User Tag List

Risultati da 1 a 8 di 8
Like Tree1Likes
  • 1 Post By Adriano

Discussione: Società aperta?

  1. #1
    Moderatore
    Data Registrazione
    22 Apr 2009
    Messaggi
    10,635
    Mentioned
    22 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)

    Predefinito Società aperta?

    Società aperta?, Alessio Mannino
    di Alessio Mannino - 10/03/2013

    Fonte: il ribelle
    Occorre sopprimere il liberale che è in noi. Perché usurpa il significato etimologico di “libertà”, ed è la migliore maschera della dittatura vigente: il capitalismo totalitario. Libero, oggi, è solo chi ha un dato potere d’acquisto. Nemmeno più il ricco di una volta, col conto in banca pieno: adesso è ricco chi può muovere capitali non suoi. È l’economia finanziaria, bellezza. Fondata sulla liquidità evanescente. Cioè sul nulla.

    Popper aveva torto marcio. Quanto è aperta, di grazia, la popperiana “società aperta”? A me sembra di vivere in una società paurosa, paranoica, ossessiva. Prendiamo la crociata salutista contro il fumo, per esempio. Il liberalismo imperante permette che il fumatore venga trattato come un lebbroso, un appestato sociale, confinato in appositi ghetti, senza più nemmeno il diritto ad uno scompartimento tutto per lui sui vagoni ferroviari. Ci si incattivisce sui vizi individuali e si è oltraggiosamente permissivisti con le malattie collettive (smog, scorie industriali, inceneritori, schifezze negli alimenti, cocaina che scorre a fiumi nei festini dei benpensanti). Le multinazionali del tabacco fanno miliardi a palate con la loro droga legale. Eppure io, persona con una testa, dovrei essere libero di decidere se assumere o no tale robaccia, perché lo Stato, questa glaciale astrazione, non può disporre del mio corpo. Anche perché si tratta di quello stesso, benevolo Stato che, a parte qualche ipocrita campagna pubblicitaria, non muove un dito se aspiro le esalazioni delle fabbriche e i gas di scarico delle auto appena metto il naso fuori di casa o se mangio cibi trattati (cioè quasi tutti) regolarmente acquistati al supermercato, e che mi vuole convincere a inalarmi vaccini inventati apposta contro montatissime influenze pseudo-mortali.

    La libertà individuale è poter fare ciò che vuoi senza danneggiare un bene di tutti. Ma neppure l’autorità pubblica può immischiarsi in ciò che posso decidere io e soltanto io. È una sana non-interferenza. Prima dell’industrialismo e della sua smania borghese di regole, l’individuo subiva molte meno interferenze nella propria vita privata di quante ne subisce oggi. Il contadino pre-moderno poteva passarsela parecchio male per ragioni economiche, perché magari il raccolto dell’annata era andato male, ma anche quando era un servo della gleba i suoi obblighi si limitavano alle corvées e alla decima, per il resto viveva sul suo senza obblighi di sorta che non fosse il legame ereditario alla sua terra. Ma se voleva costruirsi con le sue mani un altro pezzo di casa poteva farlo tranquillamente, mentre noi oggi dobbiamo compilare una decina di moduli e chiedere il permesso a una mezza dozzina di uffici pubblici. Certo, allora non c’era l’urbanizzazione selvaggia, ma l’esempio vale per illuminare una differenza capitale: la libertà non va confusa con la possibilità astrattamente illimitata. Una libertà è tale nel momento in cui, se voglio, posso goderne. Adesso, nella democrazia che si proclama liberale, sono libero ma solo all’interno di tante e tali regole che, di fatto, non sono più libero. Ci muoviamo ostacolati da un intrico di divieti, scritti e non scritti, che farebbero inorridire anche il più miserabile dei nostri antenati antichi o medievali. Possiamo circolare ma dall’ora x all’ora y, nel posto tale e non in un altro, stando attenti che non ci sia qualche cartello che vieti di mangiare, di bere o di cucinare in luogo aperto, se abbiamo 18 anni o se la nostra patente ne ha già compiuti cinque. Possiamo dire quello che vogliamo ma a patto di non offendere la sensibilità di ebrei, musulmani, gay, neri, cattolici, donne, animali, bambini, minoranze etniche e memorie sacre del passato (solo alcune, beninteso, quelle funzionali al potere). Possiamo manifestare su piazza, ma se il questore è d’accordo. Possiamo scrivere su un giornale, ma solo se è riconosciuto dall’Ordine e dal Tribunale (benedetta sia l’anarchia di Internet, finché dura). Possiamo aprire un’azienda, ma solo dopo aver fatto una trafila di permessi da far venire i capelli bianchi. Possiamo pisciare all’aperto? No, perché si configura come atto osceno in luogo pubblico. Non si può più nemmeno farsi una pisciata in santa pace.

