Anche i cechi dicono no all’euro
15/05/2013 - A Praga così come nelle altre capitali i governi frenano l'adesione, obbligatoria, all'unione monetaria
I cechi dicono no all’euro con percentuali plebiscitari. Il governo di Praga è vincolato dai Trattati europei ad aderire alla moneta unica, ma al momento solo una minima frazione della sua popolazione vuole compiere questo passo. La crisi dell’euro e l’ostilità verso l’unione monetaria divampano anche all’Est Europa, come evidenziato anche dalle ultime scelte della Polonia.
NO DEI CECHI - L’euro non è molto popolare in questi giorni. Nella parte orientale dell’Ue non c’è la corsa all’ingresso alla moneta unica, prevista all’epoca dell’adesione del blocco degli ex paesi comunisti del Vecchio Continente. Solo una parte delle nazioni dell’Est Europa ha aderito all’unione valutaria, nonostante ciò fosse previsto dalla revisione dei Trattati, che vincolano i nuovi stati membri dell’Ue ad entrare nell’euro. Fino ad ora, rispetto al blocco originario dei dodici paesi che hanno introdotto la circolazione della moneta comune il primo gennaio del 2002, hanno aderito all’unione monetaria le isole Cipro e Malta, mentre dall’Est sono arrivati Slovenia, Slovacchia ed Estonia. Al momento l’eurocrisi ha fermato altri nuovi ingressi, a causa delle difficoltà politiche intercorse con le varie popolazioni dei paesi dell’Ue, spaventata dalle difficoltà di convivenza palesatesi nell’unione monetaria. In Repubblica Ceca l’arrivo dell’euro non appare imminente, valutando l’orientamento dell’opinione pubblica.L’ultima rilevazione di NMS Market Research evidenzia come ben il 77% della popolazione voglia mantenere la valuta nazionale, la corona, mentre solo il 7% è favorevole all’introduzione dell’euro.
GOVERNO DIVISO - Fino ad ora il governo di Praga non ha fissato alcuna data per il suo ingresso nell’eurozona, e non ha mostrato neanche l’intenzione di compiere questo passo, almeno per il prossimo futuro. Il capo del governo Petr Necas, il leader conservatore primo ministro della Repubblica Ceca dal 2010, ha spiegato come la mancata indicazione della data sia stata una scelta deliberata del suo esecutivo. Una delle ragioni di questa decisione è derivata anche dalle precedenti indicazioni di date dei precedenti governi, che poi non le hanno rispettate anche per mancanza di rispetto dei parametri di convergenza stabiliti dai Trattati. Il presidente della Repubblica Ceca, il progressista Milos Zeman, si è invece dichiarato favorevole all’ingresso nell’euro, però solo tra cinque anni. Una prospettiva temporale che lascia perplesso il governatore della Banca nazionale ceca, CNB, Miroslav Singer, che ha espresso più di un dubbio sull’abbandono della valuta nazionale.
EST PERPLESSO - L’istituto NMS Market Research ha effettuato la stessa rilevazione sull’euro in Slovacchia, il paese che ha adottato per penultimo la moneta unica, nel 2009. La nazione, nata da una consensuale separazione dalla Repubblica Ceca con la quale era stata unita per più di settant’anni nella Cecoslavacchia, stato fondato dopo la Prima Guerra Mondiale e proseguito anche durante il regime comunista. Nella Repubblica di Bratislava poco più di metà della popolazione è favorevole al mantenimento dell’euro, una percentuale pari al 51%. Un terzo degli slovacchi è invece contrario alla valuta unica, e vorrebbe tornare alla corona nazionale che è circolata dalla fondazione del paese dal 1993 al 2009. L’adozione della moneta unica degli slovacchi è uno dei motivi per i quali il paese più grande dell’Est Europa, la Polonia, è perplesso rispetto all’ingresso all’ingresso nell’eurozona. Molti slovacchi infatti si recano oltreconfine per far la spesa, sfruttando così i prezzi più bassi presenti in Polonia. La netta maggioranza dei polacchi è contraria all’adozione dell’euro, con percentuali, almeno in uno degli ultimi sondaggi effettuati sul tema, non troppo distanti dal plebiscito anti moneta unica dei cechi.
SFIDUCIA NELL’UE - I dati provenienti dalla Repubblica Ceca, dalla Polonia così come anche dalla Slovacchia confermano il quadro tracciato dall’indagine dell’istituto Pew sulla perplessità dei cittadini verso l’Unione europea e la sua moneta. La prestigiosa società demoscopica ha definito la Ue il nuovo uomo malato d’Europa, l’espressione anglosassone, “The sick man of Europe”, con la quale si definisce di solito il paese più problematico del Vecchio Continente, ruolo che negli ultimi anni è spettato all’Italia, alla Francia così come alla Germania ad inizio secolo. Nell’ultimo anno il calo delle opinioni favorevoli nei confronti dell’Unione europea così come della fiducia nel processo di integrazione economica è stato assai marcato, un evidente portato della crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2011 e poi deflagrata nella maxi recessione del 2012, che ha travolto molti paesi del Vecchio Continente.
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