre la storia ad un giudizio. Certo la storia è guidata da Dio, come lo è la Chiesa. Ma non per questo tutto ciò che accade nella Chiesa e nel mondo è opera di Dio o promuove la preservazione della fede. Ricordate Fatima: “il dogma della fede si preserverà in Portogallo”.
    Detto questo, nonostante il grande affetto, la profonda ammirazione per il Papa Benedetto, non posso considerare questa diminutio benedettiana, questo lasciare tutto a metà (anno della fede, enciclica, beatificazioni, nomine, etc.) per ritirarsi in preghiera come un atto di positivo coraggio o di umile fede. Non dico sia il contrario, solo mi permetto, anche con un po' di irriverenza, di far notare che questa uscita di scena devastante non è in sé un bene.
    I Papi non si dimettono. Punto. Quando lo chiedevano a gran voce i nemici della Chiesa lo affermavamo con coraggio, perché oggi dovremmo cambiare idea?

    Brindo alla mia coscienza e poi al Papa!

    Riprendendo Newmann il Papa ha brindato prima alla sua coscienza e poi al Papa, ossia alla sua autorità.
    C'era da aspettarselo, perbacco! Diceva Ratzinger nel 1991: “La coscienza è presentata come il baluardo della libertà di fronte alle limitazioni dell’esistenza imposte dall’autorità. In tale contesto vengono così contrapposte due concezioni del cattolicesimo: da un lato sta una comprensione rinnovata della sua essenza, che spiega la fede cristiana a partire dalla libertà e come principio della libertà e, dall’altro lato, un modello superato, “pre-conciliare”, che assoggetta l’esistenza cristiana all’autorità, la quale attraverso norme regola la vita fin nei suoi aspetti più intimi e cerca in tal modo di mantenere un potere di controllo sugli uomini.”
    E per Ratzinger aveva ragione Newmann perché legava la coscienza alla verità e la verità ha il primato sull'autorità.
    Ecco perché nel rinunciare afferma di averlo fatto "dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio".

    Ingravescentem aetatem

    E' il riferimento alla sua età che il Papa fa nel testo con cui proclama la sua rinuncia al dono dell'anello piscatorio e del pallio. Ma è anche il titolo del motu proprio di Paolo VI che poneva limiti di età all'ufficio esercitato dai cardinali.
    Benedetto XVI fa dunque molto di più che una semplice rinuncia. Apre un funesto precedente: quello del Papa pensionabile per limiti di età.
    E qui ritorna l'esemplarità al contrario propria del post-concilio.
    Paolo VI ripone la tiara e usa l'orrendo pastorale di Fazzini.
    Giovanni Paolo I non riprende la tiara e mantiene la croce astile di Fazzini.
    Giovanni Paolo II abolisce la sedia gestatoria e anch'egli riprende la croce astile di Fazzini. Benedetto XVI elimina la tiara dal suo stemma e si dimette per vecchiaia (ufficialmente - ed è quello che importa per creare un precedente - non per straordinarie ragioni, ma per semplice vecchiaia!).
    Il suo successore lo seguirà?

    Dolan

    Io tifo Dolan. E che il Signore ci assista e assista soprattutto il Papa emerito!

    Che fece… il gran rifiuto - Articolo di Francesco Colafemmina
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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    Ecco il Vero Concilio Vaticano II!
    Signori, in piedi!

    di Brian M. MacCall
    L'articolo è stato pubblicato sul sito del giornale americano The Remnant

    Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale.

    - Papa Benedetto XVI -

    In quello che probabilmente è stato il suo ultimo discorso al clero della sua diocesi di Roma, il Papa Benedetto XVI ha dichiarato che egli abbandona la cattedra di Pietro pienamente impegnato nel Concilio Vaticano II. Se questo suo discorso del 14 febbraio è di qualche indicazione, non ci sarà alcun cambiamento all’ultimo minuto nei confronti della Fraternità San Pio X circa il Vaticano II.
    Il Santo Padre sembra determinato a concludere il suo incarico difendendo l’elusivo Concilio reale contro la sua supposta falsa personificazione degli ultimi decenni.