    Ebbene, se fossi stato un servo della gleba potevo fare il cazzo che mi pareva a patto di non insultare il Re e la Chiesa e non fomentare rivolte. Oggi, che sono il cittadino di uno Stato liberal-democratico, continuo a non poter insultare chi voglio (pena la denuncia per ingiuria o diffamazione) e a non poter minacciare l’ordine costituito, ma per soprammercato sono impigliato in una rete di impedimenti sempre più dettagliati, minuziosi, patetici. “Ah, ma sei libero di criticare, c’è la libertà di pensiero” – ribatte la belante pecora liberale. Tanto per cominciare, se per caso non ti dichiari anche tu liberale e, sfrontato che non sei altro, osi pure criticare il sistema liberale in cui vivi, sei out, diventi un essere inferiore, rischi seriamente l’emarginazione sociale. Esprimere pubblicamente fedeltà al partito unico liberale equivale ad avere in tasca la tessera del Pnf sotto il fascismo: senza, ad esempio se vuoi fare il giornalista pagato decentemente, non lavori. Ma poi, andiamola ad analizzare questa famosa libertà di critica. Se critichi gli Stati Uniti, ti vomitano addosso l’accusa di anti-americanismo e sei cacciato fuori dall’agorà delle opinioni politicamente corrette. Se critichi il Papa commetti reato di bestemmia e ti espellono nelle catacombe delle idee impronunciabili. Se critichi il dogma dello sviluppo economico, ti danno del retrogrado reazionario e anche qui il tuo destino è la clandestinità. Se critichi il modello di vita consumista, ti danno del sognatore visionario e se ti va bene ti dicono di sì come si dice sì ai matti.

    Se dici che questa non è libertà ma conformismo, ti considerano un pazzo estremista, un potenziale eversore, un nemico della democrazia. Io invece affermo che la democrazia liberale è il regime più liberticida che esista, perché ti concede una libertà teorica che poi svuota con una serie di limitazioni, tabù, muri e ganasce che alla fine, in mano, te ne resta una: comprare, fare shopping. Il fatto è che il consumo dipende dal reddito, cioè da quanti soldi uno possiede. E allora la libertà svanisce, è una bella parola vuota, una presa in giro. I poveri, certo, ci sono sempre stati. Ma almeno un tempo lo Stato se ne strafotteva delle loro abitudini private come di quelle di chiunque. Oggi invece se sei povero, e la soglia di povertà si sta espandendo a vista d’occhio, non puoi nemmeno più darlo a vedere, non puoi avere idee anti-sistema, se ti incazzi e scendi in strada a cantargliene quattro la tua protesta diventa automaticamente “violenta” e perciò non conta. Se ti imbestialisci contro contratti da fame e a scadenza ti dicono che non sei moderno, e se ti riduci a mendicare ti fanno pure la multa e ti spazzano più in là, perché sei brutto da vedere - uno scarafaggio kafkiano che può andare in malora. Altro che il paradiso terrestre dei liberali. I maledetti liberali.

    Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it
    Ultima modifica di Avanguardia; 11-03-13 alle 00:22

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Moderatore
    Data Registrazione
    22 Apr 2009
    Messaggi
    10,635
    Mentioned
    22 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)

    Predefinito Re: Società aperta?

    Ho ragione a scrivere spesso, su questo forum di cui sono moderatore, che i democratici sono le persone più intolleranti che io conosca ...

