A mo’ di piccolo glossario per il Lettore non completamente espertizzato, diciamo che il termine “rivoluzione”, nel presente studio, associato all’attributo “francese”, possiede valenza contrapposta all’etimo tradizionale originario “Rivoluzione” (dal latino “Revolvere”, cioè: “tornare all’Origine”, “ritornare all’Uno”, “ordinatio ad Unum”, in senso neoplatonico, ovvero: ritorno al Centro dello Swastika.
A partire da un certo periodo, rintracciabile orientativamente tra il XV e il XVII secolo dell’éra volgare, in ragione di una precisa volontà sovvertitrice, le forze del potere occulto iniziano a intorbidare le acque capovolgendo Culti, Ordini, rituali e persino vocaboli, confondendo in una specie di Babele semantica le manifestazioni della Tradizione e della sovversione. Lo stesso termine “socialismo” possiede valenza antitetica, se si prova a giustapporre la “social-democrazia” di Bernstein al “Nazionalsocialismo” di Hitler. Da qui, la necessità di prestare molta attenzione alle sfumature semantico-semiologiche del presente scritto
Comunità Politica di Avanguardia
Rilettura de “La Guerra occulta” di Emmanuel Malynski, edizioni Arktos - Oggero editore, Carmagnola (To) 1988, pp. 194, euro 10,00
“Quei poveracci di principi regnanti!Oggi tutti i loro diritti si convertono di punto in bianco in pretese e ben presto tutte queste pretese avranno l’aria di un’usurpazione! Basterà che essi dicano “Noi”, oppure “il mio popolo”, per far sorridere la maligna Europa. E per la verità un gran ciambellano del mondo moderno non li tratterebbe con molte cerimonie; decreterebbe forse: “Les souverains rangent aux parvenus” (1)
Democrazia è parola la cui insensatezza è superata solamente dalla sua invisibilità: milioni di individui che, alla stregua di sonnanbuli, non sospettano neanche lontanamente la secolare frode consumata alle loro spalle, incapaci come sono di pensare se non per categorie democratiche; come se il mondo iniziasse e finisse entro i confini concepiti dagli epigoni della dialettica parlamentare. “Il parlamentarismo, vale a dire la pubblica autorizzazione a poter scegliere tra cinque fondamentali opinioni pubbliche, s’insinua con lusinghe nel gran numero di quelli che vorrebbero di buon grado apparire autonomi a se stanti, nonché combattere per le proprie opinioni.Ma in fin dei conti è indifferente se al gregge è imposta un’opinione oppure se ne sono permesse cinque. - Chi si discosta dalle cinque pubbliche opinioni e si fa in disparte, ha sempre l’intero gregge contro di sé” (2).
Ora, siccome tutto ciò che esiste in questo mondo esiste in ragione di qualche causa, se si è ricevuto il dono di una scintilla della divina intelligenza, è obbligatorio domandarsi: “democrazia”: cui prodest? “Si può essere tanto ingenui da supporre per un solo momento che il buon senso popolare, così refrattario per natura ad ogni astrazione, abbia tratto questa ideologia nebulosa dal proprio seno? Il popolo è lo stesso dappertutto. Talvolta apparentemente generoso fino al punto da non capirci più nulla; talaltra apparentemente feroce senza che se ne sappia il perché; talvolta sensibile fino all’ingenuità anche quando non v’è la menoma ragione di commuoversi; talaltra impassibile fino al cinismo, quando invece avrebbe dovuto reagire e perfino ruggire per non aver di che arrossire. Esso è quel che certi elementi vogliono che sia. Ecco perché questi stessi elementi gli conferiscono dignità di re, ben sapendo che la sua sovranità sarà semplicemente la loro” (3).