    Sua Santità ammette le disastrose conseguenze seguite immediatamente al Concilio: «Sappiamo come questo Concilio dei media … ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata».
    Ma “questo Concilio” di cui parla il Santo Padre non è il vero Concilio Vaticano II, quello che si è realmente svolto a Roma per tre anni e che ha prodotto dei documenti. No, Benedetto XVI richiama un Concilio impostore, il “Concilio dei giornalisti”, che è il solo ad aver causato tutte queste disastrose conseguenze.
    Se al reale “Concilio dei Padri”, i media avessero permesso di fare il suo lavoro, tutto sarebbe andato bene per la Chiesa! «Il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media», invece di guardare al vero Concilio dei Padri e alla loro visione fondamentale della fede. «Per i media, il Concilio era una lotta politica».

    Si tratta della stessa riciclata scusa di coloro che vogliono accettare una realtà contraddittoria: il Concilio è buono, sono i suoi frutti ad essere cattivi. Il problema sarebbe che il Concilio non è mai stato compreso. E questo a dispetto del fatto che il suo predecessore abbia trascorso oltre vent’anni a spiegare abbondantemente cosa il Concilio avesse realmente detto.

    Benedetto non deplora il Concilio di Padri, ma la falsa interpretazione giornalistica del Concilio, che avrebbe prodotto la democratizzazione della Chiesa. «Per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire» (il neretto è mio).

    Ora, cerchiamo di essere chiari con i fatti. Non fu il New York Times, né il London Evening Standard, a creare il virus della collegialità e delle Conferenze Episcopali, né a chiedere una maggiore “partecipazione attiva” dei laici nel governo della Chiesa. Sono stati i documenti del Concilio Vaticano II a farlo.
    Non fu il Fox News ad adottare il nuovo Codice di Diritto Canonico, il quale, per volere del Padre del Concilio Giovanni Paolo II, trasformò in legge la collegialità. Ecco cosa scrisse Giovanni Paolo II nel suo decreto di promulgazione del Codice:

    Se ora passiamo a considerare la natura dei lavori che hanno preceduto la promulgazione del Codice, come pure la maniera con cui essi sono stati condotti, specialmente sotto i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo I e di poi fino al giorno d’oggi, è assolutamente necessario rilevare in tutta chiarezza che tali lavori furono portati a termine in uno spirito squisitamente collegiale. E ciò non soltanto si riferisce alla redazione materiale dell’opera ma tocca altresì in profondo la sostanza stessa delle leggi elaborate.
    Ora, questa nota di collegialità, che caratterizza e distingue il processo di origine del presente codice, corrisponde perfettamente al magistero e all’indole del Concilio Vaticano II. Perciò il Codice, non soltanto per il suo contenuto, ma già anche nel suo primo inizio, dimostra lo spirito di questo Concilio, nei cui documenti la Chiesa «universale sacramento di salvezza (Cfr. Cost. Dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, nn. 1, 9, 48), viene presentata come Popolo di Dio e la sua costituzione gerarchica appare fondata sul Collegio dei Vescovi unitamente al suo Capo. (i neretti sono miei). [Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges, 25 gennaio 1983]

    A meno che Benedetto XVI voglia sostenere che il Padre conciliare Giovanni Paolo II non facesse parte del Concilio dei Padri, ma piuttosto del Concilio dei Media, la distruzione della struttura gerarchica della Chiesa, tramite la collegialità e il Popolo di Dio, non fu il lavoro di questo supposto Concilio impostore, ma fu invece qualcosa in armonia con la lettera e con lo spirito del Concilio dei Padri.
    Anche Benedetto XVI ammette che questa sovranità popolare fosse una “parte” del Concilio. Egli accusa i media solo per la “promulgazione” e per il “favorire”. E indubbiamente i media hanno aiutato, ma, ancora una volta, fu Giovanni Paolo II che promulgò come legge la collegialità… non i giornali.

    Allo stesso modo, Benedetto XVI dà la colpa della crisi liturgica a ciò che egli chiama “Concilio virtuale”, no al Concilio storico.

    «E così anche per la liturgia: non interessava la liturgia come atto della fede, ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana. E sappiamo che c’era una tendenza, che si fondava anche storicamente, a dire: La sacralità è una cosa pagana, eventualmente anche dell’Antico Testamento. Nel Nuovo vale solo che Cristo è morto fuori: cioè fuori dalle porte, cioè nel mondo profano. Sacralità quindi da terminare, profanità anche del culto: il culto non è culto, ma un atto dell’insieme, della partecipazione comune, e così anche partecipazione come attività. Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della Riforma liturgica; esse erano nate in una visione del Concilio al di fuori della sua propria chiave, della fede. E così, anche nella questione della Scrittura: la Scrittura è un libro, storico, da trattare storicamente e nient’altro, e così via».

