Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Ghibellino
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    Predefinito L’Eurasiatismo kazaco


    Kazakistan tende ad autodefinirsi come un luogo in cui l’Oriente incontra l’Occidente, l’Europa si imbatte nell’Asia e dove gli scambi tra popoli sono da sempre prassi comune. Un Paese eurasiatico per spirito, geografia e cultura, a cavallo tra le aree culturali russa, islamica ed orientale, e la stessa Astana è stata definita dal presidente kazaco Nazarbaev come una sintesi di tradizionalismo asiatico e pragmatismo europeo[1]. Questa è l’essenza dell’eurasiatismo kazaco, che per il Paese delle steppe è allo stesso tempo un mezzo per costruire un’identità nazionale solida e comprensiva degli innumerevoli gruppi etnici che lo costituiscono, definire un proprio ruolo geopolitico nello spazio postsovietico e stabilire rapporti con la Russia nell’ottica di un superamento della dicotomia centro-periferia dell’epoca sovietica.
    L’eurasiatismo kazaco, se da un lato può considerarsi il frutto dell’adattamento dell’originale russo alla realtà del Paese asiatico, non di rado rivela peculiarità del tutto originali. Si tratta di un costrutto ideologico, i cui pilastri sono l’attivismo e la produzione saggistica di Nazarbaev, che ha contribuito a determinare la linea politica del Paese in questioni quali la politica estera, la gestione dei rapporti interetnici ed interreligiosi e la delicata questione linguistica. Il risultato è una forma di nazionalismo civico[2], la cui retorica va distinta tanto da quella del nazionalismo kazaco vero e proprio (i cosiddetti nazional-patrioti, fautori di uno Stato kazaco etnico nel quale, ad esempio, la lingua russa sia privata dello status di lingua ufficiale), quanto da quella dell’eurasiatismo russo “imperiale”, nella quale un ruolo preponderante viene svolto dal tema del recupero russo dello status di grande potenza. Ma è proprio da quest’ultimo, nonché dalle politiche di Putin volte al recupero di un’area d’influenza russa nel cosiddetto Estero Vicino (i Paesi dell’ex URSS con l’eccezione delle Repubbliche Baltiche), che l’eurasiatismo kazaco trae un’irrinunciabile linfa vitale. Allo stesso tempo, lo status di potenza regionale nell’Asia Centrale di cui gode oggi il Kazakistan e l’attivismo di Nazarbaev nell’integrazione economica dell’Estero Vicino sono due assi ai quali Putin difficilmente potrebbe rinunciare.
    L’opera di revisionismo storico compiuta dagli eurasiatisti russi va senza dubbio considerata uno dei fattori che hanno aperto la strada all’eurasiatismo kazaco (oltre che nel favorire la comprensione tra i due popoli). La storiografia tradizionale tendeva a ricostruire la storia russa usando la triangolazione Rus’di Kiev – Principato di Moscovia – Impero Russo con capitale San Pietroburgo, mentre riguardo al periodo dell’Orda d’Oro, della quale i Kazaki sono discendenti diretti, non era infrequente leggere affermazioni, su avviso di chi scrive, antistoriche, come quella secondo cui “se non ci fosse stata la dominazione mongola, la Russia, forte delle sue origini e nutrita dalla tradizione bizantina, sarebbe diventata un faro di civiltà per l’Europa e il mondo intero”[3]. Per gli eurasiatisti, al contrario, fu proprio l’Orda d’Oro, attraverso i processi paralleli di russificazione dei popoli turanici[4] e di turanizzazione della Russia, a consegnare in eredità alla Grande Madre quell’universalismo di civiltà che le avrebbe consentito di diventare il grande impero eurasiatico nel quale si è trasformata[5]. Lev Gumilëv, il padre del neoeurasiatismo, dedicò poi numerosi studi ai popoli turchi[6]. Non c’è da sorprendersi se questi abbia tuttora una forte popolarità in Kazakistan, dove le sue opere (come in molti altri Paesi dell’ex URSS) sono ampiamente studiate. La stessa Università di Astana, la maggiore del Paese, nella quale è stato fondato un importante Centro Eurasiatista, é stata intitolata a Gumilëv, e i riferimenti a Gumilëv nei discorsi del presidente kazaco Nazarbaev sono tutt’altro che infrequenti[7].
    Sul tema del revisionismo storico nell’ambito dei rapporti tra Russia e popoli delle steppe (Mongoli, Tatari ecc.) non si può non menzionare Olžas Sulejmenov, poeta, scrittore e saggista kazaco di lingua russa tuttora in attività e con un passato di attivista politico (è stato leader del movimento Nevada-Semipalatinsk che nel 1991 ha chiesto, ed ottenuto, la chiusura del famigerato poligono nucleare che sorgeva nelle steppe a sud della città). Sulejmenov è ricordato soprattutto per aver scritto Az i Ja, opera nella quale viene fatta un’interpretazione del tutto originale, persino opposta a quella tradizionale, del Canto della Schiera di Igor, il poema nazionale russo. Tradizionalmente, infatti, si vedeva nel componimento un appello all’unità dei Russi contro l’invasore delle steppe (nello specifico si trattava dei Cumani, un popolo nomade di stirpe turca). Rinvenendovi numerose parole turche o comunque di tale origine, Sulejmenov osservò come il poema era al contrario la prova di una simbiosi tra Russi e popoli turchi preesistente all’arrivo dell’Orda d’Oro[8]. Pur trattandosi di una delle interpretazioni più discusse mai avanzate sul Canto (sulla cui autenticità, peraltro, ancor oggi non mancano i dubbi), questa è senza dubbio meritevole di menzione, in quanto rappresenta un esempio di eurasiatismo “dal basso”. Qui, infatti, non troviamo un russo che riconosce l’influsso sulla propria cultura operato dai popoli turchi, bensì un kazaco, e quindi un turco, che rivendica l’influenza della propria cultura sulla Russia. Un eurasiatismo rovesciato che trovò espressione nella proposta dello stesso Sulejmenov, due anni dopo la caduta dell’URSS, di creare “un’unione tra Russia e Kazakistan dove siano superati il ruolo di metropolitana per la Russia e la dipendenza coloniale del Kazakistan”[9]. Proposta che rispecchiava l’ambizione, tipica degli eurasiatisti kazaki, di un rapporto alla pari con la Russia, ma che tuttavia è (al momento) rimasta sulla carta.
