



Questa si chiama rettitudine.
.... In ogni caso poi è più libero chi non può perdere ciò che gli giova, di chi lo può perdere; ed è così più libero chi non può allontanarsi dalla rettitudine del non peccare, di chi può farlo. La capacità di peccare non aumenta, ma diminuisce la libertà; perciò non è parte o elemento della libertà. Il primo uomo ha ricevuto da Dio originariamente la rettitudine della volontà, cioè la giustizia. Avrebbe potuto e dovuto conservarla; ed a questo fine appunto gli fu data la libertà. La quale dunque non e arbitrio di indifferenza, cioè volontà che si decide indifferentemente tra il bene e il male; è la capacità positiva di conservare la giustizia originaria e di conservarla per la stessa giustizia, e non in vista di un motivo estraneo. Questo potere in cui consiste la libertà non viene perduto dall'uomo in nessun caso, e neppure con il peccato. Come chi non vede più un oggetto, conserva la capacità di vederlo perché il non vederlo dipende dalla lontananza dell'oggetto e non dalla perdita della vista; così la capacità di conservare la rettitudine della volontà permane nell'uomo anche attraverso il peccato ed entra in azione appena Dio restituisce la rettitudine della volontà all'uomo che l'ha perduta. Ora l'uomo può perderla solo per un atto della sua volontà e mai per cause esterne. Dio stesso non può toglierla all'uomo. Poiché essa consiste nel volere ciò che Dio vuole che si voglia, se Dio la togliesse all'uomo, non vorrebbe che l'uomo volesse quello che Egli vuole che voglia. Poiché questo è impensabile, Dio non può togliere all'uomo la volontà giusta; l'uomo solo può perderla. Niente è dunque più libero della volontà. A ciò non contraddice il detto biblico che l'uomo che pecca diventa «schiavo del peccato». Che diventi schiavo del peccato significa solo che perde la rettitudine della volontà e che non ha la capacità di riacquistarla, se non per dono gratuito di Dio. La servitù del peccato è l'impotentia non pecccandi: l'uomo che ha perduto la rettitudine della volontà non può non peccare, ma con ciò rimane libero, perché conserva la possibilità di conservare quella rettitudine, se essa gli viene ridata. Già risulta da questo che Anselmo, come S. Agostino, pone uno stretto rapporto tra la libertà umana e la grazia divina. Non c'è dubbio che la volontà vuole rettamente soltanto perché è retta. Ma come la vista non è buona perché vede bene, ma vede bene perché è buona, così la volontà non è retta perché vuole rettamente, ma vuole rettamente perché è retta. Ciò vuol dire che la volontà riceve la sua rettitudine, non da se stessa (dal momento che ogni suo singolo atto retto la presuppone) ma dalla grazia divina. L'ultima condizione della libertà umana è dunque la grazia divina. Come capacità di conservare la giustizia originaria, la libertà umana è condizionata dal possesso di questa giustizia; e tale possesso può venirle solo da Dio.
"Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson
"Se commettiamo ingiustizia, Dio ci lascerà senza musica" - Cassiodoro.


Ultima modifica di Edmond Dantès; 06-07-13 alle 09:48
"Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)




Tendo a pensare, senza nessuna intenzione di farne dottrina, che il libero arbitrio si conservi anche dopo la morte corporale, e che quindi l'anima che subisce il giudizio particolare abbia un'ultima possibilità di pentirsi dei suoi errori in vita, salvo quelli che abbiano compiuto i famosi peccati contro lo Spirito Santo, cioè roba molto, ma molto più grave di un rapporto extraconiugale o un furto.
A questo punto ci si può chiedere: una persona che dopo la morte corporale si trovi di fronte alla seconda persona della Trinità che gli mostra chiaramente tutta la sua vita spiegandogli gli errori e le conseguenze degli errori, potrebbe rifiutare ancora di pentirsi ?
Secondo me si, potrebbero esserci persone che rifiutano di riconoscersi nel torto persino di fronte a Dio, e che quindi vedranno la presenza di Dio come un dolore, in quanto gli ricorda costantemente gli errori che non vogliono riconoscere come tali. Queste persone potrebbero seriamente chiedere di essere private della vicinanza di Dio, e a quanto pare saranno esaudite. In effetti il fatto stesso di non riconoscersi in torto e implicitamente sostenere che sia Dio a non avere ragione potrebbe rientrare nei peccati contro lo Spirito.
Religione, Patria, Famiglia e Autogestione dei Mezzi di Produzione.


l'omissione di soccorso è sempre un danno, certo uno dovrebbe avere più cuore anche nei singoli casi, tuttavia non bisogna arrivare a giustificare l'accattonaggio
il modo migliore per aiutare un povero e cercare di dargli le condizioni per rialzarsi, noi nel nostro piccolo possiamo fare una minima parte, ma fregarci totalmente non possiamo e questo è già un atto verso la salvezza
(Gv 3, 20-21)
Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio


(Gv 3, 20-21)
Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio


Molto interessante Perseo.
Questo concetto che esprimi ha molto a che fare con il senso di profonda vergogna che l'anima purgante (ed è per questo che ci si deve emendare spogliandoci delle nefandezze) proverebbe nel mostrare, a chiunque lo possa percepire, gli abomini di cui si è macchiato su questa terra.
La funzione della sofferenza dovuta alla privazione diretta dell'amore di Dio, verrebbe penalmente assolta dal Purgatorio.
Ci si spoglia delle infamie come dei vestiti, pagando mediante la pena, in modo tale che l'imbarazzo ed il disagio che si proverebbe con quegli stracci addosso cadrebbe davanti alla lucentezza dell'essere oramai mondato.
Ultima modifica di Edmond Dantès; 06-07-13 alle 13:20
"Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)


“Homo faber fortunae suae”, diceva AppioClaudio!
In base a quello che tu dici, tutto è affidato esclusivamente alla nostra volontà e quindi il libero arbitrio è l’unico motore delle nostre scelte, senza condizionamenti o cause esterne.
Però mi chiedo: se, come tu scrivi, Dio ha infuso all’uomo una retta volontà, che mira al Bene, in quanto questo è ciò che lo stesso Dio “vuole che l’uomo voglia”, come può, l’uomo, volere qualcosa di diverso e di sbagliato, se in lui c’è, innata, la volontà divina di mirare al Bene?
Quali sono i motivi che possono cambiare la sua volontà, che deriva direttamente da Dio, se non sono riconosciute le cause esterne, che potrebbero contribuire a modificarla?


Perseo, condivido la tua tesi.
E’possibile che, il grande peccatore, al cospetto di Dio, riceva un’ultima possibilità di pentimento, ma nella sua arroganza, non voglia riconoscere le proprie colpe, rifiutando l’umiltà di chiedere perdono e persista nelle sue convinzioni, tanto da non temere di essere allontanato da Dio stesso, quasi desiderandolo.