



Maroni è un leghista, da quanndo roma ha fatto fondare a lui e bossi quella meravigliosa macchina da guerra che ha impedito alla Padania di essere indipendnete.
Maroni, sentendosi alla fine del suo periodo, non ha più pudore, una volta non si sarebbe pronunciato così apertammente contro l'indipendenza.
Si parla di autonomia, federalismo secondo i dettami dei satanisti che comandano la baracca.
Perchè sanno che se la Padania è indipendente non mantiene più roma.
O si taglia o il caos


MARONI: ''VOGLIO FARE IL REFERENDUM IN LOMBARDIA: STATUTO COME QUELLO SICILIANO!''
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15 settembre - Maroni: ''Quella sulla Lombardia a Statuto speciale come la Sicilia e' una battaglia da fare, perchè noi siamo più speciali della Sicilia, per quello che abbiamo fatto e per quello che stiamo continuando a fare, per cui non si capisce perchè il loro Statuto preveda che il 100% delle tasse resti ai Siciliani e qui non possiamo fare altrettanto. Per questo voglio sentire l'opinione dei cittadini lombardi su questo punto: siete d'accordo che anche la Lombardia abbia lo statuto speciale o no?''
E insiste.
Da un certo punto di vista però ha perfettamente ragione.
Lombardia e Sicilia sono identiche.
Entrambe in mano alla mafia.
Anche grazie alla Lega.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Indagato commissario Expo
Cantone:'Può essere problema'<img src="/webimages/img_210x145/2014/9/17/2c5dfc514a5a628cbacf1a514239da2f.jpg" alt=" (ANSA)" class="img-rf" width="210" height="145" />Lombardia.Contestate corruzione e turbativa d'asta ad Antonio Acerbo per l'appalto sulle 'Vie d'acqua'. Il pm: favorì l'imprenditore Maltauro
Acerbo.
Tipico cognome della Val Brembana.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Edilizia: in Lombardia in un anno hanno chiuso 2.500 imprese (2)
La Macroregione del fallimento.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Il fallimento della macroregione.
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Escluso da appalto, imprenditore si suicida
Aveva dimenticato di fornire fotocopia carta di identità![]()
Giovanni Scrizzi
Escluso dall'appalto del Comune di Pordenone per la gestione del Caffè Letterario, che conduceva da 12 anni, un imprenditore si è ucciso. Si tratta di Giovanni Scrizzi, 59 anni, di Pordenone, trovato morto a Cordenons, sul greto del fiume Meduna. Aveva dimenticato di inserire, in un'apposita busta, la fotocopia della carta d'identità. Il direttore generale del Comune ha definito "inevitabili" le procedure, ricordando che l'ente è sempre stato "conciliante", e esprimendo cordoglio.
IL COMUNE: PROCEDURE INEVITABILI "La procedura di gara è stata seguita in maniera ineccepibile e la mancanza del documento di identità è equiparabile, a termini di legge, all'assenza della firma, provocando l'irricevibilità dell'offerta". Lo ha fatto sapere all'ANSA il direttore generale del Comune di Pordenone, Primo Perosa, all'indomani del suicidio di Giovanni Scrizzi, l'imprenditore di 59 anni che si è tolto la vita dopo aver perso l'appalto per la gestione del Caffè Letterario che conduceva da 12 anni. L'esclusione è stata determinata dalla mancata inclusione della fotocopia della carta di identità in una delle tre buste che costituiscono il plico. "Il Comune di Pordenone è sempre stato conciliante - ha aggiunto Perosa - al punto che, in fase di predisposizione della gara, ha effettuato una perizia che riconosceva come i lavori eseguiti e gli arredi scelti in questi anni avessero garantito una miglioria al locale quantificata in circa 20 mila euro. In termini pratici - ha continuato il direttore generale - ciò di fatto faceva partire l'impresario da una situazione economica di favore, non avendo gli obblighi di investimento che invece tutti gli altri concorrenti si sarebbero dovuti accollare in caso di vittoria". Il direttore generale ha ricordato che le disposizioni relative ai lavori svolti nel locale "si possono evincere dal bando di gara, e confermano come l'atteggiamento dell'ente locale fosse conciliante. Anche nel momento dell'apertura delle offerte, invece che scartare la pratica, l'istanza è stata accolta con riserva. L'istruttoria è stata sottoposta al parere legale interno, ma non c'è stata la possibilità di riammetterla alla gara, per non danneggiare tutti gli altri aspiranti che invece avevano garantito il rispetto delle procedure imposte dalla normativa". "In questo momento delicato - ha concluso Perosa -, non si può che esprimere dolore per questo dramma, ma occorrere respingere fermamente qualsiasi addebito nei confronti dei funzionari che hanno coordinato la gara, il cui comportamento è stato legalmente impeccabile e umanamente conciliante, ma dove l'errore di un soggetto rischia di penalizzare un altro concorrente, che si è comportato secondo legge, non è possibile derogare".
Un'altra storia del brivido.
Da non dimenticare!
MAI!
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Patto stabilità: Maroni, porterò a Renzi il grido dei sindaci lombardi
"CONTINUA COSI?!"
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