    Un destino non condiviso dal progetto che Nazarbaev avanzò nel 1994: la creazione di un’Unione Eurasiatica. Si trattò della prima proposta di tal genere fatta da un Capo di Stato di un Paese ex sovietico dopo la fine dell’URSS. Nazarbaev, per la sua Unione Eurasiatica, proponeva qualcosa di non molto dissimile dall’attuale Unione Europea, ma in una prospettiva generale non poco differente: l’obiettivo dichiarato era, infatti, l’integrazione solo economica, e non politica, tra i Paesi partecipanti. Nessuno Stato federale eurasiatico all’orizzonte, quindi. Tra i principali aspetti dell’Unione proposta da Nazarbaev vanno sottolineati l’uso del russo come lingua di lavoro, la rotazione della presidenza, l’impiego di una valuta comune, la creazione organi di governo sovranazionali, procedure semplificate per il cambio di cittadinanza e l’istituzione di una capitale (Nazarbaev propose Kazan’ o Samara). Il Presidente kazaco approfondì la sua idea nel saggio L’Unione Eurasiatica: idee, prassi e prospettive, pubblicato nel 1997.
    Anche questa proposta, all’inizio, sembrò destinata a rimanere lettera morta. La natura della CSI era quella di un organo di transizione che consentisse ai Paesi membri di ridurre gradualmente la loro interdipendenza, più che di un percorso verso una meta comune, e i Paesi ex sovietici si dimostrarono all’epoca poco interessati, se non decisamente contrari, a portare avanti un progetto di integrazione che avrebbe dovuto coinvolgere anche la Russia. Persino quest’ultima, titubante su quale strategia politica adottare, mostrò scarso interesse per la proposta. Nel 1995 Russia, Bielorussia e Kazakistan firmarono un accordo per la creazione di un’Unione Doganale. Fu in apparenza di un passo in avanti lungo il cammino voluto da Nazarbaev, ma l’Unione fallì dopo appena qualche mese a causa delle pressioni di alcune lobbies russe, che chiedevano una revisione delle tariffe doganali comuni[10]. Più proficua fu invece la cooperazione militare: già nel 1992 sei Paesi della CSI avevano firmato il Trattato di Taškent per la Sicurezza Collettiva, trasformatosi nel 1999 nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, meglio noto con l’acronimo inglese CSTO[11]. L’elezione di Putin, ben più interessato del predecessore alla proposta di Nazarbaev, si è rivelata un deciso cambiamento di rotta. Già nel 2000 nacque l’EurAsEC (Comunità Economica Eurasiatica), composta da Russia, Kazakistan, Bielorussia, Kirghizistan e Tagikistan, il cui scopo era l’integrazione economica tra gli Stati membri. Integrazione che, negli ultimi anni, ha subito una decisa accelerazione: se al 2009 risalgono la creazione di un fondo anticrisi all’interno dell’EurAsEC e la firma dell’accordo per la nascita di un’Unione Doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan, entrata in vigore il 1°luglio 2010[12], nel 2012 è entrato in vigore lo Spazio Economico Unico, che consiste principalmente in un mercato unico di beni, servizi, capitale e lavoro tra gli Stati dell’Unione Doganale[13]. Ed ora già si parla di allargamento dell’Unione Doganale (la prossima adesione, prevista per il 2015, sarà quella del Kirghizistan[14]) e persino di una moneta unica, che verosimilmente si chiamerà altyn[15]. Il nome di un’antica moneta russa, ma anche il termine che designa l’oro in alcune lingue turche, tra cui il kazaco; un nome, quindi, in pieno spirito eurasiatico.
    L’integrazione eurasiatica è senza dubbio il successo più notevole dell’eurasiatismo kazaco. Aleksandr Dugin, uno dei massimi esponenti del neoeurasiatismo russo, ha scritto un libro su La missione eurasiatica di Nursultan Nazarbaev (trad. it. Edizioni all’insegna del Veltro 2012). Tuttavia non vanno dimenticati i temi della stabilità interetnica e della costruzione dell’identità nazionale in un Paese dove la quota percentuale dell’etnia titolare, pur in progressivo aumento, ancor oggi supera di poco il 60%. Un traguardo, quello della stabilità interetnica e della costruzione di un’identità “kazakistana”, ossia comprensiva di tutti i gruppi etnici del Paese (e, quindi, non solo i Kazaki etnici) che si punta a raggiungere attraverso l’applicazione alla realtà kazaca della dottrina dei “diritti dei popoli” del politologo russo Aleksandr Panarin, importante esponente del neo-eurasiatismo russo. Si tratta di un concetto ben distinto da quello di “diritti individuali” tipico delle società occidentali, nelle quali sono questi ultimi vengono riconosciuti e tutelati, mentre, al contrario, il diritto di vivere secondo i dettami della propria cultura viene spesso relegato ad un ambito strettamente privato[16]. Panarin al contrario teorizza la tolleranza delle diversità etniche, culturali e religiose, coniugandola con un sistema politico di tipo autoritario che non consente alcuna opposizione[17]. Si tratta di un elemento tipico dei grandi Stati multinazionali dell’Eurasia (qualcosa di simile, però, la troviamo anche nel Libro Bianco di Singapore[18]) e che è di fatto alla base delle politiche del Kazakistan verso le proprie minoranze etniche. Il Natale ortodosso, ad esempio, è una festa nazionale assieme al Giorno dei Sacrifici musulmano. Le minoranze etnico-linguistiche del Paese possono contare su numerose scuole in cui si insegna nelle lingue delle minoranze. Esiste inoltre un’Assemblea dei Popoli del Kazakistan, un organo consultivo che si occupa di discutere i problemi derivanti dalle questioni etniche (e nel quale Kazaki e Russi sono sottorappresentati per consentire la presenza di un maggior numero di gruppi etnici)[19], e ogni tre anni, ad Astana, si tiene il Forum Mondiale delle Religioni Tradizionali.
    Va sottolineato, però, che il concetto di “diritti dei popoli”, nella sua applicazione alla realtà kazaca, ed il tema della tolleranza interetnica, interlinguistica ed interreligiosa non sono incompatibili con la presenza di un primus inter pares tra i gruppi etnici. E a svolgere questo ruolo è, chiaramente, il popolo kazaco. Di fatto ciò non implica alcuna corsia preferenziale per l’etnia kazaca, ma fa sì che questa divenga destinataria della gratitudine delle minoranze per essere state “caldamente accolte dai locali malgrado le loro sofferenze”, come ha scritto il russo etnico Oleg Dymov, membro dell’Assemblea dei Popoli del Kazakistan, nella sua opera Il calore della terra kazaca[20]. Né riesce del tutto a nascondere il peso inevitabile della retorica e dell’idealizzazione: il Kazakistan, infatti, non è privo di divergenze riguardanti questioni etnico-linguistiche, e particolarmente sentite sono quelle tra i kazaki (etnici) di lingua russa e quelli di lingua kazaca. Eppure l’idea secondo cui il Kazakistan sarebbe, all’interno dello spazio ex-sovietico, un’oasi di concordia interetnica ed interreligiosa non è troppo distante dalla realtà.