    Comunque, a conferma che nell' era pre-industriale non si fosse sempre così compressi, repressi, come spesso la storiografia ufficiale ci narra, c'è da segnalare quanto riportò l' anno scorso ad un corso professionale che ho seguito, un insegnante esperta di storia e bibliografia: risulta dai documenti delle parrocchie, relativamente ai villaggi sardi, che nel 500-600' del millennio scorso ci si sposava poco, la stragrande maggioranza erano coppie di fatto, era normalissimo, diffusissimo più che ai nostri tempi convivere senza sposarsi malgrado fossimo ai tempi in cui la Chiesa organizzava la Controriforma ... Strano ma vero secondo i documenti ufficiali.
    Ultima modifica di Avanguardia; 11-03-13 alle 00:32

  3. #3
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    15 Jul 2009
    Messaggi
    21,699
    Mentioned
    19 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Società aperta?

    il liberismo ha creato una società che preferisce l'avere anzichè l'essere, non libero è il primo che vive con la fissa del profitto o dell'apparenza, non libero è anche il secondo che in questa società vive ai margini.
    "Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
    Gratteri: "L'Ue è una prateria per le mafie"

  4. #4
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    15 Jul 2009
    Messaggi
    21,699
    Mentioned
    19 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Società aperta?

    Lo schermo del mio iPad si è rotto e al megastore della Apple di Covent Garden mi hanno risposto che la riparazione non è nella loro politica aziendale. Però mi avrebbero dato un nuovo iPad a metà prezzo. Ho obiettato che il mio iPad ha solo tre anni e che non avevo alcuna intenzione di spendere per averne uno nuovo quando il mio funziona benissimo. Mi hanno guardato come fossi una marziana: “Un prodotto di tre anni è obsoleto. Le consiglio di cambiarlo prima che si rompa”. Invece ho trovato un negozietto dove un indiano con 25 pounds (meno di 40 euro) mi ha sostituito il vetro e adesso sono a posto con il mio obsoleto iPad.

    Non lo sapevo ma ho toccato con mano il concetto di “obsolescenza pianificata” che è al centro del nuovo libro di Serge Latouche. Si intitola Usa e getta (Bollati e Boringhieri) e spiega perché gli oggetti che compriamo hanno una vita sempre più breve e come produrre e consumare meno non solo si può, ma si prospetta come l’unica scelta davvero economica.

    Non è un caso se siamo cresciuti in case dove la lavatrice della nonna funzionava ancora benissimo e ce la tenevamo 15 anni, mentre ora dopo 24 mesi (la durata della garanzia, in genere) una mattina ci svegliamo con la cucina allagata, le guarnizioni saltate e la centrifuga da sostituire. E il tecnico ti dice: “Però il ricambio costa un sacco, ci metta la manodopera, le conviene comprarne una nuova”. No, dice Latouche, non è un caso: gli oggetti sono progettati non per durare, ma per rompersi dopo un periodo calcolato di tempo. La “obsolescenza programmata” è il motore del consumismo ed è alla base dell’economia basata sulla crescita, quella contro cui Serge Latouche combatte da tutta la vita.

    Professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-sud, autore di svariati saggi sul tema dei consumi e dello sviluppo economico, Latouche è ormai divenuto il faro ideologico di chi sostiene che la decrescita e il localismo possono essere l’unica via per salvare il pianeta dai disastri causati dalla globalizzazione, dallo sviluppo e dall’occidentalizzazione. Come ogni teorico che diventa guru, le sue tesi fanno discutere. O lo amano alla follia o lo odiano. C’è chi lo divora come fosse un novello messia anticapitalista e chi lo mette all’indice come un pericoloso utopista del Ventunesimo secolo, con derive reazionarie e comunitarie. In verità Latouche è talmente trasversale da sfuggire alle vecchie definizioni di destra e sinistra, più antropologo sociale e filosofo che economista, un vecchio operaista, un po’ ecologista, un po’ terzomondista, un po’ ideologo di un nuovo umanesimo.

    È stato il primo, fin dagli Ottanta, a scrivere che lo “sviluppo sostenibile ” non esiste: o è sviluppo o è sostenibile. Nei suoi tanti saggi e pamphlet ha vagheggiato una società basata non sulla crescita ma su quello che lui chiama “abbondanza frugale”, concetto diverso dal pauperismo .

