D’accordo, concedeva Naudé, l’inclinazione verso le armi non era distribuita uniformemente in tutte le diverse città d’Italia. «Se dobbiamo credere» alle Forcianae quaestiones (1536) del poligrafo Ortensio Lando (1512-53), i veneti sono ottimi per la flotta, bresciani e bergamaschi per la guerra di trincea, padovani e veronesi per la cavalleria, i fiorentini come esploratori; i genovesi predominano nella guerra navale ma non in quella terrestre; ferraresi e piacentini sono crudeli, i perugini strenui, i pratesi sacrileghi; bolognesi ed emiliani feroci e coraggiosi ma indisciplinati e inconsulti; i napoletani attaccano il nemico intrepidamente e resistono ostinatamente.
Naturale, perciò, che fra tante «nazioni» impegnate in continue guerre intestine, si possano pescare ottime reclute idonee alla guerra. «I tedeschi sono più adatti per la guerra terrestre, inglesi, lusitani e cantari per quella navale, ma gli italiani si illustrarono in entrambe. Tedeschi e spagnoli sono migliori nelle formazioni chiuse che nei combattimenti individuali: ma i tedeschi tengono più saldamente, mentre gli spagnoli scorrazzano dappertutto come gli italiani e, per paura o per audacia rompono le file e sono facilmente battuti. In realtà difficilmente si può trarre profitto da spagnoli e italiani se non sono ben inquadrati. I francesi combattono con tanto gusto da sembrare gladiatori nell’arena, mentre gli italiani sono assuefatti a terminare le inimicizie private colpendo da lontano, con canne più lunghe. Ma infine gli italiani, essendo d’ingegno versatile e nato per tutto, facilmente si dispongono a qualunque impresa nobile o scellerata (facinora), cosicché nulla ad essi manca di ciò che negli altri si considera eccezionale; e soprattutto eccellono quando occorre solerzia e cautela, quando si deve giocare d’astuzia o ingannare il nemico con fatti o con parole».