    [1] ?????? ????? ???????? - YouTube (video di presentazione di Astana dal titolo di Astana, gorod budušego, ossia Astana, la città del futuro)

    [2] Il nazionalismo civico è un tipo di nazionalismo che mette in primo piano gli interessi dello Stato, a differenza del nazionalismo etnico che invece punta a dare la primazia ad un determinato popolo.

    [3] La dominazione mongola. L?invasione: La Voce della Russia

    [4] I popoli turanici sono i popoli parlanti una lingua uralo-altaica, ossia gli ugrofinnici (finlandesi, estoni, ungheresi ecc.), i turchi, i mongoli, i manciù-tungusi e secondo alcuni anche i coreani e i giapponesi (fonte: Enciclopedia Treccani, voci Panturanismo e Lingue Uralo-Altaiche)

    [5] Marlène Laruelle, Russian Eurasianism: an Ideology of Empire, p.42

    [6] Ibidem, p.59

    [7] Ibidem, p.10

    [8] Marlène Laruelle, Russian Eurasianism: an Ideology of Empire, p.174

    [9] Bhavna Dave, Kazakhstan: Ethnicity, Language and Power, p.10

    [10] Forex ???? » ?????? ????? ?????

    [11] Collective Security: A Timeline | Foreign Policy Blogs

    [12] russia, belarus and kazakhstan agree on customs union, 5 December 2009

    [13] ???????

    [14] ??????? ????????? ???? ???????? ??????????? ? ?????????? ????. ?????. Tengrinews.kz

    [15] alero2011 - ??????????? ?????. ??? ???????

    [16] Ad esempio, in un sistema di tipo occidentale non è possibile per un musulmano avere più mogli, oppure per una comunità di indù di organizzarsi secondo il tradizionale sistema di caste.

    [17] Marlène Laruelle, Russian Eurasianism: an Ideology of Empire, p.97

    [18] Samuel P.Huntington, Lo Scontro di Civiltà, p.476

    [19] Marlène Laruelle, Russian Eurasianism: an Ideology of Empire, p.182

    [20] Ibidem

    http://www.eurasia-rivista.org/leura...-kazaco/18586/
    Ultima modifica di Gianky; 06-07-13 alle 14:05
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  2. #2
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    Predefinito Re: L’Eurasiatismo kazaco

    I kazaki sono una tribùo di mongoli, che al massimo si possono vantare di essere stati vassalli dei mongoli veri e cazzuti. Devono ringraziare di avere 1/3 della popolazione di origine europea. (russi, ucraini ed armeni)
    Ultima modifica di Juv; 06-07-13 alle 14:33
    "Insomma se è in gamba, ti porta l'aereo così basso.. ehehehe...
    Lei dovrebbe vederlo, è uno spettacolo: un gigante come il B-52.... BHOOAAAMMM!!!!.. con i gas di scarico t'arrostisce le oche vive!!"

  3. #3
    Ghibellino
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    Predefinito Re: L’Eurasiatismo kazaco

