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    "Chi non fa inchieste, non ha diritto di parola" Mao


    Calabria, Acquaformosa si “deleghizza”

    «Volete camleghistabiare il Tricolore. Volete le gabbie salariali, e poi presidi, magistrati, poliziotti e carabinieri, impiegati dell’Inps e del catasto, tutti con il “passaporto” della Padania in tasca e il dialetto bergamasco sulla lingua. Insomma: volete sfasciare l’Italia. E noi ci deleghistizziamo». Incespica sull’ultima parola – un neologismo brutto ma necessario – ma riesce a dirla Giovanni Manoccio. Un sindaco che ha già sollevato un vespaio di polemiche. Perché il suo Comune (per sadico gusto della suspense vi diremo dopo come si chiama e dove si trova) è il primo d’Italia ad essersi «deleghistizzato».

    Tranquilli, è tutto a posto. C’è una regolare delibera, approvata il 4 agosto all’unanimità, che prevede finanche l’installazione di «pannelli all’interno della cittadina con l’indicazione di “Paese deleghistizzato”». Ma c’è anche di più, l’approvazione di un decalogo sui «comportamenti da tenere nei confronti di tutti i popoli, compresi quelli celtico-padani». Dieci punti che vale la pena leggere perché sono il trionfo dell’ironia (merce rara in questa Italia intristita), con le citazioni dei vari «uomini di pensiero» leghisti (da Gentilini a Salvini, per capirci) modificate fino a renderle politicamente corrette. «Nel nostro paese non togliamo le panchine per gli immigrati, anzi le dotiamo di cuscini» (Citazione di Gentilini, il sindaco sceriffo). «Nel nostro paese non disinfettiamo i luoghi dove vivono gli immigrati: i nostri luoghi sono puliti naturalmente» (Tanto per sistemare il Borghezio che spruzzava spray sui vagoni frequentati dalle ghanesi). «Da noi è vietato scrivere “Forza Etna” o “Forza Vesuvio”: ma si può scrivere: “Fate l’amore non la guerra”. (E così quelli del pratone di Pontida sono contenti). «Nel nostro paese è vietato fare gli esami di dialetto per l’insegnamento nelle scuole: basta l’esame di abilitazione nazionale». (Tanto per avvertire la ministra Gelmini). «Nel nostro paese non sono ammesse le ronde: è consentito il libero passaggio e lo “struscio”». (Maroni ascolti). «Sono abolite le magliette con scritte offensive verso l’Islam: meglio essere nudi che cretini». (Calderoli, invece, si veste). «Nel nostro paese non si può gridare “Roma ladrona”: si può cantare “Roma capoccia”». Ma sono gli ultimi punti del decalogo a spiegarci in quale regione si trova il Comune ribelle e come si chiama. «Nel nostro paese non occorre affermare di avercelo duro: perché tutti lo sanno» e «Alberto Da Giussano da noi è ritenuto un dilettante al cospetto del nostro Giorgio Castriota Skanderbergh».

    Siamo in Calabria. Terra di uomini tosti, di briganti e poeti, mafiosi e filosofi pazzi che ancora sognano la «Città del Sole», sinceri patrioti e un esercito di «Cetto La Qualunque» («Cchiù pilu pi tutti») pronto a ridicolizzare il celodurismo bossiano. E siamo ad Acquaformosa, nel cuore del Pollino. Paese di tradizioni antichissime, una delle rare isole linguistiche italiane, qui dal 1500 si parla arberesh, la lingua degli albanesi che trovarono rifugio in queste plaghe dopo la sconfitta di Giorgio Castriota Skanderbergh. Lingua, usi, costumi e tradizioni culinarie sono state conservate con gelosia. «Mire se na erdhet Firmoza» (benvenuti a Firmoza, Acquaformosa), c’è scritto all’ingresso del paese. «Timba piasur» (Pietra spaccata) è il luogo dove si trova la chiesa più bella del paese, quella di Santa Maria al Monte, nei secoli IX e X rifugio dei monaci che volevano salvarsi dalle persecuzioni islamiche. Se poi volete respirare atmosfere romaniche e tradizioni greco-bizantine e occidentali che si sono fuse nel corso dei secoli, dovete calpestare il sagrato della chiesa di San Giovanni Battista, nel cuore di «Firmoza».

    Ma, più del monumento a Giorgio Castriota, sono i volti delle persone a raccontare la magia di questo luogo che ha imparato il valore grande della tolleranza e della convivenza tra genti diverse. Un pezzo minuscolo d’Italia che però ha partecipato, e sempre in prima fila, alla storia patria. Annunziato Capparelli, intellettuale e medico, il 3 aprile 1848 fondò la «Giovane Italia» e partecipò con altri sedici paesani alla «insurrezione calabra». Tra i Mille di don Peppino Garibaldi si contano molti «firmosioti». Giovanni Malescio, nome di battaglia «Vanni», durante la Resistenza fu comandante della Prima divisione della «Brigata Garibaldi».

