di Mario Cervi
Potremmo cavarcela catalogando le ultime dichiarazioni e prese di posizione leghiste sotto la voce «Ferragosto».
Inserendole cioè in una spensieratezza vacanziera che contagia anche la politica.
O potremmo semplicemente rifarci al commento di Berlusconi secondo il quale Bossi «parla ai suoi», soprattutto quando straparla.
Il che è indiscutibilmente vero non soltanto per Bossi ma per ogni leader di partito.
Il peso che il Carroccio ha nella coalizione di governo, e la determinazione che dimostra nel proporre - e se gli riesce nell’imporre - le sue idee sconsigliano peraltro, a nostro avviso, una interpretazione stagionale e minimizzatrice del verbo leghista.
Sotto gli svolazzi del folklore sta la sostanza di questioni di primaria importanza per il presente e il futuro del Paese:
questioni storiche, questioni politiche, questioni economiche, questioni culturali.
Sì, Bossi si rivolge ai «suoi», ma attribuisce a questo termine una valenza particolare dicendo che «i padani sono 20-30 milioni, sono brava gente, ma non ci rompete...» con quel che segue.
Proprio perché parla ai «suoi» il Senatùr insiste sulle gabbie salariali che sono un tema fondamentale.
L’espressione è forse infelice, ma sintetizza brutalmente una situazione di disagio e d’ingiustizia che il Nord patisce e che non trova rimedio nelle frasi alate di rètori inneggianti all’Unità.
Queste sono, con tutti i loro eccessi, le grandi battaglie di cui la Lega è stata ed è protagonista, qualche volta vincendole.
Possiamo inserire tra le vittorie - benché vi sia avarizia di cifre convincenti e profusione di declamazioni stentoree - il federalismo fiscale.
Se si tratta di porre rimedio al centralismo obeso e torpido dello Stato italiano, la Lega compie un’azione meritoria.
La infioretta con slogan discutibili, ma possiamo perdonarglielo.
Così come possiamo capire - perché appartengono alla logica del potere - le contese con il Pdl per i governatorati padani.
In tanti non siamo invece disposti a perdonarle - Ferragosto o no - le invettive contro il tricolore o contro l’inno di Mameli.
E nemmeno le perdoniamo la legge sui dialetti che ha messo in cantiere e che vorrebbe addirittura far approvare in tempi brevi.
Una legge in forza della quale l’insegnamento dei dialetti sarebbe obbligatorio già nelle classi primarie.
È abbastanza singolare che questo progetto sia stato presentato dal ministro per la Semplificazione, Calderoli.
Il quale vorrebbe semplificare la vita di bambini e ragazzi che sanno male l’italiano e quasi per nulla le lingue straniere, aggiungendo al carico scolastico il bergamasco o il friulano.
Italo Bocchino, vicepresidente dei deputati del Pdl, avverte che la legge sui dialetti non fa parte del programma di centrodestra, e che i berlusconiani non sono disposti a votarla.
Sarebbe bene che ne fossero informati anche Bossi e Calderoli.
Ferragosto è alle spalle, e dovremo aspettare fino a ottobre per vedere Barbarossa, il film del riscatto leghista contro «Roma ladrona».
Nel frattempo occupiamoci di cose serie.
E Calderoli, più che ai dialetti, potrebbe riservare la sua attenzione di semplificatore ai testi ufficiali, il più delle volte bisognosi di traduzione a fianco.
In italiano.
sul IlGiornale.it - Le ultime notizie, attualità, politica, economia, meteo 17 08 09
saluti




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