    In questi giorni strimpellazzano l’arpa della ‘liberty&democracy’ i vari striduli dirittumanitaristi a propulsione nucleare, questa volta contro l’ennesimo ‘amico di Berlusconi’, l’ennesimo ‘feroce dittatore sanguinario’, il Presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbaev.
    Il beniamino e l’icona per cui si mobilitano i tonitruanti araldi del dirittumanitarismo bombarolo e atlantista, i vocianti fidanzatini di Yoani 5000plus Sanchez e le scatenate odalische del Jihad Niqab di casa nostra non è Inna Shavchenko, la tettaintesta delle Femen, che ha trovato asilo nella Francia ‘moscia e frocia’ del roseo e vile presidentucolo francese Hollande protettore dei perseguitati con pedigree atlantista, persecutore di sanguinari dittatori come Evo Morales, e fustigatore di traditori … degli USA, come Edward Snowden.
    Allibita e invidiosa, la classucola politicante italidiota non volendo essere da meno, come insegnano le sabbie libiche, si è scagliata contro il vice-Berlusconi governativo, Angelino Alfano. Che altro ha fatto di così orribile costui? Il 29 maggio scorso, Angelino ha autorizzato il rimpatrio di Alma Shalabaeva e di sua figlia Alua. Alma Shalabaeva è la moglie di Mukhtar Abljazov, che il noto fogliaccio elettronico disinformativo-fuffistico Yahoo!-News dipinge quale angelico “dissidente kazako e strenuo oppositore del dittatore Nursultan Nazarbaev”. Ovvio ritornello: gli amici dell’occidente sono sempre oppositori di qualche orrido dittatore, come appunto divulgato dalla solita orrida fuffa pseudo-informativa degli scribacchini in malafede della redazione di Yahoo!-News… Questo vicenda rischierebbe, secondo gli strombettieri del bombardamento umanitario, di causare un “incidente diplomatico di ampio respiro”…, ma con chi? Con l’UNHCR, l’agenzia ONU che si occupa dei rifugiati, ovvero l’ente di beneficenza che ha favorito la carriera della ricca nullafacente Laura Boldrini. Lasciamo perdere!
    Invece, un incidente ci sarebbe stato se Roma non avesse risposto alle richieste di Astana, poiché il ‘perseguitato politico’ in questione, appunto Mukhtar Abljazov, è sì ben perseguitato in Kazakhstan, Paese da cui è fuggito. Ma è fuggito nel Regno Unito dopo aver sottratto diversi miliardi di dollari della BTA Bank, la banca che aveva contribuito a fondare in Kazakhstan grazie alla privatizzazione di una ex-banca pubblica. In sostanza, Abljazov è l’ennesimo speculatore che ha saccheggiato l’economia di una delle Repubbliche dell’ex-URSS. Ed infatti, per far comprendere chi detta i toni di quest’ennesima storielletta sui ‘diritti umani violati’, ecco Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), la radio gestita dalla CIA e da George Soros, elogiare l’eroica figura di Abljazov, ex-tecnocrate del processo avviato da Nursultan Nazarbaev, presidente del Kazakhstan, per modernizzare la nazione: “Abljazov a gli altri avevano rotto i ranghi, adducendo a motivo il disincanto per la corruzione endemica che prosperava nelle cerchie che si muovevano attorno a Nazarbaev”. Va ricordato che Nazarbaev, una decina di anni fa, espulse tutte le ONG legate agli USA e allo speculatore miliardario statunitense George Soros, da cui l’acrimonia di questi paladini della ‘democracy&liberty’ e dei relativi dipendenti verso Nazarbaev e il Kazakhstan.
    Nel novembre 2001, Abljazov e altri suoi colleghi banchieri fondarono la Democratic Choice of Kazakhstan (DCK), movimento di opposizione al governo Nazarbaev. La DCK era composta da boss politici e ricchi affaristi che rivendicavano soprattutto il ‘decentramento del potere politico’, ovvero la balcanizzazione del Kazakhstan. Nel luglio 2002, Abljazov fu dichiarato colpevole di “abuso di potere compiuto in qualità di ministro” (accusa più che fondata, vista la carriera successiva di questo ennesimo eroe di cartone della democracy-export) e condannato a sei anni di prigione. Ovviamente i soliti Parlamento europeo e Amnesty International si mobilitarono, su ordine di Soros, per salvare la quinta colonna statunitense in Kazakhstan. Comunque, il ‘perseguitato politico’ Abljazov, già nel 2003 era a Mosca, e nel periodo 2005-2009 fu il presidente del consiglio di amministrazione della BTA Bank. Insomma, contrariamente a quello che ci raccontano e ci racconteranno le varie agenzie di propaganda atlantiste, Abljazov non è mai stato in carcere; anzi Abljazov avrebbe speso “milioni di dollari per finanziare gruppi di opposizione e mass media indipendenti” in Kazakhstan, secondo un altro agente d’influenza al servizio di Washington, Evgenij Zhovtis, capo del Kazakhstan International Bureau for Human Rights and Rule of Law.
    Con Abljazov, i prestiti effettuati dalla BTA Bank dal 2005 al 2009 crebbero rapidamente, ma non altrettanto i depositi bancari, trascinando la banca nell’insolvenza. Tra il 2003 e il 2007, i crediti insoluti della BTA Bank crebbero del 1.100%.
    Il 24 marzo 2009, appena essersi cautelativamente nascosto a Londra, la BTA Bank intraprese contro di lui un procedimento legale presso l’Alta Corte del Regno Unito, accusando Abljazov di appropriazione indebita durante la sua direzione della BTA Bank. E l’Alta Corte inglese riconobbe le ragioni delle accuse congelando tutti i beni di Abljazov e confiscandogli il passaporto. Nel 2010, anche la Russia emise nei suoi confronti un mandato di arresto per reati finanziari, tra cui una truffa da 5 miliardi di dollari, inserendolo nella lista dei ricercati internazionali. Insomma Abljazov è oggetto di sette azioni legali presso l’Alta Corte inglese, per la sottrazione in totale di 9 miliardi di dollari. Nell’ottobre 2010, Abljazov perse la battaglia legale per sottrarre i suoi beni dal regime di amministrazione controllata. La sentenza stabiliva che non si poteva fare affidamento sul fatto che Abljazov non avrebbe dissolto i suoi beni prima del processo. Ovviamente Abljazov accusò Nazarbaev per i suoi crimini finanziari, senza convincere i tribunali inglesi. Nel febbraio 2011, Abljazov perse un’altra causa legale, chiedendo il rigetto del risarcimento richiesto dalla BTA Bank. Il giudice stabilì che Abljazov non poteva camuffarsi da vittima di un presunto complotto del presidente del Kazakhstan, solo per schivare l’accusa di appropriazione indebita di almeno 4 miliardi di dollari. “Le pretese provengono dalla banca. Non sono pretese del governo del Kazakhstan, del quale si dice aver avuto un ruolo nel determinare la nazionalizzazione (della BTA Bank) in spregio alle regole del diritto internazionale e ai diritti umani”.
    Ma nonostante tutto, e forse grazie al fatto di aver formulato accuse indimostrate contro Nazarbaev, Abljazov si vide attribuire l’asilo politico nel Regno Unito. La richiesta di estradizione proveniente dal Kazakhstan fu quindi ignorata. Nel novembre 2012, una corte britannica ingiunse ad Abljazov di versare 1,63 miliardi di dollari e relativi interessi, disponendo “contro Abljazov nuovi blocchi giudiziari dei beni per un ammontare illimitato e nuovi ordini di blocco in relazione ad alcuni altri imputati“. Difatti Abljazov vive a Londra in una casa di lusso, protetto dall’imperialismo inglese in vista di future possibili rivoluzioni colorate in Asia centrale. In effetti, la vicenda del rimpatrio da Roma della moglie e della figlia del bancarottiere ‘democratico’, non a caso viene collegata, proprio dalla stampa inglese, ai buoni rapporti economico-commerciali che l’Italia ha stabilito con il Kazakhstan. Un nuovo tentativo di far subire all’Italia un’altra debacle strategica, e questa volta mortale, poiché dopo la Libia, restano all’Italia quali fonti energetiche disponibili l’Algeria e il Kazakhstan, appunto. L’inconsistenza di questo governo, pieno di anime belle e guidato da una nullità come Enrico Letta, nipotino di suo zio Gianni, non promettono nulla di buono per il Paese.
    Abljazov, infatti, attraverso un’intervista a La Stampa del 5 luglio 2013, ha chiesto ad Enrico Letta di far luce sull’episodio. Il servizievole Presidente del Consiglio dei ministri non si è fatto attendere nel rispondere positivamente alle pretese del criminale protetto da Londra. Il premier ha dichiarato di aver chiesto privatamente delucidazioni al ministro dell’Interno e vicepremier Angelino Alfano. Non avendo ottenuto risposta, Letta ha reiterato la richiesta pubblicamente. Emma Bonino, ministro degli Esteri, ha definito la vicenda una “figura miserabile” per l’Italia, opportunamente dimentica la figura miserabile racimolata da lei e dal suo governo con il Presidente boliviano Evo Morales, al cui velivolo hanno negato il passaggio nello spazio aereo italiano. Ma si sa, nel canile italiano i cagnetti dirittumanitaristi vengono addestrati ad eseguire gli ordini del padrone e a ringhiare contro i suoi nemici. Compiti in cui eccellono i meticci di sinistra. Note:
    Kazakh Banker Loses Courtroom Battle Over Assets – The Guardian
    Ablyazov Loses U.K. Appeal Over Control of $5 Billion – Bloomberg Businessweek
    BTA Bank Wins Court Bid to Block Ex-Chairman’s Conspiracy Claim – Bloomberg
    BTA Bank: Court Rules Against Ablyazov in $2 bln Suit – The Gazette of Central Asia
    Russia to enter ex-head of Kazakh bank on intl wanted list – Interfax
    Ex-bank chief in ‘world’s biggest fraud’ case must surrender £4bn – The Evening Standard
    Why did Italy extradite Ablyazov’s wife? – Financial TimesAlessandro Lattanzio