    «Questa è Italia, è Sud, è Calabria», dice il sindaco Giovanni Manoccio. «Non ce l’abbiamo con la Lega. I leghisti, per certi aspetti e per la loro folkloricità mi sono pure un po’ simpatici, ce l’ho con quella cultura che appartiene a certe “menti illuminate” del nord che guardano la Calabria con disprezzo. La mia è una provocazione, nessuno la può leggere come un episodio di razzismo al contrario. Noi siamo un popolo accogliente, tollerante, siamo una minoranza linguistica che quotidianamente si spacca la schiena per tirare avanti e per conservare le nostre migliori tradizioni, un patrimonio civile e culturale dell’Italia intera. Ma che ne sanno a Milano? Ci ho vissuto per quattro anni da meridionale emigrante. Lassù sanno poco dei nostri problemi, alleviamo i nostri figli con cura, li facciamo studiare e poi se ne vanno al nord ad arricchire l’economia di quelle regioni». Rabbia meridionale, provocazione, ironia, anche sano sfottò, che però nascondono un malessere vero. Che richiederebbe menti allenate alle buone letture per essere compreso. Il ministro leghista Luca Zaia ovviamente non capisce. E replica come sa fare.

    «Il sindaco di Acquaformosa ha la mente smarrita. Venga a risciacquare i suoi deliri e i suoi fantasmi nelle acque del Po». Il sindaco sorride «qui da noi l’acqua è così pura che se proprio devo risciacquare…». Poi, però, si fa serio e rilancia. «Quando leggo certe prese di posizione finanche di ministri del governo con la tessera leghista in tasca e il fazzoletto verde in bella mostra, rabbrividisco. Poi penso che questi signori non conoscono l’Italia dei mille campanili e delle tante diversità. E allora conosciamoci meglio, noi siamo pronti a gemellarci con un paese del nord. Chi verrà a trovarci potrà soggiornare a nostre spese. Li porteremo in giro ad ammirare i luoghi, li faremo vivere a stretto contatto con la nostra gente, potranno ascoltare la parlata dei vecchi, la nostra lingua, ammirare le bellezze del paese, ma anche sentire le speranze dei giovani. Quelli ai quali la ministra Gelmini voleva cancellare la scuola elementare». Una storia dell’autunno scorso. Anche allora Acquaformosa fece parlare di sé: mancava il numero esatto dei bambini previsti dalle nuove norme e la scuola rischiava di chiudere. I piccoli delle elementari destinati a farsi qualche chilometro ogni giorno per studiare. E allora il paese intero si mobilitò, i nonni (anche qualche ultraottantenne) si iscrissero in massa alla prima classe. Vecchi e giovani, come ad Acquaformosa fanno dal 1500, salvarono il paese e la tradizione.
    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #2
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    Maroni o, se volete, “Roberto delle bande verdi”


    Dalle parole ai fatti. Il governo verde cavalletta dei celoduristi, sostenuto dai quattrini versati a fiumi da “Roma ladrona”, procede come uno schiacciasassi e appare chiaro: nasce un Principato Gallo-Cisalpino.

    A Bossi che straccia il tricolore e a Calderoni che fa il filo alle gabbie salariali, copre le spalle con piglio celtico Maroni, “Roberto delle bande verdi”, con la Guardia Nazionale, gli alpini di Padania e, da ultimo, la Milizia Volontaria per la Sicurezza dell’agiatezza gallo-cisalpina. E’ il principato dell’egoismo e tanto peggio per i poveri d’ogni contrada: nordici, sudici e comunitari o islamici, marocchini e clandestini.

    Come spesso accade quando una menzogna pretende di essere un ideale, il cerchio però non si quadra e tra terre d’occupazione francese, plaghe di secolare colonizzazione iberica, lande austro-ungariche, fasti e nefasti di Visconti e Sforza, i geografi insubri invano si rompono la testa: nessuno conosce i confini del Principato che nasce, pertanto, elastico, precario e indefinito. Poche certezze. Un punto fermo prova a fissarlo Bricolo Ferdinando da Verona, sgrammaticando storia e Costituzione con una barzelletta di quelle berlusconiane, che movimenta l’incipit d’un agosto di crisi vacanziera, quando la Camera dei “nominati” a mezzo servizio ha esposto il tragicomico “chiuso per ferie”. Dopo il “federalismo fiscale”, che cristallizza le ragioni delle regioni ricche ai danni di quelle povere e, nelle regioni ricche, affonda definitivamente la causa dei poveri per tutelare borseggiatori d’alto bordo, evasori e mazzettieri, dopo la territorializzazione della docenza e l’indigenizzazione della cultura, si afferma ora la regionalizzazione dell’identità nazionale. Bricolo in testa, Cota, Goisis e tutti i capi delle bande maroniane rompono gli argini e puntano al cuore dell’unità nazionale: c’è un comma nuovo da inserire nell’articolo 12 dello Statuto di quella che fu la Repubblica italiana, per “riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari di ciascuna regione individuati nella bandiera e nell’inno”. E, senza scomodare il melodramma, un inno l’han trovato sin dal luglio scorso. E’ opera d’un genio verde cavalletta, quel Matteo Salvini che ha restituito alla “Questione settentrionale” l’anima sua più nobile e più schietta: quella eversiva e separatista del fascioleghismo alla Borghezio. Musica sacra in stile gregoriano, parole forti da gallo-cisalpino risciacquato nel Po’, si fa presto a cantarlo

