[...] non sono affatto casuali i legami tra le divinità indoeuropee e la luce: l’italiano dio, il latino deus, il greco theos e il sanscrito dyaus derivano infatti tutti da un’unica radice che significa “luminoso” o “splendente”, e identificavano variamente il giorno (da cui il latino dies) ed il cielo.
I nomi comuni sono poi stati personificati nei nomi propri Dyaus Pitar indù, Zeus Pater greco, Deus Pater latino e Dio Padre italiano, che significano semplicemente “Padre Cielo” o, con una ulteriore ipostatizzazione, “Padre che sei nel Cielo”.
Leone Magno aveva dunque ragione di essere addolorato, perché recitando il Padre Nostro i Cristiani si rivolgono semplicemente a Giove, il cui nome Iove non è altro che l’ablativo di Iuppiter, a sua volta contrazione del vocativo Dyeu Pitar. Un minimo di linguistica basta dunque a smascherare l’anacronismo della fede in Dio Padre: cioè, in Padre Cielo, quello stesso che nella religione naturalistica del Rig Veda era sposato a Prithvi Mata, la “Madre Terra”, e aveva come figli il fuoco Agni e la pioggia Indra.
E mentre siamo in tema di oscure confusioni a proposito della luce e di Dio, tanto vale chiarire anche quella che ha portato invece a chiamare Lucifero il Diavolo. Per i Romani, infatti, Lucifero, “Portatore di Luce” (da lux, “luce”, e fero, “porto”), era semplicemente ciò che Fosforo (analogamente, da phos phero) era per i Greci: la Stella del Mattino, cioè Venere. E poiché, a parte il Sole e la Luna, essa è l’oggetto celeste più brillante insieme a Giove, ma essendo un pianeta interno non si vede di notte, le venne associato il mito secondo cui Lucifero era stato cacciato dal Cielo perché aveva voluto prendere il ruolo di Giove.




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