Come, trovandosi ad affrontare un qualunque seminario di storia contemporanea su testi approvati dalla didattica politicamente corretta, non riflettere sulla palese incongruenza del fenomeno napoleonico? Un ufficiale robesperriano, amico di gioventù del massone ed ebreo Pasquale Paoli, che ascende fulmineamente al soglio imperiale in nome del popolo parigino, e che sotto l’apparenza della Restaurazione diffonde per tutta Europa i germi di qualcosa di inaudito: l’esportazione del seme rivoluzionario concepito dal terzo Stato borghese contro il concetto di monarchia per Grazia di Dio.
Un “imperatore” che rappresenta l’antitesi dell’idea imperiale romano-germanica, cioè l’antitradizione che si traveste da tradizione, e per obiettivi che sarebbero divenuti espliciti in tutta altra epoca e in tutto altro luogo: la Russia zarista dell’anno del Signore 1917.I grandi sconvolgimenti sociali del secolo XIX sono preceduti quasi sempre da violente crisi economiche abilmente concertate da manipolatori di capitali, come ricorda la vicenda del principe di Polignac. È importante ribadire che la fisima democratica appartiene a una mentalità le cui origini affondano nelle nebbie del tempo, e sono “patrimonio” di un certo tipo umano, ma soprattutto essa nulla ha in comune con l’ethos ariano.
Per l’affermazione su larga scala di questa fisima è servita tutta la malafede e la superficialità della cultura storiografica occidentale.
“La guerra occulta” di Emmanuel Malynski, illustra fin troppo bene il secolo che mutò per sempre la geopolitica europea - e quella del resto del mondo contemporaneo -, epoca di sovversioni inaudite compresa tra il 1815 e il 1917.Questa lettura consente pure una risolutiva chiarificazione del Fascismo europeo inteso quale fenomeno anti-sovversivo che, pur avendo condiviso la propria origine con vaghe ascendenze nazionalistico-risorgimentali, si pone agli antipodi di esse, ma soprattutto si oppone ai democratismi e ai parlamentarismi, cioè a quelle dottrine politiche che hanno consentito il capovolgimento di ogni ordine costituito e la definitiva affermazione del Capitale in ogni angolo della Terra.
“Ed ecco che di pari passo alle rivoluzioni del 1848 comincia anche la grande ascesa politica, sociale ed economica del popolo ebraico... La pretesa emancipazione dei popoli e degli uomini fu la via della loro emancipazione. Tutti gli sviluppi anarchici delle successive democrazie furono, per essi, altrettante fonti di influenza e di potenza. Tutti gli armamenti imposti dall’esasperazione dei nazionalismi furono per essi strumenti di guadagno. Le tasse che rovinavano le nazioni e gli uomini arricchivano gli ebrei, poiché erano essi ad incassarle, attraverso l’intermediario degli Stati. Gli ebrei s’infiltravano dappertutto, e l’aumento dei contributi serviva solo ad ammortizzare i debiti che creavano incessantemente, aumentando automaticamente la ricchezza, la potenza e la presa d’Israele e dell’internazionale capitalistica evidentemente a spese di tutto il genere umano che, senza sospettarlo, stava diventando il debitore diretto o indiretto. Le guerre e le rivoluzioni che dovevano moltiplicarsi a partir dal 1848 e che sempre più rappresenteranno delle calamità per ogni nazione, per i loro fornitori d’oro israeliti saranno invece le operazioni più splendide. Gli ebrei non avranno fattorie o foreste, castelli o fabbriche, ma possederanno le azioni, le accomandite, i crediti controllanti tutto ciò ...” (2).