    L?oligarca processato, i noti amici e Letta - Stato & Potenza
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    Predefinito Re: L’Eurasiatismo kazaco

    Karachaganak è un giacimento giant che produce petrolio, condensati e gas naturale con riserve recuperabili stimate in 5 miliardi di boe. La produzione di Karachaganak nell'anno è stata di 239 mila barili/giorno di liquidi (64 mila in quota Eni) e 24 milioni di metri cubi/giorno di gas naturale (circa 7 milioni in quota Eni).
    San Donato Milanese (Milano), 28 giugno 2012 – Eni informa che l'accordo firmato ad Astana lo scorso 14 dicembre tra le società del consorzio Karachaganak Petroleum Operating (KPO) e la Repubblica del Kazakhstan è divenuto oggi effettivo.
    Tale accordo sancisce la chiusura di tutti i contenziosi in corso tra le parti, l'ingresso nel consorzio della compagnia di stato kazaka KazMunaiGaz (KMG) con una partecipazione del 10% rilasciata pro quota dagli attuali partner e la messa a disposizione, da parte di KMG, di una capacità di trasporto fino a 2 milioni di tonnellate all'anno nell'oleodotto CPC. I termini economici e finanziari che regolano l'accordo sono gli stessi già precedentemente annunciati.
    L'ingresso di KazMunaiGaz rappresenta un importante passo in avanti per il rafforzamento della cooperazione tra le parti che nel frattempo hanno già avviato le attività propedeutiche allo sviluppo futuro del campo da cui è atteso un sostanziale incremento della produzione di liquidi e di gas.
    Karachaganak è un giacimento giant che produce petrolio, condensati e gas naturale con riserve recuperabili stimate in 5 miliardi di boe. La produzione di Karachaganak nell'anno è stata di 239 mila barili/giorno di liquidi (64 mila in quota Eni) e 24 milioni di metri cubi/giorno di gas naturale (circa 7 milioni in quota Eni).

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    Predefinito Re: L’Eurasiatismo kazaco

    Sul caso Ablyazov in questi ultimi giorni è stato scritto e detto tanto, ma spesso senza un’adeguata cognizione di causa. Basti pensare agli articoli di Repubblica, che non perdona a Nazarbayev i suoi rapporti con Berlusconi, dipinti come “amicizia” tra due capicosca quando in realtà si trattò di relazioni tra due capi di Stato in materia energetica, tecnologica e commerciale. Come già avvenne a Putin, a Gheddafi, a Lukashenko, a Chavez o ad Afewerki, si viene giudicati non per ciò che si è realmente e che ovviamente non corrisponde all’identikit dei media occidentali menzogneri, ma per il fatto d’essersi fatti vedere al fianco di Berlusconi, bestia nera di tutti i “sinistrati” d’Italia e del popolo del “politically correct” di marca palesemente atlantica. Il gregge ammaestrato dai media alla Repubblica bela a comando, intonando il “crocifiggi!, crocifiggi!” di biblica memoria. Perchè farsi vedere accanto all’odiato e discusso Berlusconi costituisce già di per sé un reato. E allora con chi avrebbero dovuto incontrarsi questi capi di Stato, all’epoca in cui il presidente del consiglio era Berlusconi, per implementare i rapporti tra i loro paesi e l’Italia? Con l’opposizione? Col capo della CEI? Col direttore di Repubblica? Va da sé che, indipendentemente dal giudizio personale che potessero avere di Berlusconi, era con lui che si dovevano incontrare, essendo allora questi il primo ministro. Anche i leaders europei, da Chirac a Schroeder, da Sarkozy alla Merkel, da Aznar a Zapatero, si sono regolarmente incontrati con Berlusconi ma a quanto pare la loro immagine non ne è stata danneggiata. Per forza: non devono vedersela con la propaganda scatenata contro di loro dai media di quell’Occidente che servono e di cui fanno parte. Invece un Nazarbayev, che ha la colpa di guardare più alla Russia che all’Occidente al punto da voler costruire con essa l’Unione Euroasiatica e di non voler calare le braghe come un Eltsin o un Saakhasvili o una Timoshenko, con questa propaganda se la deve vedere eccome. Ed ecco allora che, com’è già avvenuto con Khodorkovsky nei confronti di Putin, anche un criminale viene improvvisamente elevato al nobile ruolo di dissidente, solo per il fatto d’essersi messo contro il malvisto governo di quel paese. Davvero uno strano dissidente, questo Ablyazov, che trafuga 15 miliardi di dollari dalla banca nazionale kazaka mandandola quasi in bancarotta per poi darsela a gambe a Londra, meta di tanti altri oligarchi ex sovietici fuggitivi, sui quali regnava il santificato Berezovsky, vero e proprio capo del crimine organizzato russo.
    L’Italia, nell’affaire Ablyazov, almeno inizialmente s’è comportata secondo le regole: ha riconsegnato al Kazakistan i familiari d’un criminale latitante, che si trovavano sul proprio territorio. Ma poi non s’è smentita, dimostrandosi essere la solita colonia atlantica, in cui le decisioni non vengono prese all’interno del suo territorio ma altrove. Ci rimettiamo alle parole dell’ambasciatore kazako Andrian Yelemessov, che ha strigliato Repubblica (ed i media a lei consimili) con questi toni: “Il signor Ablyazov è un criminale, non un perseguitato politico, solo che è molto ricco, sta pagando sicuramente i giornali per parlare di questo caso. E voi adesso per dare addosso a Berlusconi seguite questa campagna, tutto quello che Berlusconi ha toccato dev’essere coinvolto (…). L’espulsione è stata corretta. Le autorità italiane hanno semplicemente seguito le vostre leggi; se il governo ha cambiato idea benissimo, ma noi abbiamo chiesto la cattura di un criminale. Ablyazov è fuggito dal Kazakhstan portandosi 15 miliardi di dollari, i suoi complici sono sotto accusa e ricercati come lui, l’Interpol lo ricercava e per questo la polizia italiana aveva provato a catturarlo. La bella favola dell’oppositore perseguitato si sgonfierà, e voi capirete chi è questo criminale (…) La signora Shalabayeva e la figlia non subiranno nessuna persecuzione nel mio paese. La madre ha solo l’obbligo di firma, neppure gli arresti domiciliari”.

