
Originariamente Scritto da
UgoDePayens
Texas batte California
E l’America scoprì che il modello tutto finanza e immobili della California liberal è un fuscello al cospetto della solidità produttiva del “primitivo” Texas
di Mattia Ferraresi
Il solo nome del Texas non può non evocare immagini seriali: fucili, cofani con le corna, supremazia dell’uomo bianco, becera ignoranza, George W. Bush. In rete gira un video, il preferito del governatore dello Stato, Rick Perry, che in sette minuti e qualche secondo smonta qualunque pregiudizio sull’arretratezza dello Stato del sud, sul suo presunto latifondismo ante guerra civile e sul diffuso sentimento di lentezza e fissità che il Texas suscita. In Texaplex – questo il titolo del documentario – lo Stato della stella solitaria viene presentato come un’enclave produttiva e dinamica in un mondo ancora impantanato nella crisi economica. Non sfugge il taglio apologetico del prodotto, ma i dati fanno una certa impressione. Il Texas ha più aziende nel ranking delle migliori 500 di qualunque altro Stato: Texas Instruments, i computer Dell, Exxon Mobil e il colosso delle comunicazioni AT&T sono soltanto alcuni degli esempi più noti. Nel triangolo chiamato appunto Texaplex, delimitato dalle città di Dallas, San Antonio e Houston, vivono 24 milioni di persone, l’80 per cento della popolazione, ed è lì che batte il cuore dello Stato che al momento ha molti motivi per sorridere. L’aria sublime dei romanzi di Cormac McCharty manca di suggerire alcuni pezzi di una realtà inconfutabile: grattacieli, industrie, autostrade. Una volta il Texas era anche questo, oggi lo è principalmente. Se fosse uno Stato indipendente, sarebbe il decimo in assoluto per dimensione, il dodicesimo in base al Pil e il quinto produttore di petrolio e gas al mondo; una potenza in cui vive il 7,4 per cento della popolazione degli Stati Uniti, servita dal terzo aeroporto del paese (Dallas-Forth Worth, che si estende su una superficie pari a quella di Manhattan) e dal secondo porto commerciale, quello di Houston. Con l’ampliamento del canale di Panama, che sarà completato nel 2014, lo scalo merci dell’insenatura di Houston diventerà il punto di riferimento dell’America del nord per tutte le merci provenienti dall’Asia. La condizione di salute dello Stato di Austin è una scoperta soltanto apparente, le radici del successo sono profonde, ma ora che il paragone con gli altri Stati mostra esiti perfino ingenerosi, i texani hanno tutta l’intenzione di sfruttare il “momentum”, il vento favorevole.
La politica fiscale è un motivo ricorrente, ma non solitario, della fortuna del Texas. Conservatore per definizione, negli ultimi quindici anni lo Stato ha scommesso sul taglio delle tasse e sulla ristrutturazione dell’intero sistema fiscale. Le tasse imposte dal governo di Austin tendono allo zero e nel 1994 il Texas ha visto il più grande taglio fiscale della sua storia, una manovra da due miliardi di dollari architettata dall’allora governatore George W. Bush. La flessibilità e l’endemica inclinazione allo “small government” (diffusa anche fra i democratici) ha fatto del Texas un mezzo cingolato che avanza con passo lento e inesorabile. Anche le regole del mercato del lavoro viaggiano nel solco della flessibilità e del rischio d’impresa. Ci sono ventuno Stati nell’Unione che si fregiano del titolo di “right to work”, dove cioè non è obbligatorio per i lavoratori iscriversi a un sindacato. Solo il 4,5 per cento dei lavoratori texani è associato a una union, contro il 12,4 per cento della media nazionale, e richiedere più protezione sociale non è nella lista dei desideri.
Le stratificazioni giuridiche e gli accorgimenti economici che fanno oggi del Texas un modello rispondono al principio di sovranità degli Stati confederati del decimo emendamento, secondo cui tutto ciò che non è imposto né proibito da Washington è appannaggio esclusivo dello Stato. Più che un paragrafo stampigliato sul Bill of Rights, il decimo emendamento rappresenta lo spirito e il sentire comune del Texas, ben espresso dal governatore Perry in aprile, quando in tutti gli Stati fioccavano le rievocazioni del Tea Boston Party per protestare contro la centralista politica degli stimoli economici imposta da Washington: «Quando abbiamo deciso di entrare nell’Unione nel 1845 – ha detto Perry con fare minaccioso – una delle condizioni era che potessimo abbandonarla se lo avessimo voluto. La mia speranza è che l’America e in particolare Washington facciano attenzione. Siamo una grande Unione. Non c’è assolutamente ragione per spezzarla. Ma se Washington continua a prenderci in giro, chissà come potrebbe andare a finire». In un certo senso i texani sono fieri di essere rimasti con la testa al 1845.