La sovversione prende di mira fin da subito l’Impero turco pochi anni dopo la conclusione del Congresso di Vienna. È sufficiente constatare in quale modo l’impulso all’indipendenza greca lasci del tutto indifferenti i contadini delle regioni dell’antica Ellade, mentre gli ambienti ebraici del quartiere degli affari di Costantinopoli pullulano di sovversivi “filo-ellenici” del Fanar. Sembra inverosimile, eppure nessuno si pone più domande tanto impellenti, compreso il capo della Chiesa cattolica: perché gli uomini europei, che nel corso di migliaia di anni avevano mantenuto un contegno aderente all’eredità degli avi, nel volgere di un secolo hanno avvertito la necessità di gettare alle ortiche questo inestimabile patrimonio? Simile rivoluzione è forse stata l’effetto dell’impennata demografica moderna? D’onde è nata l’insofferenza verso Dio e verso le sue immutabili leggi? C’entra l’abbattimento delle grandi distanze geografiche e la consequenziale fusione dei popoli? Quale invisibile forza ha costretto intellettuali e demagoghi delle più svariate nazioni d’Europa a versare il proprio sangue per l’ “indipendenza ellenica” come in Santarosa o il Byron? “ ...È la trasformazione della sesta parte del mondo abitato in un focolaio rivoluzionario impregnato di massoneria e di giudaismo, nel quale l’infezione matura e si fa cosciente delle forze da essa organizzate in tutta sicurezza ...” (5). Una trasformazione stupefacente sbocciata nell’animo dell’uomo moderno e riguardante il concetto di “guerra”: uomini di nobile lignaggio e plebei cominciano a voler sacrificare la vita non più per il proprio signore o per la Corona, ma per la “nazione”.Ogni singolo quanto insignificante individuo, ad un certo momento, comincia a pensare a se stesso in maniera radicalmente opposta: ora egli non è più “l’uomo di un altro uomo”.Egli da ora in poi sarà proprietà della “nazione”, ma la nazione di chi? “Solo ciò che sardonicamente vien chiamato “libertà” ha potuto far sì che un’ironia così feroce, implicante tanto accecamento, fosse in genere possibile...Divenuti “liberi”, gli uomini, ecco che sono costretti a farsi uccidere, occorrendo, per il diavolo in persona o per gli interessi del capitalismo ebraico, il che è più o meno la stessa cosa: pena l’esser qualificati traditori della patria, se non pure fucilati, come se la patria, la massoneria, la democrazia e l’ebreo fossero una sola cosa” (6).
L’hommage feudale, cioè dare la propria fedeltà a un uomo reale, essere vassallo di un signore, smette di avere la benché minima importanza. La comunità radicata sul territorio viene spazzata via dalla “nazione”.I confini tracciati sulle mappe dei plutocrati riuniti in una interminabile serie di “Congressi”, “Conferenze di pace”, cominciano ad avere importanza infinitamente maggiore dell’ager, del Freund, o delle fréréches de lignage. Patriota, da ora in poi, significa operare e morire in nome della “nazione”.Il nazionalismo moderno nasce con un grossolano vizio d’origine che la propaganda massonica non ha mai potuto occultare: l’essere, esso, una creazione fondamentalmente artificiale. Nessuno può dubitare che un piemontese sia culturalmente più prossimo a un franco-provenzale che non a un campano, e che un tirolese sia un germano e non un italico. Da ciò nasce l’eterna instabilità politica degli Stati nazionali moderni. Lo sgretolamento degli Stati feudali pre-risorgimentali, i quali rappresentavano già un’involuzione del federalismo imperiale romano-germanico, e i conseguenti irredentismi, hanno provocato sugli animi effetti dirompenti. Quale diabolico potere ha potuto trasformare tanto repentinamente uomini che lavoravano la terra, il legno e i metalli, da secoli, che nei cortei regali speravano di poter sfiorare il mantello del sovrano solo per buono auspicio, nella speranza di avere un buon raccolto, che consideravano il monarca alla stregua di ...Lex animata in terris, in fanatici del democratismo, del liberalismo, e persino del parlamentarismo? Come un continente di devoti cristiani ha potuto essere tramutato in una massa di atei straccioni da sobborgo parigino, ma sazia di diritti? Chi ha potuto così tanto?... Risposta elementare: il Capitale, cioè la sotterranea, infernale macchina alimentata dalla cospirazione ebraica.“Camminando così grado per grado in questa via, colla perseveranza che è la nostra grande virtù, noi respingeremo i cristiani e renderemo nulla la loro influenza. Noi detteremo al mondo ciò a cui deve credere, ciò che deve onorare e ciò che deve maledire. Forse alcune individualità si leveranno contro di noi, ma le masse docili e ignoranti ascolteranno noi e prenderanno le parti nostre. Una volta che saremo padroni assoluti della stampa, noi potremo mutare le idee che corrono circa l’onore, la virtù, la rettitudine del carattere, portando il primo colpo a quella istituzione tenuta fin qui per sacrosanta, la famiglia, e ne compiremo la distruzione. Noi potremo estirpare le credenze e la fede per tutto ciò che i nemici nostri, i cristiani, hanno fino a questo momento venerato...” (7).