    Il caso Ablyazov, i media falsari e l?Italietta colonia atlantica - Stato & Potenza
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  6. #6
    Ghibellino
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    Predefinito Re: L’Eurasiatismo kazaco

    Alla facciaccia degli italioti idioti, noi siamo con questi tre:

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  7. #7
    Ghibellino
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    Predefinito Re: L’Eurasiatismo kazaco

    La saga di Abljazov e i suoi aspiranti complici

    Ricercato dall’Interpol, Mukhtar Abljazov, il presunto ‘dissidente’ kazako fuggito in occidente, è al centro di uno dei più grandi scandali bancari europei, avendo derubato per miliardi di dollari alcune banche della CSI. Sarà per questo che non solo i telegiornali e i giornali di regime, ma anche il fogliaccio quotidiano, e tanti fantocci internettiani pseudo-antisistema, dal Corriere della collera a Comedonchisciotte, al laido circo anti-sovietico e globalista di Megachip abbiano sposato la favola del ‘dissidente politico perseguitato’. Soprattutto i megacippati che, già innamorati di Gorby, forse anelano a distruggere quel che non erano riusciti ad annichilire nel 1991 a Mosca. Ora questi fantocci hanno anche sparso la voce che Abljazov non sia un ricercato dell’Intepol, ma basta fare una breve ricerca nel relativo sito, per scoprire che invece lo è. I miliardi derubati al Kazakhstan e alla Russia fanno gola a tanti, e anche a qualcuno che aspira aspirarne qualche centesimo, ceduto per i servigi che oggi offrono.
    Abljazov detiene diversi conti bancari off-shore e di aziende costituite per sottrarre capitali e sifonarli nei suddetti paradisi. Ad esempio, a Vienna controllava la SEVW Holding GmbH, che si occupava di noleggio di autovetture. Fondata il 16 novembre 2005 da Anar Aitzhanova, nel 2008 la SEVW possedeva il 100 percento di un’altra azienda, la Refgen Technologies Inc. La Refgen fu fondata da Syrym Shalabaev nel giugno 2005 e fa base nelle isole Vergini Britanniche. Britanniche ripetiamo. Tali isole sono un noto paradiso fiscale gestito dalla corona inglese. Syrym Shalabaev è il fratello della moglie di Mukhtar Abljazov, l’oligarca ex-coproprietario della banca kazaka BTA. Inoltre, la succitata Anar Aitzhanova è la vedova di Erzhan Tatishev, ex-presidente e co-azionista della Banca BTA, che morì in circostanze sospette durante una battuta di caccia nel dicembre 2004.
    Nel 2009 la banca BTA era sull’orlo del fallimento, poiché Abljazov e complici la derubarono di sei miliardi di dollari attraverso la rete di aziende fittizie e fraudolente. Un’accusa confermata più volte dall’Alta Corte di Londra. Shalabaev aiutò Abljazov nel furto creando la rete di aziende offshore per occultare le dimensioni della proprietà di Abljazov che, comunque, è stato condannato anche a Londra, a 18 e a 22 mesi di carcere, per questi reati. Anche Shalabaev è ricercato dall’Interpol. Infine, la Corte di Londra, il 19 marzo confermava la correttezza delle pretese della banca BTA, oggi di proprietà dello Stato del Kazakhstan, contro Abljazov emettendo un verdetto per compensare la banca BTA per un importo di 1,74 miliardi di dollari, e questo dopo che nel novembre 2012 venne emesso un altro verdetto a favore della medesima banca, secondo cui all’istituto di credito Abljazov doveva un risarcimento supplementare di 2,1 miliardi di dollari.
    Abljazov e soci, godono della consulenza mediatica di grosse agenzie di pubbliche relazioni; propaganda a cui curiosamente presta orecchio il sito megachip.info, un sito aduso a denunciare il peso della pubblicità sulla marcia società moderna ma che oggi, in relazione a tale caso specifico, pubblica e diffonde la sospetta documentazione che supporta la narrativa dell’oligarca bancarottiere Abljazov. Evidentemente, qualcuno ha ancora nostalgia dei bei tempi di Gorby e Eltsin. Infatti, gli agenti di PR cercano di presentare i criminali finanziari quali vittime politiche del governo “autoritario” del Presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbaev; tanto che oggi vari organi di disinformazione, dal fattoquotidiano* a vari siti di ‘controinformazione’ di regime, riportano le parole di Abljazov, che parla di “Nazarbaev che tiene in ostaggio la sua famiglia”.
    Qualunque cosa sia successo, il fatto è questo: l’Italia ha espulso in Kazakhstan la moglie e la figlia di Abljazov nel quadro della campagna per l’identificazione degli immigranti clandestini.”Impero off-shore
    31 società off-shore fanno capo a Shalabaev. Il suo nome viene collegato alla Refgen Technologies Inc. e ad altre 15 società fittizie (Westrade Limited, Berit Limited, Antila Corporation, Doren Trading Limited, Fedelm Corporation, Laplous Group Limited, Refgen Technologies Limited, Finex Global Limited, Reclif Developments Limited, Beltas Development Corporation, Bonvest Advisors Limited, Gasten Group Limited, Lomtel Limited, Marpen Associates Inc. e Reklod Limited). Nel 2009 una quota della SEVW Holding, già appartenuta ad Aitzhanova, venne rilevata dalla Tossima Limited, sempre registrata nelle isole Vergini Britanniche, e nel marzo 2009 compare un altro azionista della Refgen, un certo Jan-Klod Bruster residente alle Seychelles. Il 21 novembre 2007, intanto, si scoprì che la Refgen possiede azioni della Banca BTA, grazie a una transazione finanziaria eseguita dalla banca JP Morgan Chase. Aitzhanova aveva ereditato le azioni del marito che poi vendette ad Abljazov. Abljazov non denunciò mai agli organi competenti che aveva così acquisito la maggioranza delle azioni della banca che dirigeva. Nel gennaio 2009, poco prima della nazionalizzazione della banca, dichiarò di possedere il 10% delle azioni, e a febbraio confessò che il 75% delle azioni era posseduto da 9 società diverse. Anche la transazione azionaria tra Aitzhanova e Abljazov avvenne tramite una società off-shore caraibica.
    Questo, mentre la fondazione privata della Aitzhanova possiede l’8,48% delle azioni dell’EURAM Holding, che a sua volta è l’unico proprietario dell’austriaca Banca Americana degli Investimenti Europei. Tale società risiedeva nel medesimo indirizzo della SEVW.
    Ciò che non meraviglia, in questa vicenda, è la sua funzione di filtro da scrematura presso l’ambiente della cosiddetta ‘controinformazione’ italiana. Come le vicende libica e siriana hanno fatto giustizia, smascherando i veri volti di tanti presunti ‘antimperialisti’, la vicenda kazako-berluscomica smaschera progressivamente i vari guitti, televisivi, cartacei e non, che forti della loro nomea acquisita presso i mass media di regime, hanno inquinato per anni anche le fonti dell’informazione ‘alternativa’. Dopo tante chiacchiere massimaliste contro una vaga ‘plancia di comando’ o fumose oligarchie anonime, tali rivoluzionari da talkshow, al momento convenuto gettano la maschera svelandosi per sostenitori effettivi di ciò che contestavano a parole. Ma anche per costoro il tempo sta per scadere.*Questo foglio moralista è assai vicino a certe istanze bancarie, infatti si ricordino le sue continue prese di posizione anti-chaviste verso la politica finanziaria del Venezuela bolivariano.Alessandro Lattanzio



