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"L'Europa come Zona Geostrategica"
Nel 1982, ad esempio, il prestigioso "Institut für Friedensforschung und Sichereitspolitik" dell'Università di Amburgo, al termine di uno studio specificamente riferito alla situazione tedesca delle politiche militari degli Stati neutrali d'Europa, ha invitato specialisti svizzeri, austriaci, svedesi, finlandesi e jugoslavi ad esporre la dottrine strategiche dei loro rispettivi paesi, il che ha prodotto un testo ormai fondamentale in materia.
Il libro riserva sorprese. La neutralità svizzera, fondata sul sistema della milizia popolare e della coscrizione generale, rigetta l'idea che alleanze militari possano garantire l'indipendenza nazionale. La strategia elvetica imperniata sul principio di arrecare al nemico che penetrasse il territorio nazionale il massimo possibile di perdita di uomini, tempo e materiali, sfruttando a fondo le caratteristiche geografiche della regione. Per far questo la Confederazione in grado di mobilitare in un tempo brevissimo un esercito di seicentomila uomini - già addestrati in caso di sconfitta a costituire l'ossatura di una rete di guerriglia senza quartiere - su una popolazione di sette milioni d'abitanti! Popolazione che del resto dispone al 70% di un riparo antiatomico in caso di attacco distruttivo.
Quanto alla Jugoslavia, il più esposto dei paesi neutrali europei, la sua politica di difesa è la difesa popolare generalizzata, che mira a rendere impossibile il mantenimento di un'occupazione militare del paese ed è sostenuta da un piccolo esercito professionale incaricato in caso di conflitto essenzialmente di inquadrare il popolo in armi. Tale dottrina, elaborata di fronte al pericolo di un'invasione sovietica temuta da Tito, anche in relazione all'episodio della Cecoslovacchia, si fonda sulle antiche tradizioni militari di provenienza austro-ungarica, sulla guerra partigiana, sull'esperienza sovietica degli anni quaranta e sull'osservazione della guerra arabo-israeliana del 1967 da parte dei «caschi blu» jugoslavi. Essa è fondata sulla difesa territoriale totale e i suoi principi, tra cui quello dei divieto di capitolare (art. 254), sono previsti nella Costituzione federale. Ci sembra ce ne sia abbastanza per chi teme che il rifiuto di un'accettazione passiva della colonizzazione occidentale comporterebbe una rinuncia alle virtù guerriere dell'Europa occidentale contemporanea.
Del resto vi è anche chi da un punto di vista scientifico ha provato ad elaborare quella che potrebbe essere una politica difensiva autonoma dell'Europa occidentale ed in particolare della Germania federale.
E’ di questi ultimi mesi la pubblicazione della traduzione francese di un'importante opera del polemologo tedesco Horst Afheldt, che difficilmente avremo l'opportunità di leggere prossimamente in italiano, intitolata "Per una difesa non suicida dell'Europa". Se pure egli attacca più le dottrine strategiche della NATO che la sua esistenza, la sua dottrina della difesa a «maglie larghe» della Germania federale, delle Ardenne belghe e dell'Est della Francia, pur non esente da critiche, tra cui quella di porsi acriticamente nella prospettiva che vede come unico scenario possibile quello della difesa da un attacco del Patto di Varsavia, non può non apparire come un'ipotesi di lavoro in cui la presenza americana più che inutile e dannosa. La preoccupazione su cui si fonda quella per cui, essendo una guerra nucleare in ogni caso una sentenza di morte per l'Europa, ogni politica difensiva deve essenzialmente mirare a ridurre al minimo i rischi di guerra nucleare.