Dopo il 70 dell’èra volgare, al sorgere della “luce” del Tâlmud prima e dello Shulchan Aruch poi, da Alessandria a Cordoba, da Napoli ad Amsterdam, dalla Polonia a Parigi, e infine a San Pietroburgo: queste le pietre miliari della bimillenaria marcia verso il dominio planetario della “stirpe eletta”.Aizzare la massa in nome della “libertà”, anzi tutto; abituarla alla disobbedienza; sventolarle dinanzi i feticci più incredibili, come quello della “sovranità popolare”; raccontarle la fandonia materialista, che la conoscenza è una semplice modificazione della materia e che anche lo spirito è riducibile a particelle atomiche. Dirle che il sovrano è solo un tiranno che vivacchia sui sacrifici dei proletari. Toglierle il Cielo e, per soprammercato, elagirle la banconota, raccontandole che essa è ricchezza in sè. Ecco gettare le basi per tutte le conquiste democratiche contemporanee: la Società delle Nazioni, l’ONU, la Fao, il Wwf, l’Unesco, la Nato, la Banca mondiale, il Fondo Monetario Internazionale...
Gli Stati moderni nascono col crisma della frode proprio perché essi sono la semplice negazione della realtà. Elargire sovranità al popolo, al popolo democratico soprattutto, significa elargirla a tutti, cioè a nessuno. È nascosta dietro a questa sottigliezza la grande truffa democratica, socialista e comunista, in rigoroso ordine sovversivo ascendente. Facendo piazza pulita del sistema gerarchico feudale, si annienta l’autorità reale e personale degli aristòcrati, la quale culmina nella persona realissima dell’Imperatore, per far posto a una burocrazia che sfocia nella pura astrazione, cioè nel nulla: la “sovranità popolare”! Come la banconota innesca la frode in campo economico, sostituendosi al bene reale, così la volontà popolare agisce nel medesimo verso sostituendosi all’autorità reale del signore feudale. Banconota e democrazia sono le due più grandi truffe concepite dall’internazionale ebraica, Sistemi ideati al solo scopo di defraudare l’umanità da ogni autentico bene, da ogni ricchezza reale, per far posto a degli spregevoli surrogati il cui fine ultimo consiste in una colossale privazione: indebitamento o elezione parlamentare che sia. Appare evidente che questo potere, senza il presupposto della segretezza, non avrebbe potuto autosostentarsi. La menzogna attecchisce là dove entità in consapevole malafede detengono il potere politico all’insaputa di quelle stesse masse di cui si fanno finte sostenitrici. Il concetto stesso di segretezza presuppone di un ordinamento sociale creato su basi cospirative: ma chi ha bisogno del segreto per governare? La verità esiste dove è assente la vergogna; la verità è evidenza, è luce solare, è manifestazione che non necessita di dissimulazione, altrimenti essa stessa verrebbe meno; l’espressione greca phainomenon infatti possiede il significato di “manifesto”, essa è l’atto stesso del “render chiaro”, del “delucidare”.Laddove attecchisce il segreto è perché esiste una più o meno discente vergogna, e la vergogna nasce là dove c’è il male. Qualunque potere costruito sulla dissimulazione, che ha come sua peculiarità intrinseca la necessità di occultarsi al consensum gentium, non può basarsi che sull’illegittimità. Tutte le menzogne su cui si sostiene il potere democratico non rappresentano degli incidenti di percorso, ma delle necessarie premesse. Ora non accade per imprevedibile casualità che le nazioni moderne fioriscano su un humus cospirativo, cioè sul fango della sedizione ebraica internazionale: la segretezza, infatti, è stata sempre una peculiarità fondante delle varie sette massonico-risorgimentali, carbonare, di “liberi muratori”...
