Gas di scisto: prime diminuzioni negli Stati Uniti | Risorse Economia Ambiente
Gas di scisto: prime diminuzioni negli Stati Uniti
Pubblicato il ottobre 24, 2013| 3 commenti
Da “The Oil Man”. 1/10/2013 Traduzione di Massimiliano Rupalti (Peak & Transition Translators Team)E’ la che è cominciato il boom del gas di scisto. Ed è là che pare che il declino sembra cominciare. Il giacimento di Barnett e di Haynesville, nel sud degli Stati uniti, hanno superato il loro picco di produzione rispettivamente nel novembre e nel dicembre del 2011.
I pozzi di Barnett e Haynesville hanno finora fornito sin qui circa la metà della produzione americana di gas di scisto.
Lo sviluppo successivo del terzo giacimento nordamericano di gas di scisto, quello di Marcellus presso i monti Appalachi, compensa per ora il declino dei due precedenti. Il perseguimento dello sviluppo di Marcellus gioca un ruolo chiave per il mantenimento a livello di plateau della produzione totale di gas naturale negli Stati Uniti, stabile dall’inizio del 2012.
Evoluzione della produzione dei giacimenti di gas di scisto negli Stati Uniti, che costituiscono l’80% della produzione totale di gas di scisto. Fonte: J. David Hughes
La produzione di gas naturale del giacimento di Barnett, situato nel bel mezzo della vasta area urbana di Dallas Fort-Worth, in Texas, si è stabilizzata a 4,84 miliardi di piedi cubici in giugno, in diminuzione del 16,5% in un anno e del 20,5% su due anni. La prima corsa verso il gas di scisto è avvenuta qui, nel cuore dell’industria americana degli idrocarburi, grazie all’impennata dei prezzi dell’energia inizata all’inizio degli anni 2000.
Il giacimento di gas di scisto di Haynesville, a cavallo fra Texas e Louisiana, è stato il secondo ad essere sviluppato negli Stati Uniti, a partire dal 2009. Le sue estrazioni si sono ridotte di quasi un quinto dal momento del picco nel dicembre del 2011. La produzione dei pozzi situati in Louisiana ha subito un calo di non meno del 28% in solo un anno e mezzo, secondo i dati forniti da Washington.
Fonte: EIA
Indispensabile per estrarre il gas di scisto, la fratturazione della roccia non permette di liberare il gas se non all’interno di un perimetro ristretto intorno alla zona fratturata. Di conseguenza, la produzione di un pozzo di idrocarburi di scisto di solito raggiunge il proprio massimo di produzione alla sua apertura e declina quindi molto rapidamente, spesso dai primi mesi di estrazione. Per mantenere una produzione alta, è necessario perforare incessantemente dei nuovi pozzi, da dieci a cento volte in più che per il petrolio convenzionale, secondo la direzione del gruppo Total.
Il principale produttore del giacimento di Barnett, la compagnie Devon Energy, ha già fatto cinque impianti di perforazione quest’anno, contro i dieci del 2012. “La nostra produzione a Barnett rimane stabile soprattutto perché abbiamo preso delle misure per limitare i declini della produzione esistente”, ha detto nel mese di agosto il portavoce di Devon Energy. “Tuttavia, a causa della nostra attività di perforazione ridotta, ci aspettiamo di vedere la nostra produzione crollare nel corso del secondo semestre di quest’anno”, ha precisato.
La riduzione del numero di perforazioni è la conseguenza della combinazione di due fattori, uno economico e l’altro geologico: il declino dei prezzi del gas naturale dalla fine del 2011 (esso stesso provocato dal boom del gas di scisto) e la tendenza a dover perforare i nuovi pozzi nelle zone meno ricche di idrocarburi.
Chesapeake, uno dei leader del gas di scisto negli Stati uniti, lo scorso anno ha dovuto eliminare dai sui conti non meno di 4.600 miliardi di pidei cubici di riserve dette “provate”. Queste riserve, situate principalmente nei giacimenti di Barnett e Haynesville, costituivano poco meno di un quarto delle riserve totali rivendicate dalla compagnia.
Il caso della Chesapeake non è isolato.
Altri attori importanti, come BP e BHP Billiton, hanno ugualmente rivisto nettamente al ribasso nel 2012 la quantità annunciata delle loro riserve di gas di scisto. Ora è il turno della Shell, che ha espresso il desiderio di spendere i propri capitali in un altro giacimento di idrocarburi di scisto texano importante, Eagle Ford, dopo aver annunciato in luglio una forte riduzione dell’ammontare delle riserve di gas non convenzionale, riportava oggi il Financial Times.
La tendenza fa eco ad un grido d’allarme espresso l’anno scorso dal patron della Exxon, Rex Tillerson: “Non si fanno soldi, e tutto in perdita. (…) Stiamo perdendo anche la camicia [nella faccenda del gas naturale]“.
Ripartizione delle perforazioni nel giacimento texano di Barnett. I pozzi più produttivi, rappresentati dai puntini rossi, ricoprono le zone geologiche più ricche, gli “sweet spots”. Fonte: J. David Hugues
Vecchia storia naturale: come le altre specie animali, gli uomini hanno la tendenza a raccogliere prima i frutti più maturi ed a portata di mano. Il destino umano scorre lungo il pendio di minor resistenza, a volte perdendosi.
