DIVARIO CON IL NORD, ASSENZA DELLO STATO
Se investire al sud è troppo rischioso
Dopo la contro*versia recente sull’ipotesi d’un partito del Sud, ancora s’è riproposta la tradizionale polemica me*ridionalista. Il divario eco*nomico tra Nord e Sud, in*fatti, è persistente, malgra*do l’entità delle sovvenzio*ni statali per infrastruttu*re, lavori di bonifica e d’ir*rigazione, opere stradali e insediamenti industriali dalla metà del ’900 in poi. La questione meridiona*le risale al borbonico «re*gno senza strade», dal Ga*rigliano fino alla Sicilia. Fu a lungo discussa da eminenti e competenti studiosi come Gaetano Salvemini, Giustino Fortu*nato, Napoleone Colajan*ni, Guido Dorso, Manlio Rossi Doria. Poi venne af*frontata con la Cassa del Mezzogiorno e con dispa*rate iniziative speciali al di sotto d’una linea di con*fine che intersecava la Pontina, l’Appia, la Casili*na, l’Autostrada del Sole. In verticale, il pubblico in*tervento si estendeva in tutto il Sud fino a Taranto, la costa calabra, Gela. Per*ché, ancora oggi, la que*stione del divario econo*mico tra Nord e Sud è pressoché immutata? Si può rispondere con diver*si argomenti, secondo un ordine di priorità variabi*le.
Primo impedimento. Nessun impegno di capita*le pubblico può risultare abbastanza efficace quan*do è scarsa la mentalità imprenditoriale, fra l’altro vincolata o compromessa dai costumi del clienteli*smo e dalla tendenza baro*nale a investire il plusvalo*re agricolo sulle piazze di Londra o Parigi. Secondo impedimento, come avver*tiva Giustino Fortunato, era la «fatalità geografica meridionale». Ossia, non soltanto l’aggrovigliata o irregolare idrografia, ma un territorio di aree mon*tuose disboscate da secoli e colline a costituzione ge*ologica fragile con una percentuale di pianure pa*ri solo al 18,3 contro il 34,9 del Nord, come preci*sava Manlio Rossi Doria. Terzo impedimento è la storica e ancora crescente propagazione di mafie o camorre. Forse la crimina*lità organizzata è oggi l’ostacolo maggiore allo sviluppo del Mezzogior*no, a volte in commistio*ne con le oligarchie politi*che per interessi elettorali o affaristici, anche se in al*cuni casi per l’illusione di poter ammansire i fuori*legge.
Dietro l’accolita delle «cosche» o «famiglie» con le loro «cupole» pre*vale un codice parapoliti*co tramandato da tempi lontani, che trasferisce l’antica, spietata «et espe*dita » ragion di Stato fuori dallo Stato. È un tragico circolo vizioso che la leg*ge non riesce a interrom*pere, mentre in Sicilia chiunque anche senza sa*perlo può incorrere nel contatto indiretto con la mafia rischiando l’accusa di «concorso esterno». Po*trebbe o saprebbe tentare l’impresa risanatrice un immaginario e virtuoso partito del Sud? Per ora, le condizioni meridionali non lasciano sperare in un simile prodigio.
Da metà del ’900 in poi, mafie o camorre con la lo*ro manovalanza si diffon*devano a causa della disoc*cupazione imputabile al mancato sviluppo indu*striale, oltreché a causa della crescente popolazio*ne. Ora tuttavia l’investi*mento di capitali anche stranieri nel Mezzogiorno italiano è ostacolato dalla criminalità che minaccia, ricatta, taglieggia l’impren*ditoria minore o maggio*re. Un imprenditore o un manager, come ripete chi preferisce investire nel*l’Andalusia o altrove, può rischiare il denaro, ma non la vita per un appalto.
Alberto Ronchey
07 agosto 2009
Se investire al sud è troppo rischioso - Corriere della Sera




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