[Esplora il significato del termine: Da Barletta a un record storico e all’oro olimpico La vita straordinaria di un campione irripetibile Famoso per la durezza dei suoi allenamenti, Mennea fu un fuoriclasse tormentato e inquieto (anche dopo il ritiro) Di FABIO MONTI Se n’è andato in silenzio, in pochissimi sapevano della sua malattia. In fondo, Pietro Mennea, nato a Barletta il 28 giugno 1952, è sempre stato un ragazzo abituato a lottare in silenzio e da solo, fin dai tempi in cui correva nel cortile dell’istituto Michele Cassandro per ragionieri, dove veniva battuto da due compagni più veloci di lui e con due cognomi curiosi: Salvatore Pallamolla e Domenico Gambatesa. Pietro Mennea sul podio dei 200 metri con Alan Wells (a sinistra) e Don Quarrie (LaPresse)Pietro Mennea sul podio dei 200 metri con Alan Wells (a sinistra) e Don Quarrie (LaPresse) Ad avviarlo all’atletica era stato il prof. Autorino, un avvocato e diplomato Isef; alla terza sconfitta, Mennea corre così forte che non solo non ce n’è più per nessuno, ma viene segnalato al prof. Mascolo, tecnico dell’Avis Barletta. Prova anche a marciare, ma il suo futuro è la velocità. Il 1968 è l’anno della svolta: vince gli interrregionali studenteschi, a Matera; vince le leve del Corriere dello Sport a Termoli. Prima della gara, i ragazzi vedono in tv la finale dei 200 metri di Città del Messico, quella vinta da Tommie Smith: è un segno del destino, su quella pista Mennea conquisterà il record mondiale, togliendolo proprio a Smith. Nel 1969 esordisce nella nazionale giovanile, a Lugano, ma viene squalificato nei 100: tre partenze false, ma in una gara ad Ascoli incontra Carlo Vittori, il tecnico che costruirà con lui un binomio straordinario. Il segno che Mennea diventerà un grande coincide con gli Europei di Helsinki 1971: a 19 anni appena compiuti, arriva sesto nei 200, la sua gara. L’esplosione definitiva arriva invece a Milano, a metà giugno del 1972: corre i 100 in 10] Da Barletta a un record storico e all'oro olimpico
La vita straordinaria di un campione irripetibile
Famoso per la durezza dei suoi allenamenti, Mennea fu
un fuoriclasse tormentato e inquieto (anche dopo il ritiro)
Di FABIO MONTI
Se n’è andato in silenzio, in pochissimi sapevano della sua malattia. In fondo, Pietro Mennea, nato a Barletta il 28 giugno 1952, è sempre stato un ragazzo abituato a lottare in silenzio e da solo, fin dai tempi in cui correva nel cortile dell’istituto Michele Cassandro per ragionieri, dove veniva battuto da due compagni più veloci di lui e con due cognomi curiosi: Salvatore Pallamolla e Domenico Gambatesa.
Pietro Mennea sul podio dei 200 metri con Alan Wells (a sinistra) e Don Quarrie (LaPresse)Pietro Mennea sul podio dei 200 metri con Alan Wells (a sinistra) e Don Quarrie (LaPresse)
Ad avviarlo all’atletica era stato il prof. Autorino, un avvocato e diplomato Isef; alla terza sconfitta, Mennea corre così forte che non solo non ce n’è più per nessuno, ma viene segnalato al prof. Mascolo, tecnico dell’Avis Barletta. Prova anche a marciare, ma il suo futuro è la velocità. Il 1968 è l’anno della svolta: vince gli interrregionali studenteschi, a Matera; vince le leve del Corriere dello Sport a Termoli. Prima della gara, i ragazzi vedono in tv la finale dei 200 metri di Città del Messico, quella vinta da Tommie Smith: è un segno del destino, su quella pista Mennea conquisterà il record mondiale, togliendolo proprio a Smith. Nel 1969 esordisce nella nazionale giovanile, a Lugano, ma viene squalificato nei 100: tre partenze false, ma in una gara ad Ascoli incontra Carlo Vittori, il tecnico che costruirà con lui un binomio straordinario.
Il segno che Mennea diventerà un grande coincide con gli Europei di Helsinki 1971: a 19 anni appena compiuti, arriva sesto nei 200, la sua gara. L’esplosione definitiva arriva invece a Milano, a metà giugno del 1972: corre i 100 in 10" e i 200 in 20"2. Va all’Olimpiade di Monaco e conquista il bronzo, alle spalle di Borzov e Black. Altri festeggerebbero, lui torna a casa deluso, perché è un tipo che non si accontenta mai. Comincia la leggenda (vera) dei suoi allenamenti spaventosi; nessuno ha uno spirito di applicazione e una dedizione alla causa come lui. E questi sacrifici enormi (vive a Formia quasi da recluso per sei mesi all’anno) lo porta all’argento dei 100 metri e all’oro europeo a Roma nel 1974.
Vive anche stagioni di tormento interiore, soffre più di quanto dovrebbe, si macera; vuole rinunciare ai Giochi di Montréal, viene convinto all’ultimo momento ad andarci e arriva quarto. Nel 1977, all’Arena batte il campione olimpico in carica, il giamaicano Don Quarrie; nel 1978, nessuno riesce più a fermarlo e centra l’accoppiata 100-200 agli Europei di Praga. Il 12 settembre 1979, è per lui il giorno dei giorni: primato del mondo dei 200 metri con 19"72, 11 centesimi meno di Tommie Smith. Un record che resisterà fino al 1996 (Michael Johnson).
Ma Mennea non si accontenta. Invece di frenare, accelera: rischia di saltare i Giochi di Mosca, per il boicottaggio americano per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, ma non essendo un atleta militare, può correre, anche se sotto la bandiera del Cio. Sbaglia tutto nei 100 metri (fuori in semifinale), vince i 200 con un rimonta in ottava corsia che è fatale al suo avversario, l’ingegnere scozzese Allan Wells (20"19 contro 20"21). È suo l’oro dei 200, vent’anni dopo Berruti (vincerà anche il bronzo nell 4x400), con il quale i rapporti si sono definitivamente rovinati nel 1979.
A marzo 1981, annuncia l’addio all’atletica, lui che dell’atletica è un simbolo. Una sorpresa per tutti, ma non sa resistere e nell’estate 1982 torna in pista. Gli servirà per conquistare l’argento nella staffetta 4x100 e il bronzo nei 200 alla prima edizione dei Mondiali, proprio a Helsinki, sulla pista della sua prima finale europea. Partecipa alla quarta olimpiade a Los Angeles, settimo posti nei 200; ha 32 anni e decide di lasciare, anche perché nel frattempo si è interrotto il rapporto con il prof. Vittori. Torna per la quinta Olimpiade, da portabandiera nel 1988; è il passo d’addio, eliminato al secondo turno; a 36 anni i giochi sono fatti. Si afferma nella vita: diventa europarlamentare, prende due lauree, è avvocato, scrive libri. Poi, otto mesi fa, scopre che la sua vita è in pericolo. Lotterà da solo, aiutato soltanto dalla moglie e da pochissimi amici. In silenzio, fino all’ultimo giorno.




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