Come spiegare l’apparente contraddizione di un massone come Luigi Napoleone, nipote del “Grande Corso”, il quale da presidente della repubblica francese diviene “imperatore” per volontà popolare, che in dispregio completo dei princìpi della Santa Alleanza muove guerra allo Czar, in Crimea, e per motivi incomprensibili al popolo francese? Non accade anche oggi qualcosa di simile, quando il ministro Kouchner tenta di convincere le masse parigine sulla “incombente minaccia nucleare iraniana”? È un vecchio cavallo di battaglia ebraico: convincere il mondo intero che i pericoli di israele rappresentino una minaccia reale per tutta l’umanità, in nome della quale si tiene la Terra in uno stato di guerra latente e permanente.
“Le figure più rappresentative della democrazia e del così detto libero pensiero non si sono ingannate circa il vero significato della guerra del 1853.Non vi hanno visto un conflitto simile ai tanti della storia, occasionato da un qualunque problema turco, ma lo scontro fra due mondi, il duello fra due dogmi fondamentali, “quello del cristianesimo barbaro d’Oriente contro la giovane fede sociale dell’Occidente civilizzato”, secondo le parole testuali del Michelet. Affrettiamoci a segnalare, che per una tale mentalità il cristianesimo era barbaro a Napoli, a Monaco e fin nella basilica di S.Pietro. Le Logge, le Borse e le banche erano, invece, i templi futuri dell’Occidente “civilizzato” ...la guerra di Crimea, opera del capitalismo, della democrazia, e del loro prodotto artificiale, che è il nazionalismo sovversivo e antitradizionale dei tempi moderni, ha inaugurato questo metodo nuovo, che doveva celebrare il suo trionfo con la prima guerra mondiale” (8).
Dopo avere eliminato dalla scena politica europea Nicola I, la Santa Alleanza si riduce alla sola Austria, questo “detrito medioevale” sopravvissuto in piena èra democratica. L’Austria della seconda metà dell’Ottocento rappresenta la perfetta antitesi dei democratismi risorgimentali e borghesi: essa è anzi tutto libera dall’indebitamento del capitale ebraico, è autenticamente cattolica, ed è sopra tutto l’ultimo vestigio del Sacro Romano Impero: insomma essa è l’incubo di Giuda. Inutile aggiungere che la letteratura post-risorgimentale concorre non poco a creare certo anti-germanesimo di comodo.Rendere odiosi i germani agli italici fu un’arte che annoverò svariati “patrioti”.La rivalutazione di ipotetici fasti comunali medioevali fu l’abile espediente della propaganda massonico-risorgimentale, un’esca che intrappolò uomini di genio i quali, in perfetta buona fede, prestarono il talento loro al Diavolo in persona. Il motivo di un’Europa monoliticamente compattata contro il “tiranno austriaco” annoverò taluni grandi come il Grossi, il D’Azeglio, il Berchet, l’Aleardi e lo stesso Prati (“Sin che al mio verde Tirolo è tolto/ veder l’arrivo delle tue squadre/ e con letizia di figlio in volto/, mia dolce Italia baciar la madre/; sin ch’io non odo le mute squille/, suonare a gloria per le mie ville .../ no, non son pago”).
