I Sans papier non servono alla sinistra
di Oreste Scalzone
Parto da Parigi, con l’immagine della quattordicesima sera in cui seicento corpi dormono, su tre o quattro file e per un centinaio di metri, sul marciapiedi del boulevard du Temple.
Seicento “anime”, come si diceva un tempo del numéro di abitanti di un paesino, secento animevive dormono, mentre si affievoliscono gli scoppî delle voci nei capannelli.
Qualcuno potrebbe vedervi la conturbante miseria della condizione materiale di uno scampolo di specie umana, altri la potenza comunque, potenza di persistere nel proprio essere – potremmo dire, una disperata vitalità. In quel dormire lì, quale che sia il tempo e i saggi consigli delle ‘animebuone’, c’è non già una sorta di esibita mendicità, ma la forma di lotta più radicale accessibile.
Lo stesso è quello che trovo a Milano, lo sciopero della fame dei reclusi di via Corelli. Nessun “dolorismo” pietistico, nessuno stucchevole ritratto vittimistico : c’è una determinazione ed una dignità, nome che torna e traduce radicalità e autonomia commune.
Il Comitato antirazzista va domani a distribuire dei liquidi agli scioperanti, perché glieli hanno ‘tagliati’.
Capitoli di una concatenazione di lotte, sempre nuove e uguali&diverse.
Non ci interessa “rappresentare” anculché, né ne abbiamo mandato : siamo come dei cantastorie, in questo caso fra una lotta ed un’altra… Oggi vado coi compagni del Comitato a via Corelli. Anche per portare un messaggio fraterno e determinato dalla Bourse du Travail occupata a Parigi.
Poscritto d’aggiornamento
Se arrivi di giorno alla Bourse, c’è un brulicare di vita, gente seduta, semisdraiata, in piedi, in crocchio, bambini che giocano, bambine perfettamente pettinate con treccine commilfo’, eppoi capannelli, crocchî, radioline, qualche megafono che di tempo in tempo rilancia voci e slogans. Ma di giorno la gente è meno – molti degli adulti lavorano. Al nero, uno contro uno (sfruttatore e sfruttato “isolati” : il che ha creato l’alibi per una CGT simil-cofferatiana e in più nazionale, gallica maschia tricolore, antropologicamente conforme a Marsigliese, così come i guappi di cartone lepenisti). Lavorano, escono dal ghetto improvvisato e si mettono a rischio di rafles, rastrellamenti, razzie.
Tra le otto e le nove di sera, nel crepuscolo sontuoso d’estate, c’è un momento di silenzio. Si stendono materassi e teli, un certo numéro ‘fanno la preghiera’, altri fumano in silenzio, in circolo o con la testa appoggiata sul palmo della mano appoggiata sul gomito come puntello.
A mezzanotte e poi, da lontano la distesa ondulata azzurra sembra mare. Accanto, a un metro, alla Brasseria “Chéz Jeanie” un tempo a torto o a ragione considerata luogo di libagioni lepéniste, si mangia e beve nell’allegria un po’ stolida di posti del genere.
Quello che colpisce è l’assenza, stavolta, di “soutien”, per così dire, “bianco”. Non sciami di caritatevoli, come a Saint-Bernard dodici anni fa. Non tende, manco cattoliche – l’ Ecclesia ha solo il volto fine e rotondo di Jacques Gaillot, vescovo sospeso, sospeso a suo tempo in modo bizantino e indiretto da Woytila che pure pare lo stimasse assai, più che sospeso, sollevato da diocesi, assegnato a Partenia, diocesi virtuale risalente ai tempi di Agostino d’Ippona. Compagno Jacques, di tutte le battaglie tutte le micropolitiche, comprese le nostre – ieri Marina, oggi Sonja & Christian, avverso la Germania “pallida madre” memore d’autunno. Poi qualche “sennetista”, dell’anarco-sindacalista CNT, sezione-Francia ; un po’ del nostro ‘rizòma’ contro alienazione e populismo penale, contro questo tipo di regolazione sociale, dell’economia di oggi, realmente criminale/poliziesca ; un po’ di fisiognomiche socioculturali diverse e svariate.
Sul lato della « sinistra della sinistra », fino a quelli di continuo scavalcantisi per la palma del più a sinistra della sinistra della sinistra, l’assenza è assordante, abbagliante il silenzio. Forse è l’ubriachezza elettoralista – la migranza, i sans-papiers, non votano : dunque, sono un fondo di commercio solo per gli xenofobi.