    In base a questa immaginaria dicotomia, non fu la Costituzione sulla Sacra Liturgia che chiese la revisione dei libri liturgici per renderli più pertinenti, che permise l’inculturazione delle relative pratiche locali (non appena approvata della collegiale Conferenza Episcopale), che permise per la prima volta le traduzioni che il Santo Padre deplora; insomma, non fu questo documento che distrusse lo stretto controllo gerarchico sulla liturgia, che la Santa Sede aveva praticato per secoli per permetterne la preservazione, così da portare a tale secolarizzazione della liturgia. No, fu il cattivo uso che fecero i media di questo documento.

    Mi perdoni, Santo Padre, ma fu una Commissione della Santa Sede, sotto l’occhio vigile di Paolo VI, che approntò la nuova Messa, respinta dai due terzi dei vescovi quando per la prima volta la si mostrò loro. Essa non fu scritta dalla CNN.
    E le deplorevoli traduzioni, furono tutte autorizzate dal documento del Concilio e dalla Santa Sede, e la distruzione della liturgia prescinde da queste false traduzioni.
    Si ricordi che l’intervento di Ottaviani [Breve esame critico del Novus Ordo Missae], che concludeva che il nuovo rito si allontanava della solenne definizione che della Messa dava il Concilio di Trento, intervenne prima che fosse usata anche una sola traduzione.
    E secondo il documento di Mons. Fellay [Il problema della riforma liturgica], le obiezioni teologiche della Fraternità alla nuova Messa sono fondate primariamente non sulla cattiva traduzione del testo latino, ma sul testo latino stesso.

    No, non furono i media, ma Paolo VI, l’arcivescovo Bugnini, le diverse Conferenze Episcopali, la Congregazione per il Culto Divino e la Costituzione sulla Sacra Liturgia che tutti li ha avallati, che hanno compiuto questa distruzione del Rito Romano.

    È sempre facile scaricare la colpa su un capro espiatorio. Questo permette di evitare la realtà evidente. Ed è ancora più facile quando il vero colpevole è un amico o un protetto.
    Papa Benedetto fu uno di quelli che diedero vita allo storico reale documento del Concilio Vaticano II, ed è molto più facile dare la colpa ai grandi media cattivi, piuttosto che alla propria amata creatura.
    Non temete, nonostante la continua spirale discendente della Chiesa in ogni ambito, il Concilio reale sta finalmente emergendo, dice papa Benedetto con un sorriso di speranza ai suoi preti, «50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale [dove, quando?]. Ed è nostro compito, proprio in questo Anno della fede, cominciando da questo Anno della fede, lavorare perché il vero Concilio, con la sua forza dello Spirito Santo, si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa».

    Si vede il “vero Concilio” che dopo tutti questi lunghi anni sta finalmente mostrando il suo vero essere. «La forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa».
    Ma sono stati i documenti del Concilio reale ad autorizzare e a incoraggiare l’incontro di preghiera ad Assisi, la nuova Messa, la burocratica tirannia delle Conferenze Episcopali, la nomina di donne cancelliere di diocesi, ecc. ecc.
    Ciò che Papa Benedetto evidentemente non può accettare, anche dopo due anni di dettagliata documentazione presentata nei colloqui dottrinali dalla Fraternità San Pio X, è che erano i documenti del Concilio reale che contenevano le bombe a orologeria le cui schegge sono ora conficcate in tutta la nostra Chiesa in crisi. I media e i giornalisti hanno segnalato, con gioia ed esultanza, quello che il Concilio ha detto e quello che in seguito i papi hanno attuato in suo nome. Gli ultimi cinquant’anni sono semplicemente la conseguenza naturale delle idee e delle dichiarazioni partorite dal Consiglio. È questa dura verità che il dimissionario Esperto Teologico del Concilio non vuole sentire.
    Sembra che egli sia disposto a mantenere in piedi l’ingiusto esilio interno della Fraternità San Pio X, nonostante un suo personale, forte, apparente desiderio di porre fine all’ingiustizia, perché non vuole affrontare la terribile crisi che fu il Concilio Vaticano II.