    La saga di Abljazov e i suoi aspiranti complici - Stato & Potenza
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  8. #8
    Ghibellino
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    Predefinito Re: L’Eurasiatismo kazaco

    Arpie Kazake

    di Fulvio Grimaldi

    Le Pussy Riot del Kazakistan e i loro mentori

    Ma era la moglie del “massimo oppositore del dittatore kazako Nazarbaev”. E non è forse una splendida preda per gli avvoltoi mediatici che, dalla voliera di Washington e di tutti gli zoo dell’Occidente, spiccano il volo al primo comparire di un “dissidente”? Alla stessa stregua dei vari oligarchi impinguitisi del sangue dei russi sotto Eltsin e martirizzati dal nefando Putin che gli ha sottratto, non tanto i miliardi rubati ed esportati, magari attraverso mafia e IOR, ma i beni dello Stato già al servizio della collettività nazionale. Il consorte, Mukhtar Ablyazov, condannato a sei anni per corruzione, sia da industriale che da banchiere che da ministro, fugge a Londra dopo aver rapinato 6 o 10 miliardi di dollari dei cittadini kazaki, sul modello dei vari Khodorkovsky o Abramovic, viene inseguito da tre mandati di cattura internazionali dell’Interpol, agenzia non nota per particolari favori ai delinquenti fuorusciti da paesi anti-atlantici. Li hanno spiccati in Russia, Ucraina, Kazakistan. Un bel tipetto. Non solo, avendo perseverato nel vizietto, dall’Alta Corte del Regno Unito è messo sotto processo per truffa e appropriazione indebita della BTA Bank e, a coronamento della sua vita di “dissidente” perseguitato, è condannato a due anni di carcere per aver occultato al tribunale inglese la reale consistenza patrimoniale costruita sui suoi furti.
    Ovviamente la moglie del delinquente abituale, rintanatasi in un villone con parco (“villetta” per gli scrivani) di Casal Palocco, sotto la protezione di quelle teste di cuoio israeliane (tout se tien!) che hanno l’abitudine di occuparsi affettuosamente degli “esuli” farabutti cresciuti sotto Eltsin, di tante efferatezze delittuose non sapeva niente. Era convinta che i miliardi che le svolazzavano attorno fossero il frutto di un onesto lavoro al catasto. Le bastava figurare come moglie del “principale oppositore del dittatore”. Alla faccia dell’assoluta falsità, a madre e figlia in Kazakistan sarebbero stati subito imposti gli arresti domiciliari, inizio di chissà quali spietate angherie, quando, invece, è stata loro assicurata libertà di residenza e movimento, salvo l’obbligo della firma. Fosse, tutto questo, successo a un qualsiasi Abu Omar, altro che espulsione sancita da un giudice ed effettuata su aereo di Stato. Ricordate le extraordinary renditions verso le carceri di paesi torturatori, se non verso Guantanamo?
    Dissidente delinquente? Santo subito!
    Conclusione. Nell’Oceania, nome che il veggente Orwell diede alla regione sotto dittatura del Grande Fratello d’Occidente, governata da quel Partito Unico che poi si è incarnato sotto l’egida della Cupola, da noi come in gran parte dell’Asse del Male che noi chiamiamo “comunità internazionale”, si può delinquere oltre ogni misura, ma, per essere protetto, immunizzato e glorificato, basta porsi come “dissidente” nel nome dei diritti umani. Come per quei vendipatria al soldo della Cia, che a Cuba diventano “intellettuali dissidenti” perseguitati dal regime (e magari liberati da Raul per disposizione del vescovo dell’Avana). Di Nazarbaev so poco, “dittatore sanguinario”, come si dice da queste parti, ripetendo il modulo Gheddafi, Assad, Putin, Chavez, o Ahmadinejad, o presidente tanto appoggiato dal popolo da venire eletto e rieletto a stragrande maggioranza, pure sotto l’occhio di centinaia di osservatori. So però per sicuro che i ritratti disegnati in Occidente di personaggi non convenzionati valgono quanto il Premio Nobel di Obama. E so altrettanto bene che nessun governante dei regimi Nato e, tanto meno, un loro qualsiasi sciuscià mediatico, ha titoli per condannare e demonizzare chicchessia si trovi fuori da questo nostro parnaso delle democrazia.
    So anche che sotto il persecutore di Ablyazov, della sua famiglia e dei suoi famigli, il Kazakistan, paese tracimante di idrocarburi, massimo produttore di quell’uranio che gli Usa destinano alla fine del mondo, confinante con Russia e Cina,ha compiuto una giravolta dalla benevolenza verso gli USA, con tanto di basi, a rinnovato amico di Mosca, con tanto di basi e di sintonia geopolitica. Peggio, ha favorito la costruzione di pipelines che convogliassero petrolio e gas kazaki fuori dai tragitti voluti dagli Usa e dalle sue multinazionali. C’era di mezzo anche la solita ENI, partner di “dittatori”, con i quali traffica (e non v’è dubbio che lo faccia alla maniera sporca di tutte le multinazionali, ma questo qui non c’entra) e persegue rotte sconvenienti. Non per nulla è caduta sotto la mannaia di Milena Gabanelli, come tanti altri disturbatori della quiete atlantico-napolitanesca, da Di Pietro a Grillo e ai disobbedienti che prediligono il contante alle carte di credito dei benefattori bancari.Tutti crimini, quelli del dittatore kazako, che ampiamente giustificano il risentimento, lo sdegno e gli ululati di protesta della solita unanimistica camarilla che confonde in unico empito democratico i comunisti del “manifesto”, i liberal del “Fatto Quotidiano”, i mainstream media apologeti di Napolitano. In attesa dell’immancabile “monito” di quest’ultimo, dell’immancabile accorato pippone di Saviano, della furia dirittoumanista di Amnesty e HRW (chiaviche Cia-Mossad, sempre sugli altari del “manifesto”) e della gigantografia delle due vittime, Alma e figlia, appesa dal sindaco Marino al Campidoglio, non possiamo che riconstatare: tout se tien.
    Pussy Rioti kazake: il gioco geopolitico e gli squittii dei roditori dirittoumanisti nei bassifondi dell’Impero