    È contro il “pensiero unico” del mercato che annulla le identità nazionali, è contro la concorrenza e il libero mercato che avrebbero un effetto deleterio sull’ambiente perché causano il saccheggio delle risorse naturali per abbassare i costi. Questo ultimo libro non altro che la prosecuzione ideologica di un discorso iniziato tanti anni fa. Il ciclo breve degli oggetti è l’ennesima stortura della società della crescita, dice Latouche. Il consumismo nasce negli anni Venti e raffina le sue armi velocemente . Si chiedeva allora Edward Filene, magnate dei grandi magazzini di Boston: “Come posso essere sicuro di avere un flusso permanente e crescente di consumatori?”. Risposta: vendendo prodotti “usa e getta (prima dei rasoi compaiono sul mercato i polsini e i colli per camicie). Quello è stato il primo passo. Poi i produttori si inventano il concetto di obsolescenza “progressiva”: cambiare spesso modelli, fare invecchiare il prodotto, renderli sempre più “tecnologici” e inserire meccanismi sofisticati che si rompono facilmente. Esempio tipico: la chiusura elettrica del finestrino al posto della vecchia manovella.

    Da lì il passo è breve per arrivare all’’“obsolescenza pianificata”, cioè l’introduzione voluta di un difetto nei prodotti, diversa dall’“obsolescenza simbolica”, ovvero il declassamento prematuro di un oggetto da parte della pubblicità e della moda. Dalla seconda ci si può difendere, dalla prima no. “Si può resistere alla pubblicità, rifiutarsi di prendere un prestito, ma si è disarmati di fronte al deperimento tecnico dei prodotti” scrive Latouche. Pubblicità, credito al consumo e obsolescenza programmata sono i tre ingredienti necessari a far girare la giostra. Il circolo è senza fine. Latouche racconta che negli anni Cinquanta domandarono al presidente Eisenhower cosa dovevano fare i cittadini per combattere la recessione. Lui rispose: “Comprare. Qualsiasi cosa”. Una pubblicità americana proponeva una formula contro la disoccupazione: “Un acquisto oggi, un disoccupato in meno domani. Potresti essere tu!”. Il giochino non poteva andare avanti all’infinito e infatti si è rotto. La ricetta per uscire dal circolo vizioso della crescita è molto latouchana: il mondo si salverà solo se durevolezza dei prodotti, riparabilità, e riciclaggio prenderanno il posto dell’usa e getta.

    Insomma, se gli umani la smetteranno di farsi colonizzare dall’ideologia dell’usa e getta ci sarà sempre un negozietto dove un riparatore sarà in grado di sistemarvi il computer.

    Usa e getta: l?arma letale del consumismo - Caterina Soffici - Il Fatto Quotidiano
    "Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
    Gratteri: "L'Ue è una prateria per le mafie"

  5. #5
    Οὖτις
    Data Registrazione
    30 Nov 2012
    Località
    in mona
    Messaggi
    1,778
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Società aperta?

    balasso orgoglio veneto!


    guardate tutti i suoi video, sono uno meglio dell'altro.. prima che 'o sistema gli tappi la bocca.
    Lawrence d'Arabia likes this.
    ...vivono tutte ancora le isole madri di Eroi
    ogni anno rifioriscono...


  6. #6
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    15 Jul 2009
    Messaggi
    21,699
    Mentioned
    19 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Società aperta?

    Un recente studio tedesco spiega come numerosi elettrodomestici e prodotti di uso comune vengono programmati, dagli stessi produttori, per rompersi dopo 2 anni, cioè dopo la scadenza del periodo di garanzia stabilito dalla legge. Intanto in Francia è stato presentato un disegno di legge per la lotta contro l'obsolescenza pianificata e per facilitare la riparabilità dei prodotti.
    di Laura Pavesi - 26 Marzo 2013

    Secondo un recente e clamoroso studio realizzato in Germania, molti elettrodomestici e numerosi oggetti di uso quotidiano sarebbero programmati dai produttori stessi per rompersi velocemente, ma solo dopo la scadenza del periodo di garanzia, che, almeno per gli apparecchi elettrici, corrisponde a 2 anni dalla data di acquisto.