Questa corrosiva opera di demolizione del concetto di Imperium parve arrestarsi solo al termine della Grande Guerra, quello stesso conflitto che ambienti massonico-risorgimentali italiani si intestardivano a voler chiamare ancora “quarta guerra d’indipendenza”.Il potere politico Grande-tedesco aveva dettato le regole per tutta la Confederazione germanica, una compagine retta da aristòcrati latifondisti e industriali che esercitavano una potestà di tipo patriarcale. L’Austria si componeva di comunità agricole multietniche all’interno delle quali il capitale ebraico aveva poco penetrazione: nè lamentele, nè scioperi, né scadenze creditizie turbavano l’operosità di un mondo che risultava odioso solamente ai corifei degli “immortali principî” parigini.
Queste comunità, soprattutto, non erano indebitate come gli Stati moderni, da qui la necessità di combatterle mortalmente con tutte le armi della propaganda di cui il capitalismo internazionale dispone, specialmente nelle province italiane. Come il potere dei pontefici del XIII secolo, nelle persone di Gregorio IX e Innocenzo IV, si era opposto all’ideale degli Hohenstaufen, a che Federico II non riunisse in un unicum territoriale la Sicilia dei suoi avi materni Normanni e la Germania, così il potere demoplutocratico onnipresente in Europa si è opposto e si oppone a un’autentica riconciliazione politico-culturale tra i popoli di Germania e d’Italia, come tutta la storia del Novecento dimostra. Italia e Germania sono state, da sempre, la spina dorsale dell’Impero, e l’Impero rappresenta il maximum degl’incubi dell’ebraismo internazionale. A partire dagli ultimi anni del XVIII secolo, quando nel reggiano sventolò per la prima volta il tricolore massonico come vessillo anti-austriaco, furono gettate le basi per la “risoluzione” di un problema di fatto inesistente: l’irredentismo. La tattica perseguita dalla sovversione fu quella di aizzare gli irredentismi delle Venezie, della Lombardia e della Toscana, facendo fraudolentemente apparire come una cosa sola la nuova idea nazionalista, democratico-liberale, in funzione anti-germanica; questa tattica si protrasse con l’ausilio di agenti opportunamente prescelti dall’epoca del Menotti a quella del Battisti. L’aspetto più odioso del Risorgimento italiano, che tradisce il giuoco segreto delle forze del sovvertimento mondiale, consiste nel fatto che si pervenne ad associare l’idea dell’unità nazionale italiana esclusivamente all’idea comunale, leghista e democratica, quest’ultima strettamente connessa alle nuove istanze divulgate Napoleone e dalla Rivoluzione francese, dopo avere avuto cura di cancellare dall’immaginario collettivo l’idea ghibellina e feudale, cioè il solo ideale autenticamente europeo risalente a Federico Ivon Hoehenstaufen. La sovversione anti-europea progredì nel suo compito grazie all’opera instancabile di un insospettabile alleato: Otto von Bismarck. Piegare l’ultimo Stato della Santa Alleanza con armi ancor più subdole di quelle usate contro la Russia e l’Austria fu il capolavoro del capitalismo apolide. Il Regno di Prussia, Stato di estrazione feudale, aveva accolto al proprio interno più agenti contaminanti dell’infezione moderna, tra i quali il protestantesimo e la massoneria. Fu Federico II von Hohenzollern che pronunciò la sinistra frase: “Il re è soltanto il primo servitore dello Stato”. Egli, infatti, era stato l’anfitrione di Voltaire ben prima che scoppiasse il bubbone rivoluzionario francese. “Se il principe non è più che il servitore dello Stato, concetto inafferrabile, e non il suo sovrano, non è più il servitore di Dio, ed è lo Stato a divenire Dio. Lo Stato capitalista e tributario del capitalismo è il vero regno di Mammona... Si preannuncia cioè l’avvento di uno Stato che vuole sostituirsi a Dio, essere al di sopra di tutto, per identificarsi al capitalismo che vuole asservire, allo sciovinismo che sa solo odiare, prima di divenire democrazia che rifiuta di servire Dio, per servire solo il popolo sacerdote di Mammona” (9).