    Tutto quello che possiamo fare è pregare che Dio permetta che il prossimo papa non sia più un uomo del Concilio, ma sia disposto a chiamare le cose con il loro nome e a dire ai media: Basta con questo Concilio predatore, noi stiamo ritornando alla Tradizione.

    Ecco il Vero Concilio Vaticano II! Signori, in piedi! - Articolo di Brian M. MacCall
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    Predefinito Re: Benedetto XVI lascerà il pontificato

    La rinuncia di Benedetto XVI

    di Jérôme Bourbon

    Editoriale del settimanale francese Rivarol n° 3081 del 15 febbraio 2013

    L’11 febbraio, nella sorpresa generale, Benedetto XVI ha annunciato ai cardinali, in occasione del concistoro, che rinunciava ad occupare la sede di Pietro: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.»

    Un unanimismo di stampo sovietico

    Subito questa decisione è stata salutata unanimemente. Dai media che hanno lodato questo gesto come testimonianza di una grande modernità. Dal mondo politico, dalla sinistra alla destra nazionale. Dai dignitari delle diverse religioni e confessioni, con le organizzazioni giudaiche che si sono dimostrate particolarmente elogiative. Da notare in particolare il comunicato del Congresso giudaico mondiale, ditirambico: «Nessun papa prima di lui aveva visitato tante sinagoghe. Egli ha incontrato i rappresentanti della comunità ebraica ogni volta che si è recato all’estero. Nessun papa aveva fatto tanti sforzi per migliorare le relazioni con gli Ebrei a così tanti livelli.» Il Consiglio rappresentativo delle organizzazioni giudaiche in Francia non è stato di meno, al pari del grande rabbino di Israele che si è detto «riconoscente verso il papa Benedetto XVI per tutto ciò che egli ha fatto per rafforzare i legami tra le religioni e promuovere la pace interconfessionale». Bisogna dire che Joseph Ratzinger ha ripetuto molte volte che l’Antica Alleanza non è mai stata abrogata, che l’interpretazione ebraica della Bibbia è perfettamente possibile, che ha decorato molti rabbini, ha ricevuto più volte in Vaticano il B’nai B’rith (nel 2006 e nel 2011), ha condannato a più riprese il revisionismo (senza mai denunciare le condanne alla prigione inflitte in Occidente ai ricercatori e agli storici che non credono nell’“Olocausto”), ha visitato le sinagoghe di Roma e di Colonia. È così che si spiega facilmente l’omaggio universale che gli stato reso.

    Le ragioni di una partenza

    Resta da interrogarsi sulle ragioni di questa rinuncia. La ragione ufficiale è il suo stato di salute. Egli non ci tiene a finire come il suo predecessore, il cui degrado e la cui agonia tanto mediatizzate sono state interminabili. Evidentemente, noi non sappiamo alcunché degli eventuali problemi di salute di Benedetto XVI, ma in ogni caso non sembra che le sue capacità intellettuali siano alterate, poiché due giorni prima di questo annuncio ha meditato, quasi senza appunti, la prima epistola di San Pietro davanti ai seminaristi di Roma! Ciò che è sicuro invece è che questa decisione contribuisce a desacralizzare la funzione che egli afferma di incarnare.
    Nel 1964, Paolo VI depose la tiara, che fu un gesto molto forte. In questo mese di febbraio 2013, il gesto di Benedetto XVI è altrettanto significativo.
    Come dopo il Vaticano II i preti e i vescovi devono andare in pensione a 75 anni e i cardinali sono privati del diritto di voto a partire dagli 80 anni compiuti, l’occupante la sede di Pietro va ormai in pensione come un volgare AD!
    Le conseguenze di questa decisione sono innumerevoli: non appena il suo successore manifesterà dei propositi controversi, non appena invecchierà, lo si inciterà a dimettersi. In definitiva, al ritmo in cui si muovono le cose, si potrebbero anche considerare dei mandati limitati nel tempo, come si fa nelle democrazie per i diversi eletti, dal sindaco al presidente della Repubblica. Cosa che equivarrebbe a spingere la logica democratica e la collegialità conciliare al parossismo.