    L'interessante report si intitola “Geplante Obsoleszenz - Entstehungsursachen - Konkrete Beispiele – Schadensfolgen – Handlungsprogramm” (“Obsolescenza programmata – Analisi delle cause - Esempi concreti - Conseguenze negative – Manuale operativo”) ed è stato commissionato dal gruppo parlamentare tedesco Verdi-Bündnis90 e realizzato da Stefan Schridde, esperto in Business Administration, e Christian Kreiss, docente di Business Management all'Università di Aalen (Germania meridionale).

    I due esperti hanno esaminato oltre 20 prodotti definiti “di massa”, cioè di uso estremamente comune, ed hanno analizzato le varie strategie attraverso le quali i produttori pianificano a tavolino questa obsolescenza “precoce”.

    Tra gli elettrodomestici, ad esempio, vengono analizzate le stampanti a getto di inchiostro. Dopo aver effettuato un numero (prestabilito a monte) di alcune migliaia di pagine, sul display delle stampanti compare una scritta che indica la “necessità” di una riparazione, mentre in realtà, riuscendo ad azzerare il “contatore” che legge il numero di pagine stampate, l'apparecchio funziona ancora perfettamente.

    Esaminando le lavatrici, invece, gli studiosi hanno scoperto che, troppo spesso, le barre di riscaldamento degli apparecchi vengono realizzate con leghe e/o metalli che si arrugginiscono molto facilmente. Così facendo, la loro sostituzione risulta antieconomica per il cliente, che viene costretto, dai produttori stessi, a comprare una nuova lavatrice.

    E poi ci sono gli spazzolini da denti a batteria, dove la pila è sigillata all'interno ed è praticamente impossibile sostituirla quando si scarica. Ma lo stesso discorso vale per i capi d'abbigliamento: nei giacconi invernali, ad esempio, i denti delle chiusure lampo sono fatti “a spirale”, in modo da rompersi molto prima del dovuto. Per le scarpe vengono utilizzate suole incollate che non solo si consumano molto presto, ma che non si possono neppure “scollare”. Col risultato che un paio di scarpe semi-nuove, che potrebbe benissimo essere riparato, diventa di fatto inutilizzabile.

    Secondo Schridde e Kreiss, quindi, le aziende utilizzerebbero, intenzionalmente e su vasta scala, materiali scadenti e inserirebbero in prodotti o elettrodomestici tutta una serie di “punti deboli”, in modo che questi siano destinati a rompersi o usurarsi molto rapidamente. Le conclusioni del report sono sorprendenti: “L'obsolescenza programmata è, ormai, anch'essa un fenomeno di massa”, ha dichiarato Schridde al periodico tedesco “Sueddeutsche Zeitung”.

    Gli autori sottolineano, inoltre, il fatto che il fenomeno dell'obsolescenza pianificata va di pari passo con “il graduale deterioramento della qualità” e con la “massimizzazione dei profitti” da parte dei produttori. La mancanza di qualità, infatti, viene ampiamente “ricompensata dalla crescita degli utili” nel breve-medio periodo.


    Il problema dell'usura 'precoce', in realtà, non è un fenomeno del tutto inedito. Da anni, ormai, associazioni e gruppi di attivisti denunciano l'obsolescenza “pianificata” a tavolino dai produttori, ma lo studio di Schridde e Kreiss fa un importante passo avanti.

    La maggior parte dei prodotti in commercio sono fatti per durare poco ed essere utilizzati solo per brevi periodi. Troppo spesso non esistono i pezzi di ricambio oppure sono così costosi che all'utente finale conviene comperare un elettrodomestico nuovo, invece che farlo riparare. Questo obsolescenza programmata, però, fa male a tutti: a noi stessi, alla collettività, all'ambiente.

    L'usura precoce e pianificata a tavolino provoca un inutile spreco di risorse naturali, un aumento esponenziale di rifiuti nelle discariche (per non parlare di tutti i metalli rari e preziosi presenti nei RAEE-Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e un enorme danno economico che ricade non solo sui singoli cittadini, ma anche sull'intera collettività.

    Secondo i due esperti, infatti, se i consumatori tedeschi non fossero “costretti” a comprare continuamente elettrodomestici e prodotti nuovi a causa dell'obsolescenza programmata, potrebbero risparmiare, complessivamente, 100 miliardi di euro all'anno. È questa l'entità dei “danni economici” causati dall'obsolescenza pianificata nella sola Germania.