In realtà la Prussia aprì le porte al capitalismo assai più velocemente di altri Stati germanici. La Prussia cedette al materialismo, benché il suo apparato militare fosse ancora saldamente in mano agli Junkers, dunque ad un’aristocrazia di tipo cavalleresco. Ma il peggio fu che l’intera Germania seguì l’esempio prussiano.
Essa, per mondarsi da questo errore, avrebbe dovuto attendere la più stupefacente manifestazione del Sacro degli ultimi settecento anni: la “Hierophania Hitleris”. Nel corso del Secondo Reich l’equilibrio esistente tra produzione e consumo fu sostituito dall’inflazione dei manufatti e dalla circolazione finanziaria progressivamente accelerata; a questa repentina ascesa borghese corrispose l’immiserimento del proletariato urbano, cioè degli ex contadini ed ex artigiani che erano stato costretti ad abbandonare le originarie comunità rurali perché attratti dal falso benessere urbano. Sotto il Bismarck, infatti, la popolazione berlinese crebbe fino a decuplicarsi. In perfetta buona fede, i Tedeschi cominciarono a fraintendere l’amor di patria con la ricchezza materiale, con l’espansionista imperialista, ma non si chiesero perché nessuno della loro cerchia familiare arricchisse, mentre il paese sembrava compiere questi presunti passi da gigante nel senso del progresso economico. Nemmeno si chiesero il perché di questa nuova necessità, un prurito che olezzava tanto da impostura capitalistica: la necessità di espandersi all’estero, la mania colonialista che somigliava tanto a uno spirito di emulazione di paturnie franco-inglesi, cioè giudaiche.
“Per rispondere a tali domande, ci si contentava di mettere tutto a carico della superpopolazione... eccesso di popolazione che avrebbe potuto riversarsi lentamente verso la Russia, dato che i governi di essa, allora, non ostacolavano ma anzi invogliavano un movimento del genere. Ciò non avrebbe nemmeno significato la perdita, per la Germania, di elementi tedeschi, dovendosi logicamente attendere che la Russia, per tal via, divenisse una zona di penetrazione germanica: gli emigrati tedeschi colonizzatori del vuoto moscovita avrebbero avuto, in un certo modo, la parte di pionieri dell’influenza germanica” (10).
Viene male al cuore quando si pensa alla bassissima densità demografica delle grandi e fertili pianure russe del primo Novecento, territori pressoché spopolati che avrebbero potuto garantire la prosperità di milioni di intraprendenti e onesti lavoratori europei, tedeschi in primis, se solo l’Europa occidentale non fosse divenuta insensibilmente, nel corso di quattro secoli, una specie di laboratorio per la sperimentazione del colonialismo più crudele. Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra, Francia: luoghi in cui meglio che altrove, a partire dal XV secolo, attecchisce e si sviluppa il virus capitalista moderno, alimentato dal colonialismo; luoghi dai quali una razza di parassiti apolidi avrebbe effettuato il grande salto verso le Americhe.
Bisognerebbe approfondire adeguatamente gli studi di economia politica (come insegna Werner Sombart, nel saggio “Gli ebrei e la vita economica”) per comprendere perché una certa specie umana, non potendo portare a compimento un’efficiente penetrazione economica nell’Est europeo, a causa della presenza della barriera cristiano-zarista, abbia deciso di puntare con ferrea determinazione i territori transoceanici. È per questa ragione sufficiente che qualcuno ha correttamente battezzato questo sinistro potere col nome di “talassocrazia”. La piaga nazionalista modernamente intesa nasce in Francia all’ombra del vessillo tricolore, ma essa è una scappatoia tattica che la sovversione usa indifferentemente insieme agli internazionalismi, e pro domo sua.