    Emma Bonino, la moneta più falsa dai tempi delle colonie ioniche, la brava ecopacifista che si affanna a scrivere “diritto umano” su ogni missile e ogni autobomba della”comunità internazionale”, a proposito delle Pussy Riot kazake balbetta grullaggini, paralizzata dalla contraddizione tra l’ennesima replica della farsa dei diritti umani e l’obbedienza alle malefatte di Cia e Mossad. Il manichino vice-premier e ministro di polizia, Alfano, si contorce nel suo inane burocratese di questurino colto in fallo. La stampa, con orgasmo buonista bipartisan, si straccia le vesti sulle capocce coperte di cenere dei governanti felloni. Nessuno di questi riesce a far la pace con il proprio cervello. Nella commedia dell’arte recitata dalle marionette di Washington, il costume più pulito è tessuto di coliformi fecali. Insomma, sotto il tavolo del padrone, ai roditori è stato servito un bel piattino di formaggio andato a male.
    Qual è il retroterra geopolitico dell’affaire che ha gettato nel marasma il nostro Partito Unico e i suoi sicofanti di media e regime, da Letta ad Alfano, dal “manifesto” a “Il Fatto” al Corriere? Il Kazakistan è il più grosso, potente e ricco paese tra Russia e Cina, incombe sul Caspio delle più vaste ricchezze minerarie dell’Asia, è governato da un ex-comunista sovietico, registra un PIL positivo del 5%, è entrato nell’ odiosa Unione Economica Euroasiatica con Russia e Bielorussia, noti Stati Canaglia, ha iniziato a dare segni di autonomia nel quadro di rapporti più sbilanciati verso Cina e Russia che verso gli Usa. L’Italia è il suo secondo partner commerciale. Vi fanno grossi affari, a dispetto del pretesto monopolio multinazionale Usa, ENI, Salini-Todini, Impregilo, Italcementi, Renco, Unicredit, il Gruppo Cremonini che si è accaparrato la fornitura a tutti i McDonald’s della regione. Tutto sommato, quel poco che resta dell’apparato produttivo italiano dopo l’assalto e il saccheggio delle corporation straniere. Troppo. Ulteriore elemento di disturbo, l’immagine che l’invadente “tiranno” kazako s’è dato nel nostro paese. Vista l’efficienza dei ricostruttori nazionali dell’Aquila, il presidente Nazarbaiev s’è pure fatto mecenate della città mandata in malora dal suo governo, restaurando vari edifici, compreso l’Oratorio di S. Giuseppe, e alla spedizione archeologica del Centro Ligabue di Venezia ha assicurato i diritti esclusivi per gli scavi delle necropoli scite, massimo patrimonio storico del Kazakistan.
    Ce n’è quanto basta per irritare quella che si pone come Unica Potenza Mondiale e, a questo fine, dopo aver manipolato il commercio mondiale con il suo spionaggio su Stati e imprenditori concorrenti, si prepara, con il Trattato di Libero Commercio UE-Usa ai nastri di partenza, a eliminare dallo scenario dei padroni del mondo il concorrente europeo. Quando qualcosa sfugge al controllo sulle tentazioni europee di svolgere un ruolo da protagonista allacciandosi alle economie asiatiche, ben più prospere e promettenti di quella Usa, ecco che sui potenziali partner dell’accolita di Bruxelles piovono apocalissi bombarole, invasioni di mercenari subumani, sanzioni da genocidio, campagne terroristiche. E, nel caso di alleati Nato, il dissanguamento mediante acquisti di F-35, la contaminazione con MUOS, l’intronamento di fantocci freschi e più disposti alla rinuncia alla sovranità e alla decimazione del proprio popolo, come Monti, Letta e, su tutti, Matteo Renzi l’uomo delle Cayman, di Briatore, di Arcore, della privatizzazione di Ponte Vecchio.
    Ma è con operazioni come quella delle Pussy Riot kazake che i ragazzi di bottega della macelleria imperiale vengono distolti dalla pretesa di farsi un po’ di affari loro. Si acchiappa un furfante matricolato, ampiamente ricattabile, lo si incorona “dissidente” e, sotto tutela del Mossad, primatista di ogni operazione sporca, se ne spedisce la famiglia, possibilmente povere donne e bambine meritevoli di appassionata solidarietà dirittoumanista, nel paese che ancora si permette giretti di valzer con partner proibiti e che il più disponibile a fare figure di merda. Il “dissidente” stesso, inseguito dalle polizie di mezzo mondo (anche da quella di Londra, che però si è subito rimessa in riga coprendo, con la concessione del diritto d’asilo, la condanna inflitta a Ablyazov da incauti giudici per truffa e appropriazione indebita), viene messo al sicuro perché possa collaborare alla demonizzazione del “dittatore” Nursultan Nazarbayev.
    La marcia sull’Eurasia, “Cuore del mondo” e, quindi, condicio sine qua non per il dominio mondiale, pianificata sotto Carter da Zbigniew Brzezinski negli anni’80, ha compiuto un altro passo. Russi, cinesi, kazaki nuovo Asse del male, insieme all’Iran che ne costituisce la porta d’ingresso. Con l’operazione Pussy Riot kazake l’antropofagia planetaria governata da Bilderberg e attivata da Obama come mai nessuno prima di lui, ha preso due piccioni con una fava. Uno, ha messo alla gogna dell’Occidente cristiano e democratico, custode di tutti i valori democratici, un governante che, insieme a Putin, Xi Jinping e gli ayatollah di Tehran, a quella marcia si oppone con dovizia di mezzi economici e militari. Due, ha dato una bella lezione ai muselidi che, insoddisfatti delle briciole sotto il tavolo, occhieggiavano verso la cucina. Che sia di esempio ad altri topastri che volessero strattonare il guinzaglio. Il resto verrà con il Trattato di Libero Scambio UE-USA.
    Sapete chi è stato l’unico, per quanto ne so, ad aver detto cose simili? Nientemeno che Maurizio Belpietro, quello di “Libero”. Quello che la pace la fa, non con il suo di cervelli, ma con quello di Berlusconi. Che magari ha qualche affaruccio in ballo anche in Kazakistan. Ma guarda un po’ con quali compagni di strada tocca scarpinare
    Arpie Kazake
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