    Lo studio si conclude con un vero e proprio “manuale pratico” nel quale gli autori danno ai lettori “oltre 70 consigli e suggerimenti per mostrare come i singoli cittadini, la società civile, i produttori e, soprattutto, la politica possono agire al fine di arrestare il fenomeno dell'obsolescenza programmata”.

    Stefan Schridde, infine, ha anche lanciato una campagna di informazione online su questo tema, dal titolo significativo “Murks? Nein Danke!” (che possiamo tradurre con l'espressione “Fregatura? No grazie!”). Come spiega lo stesso Schridde, si tratta di una “campagna contro la produzione di beni effimeri attraverso l'obsolescenza programmata e in favore di prodotti sostenibili e di qualità, cioè in favore della facilità di riparazione, ottimizzazione dell'usabilità, fornitura gratuita dei pezzi di ricambio, miglioramento dei periodi e dei regimi di garanzia, efficienza nell'uso delle risorse, economia circolare basata sul riciclo”.

    Intanto in Francia, il gruppo parlamentare ecologista al Senato ha da poco presentato un disegno di legge per la lotta contro l'obsolescenza pianificata e per facilitare la riparabilità dei prodotti. Questo potrebbe coincidere con l'estensione del periodo di garanzia a tre anni per i beni commercializzati entro il 2014, a quattro per quelli immessi sul mercato nel 2015 e cinque anni per quelli commercializzati nel 2016, e con l'introduzione di un reato di obsolescenza, punibile con due anni di reclusione e una multa di 37.500 euro.

    Obsolescenza programmata. Se gli elettrodomestici sono progettati per rompersi | Riuso e Riciclo - ilCambiamento.it

    Leggi anche "Consumi. Come difendersi dall'obsolescenza programmata"
    Ultima modifica di Lawrence d'Arabia; 28-03-13 alle 16:54
    "Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
    Gratteri: "L'Ue è una prateria per le mafie"

  7. #7
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    15 Jul 2009
    Messaggi
    21,699
    Mentioned
    19 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: Società aperta?

    Il piacere del consumo - Decrescita Felice

    Abbiamo iniziato a capire in molti, nelle società industriali, che il consumismo porta spesso all’insoddisfazione. Perché anche nel momento in cui compro (per assurdo) un’auto all’anno, un televisore nuovo ogni due mesi, un telefonino ogni settimana o scarpe e vestiti ogni giorno, primo non potrò mai utilizzarli tutti appieno, secondo avrò sempre (o sarò portato ad avere, dalla pubblicità o magari dalla patriottica e perenne necessità di rilanciare l’economia) la sensazione che tutto ciò che ho non sia abbastanza.

    È vero, per molti l’abbastanza non è mai abbastanza, ma penso che fisicamente non sia solo il nostro pianeta a risentire degli attuali ritmi di produzione e di consumo. È lo stesso essere umano (parlo del mondo Occidentale, ovviamente) a non reggerli. Il piacere del consumo, come lo chiamano alcuni, svanisce quando si è indotti a desiderare qualcosa che, in “dosi” eccessive, non può che portarci all’eccesso e all’insoddisfazione.


    Pensiamo al piacere che possiamo provare mangiando (o consumando?) un bel piatto di tortellini, o di qualunque altra cosa siamo ghiotti. Immaginiamo ora di subire una martellante campagna pubblicitaria che ci porti a desiderare (e a consumare) dieci pasti al giorno con dieci tipi di tortellini diversi. Ne saremmo letteralmente stomacati. Quindi perché non dovrebbe essere lo stesso con tutti gli altri “beni di consumo”.


    Siamo già in un’economia che sta in piedi perlopiù grazie a sprechi e “rilanci dei consumi” che possano portare ad altri sprechi; siamo già portati a consumare per potere continuare a produrre, ma è a mio avviso assurdo continuare ad accettare così passivamente tutte queste morbide imposizioni senza renderci conto che sono l’origine di tutti i nostri problemi (finanziari, economici, esistenziali, sociali, emotivi, ambientali). Magari per poi stupirsi o scandalizzarsi quando si sente parlare dei danni provocati dall’inquinamento o dai cambiamenti climatici.