    Certi osservatori pensano che questa improvvisa rinuncia potrebbe essere legata all’affare VatiLeaks, col maggiordomo particolare di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, che ha rubato dei documenti confidenziali commettendo corruzione, malversazione, nepotismo e favoritismo nella gestione dei beni immobiliari ella Città del Vaticano.
    Alcuni affermano che la decisione di Benedetto XVI si spiegherebbe in gran parte con lo scacco, almeno temporaneo, delle discussioni con la Fraternità San Pio X. Dopo la sua elezione, il 19 aprile 2005, Joseph Ratzinger aveva deciso di “normalizzare” l’opera fondata da Mons. Lefebvre: ricevendo a Castel Gandolfo il suo superiore generale, Mons. Fellay, nell’agosto 2005; promulgando, nel luglio 2007, il Motu Proprio Summorum Pontificum che ha fatto della Messa tridentina (già modificata dalle riforme di Giovanni XXIII) una «forma straordinaria» del rito romano; levando, nel gennaio 2009, le scomuniche dei quattro vescovi consacrati dal Fondatore della Fraternità San Pio X; organizzando dei colloqui dottrinale con i “lefebvriani”, tra il 2009 e il 2011; proponendo la firma di un preambolo dottrinale in cambio della concessione di una prelatura personale. Questi sforzi non sono riusciti ad avere successo nel giugno 2012 e in definitiva sono stati vani. Esattamente, sembra, come l’ultima lettera che Mons. Di Noia ha inviato a gennaio a tutti i sacerdoti della FSSPX tramite Menzingen. Peraltro, i dirigenti della Commissione Ecclesia Dei, Müller e Di Noia, avrebbero fissato un ultimatum per il 22 febbraio, cioè appena qualche giorno prima della partenza di Benedetto XVI (strana coincidenza!), perché Mons. Fellay accetti il preambolo dottrinale del 13 giugno 2012. Se, com’è probabile, questo scacco sarà confermato, per Benedetto XVI si tratterà di una cocente sconfitta, lui che aveva messo al centro delle sue preoccupazioni e della sua azione la soluzione del «problema FSSPX».

    Verso nuovi sconvolgimenti

    Quali che siano le ragioni reali di questa abdicazione, tenuto conto dell’atmosfera anticristiana entro la quale evolve il mondo, negli anni, nei decenni che verranno c’è da aspettarsi dei terribili sconvolgimenti. Ecco cosa si è potuto leggere alcuni giorni fa su Le Monde, quotidiano dei benpensanti, a firma del sociologo Eric Fassin: «Così, la Chiesa cattolica è oggi, quantomeno in Francia, il solo datore di lavoro che dimostra con orgoglio una discriminazione omofoba nelle assunzioni – in spregio alla legge. […] La Chiesa cattolica è omofoba? Questo saranno i tribunali a giudicarlo, allorché un seminarista alsaziano o moselliano, escluso dalla carriera ecclesiastica, avrà presentato denuncia contro una tale discriminazione nell’impiego. Questa potrebbe essere l’occasione per contestare un’altra esclusione, talmente comune che la giustizia dimentica di prendere in esame: alle donne è interdetto il sacerdozio. Forse il Vaticano dovrebbe avere meno interesse a mischiarsi nella politica, se non vuole che di rimando lo Stato si immischi nei suoi affari.»
    Questo sembra folle, ma la prospettiva di legalizzare un’unione contro natura non sembrava insensata trent’anni fa?
    D’altronde, gli anti-cristiani nascondono sempre meno il loro fanatismo. La copertina di Liberazion, del Mercoledì delle Ceneri, era volontariamente blasfema: «Dopo il papa: si dimetta Dio!». Alla vigilia, le lesbiche isteriche del movimento Femen entravano a Notre-Dame, a dorso nudo, e si gettavano sulle campane nuove di zecca esposte nella navata, sbraitando slogan anticattolici, prima di mettersi in ginocchio e di farsi il segno della Croce.

    Non nascondiamocelo, il peggio è davanti a noi, tanto più che da un consesso di modernisti matricolati non possiamo aspettarci la minima speranza di raddrizzamento sia sul piano temporale, sia sul piano spirituale.




    La rinuncia di Benedetto XVI, Articolo di Jérôme Bourbon
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