Oltre, ultreia, cioé in territorî esistenziali, aree di quello che in terminologie italiane si chiamerebbe « antagonismo radicale », troviamo – con motivazioni probabilmente diverse e opposte – una non minore assenza e distanza. Poiché siamo sempre, in modo direttamente proporzionale al coinvolgimento e comunque alla prossimità, più inquïeti se parole e fatti riguardano territorî esistenziali di cui in ogni caso facciamo parte o a cui siamo prossimi, alcune assenze ci colpiscono più di altre. Chi scrive si riferisce qui, in particolare, della variegata entropica mouvance che dall’alto, da poteri costituiti e apparati di fabbricazione, per cominciare, dell’opinione, è stata catalogata come « anarco-autonoma » (questo, i “poteri costituiti” lo fanno, per esorcizzare i sommovimenti profondi che vengono ab imo, dalle radici, dalle viscere sociali, e così rassicurarsi col far affiorare e col mettere in piena e cruda luce una “rappresentanza”, un centro d’imputazione : è un po’ come mettere dei fili spinati nel mare…, un po’ come gettare una nassa per afferrare i pesci, le cui code, agitandosi, sarebbero responsabili di onde e passibili di provocar tifoni...).
Storie, percorsi, interni ai movimenti pesano. All’inizio di questo ciclo, di questa sequenza d’azione di una “comunità” fra le svariate e diverse che compongono il caleidoscopio dei movimenti di lotta dei sans-papiers, il migliaio di persone che per quattordici mesi si è poi accampato alla Bourse de travail era visto come un insieme piuttosto ‘sprovveduto’, aggregatosi in fretta attorno ad una proposta – partita dalla CGT – di dar vita ad una vertenza che rivendicasse papiers contro lavoro. Questo recava con sé un principio attivo, un virus, di corporativizzazione su base lavorista. Vecchia sindrome ideologica con conseguenze pratiche dei movimenti operai. Vecchia ideologia subalterna, perfettamente adeguata alla logica capitalistica, del Movimento Operaio, iniziali majuscole – istituito, integrato come istituzione sociale, compatibile anzi interno a economia, tecnica, Stato –, tanto nella variante social-democratica che in quella “social-©omunist…ocràtica”. Funzione del “sistema”, del sistema di relazioni innervato dal rapporto sociale di capitale ; funzionale al lavorismo capitalistico, fin dalla sua genesi, dalla fase dell’accumulazione originaria e della ‘messa al lavoro’, condizione necessaria della messa a Valore. Della tragedia – che la nitida, limpida critica marxiana non ha scalfito più di tanto – del lavorismo come ideologia operaia e proletaria, è sintomo uno slogan come « Chi non lavora non mangia ». D’ispirazione quant’altre mai borghese, in variante giacobina ; d’ispirazione quant’altre mai lassalliana, esso si prendeva invece per sovversivo e… comunista, che è tutto dire. Omologia estremizzata da mimetismo, razionalizzazione a scendere, scadente, dell’elemento primordiale dell’odio di classe, esso recava in sé tutte le peggiori conseguenze propriamente contro-rivoluzionarie. É la cancrena di una sorta di scambio fra critica e risentimento, fra inimicizia e rancore, fra sovversione e rivalsa, fra ritorsione e liberazione, fra legittimismo egalitaristico e giustiziere e – per usare una parola usurata dal rischio di grandiloquenza – rivoluzione. In effetti, era commune sentir gente, in perfetta buonafede e nella morsa di un tragico malinteso, affermare “Come ha detto…Marx, chi non lavora non mangia !”. Come chi attribuiva sussiegosamente a Marx « la proprietà è un furto », quando Marx aveva ‘beccato’ su questo punto Prohudon, osservando che “così si chiude un circolo vizioso logico : per avere la nozione di furto occorre che si abbia prima quella di proprietà !”. […]
Ora, la critica a quella linea – rivelatasi peraltro a e strumentale – della rivendicazione di permessi di soggiorno per chi lavora, era corretta. Il lavorismo fondava un insopportabile corporativismo, che poteva arrivare ad un contenuto concretamente – in tempi come questi – obiettivamente fascistico : se non scateniamo malintesi, un piccolo “il lavoro rende liberi”…, o quantomeno, permette di avere le briciole di uno scampolo di « cittadinanza »….
I sans-papiers della Bourse hanno però dovuto imparare a loro spese ed evolvere in fretta : il sindacalismo neo-“giallo” della CGT ha subito discriminato i lavoratori isolati, quelli che lavorano al nero in micro-imprese, dunque al di sotto di un minimo di ‘soglia’ sindacalmente apprezzabile.
Di disincantamento in disincantamento, si è arrivati sino all’espulsione, col servizio d’ordine sindacale trasformato in sbirraglia da ronde leghiste e peggio.
E dunque : com’è possibile non scendere sul terreno, infilarsi nella breccia aperta ? Forse che al centro ci sono le qualità intrinseche dei « soggetti », e non la natura delle relazioni ? Forse che gli umani restano sempre identici a se stessi ? Forse che le insurrezioni le fanno gli insurrezionalisti, le rivoluzioni i rivoluzionarî che – anche se non come ceto di professione, corporazione di mestiere – sono comunque caratterizzati dal fatto di maneggiare teoria rivoluzionaria ?
Questioni che affiorano… Che dovremo porre.
Viva la Comune




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