    Anche l’ansia di non sentirsi accettati, o di non sentirsi all’altezza, di essere ritenuti “fuori moda” è una piaga da estirpare dalla nostra società, a maggior ragione se si pensa all’effetto devastante che riesce ad avere su molti soggetti, soprattutto di giovane età.


    Certo per gli esperti del marketing tradizionale quest’ansia invincibile e sempre rinnovata è fonte inesauribile di profitti, ma il conto che ci si sta presentando inizia ad essere eccessivamente salato. Il piacere del consumo non può generare nessun tipo di felicità o di soddisfazione, perché a volte esso svanisce anche solo nel momento in cui si ottiene l’oggetto desiderato, a maggior ragione se non si è atteso abbastanza prima di possederlo (grazie alla cultura del “tutto e subito”), o quando se ne dispone anche più del necessario (pseudo-benessere da società dei consumi). Ma ancora più spesso perché la sensazione di avere, diciamo, soddisfatto un desiderio, è una pura illusione. O meglio, viene sempre fatta percepire come tale.


    Zygmunt Bauman, nel suo celebre libro “Vita liquida” (2005, “Liquid Life”, Polity Press, Cambridge) afferma: “Affinché la società dei consumi non si trovi mai a corto di consumatori, l’ansia [di non essere accettati, appagati ecc], in contrasto stridente con le promesse esplicite e sbandierate del mercato, deve essere sostenuta costantemente, ravvivata regolarmente, montata o comunque stimolata. I mercati dei consumi si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano, e che fanno il possibile per accrescere nei consumatori potenziali. Come già segnalato, il consumismo, in contrasto con la promessa dichiarata (e ampiamente accreditata) degli spot, non riguarda il soddisfacimento dei desideri, ma l’evocazione di un numero sempre maggiore di desideri: di preferenza proprio quei generi di desideri che, in linea di principio, non possono essere esauditi. Per il consumatore un desiderio esaudito non sarebbe più piacevole o eccitante di un fiore appassito o di una bottiglia di plastica vuota, e per il mercato dei consumi esso sarebbe anche il presagio di un imminente catastrofe”.


    Questo è il sistema in cui politici, economisti e cervelloni vari ci vogliono continuare a far vivere. Il migliore possibile, secondo loro.
    "Non abbiamo l'unione sociale ma solo quella economica e finanziaria. Finchè non capiamo questo, non capiremo perché i populisti hanno tanto successo!". Gabriele Zimmer
    Gratteri: "L'Ue è una prateria per le mafie"

  8. #8
    Moderatore
    Data Registrazione
    22 Apr 2009
    Messaggi
    10,635
    Mentioned
    22 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)

    Predefinito Re: Società aperta?

    Citazione Originariamente Scritto da Turriciano Visualizza Messaggio
    Il piacere del consumo - Decrescita Felice

    Abbiamo iniziato a capire in molti, nelle società industriali, che il consumismo porta spesso all’insoddisfazione. Perché anche nel momento in cui compro (per assurdo) un’auto all’anno, un televisore nuovo ogni due mesi, un telefonino ogni settimana o scarpe e vestiti ogni giorno, primo non potrò mai utilizzarli tutti appieno, secondo avrò sempre (o sarò portato ad avere, dalla pubblicità o magari dalla patriottica e perenne necessità di rilanciare l’economia) la sensazione che tutto ciò che ho non sia abbastanza.

    È vero, per molti l’abbastanza non è mai abbastanza, ma penso che fisicamente non sia solo il nostro pianeta a risentire degli attuali ritmi di produzione e di consumo. È lo stesso essere umano (parlo del mondo Occidentale, ovviamente) a non reggerli. Il piacere del consumo, come lo chiamano alcuni, svanisce quando si è indotti a desiderare qualcosa che, in “dosi” eccessive, non può che portarci all’eccesso e all’insoddisfazione.