Lettera a Bobo sul saccheggio fiscale della Lombardia
Caro Maroni, lo Stato ti impedisce persino di togliere la tassa di circolazione sui motorini. E tu non gli ricordi nemmeno quel 18% di reddito che non finisce né in "servizi", né in "ruberie" varie, ma semplicemente prende il volo. Son 60 miliardi l'anno...
di Marco Bassani
Durante la scorsa campagna elettorale ho avuto l’onore di dibattere con l’attuale presidente della Regione Lombardia. Io sostenevo quello che vado dicendo da un po’ di anni, ossia che non esiste alcun futuro per la nostra regione all’interno dello Stato italiano. Solo riappropriandosi di quei quasi sessanta miliardi di euro che sono il vero e proprio pizzo imposto da Roma sulla produttività dei lombardi si può uscire da una crisi di nome Italia.
La mia prima accusa nei confronti del partito dell’ex ministro degli interni era (ed è) di non avere fatto mai nulla per ridurre la taglia da pagare a Roma (nel corso dei governi a partecipazione leghista, infatti, non si nota alcuna decrescita della rapina fiscale). La seconda era (ed è), che in un quarto di secolo, non ha reso neanche edotti i lombardi di cosa accade alla ricchezza da loro prodotta. Il che si sostanzia in una critica complessiva di letterale imbecillità rispetto al più importante tema politico del nostro territorio: quel 18% di reddito che non finisce né in tasse per i “servizi”, né in “ruberie” varie, ma semplicemente prende il volo senza che vi sia alcuna spiegazione, né contestazione.
Roberto Maroni, dal canto suo, naturalmente respingeva le accuse e affermava che, proprio in ragione del mio estremismo “proprietarista” (ossia del fatto che sostenevo la ben bizzarra tesi che il 100% delle risorse prodotte dai lombardi dovessero restare nelle loro tasche e in subordine nel luogo in cui erano state originate), avrei dovuto appoggiare la sua candidatura. Il nostro attuale Presidente, infatti, dichiarava che la sua battaglia avrebbe condotto ad almeno il 75% delle tasse dei lombardi impiegate sul territorio, cosa che logicamente includeva la mia posizione. I calcoli più recenti mostrano, infatti, che solo una quota variabile dal 62 al 66 percento delle tasse pagate dai lombardi rimangono a casa, il che significa che ogni incremento dovrebbe far gongolare qualunque persona di buon senso.
Se la logica di Maroni non faceva una piega – e infatti un assetato gioirà se gli si promettono anche poche gocce d’acqua come un affamato per un tozzo di pane – ciò che faceva difetto era la ragione storica. Infatti, il problema sta proprio nella promessa. Seppure un tempo collocata saldamente nelle aree meno Mediterranee di questo sventurato Paese, la Lega ha sempre avuto tendenze “marinaresche” per quanto riguarda le promesse.
Nella storia la sua “ragione sociale”, l’unica cosa che ne giustificava l’esistenza, è stata per un lungo periodo la terra promessa del “federalismo”. Ma questo accadeva senza che i dirigenti avessero la benché minima idea degli immani problemi che una riforma federale avrebbe comportato. Convinti che per trasformare un Paese fra i più centralisti del mondo bastasse la buona volontà, i leghisti si lanciavano alla caccia di voti promettendo pomposamente una fesseria di nome “federalismo fiscale a Costituzione invariata”. Ricordo le dichiarazioni proprio di Roberto Maroni il giorno dell’affermazione elettorale leghista del 2008 (sembra passato un secolo): «E adesso c’è già l’articolato pronto per far passare il federalismo fiscale entro l’estate». A suo avviso con un paio di leggi ordinarie si poteva smantellare centocinquanta anni di centralismo burocratico-amministrativo. In realtà, il federalismo era il sogno dei militanti, l’auspicio degli elettori, ma si tramutava in oggetto di privata ironia da parte della piccolissima cerchia dei dirigenti che contano (un po’ come l’ideale della società senza classi fra i comunisti). E infatti lo scopo finale del partito veniva declinato in maniera sgangherata per oltre due decenni: macroregioni, indipendenza, devoluzione, regionalismo (blando e spinto). Nel contempo i leghisti più avveduti facevano il verso alla nota canzone di Mina intonando un “cadreghe, cadreghe, cadreghe, soltanto cadreghe, cadreghe tra noi”.
Il guaio è che ogni battaglia sposata dalla Lega non è mai stata né portata fino in fondo, né del tutto abbandonata. Su ogni grande o piccola questione politica, tolte forse staminali e matrimoni gay, la Lega può dire un “siamo qua noi”, un “ghe pensi mi” generalizzato. In un quarto di secolo ha sposato tutto senza mai dichiarare fallimento. È come un gioco dell’oca nel quale tutte le caselle sono occupate inutilmente e nessuno può più condurre battaglie politiche serie perché ormai puzzano di leghismo, ossia di stantio, di rodomontate, di un “basta tasse, basta Roma” che porta al doppio delle tasse e a tre volte tanta Roma. O il “basta migranti, basta euro” di oggi che si risolverà nell’invasione definitiva e realizzerà solo la seconda parte dello slogan, nel senso che – grazie a Roma e alla Lega – finiremo senza un euro.
Tornando al Presidente, sappiamo tutti che le sue promesse elettorali sono state da marinaio. Del 75% di tasse in Lombardia più non si ragiona e anche la carnevalata dello statuto speciale credo sia ormai accantonata.
Ma mi dicono che Roberto Maroni sia in rotta di collisone con Roma. Sui bolli dei motorini! Lo Stato italiano non gli ha neanche lasciato rimuovere la tassa di circolazione ai poveri residenti lombardi possessori di cinquantini. Chissà se Bobo nostro, per amore di 350mila persone, resisterà, o se il suo decretino farà la fine delle promesse elettorali e chinerà il capo anche su una bazzecola del genere?
Lettera a Bobo sul saccheggio fiscale della Lombardia | L'intraprendente


Giorgio e Clio a passeggio a Milano
Primopiano.In attesa del via dell'avvio del vertice Asem, il capo dello stato e la moglie tra le vie della città
Foto
Ennesima invasione.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.