Due modi di sentire la crisi
A 550 miglia dalla città di El Paso, l’estremità ovest del Texas, si incontra un altro mondo, la California. Lo Stato ultrapatinato del governatore Arnold Schwarzenegger, repubblicano in terra democratica, è il modello della crisi. Il Golden state è una specie di microcosmo che replica in scala la situazione economica dell’intero paese, con qualche aggravante in più. I sintomi della crisi immobiliare in California si sono manifestati nel 2006, quando la svalutazione del mattone ha iniziato a inguaiare i risparmiatori. Con un sistema raffinato di prodotti finanziari, l’ottava potenza economica del mondo è stata trafitta più degli altri perché le armi economiche che aveva escogitato erano le più potenti. Il risultato è che il 30 giugno, alla fine dell’anno fiscale, la California aveva un debito di 26,3 miliardi di dollari, la disoccupazione all’11,6 per cento (contro l’8 per cento della media nazionale e il 6 per cento del Texas). Per quasi tre settimane il Senato di Sacramento non è riuscito a trovare l’accordo per una manovra economica e per pagare i creditori lo Stato ha usato il rischioso stratagemma di emettere buoni del tesoro, gli Iou (sigla per “I Owe You”, io sono in debito con te). Il problema è che le grandi banche, quelle che devono la vita alle iniezioni di denaro decise a Washington, si sono rifiutate di accettare i titoli stampati da Sacramento, costringendo il Senato a forzare la marcia verso un accordo. Il 20 luglio, al termine di quello che Schwarzenegger ha definito un “suspence movie”, l’accordo è stato raggiunto. Politicamente è stato un successo dei conservatori, che hanno dato battaglia perché almeno quindici miliardi di debito fossero coperti da tagli alle spese e non da un aumento delle tasse. Ricetta molto texana.
Una febbre dell’oro al contrario
Joel Kotkin, urbanista e membro del consiglio di presidenza della Chapman University, spiega in una serie di saggi (l’ultimo, pubblicato sul periodico dell’American Enterprise Institute, si intitola “The blue state meltdown”, il collasso degli Stati democratici) perché il modello ultrafinanziario e fortemente immobiliarista sta fallendo al cospetto della più elementare vocazione alla produzione interpretata dagli Stati a maggioranza repubblicana, di cui il Texas è un’eccellenza. Se da un punto di vista del sistema tutto può essere ridotto ad analisi numeriche, nella realtà quotidiana il trend inverso di California e Texas significa una cosa sola: abbandonare la nave. Dalla California partono “cercatori d’oro” al contrario al ritmo di 100 mila l’anno, e il Texas è la meta preferita. Con meno di 100 mila dollari si acquista un appartamento di oltre cento metri quadrati in una zona decente di Houston; il lavoro non manca e la Stella solitaria offre condizioni vantaggiose per avviare un’impresa. La duplice ondata di immigrazione (da stati vicini e dal Messico) sta radicalmente cambiando il volto del Texas. Più di un terzo della popolazione è di origine ispanica e il 50 per cento dei bambini nati in Texas l’anno scorso è “latino”. Lo Us Census Bureau spiega che se anche le frontiere del Texas fossero chiuse oggi con mezzi militari, nel giro di vent’anni la popolazione ispanica sarebbe maggioranza. E il governo di Austin non ha nessuna intenzione di blindare le frontiere, come invece tentano di fare California e Arizona, e sostiene che ai latinos vada offerta la possibilità di ottenere la cittadinanza a condizioni ragionevoli.
Austin guarda con occhio accondiscendente quello che fino al 1836 era in effetti il suo Stato di appartenenza, il Messico. Dalla sponda sud del Rio Grande non arrivano più soltanto sbandati e contrabbandieri, ma anche giovani preparati che hanno i numeri per accedere alla classe dirigente. I gemelli Julián e Joaquín Castro sono l’avamposto della classe politica ispanica. Sindaco di San Antonio uno, deputato al Parlamento dello Stato l’altro, hanno 35 anni e un percorso di studi che passa da Stanford per arrivare ad Harvard. Li chiamano i Latinobamas. Sono democratici di stampo centrista ed esprimono perfettamente quella vocazione urbana e imprenditoriale del Texas ancora largamente sconosciuta al mondo. Sotto quello strato di polvere rossa lavora un meccanismo potente, fatto di vetro e acciaio.
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