    Pensiamo al piacere che possiamo provare mangiando (o consumando?) un bel piatto di tortellini, o di qualunque altra cosa siamo ghiotti. Immaginiamo ora di subire una martellante campagna pubblicitaria che ci porti a desiderare (e a consumare) dieci pasti al giorno con dieci tipi di tortellini diversi. Ne saremmo letteralmente stomacati. Quindi perché non dovrebbe essere lo stesso con tutti gli altri “beni di consumo”.


    Siamo già in un’economia che sta in piedi perlopiù grazie a sprechi e “rilanci dei consumi” che possano portare ad altri sprechi; siamo già portati a consumare per potere continuare a produrre, ma è a mio avviso assurdo continuare ad accettare così passivamente tutte queste morbide imposizioni senza renderci conto che sono l’origine di tutti i nostri problemi (finanziari, economici, esistenziali, sociali, emotivi, ambientali). Magari per poi stupirsi o scandalizzarsi quando si sente parlare dei danni provocati dall’inquinamento o dai cambiamenti climatici.


    Anche l’ansia di non sentirsi accettati, o di non sentirsi all’altezza, di essere ritenuti “fuori moda” è una piaga da estirpare dalla nostra società, a maggior ragione se si pensa all’effetto devastante che riesce ad avere su molti soggetti, soprattutto di giovane età.


    Certo per gli esperti del marketing tradizionale quest’ansia invincibile e sempre rinnovata è fonte inesauribile di profitti, ma il conto che ci si sta presentando inizia ad essere eccessivamente salato. Il piacere del consumo non può generare nessun tipo di felicità o di soddisfazione, perché a volte esso svanisce anche solo nel momento in cui si ottiene l’oggetto desiderato, a maggior ragione se non si è atteso abbastanza prima di possederlo (grazie alla cultura del “tutto e subito”), o quando se ne dispone anche più del necessario (pseudo-benessere da società dei consumi). Ma ancora più spesso perché la sensazione di avere, diciamo, soddisfatto un desiderio, è una pura illusione. O meglio, viene sempre fatta percepire come tale.


    Zygmunt Bauman, nel suo celebre libro “Vita liquida” (2005, “Liquid Life”, Polity Press, Cambridge) afferma: “Affinché la società dei consumi non si trovi mai a corto di consumatori, l’ansia [di non essere accettati, appagati ecc], in contrasto stridente con le promesse esplicite e sbandierate del mercato, deve essere sostenuta costantemente, ravvivata regolarmente, montata o comunque stimolata. I mercati dei consumi si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano, e che fanno il possibile per accrescere nei consumatori potenziali. Come già segnalato, il consumismo, in contrasto con la promessa dichiarata (e ampiamente accreditata) degli spot, non riguarda il soddisfacimento dei desideri, ma l’evocazione di un numero sempre maggiore di desideri: di preferenza proprio quei generi di desideri che, in linea di principio, non possono essere esauditi. Per il consumatore un desiderio esaudito non sarebbe più piacevole o eccitante di un fiore appassito o di una bottiglia di plastica vuota, e per il mercato dei consumi esso sarebbe anche il presagio di un imminente catastrofe”.


    Questo è il sistema in cui politici, economisti e cervelloni vari ci vogliono continuare a far vivere. Il migliore possibile, secondo loro.
    In televisione stanno sempre a parlare di come rilanciare i consumi. Che palle! E' come insistere di mangiare ad uno che è sazio.
    FASCISMO MESSIANICO E DISTRUTTORE. PER UN MONDIALISMO FASCISTA.

    "NELLA MIA TOMBA NON OCCORRE SCRIVERE ALCUN NOME! SE DOVRO' MORIRE, LO FARO' NEL DESERTO, IN MEZZO ALLE BATTAGLIE." Ken il Guerriero, cap. 27. fumetto.

 

 

Discussioni Simili

  1. Il mito della società aperta
    Di Majorana nel forum Socialismo Nazionale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 20-10-10, 12:38
  2. Società Aperta (Enrico Cisnetto)
    Di lucifero nel forum Repubblicani
    Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 13-07-08, 15:16
  3. La società aperta e i suoi nemici
    Di Red Shadow nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 06-07-06, 10:03
  4. La Società Aperta e i suoi Nemici
    Di ISKANDER nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 27-01-06, 13:46
  5. La società aperta.
    Di nel forum Destra Radicale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 06-07-04, 09:47

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226