In breve, i suoi principi fondamentali consistono nell'approfondimento maggiore possibile del fronte della guerra scatenata con armi convenzionali, fino a settanta-ottanta chilometri. In questa fascia dovrebbero agire unità di commando flessibili, reclutate nella regione e dotate di mezzi sofisticati. Armato ed addestrato ad un livello tecnicamente molto alto, con una conoscenza minuziosa del terreno e con una notevole autonomia operativa, ogni raggruppamento può così occuparsi della distruzione sistematica delle forze nemiche, non soltanto della fanteria e dei mezzi corazzati, ma anche dell'aviazione tramite l'impiego di sistemi terra-aria. Truppe ridotte, un comando ridotto, un fronte profondo, un impiego ottimale della tecnologia militare degli ultimi anni ed una perfetta osmosi con la popolazione locale, sono le caratteristiche di questa dottrina strategica. A chi, ex goscista convertito all'atlantismo viscerale, ha rimproverato ad Afheldt che questa dottrina comporterebbe la militarizzazione della società, il polemologo ha risposto dichiarandosi partigiano di una «socializzazione della difesa».
Le idee di Afheldt, che costituiscono una rielaborazione della concezione del maggiore Brossollet dell'esercito francese, che ha scritto nel 1975 "Essai sur la non bataille". La concezione di Brossolet della «difesa per moduli» (tipo A: fanteria d’élite radicata nel tessuto geografico e popolare; tipo B: elicotteri dotati di missili anticarro; tipo C: mezzi corazzati d'appoggio; tipo D: coordinazione e comunicazioni) vi viene teoricamente perfezionata tendendo ad evitare l'uso dei carri armati e degli elicotteri, che sono considerati bersagli troppo vulnerabili, cosa che potrebbe oggi essere resa possibile dall'adozione massiccia delle nuove armi portatili anticarro, di missili teleguidati e di sistemi d'arma informatizzati.
Löser, che finisce per essere molto vicino alle posizioni neutraliste, ha tentato un'applicazione di queste idee alla specificità del territorio della Germania occidentale. Questa dovrebbe essere divisa in tre zone: la zona di difesa dello spazio di frontiera (Grenzraumverteidigung): la zona di difesa della spazio centrale (Raumverteidigung); la zona in cui si organizzano e combattono le Heimatschutzverbände, milizie popolari territoriali. La prima zona sarebbe difesa da truppe corazzate e da sistemi d'arma informatizzati, e avrebbe in caso di guerra la funzione di indebolire e ritardare di almeno ventiquattro ore l'avanzata del nemico per rendere possibile la mobilitazione delle altre due zone. In questa zona le truppe sarebbero composte per due terzi di professionisti e per un terzo da gente reclutata sul posto, da abitanti della regione. Nella seconda sarebbe applicato in pieno il metodo Afheldt, mentre nella terza avrebbero il tempo di crearsi le unità territoriali composte al 100% da riservisti che sarebbero pronte così ad opporre la propria resistenza nel caso il nemico penetrasse al di là delle prime due zone, eventualmente dandosi alla guerriglia. Nella seconda zona, ed in minor misura nella terza, verrebbero infine situate poche consistenti concentrazioni di uomini e mezzi in grado di scatenare contrattacchi su scala regionale.
Un opuscolo pubblicato da Junges Forum, pubblicazione di orientamento nazionalrivoluzionario a cura di Lothar Penz ("Strategische Bedigungen alternativer Verteidigung"), sottolinea l'estremo interesse portato per questo dibattito dagli ambienti che rifiutano la colonizzazione yankee dell'Europa occidentale.
Questo ci riporta alla questione dell'impegno principale in vista dell'edificazione europea. Nessuno sa oggi se questa si compirà, e tanto meno come si compirà, quali saranno le sue fasi, le sua scadenze, 1'aspetto che prenderà. E’ importante piuttosto cominciare ad interrogarsi su queste cose, ipotizzare strade, strategie e soluzioni. L'occasione si presenta a chi sa vegliare in armi attendendone la venuta.
Bastino questi due esempi - Italia e Germania - per mostrare come l'Europa abbia bisogno di una «presa di coscienza» collettiva, di una educazione popolare rivoluzionaria che renda come «ineluttabili» per chi vi è implicato certi processi storici.
L'Europa, già destino di coloro che fin da oggi vi consacrano la propria esistenza storica, deve divenire il destino dei popoli che abitano il nostro continente.