Gli “sweet spots”, le zone più ricche dei giacimenti di Barnett e di Haynesville sono già state perforate intensamente. Le perforazioni future rischiano di essere meno produttive e quindi meno redditizie: bisognerebbe che fossero allo stesso tempo più numerosi per sostituire i frutti migliori già raccolti.
Le estrazioni di gas dal giacimento di Haynesville sono cominciate a decrescere malgrado l’aumento del numero di pozzi:
Prosecuzione di un forte declino iniziato o stabilizzazione? Il futuro di Barnett e di Haynesville sarà ricco di insegnamenti su cosa attenderci in seguito sul boom del gas di scisto.
Per ora le opinioni sono divergenti, da un lato gli esperti che ritengono che i tempi migliori di quei giacimenti pionieri siano terminati, dall’altro coloro che valutano che i giacimenti siano ancora ben conservati, insistendo sulla “resilienza” dell’industria texana. Tuttavia, durante gli ultimi mesi, nella stampa americana nessuno si arrischia ad ipotizzare che il declino dei giacimenti di Barnett e di Haynesville possa essere reversibile.
Aprendo la prospettiva, sembra che per quanto visibile su scala mondiale i frutti migliori da aspettarsi dal boom del gas di scisto siano quelli che si stanno raccogliendo ora negli Stati Uniti.
In Polonia, paese annunciato come il più promettente d’Europa, i giganti americani Exxon, Talisman e Marathon Oil hanno gettato velocemente la spugna, lamentava a luglio The Economist. Il settimanale liberale inglese attribuisce la responsabilità alla burocrazia polacca, ma ammette anche che la geologia della Polonia si è rivelata “più difficile del previsto”. Le risorse polacche di gas di scisto si trovano sepolte più in profondità di quelle statunitensi. Una differenza che limita gravemente la redditività potenziale delle perforazioni.
In Cina, le importanti risorse potenziali sono ugualmente intrappolate a maggiore profondità che negli Stati Uniti, cosa che sembra gravare tanto quanto in Polonia sulla fattibilità dei progetti proposti, sottolinea oggi il New York Times. Inoltre, quelle risorse sono sparpagliate nel vasto territorio cinese e si trovano spesso in zone desolate difficili da raggiungere con le macchine pesanti necessarie per l’estrazione del gas di scisto, segnala l’agenzia Reuters.









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Nelle guerre e nei successivi trattati di pace c'è sempre una risorsa naturale nel mezzo, sia un giacimento da sfruttare, un gas da trasportare o un minerale da estrarre e utilizzare a fini commerciali. Ma ci sono anche scoperte e innovazioni che modificano indirettamente le strategie politiche, e di guerra, del paese che riesce a ottenerle e utilizzarle. Negli ultimi anni un fattore che può essere annoverato in quest'ultima categoria è lo shale gas, o gas di scisto, che si ottiene perforando il terreno per centinaia e centinaia di metri in profondità per poi spappolare le rocce con la tecnica del fracking per ottenere il gas che vi è racchiuso. Per l'economia Usa ha significato energia a basso costo e abbattimento delle emissioni di anidride carbonica, oltre a coltivare il sogno americano dell'indipendenza energetica. Tuttavia non sono mancati articoli di esperti che indicano il boom dello shale gas come la prossima bolla pronta a esaurirsi nel giro di pochi anni. Altri analisti, invece, vedono nello shale gas un fattore di futuro e progressivo disimpegno degli Usa dal Medioriente. Ma la pericolosità di questo gas non sta certo nelle strategie geopolitiche o nella possibile creazione di un nuovo boom speculativo. Lo shale gas, infatti, ha un fortissimo impatto ambientale dovuto alle tecniche di perforazione e spappolamento delle rocce (frantumazione idraulica detta fracking) ed è stato fin dall'inizio avversato dai gruppi ambientalisti. Nelle scorse settimane 


Mentre i governi occidentali discettano allegramente della "ripresa" che dovrebbe essere - ma non è - alle porte, il principale motore dell'economia globale, ovvero il petrolio, ha superato il "picco" (il massimo) della produzione possibile già nel 2012. Non significa che il petrolio è "finito", ma che l'estrazione giornaliera non riesce più a tenere il passo con la domanda. Persino in un periodo di crisi economica come l'attuale, in cui la domanda di energia è in calo o comunque minore. Quello che già ora manda per coprire la domanda viene coperto con l'aumento dell'estrazione di "petrolio non convenzionale", ovvero proveniente da sabbie e scisti bituminose (per esempio nello stato dell'Alberta, in Canada), Risorse note, ma certo non così grandi da poter supplire a lungo alla riduzione della produzione "normale", e diventate economicamente "appetibili" solo da quando il prezzo del greggio si è stabilizzato intorno ai 100 dllari al barile o più. Ora arriva la conferma del superamento del "picco" da parte di una vasta rete di geologi che monitorano l'andamento della produzione globale. Se una "ripresa" economica ci dovesse essere, farebbe esplodere la domanda di energia. Ma non c'è più la possibilità materiale di aumentare la produzione giornaliera. Gli effetti sono facilmente intuibili e ben descritte nell'articolo che qui riportiamo, postato ieri notte su ugobardi.blogspot.it tratto da
