Sono stati tanti - un piccolo esercito - quelli che hanno pensato di poter spiegare a Umberto Bossi come comportarsi:
ma il leader leghista, per sua fortuna, ha sempre fatto di testa propria.
E così, da circa vent'anni, è in corso una cavalcata ormai epica: la prima fase di contrasto barbarico contro "Roma"; alcuni slogan obiettivamente geniali ("Roma Ladrona, la Lega non perdona", o l'indimenticabile manifesto sul Nord "gallina dalle uova d'oro", con tanto di massaia meridionale pronta a trafugare le uova); le disavventure di Tangentopoli brillantemente - e un po' fortunosamente - schivate; la prima intesa del '94 con Berlusconi, con successiva e traumatica rottura; la campagna "contro tutti" (ma funzionale al successo della sinistra) del '96; la nuova alleanza con Berlusconi fino ai giorni nostri, con il colpaccio dei quattro ministri al Governo, e una maggioranza politica quanto mai caratterizzata dall'impronta leghista.
E alle vicende più strettamente politiche si è accompagnata una storia personale - quella di Umberto Bossi - che tutti abbiamo imparato a conoscere meglio, ed anche ad ammirare: a partire dalla lezione di coraggio con cui il Senatur si è battuto contro una malattia feroce, e che però non è riuscito a fiaccarne lo spirito di combattente indomito.
Oggi i due alleati al Governo, il Pdl e la Lega, sanno che il tempo delle decisioni strategiche non è lontano:
finora, il centrodestra si è potuto giovare di una sinistra inesistente, ma, con la complicità di un autunno socialmente delicato e di una primavera che porterà con sé un insidioso turno regionale, le cose cambieranno.
Una fase così difficile non può essere affrontata con il copione di questa estate 2009:
un Pdl che si fa carico delle esigenze di tenuta della coalizione, ingoiando bocconi amari a Nord e a Sud;
e una Lega che invece impazza eccitando gli animi della sua tifoseria, e - più o meno esplicitamente - facendo circolare l'idea per cui se c'è qualcosa di buono nell'azione di Governo lo si deve alle forze padane, mentre tutte le poste negative di bilancio devono essere ascritte a "Roma".
Per il Pdl, in particolare, questa tenaglia è pericolosissima:
a Nord, la Lega alimenta la leggenda di un Governo condizionato dal Sud; mentre a Sud è forte la percezione di una Lega titolare di una "golden share" nordista nella maggioranza.
Morale?
A Berlusconi tocca il compito di condurre mediazioni estenuanti, e il Pdl paga un po' dappertutto dazio rispetto a chi - Lega o altri - gioca con spregiudicatezza la carta localista.
Non sarà facile correggere questa tendenza, né persuadere Bossi a rinunciare a uno stato di cose per lui favorevolissimo.
Eppure, il leader leghista sa di dover progettare il futuro, e sa anche che, una volta entrato a regime il federalismo fiscale, nei prossimi anni, non sarà facile giustificare l'"ubi consistam" di una forza insieme nazionale e territoriale, come la sua Lega di oggi: semmai, un po' tutti, Lega inclusa, dovranno allora caratterizzarsi per la capacità di esprimere buoni amministratori e "case history" di successo nella gestione di Comuni, Province e Regioni.
D'altra parte, il Pdl deve a sua volta definire il profilo di un partito nato appena cinque mesi fa, e che sta muovendo oggi i suoi primissimi passi organizzativi.
La fantasia di Berlusconi e Bossi potrebbe condurli ad una soluzione coraggiosa e utile per tutti: quella di costruire un rapporto simile al modello tedesco Cdu-Csu, nel quale una forza nazionale è strutturalmente collegata ad un partito bavarese dotato di un suo specifico profilo.
Non mancheranno, nel campo leghista e in quello berlusconiano, i contrari ("perderemmo l'autonomia", diranno le camicie verdi più battagliere; "saremmo ancora più condizionati dai leghisti", obietteranno da Roma in giù molti esponenti del Pdl):
eppure, i benefici sarebbero decisamente superiori ai costi per entrambi i contraenti del patto.
il VELINO Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale | L'aria che tira




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hefico:

