Dalla cenere: io, sono
C’è qualcosa di peggio dell’ignorare il problema della nostra finitezza. Vi è un atteggiamento di più letale del ritrarsi di fronte ad essa. Esiste una presa di posizione più distruttiva del delegare ad altri, o a Dio, il compito di farvi fronte.
E’ il crederci infiniti.
Credere di sapere tutto. Di avere la soluzione per ogni cosa. Di essere il vaticanista che mancava, l’allenatore di cui la nazionale ha bisogno, il presidente del consiglio che ci vorrebbe. Se non riusciamo a far fronte a qualcosa è colpa delle circostanze, del capufficio o della mamma. Ma con eventi, superiori o genitori diversi allora sì, allora sì che non ci sarebbero problemi.
La nostra opinione è la sola corretta. Certo, ognuno possiede un briciolo di verità, però non ce ne sono molti come noi che abbiamo la torta tutta intera. Se qualche volta sembra che abbiamo torto è perché la verità non esiste, e in ogni caso eravamo male informati.
Sì, mi pare che l’abbiamo sentito quel termine. Peccato originale. Credere di essere come Dio. Ma è una favola antica, una leggenda, credenze che non trovano posto nella nostra sfolgorante modernità. Anche se il peccato esistesse, è una cosa che capita ad altri. A quelli che non sono come noi.
Questa è la quinta piaga. La più profonda, quella che sanguina di più, la più nuova e la più antica. Come un dolore del cuore, come un cuore squarciato dal quale esce del sangue che non si può fermare. Quel sangue è la nostra vita, il nostro essere uomini, e quando il sangue sarà esaurito non saremo che un guscio vuoto, pallido come cenere.
Sarà allora che riconosceremo, alla fine, di essere anche noi mortali.
Dalla cenere: io, sono | Berlicche




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