    “Senti che puzza, scappano anche i cani, / senti la puzza, son napoletani, / son colerosi e son terremotati, / con il sapone mai si son lavati!”.

    Bocchino e Quagliariello, casaliberisti partenopei e soci in affari di Matteo Salvini nell’armata berlusconiana, non han fatto una piega: si son lasciati prendere a schiaffi pubblicamente senza aprire bocca. A quanto pare, si riconoscono pienamente nell’inno e, con loro, tutti i napoletani sistemati da “nominati” nella casa della sedicente libertà. Firmeranno perciò senza fiatare questa e qualunque altra proposta celtica i napoletani Cesaro, De Luca, Di Caterino, Iapicca, Mazzocchi, Nastri, Papa, Russo, Scapagnini, Vito e le “deputate” Giulia Cosenza e Giuseppina Castello, per le quali chissà, Salvini potrebbe produrre una variante di genere che faccia rima con “cagne puzzolenti”.

    Questo è lo stato dell’arte, né risulta che l’illustre storico Gaetano Quagliariello pensi di denunciare i rischi d’una tragedia che – Bricolo non ne sa probabilmente niente – abbiamo già vissuto ai tempi della “piemontesizzazione” e della destra cavouriana, quando l’ignorante tracotanza del blocco costituito da agrari del Sud e mercanti e manifatturieri del Nord costò al Paese più morti di quelli patiti in tre guerre d’indipendenza.

    Giorni fa, sul Manifesto, Giorgio Salvetti si domandava quale ronda ci salverà da questo delirio. C’è una sola via per impedire questa sorta di ‘conquista regia’ rovesciata nel suo opposto, ha ragione Gianni Ferrara: è quella di una “conquista di civiltà unitaria, solidale, egualitaria”. Occorre una sinistra che torni ai valori fondanti sanciti dalla Costituzione e consacrati dal sangue dei combattenti della guerra di liberazione. Una sinistra che saldi la volontà di riscatto dei ceti deboli ed emarginati che esistono e crescono al nord come al sud, alle ragioni degli immigrati che l’egoismo leghista ricaccia nella disperazione. L’esercito non occorre e non servono armi. E’ un lavoro politico che travolgerà in un tempo solo, Cota, Bricolo, Bocchino e Quagliariello.

    Anna Arendt aveva torto. Il male non è banale. Il male è una somma d’interessi miopi levati al rango di filosofia politica. Il male è una violenza contro la quale la politica alza bandiera bianca.

    Uscito su “Fuoriregistro” l’8 agosto 2009
    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #3
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    Da ieri la clandestinità è un reato, mentre l’infamia è sempre più saldamente al potere, con tanto di ministri, viceministri e sottosegretari. Paradossi di un paese in cui l’opposizione si è liquefatta e la maggioranza piddiellina sembra sussumere in sè tutte le articolazioni della cosiddetta democrazia parlamentare. E così, complice la calura agostana, ci tocca assistere a due post-fascisti (Fini e Tremaglia) che invocano il rispetto dei diritti dei migranti e ad un proto-fascista (Bossi) che invoca le ronde e la linea della fermezza. Un gioco delle parti (perchè solo di quello si tratta) stucchevole e che poco incide sulla deriva xenofoba imboccata dal governo. Ieri, a chi gli ricordava che l’Italia ha esportato oltre 27 milioni di lavoratori in giro per il mondo (di cui molti provenienti dal nord), il terrone d’europa (perchè c’è sempre qualcuno più a nord) ha risposto: “noi lavoravamo, non ammazzavamo” e poi ha continuato invocando le gabbie salariali e l’inserimento dei dialetti fra le materie scolastiche. Quindi rispolverando qualche delirante velleità del recente passato leghista ha ammonito: “Arrivando a pontida alcuni fratelli padani mi hanno detto che sono pronti a partire al mio ordine. Noi, tutti i dirigenti della lega, saremi in prima fila”. Ecco bravi, partite subito, che la strada per andare a fare in culo è ancora lunga (purtroppo), speriamo solo che qualcuno vi “abbandoni” durante il viaggio.
    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #4
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    YouTube - Tango della ronda - Tango della lega - di Carlo Besana
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