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  1. #2151
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    vorrei ritornare un attimo sulla questione terremoto, che come scritto altrove, è tanta, ma proprio tanta, direi persin troppa manna caduta dal cielo sul pd ed il suo alfiere.
    L'indagine sulla muraro arriva ovviamente dalla magistratura, e quindi, quale sua ramificazione diretta, sicuramente il pd ne è stato a conoscenza (ho detto mandante?) sin da subito.
    Inioltre quei poveri imbecilli si scambiavano sull'argomento sms ed email come se fossero innocenti verginelle senza sapere che dall'altra parte erano informati di tutto in tempo reale e non aspettavano altro che la bomba scoppiasse nelle mani della sindaca.
    Se al quadro aggiungiamo pure la cornice degli elogi esagerati e soprattutto immotivati ricevuti dal picio al g20 da parte del negher, ed il gancio del referendum contro il quale si muovevano i grillini, sorge il dubbio che la tempistica del terremoto sia una vera benedizione del cielo a stelle (e strisce).
    Che avesse veramente ragione chi dette l'allarme il giorno prima?
    haarp?
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #2152
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Tu forse non c'eri qui in quei giorni.
    Se vai a ritroso trovi qualcosa che porterebbe a questa conclusione.
    Un tipo che si occupa del problema il giorno prima aveva dato l'allarme per uno tsunami elettromagnetico su quella zona rilevato attraverso i satelliti.
    I buoni possono pensare che in occasione dei terremoti ci sia (ma allora perchè non si provvede a preannunciarli, se è così semplice?), i cattivi come me pensano male, molto male.
    Soprattutto quando poi appare evidente che c'era MOLTO bisogno in questo momento di qualcosa che aiutasse il nostro Facciadaculo.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #2153
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Esperti, ci saranno nuovi attacchi Fai - Cronaca - ANSA.it

    Com'è facile per i nostri "esperti" prevedere i loro propri attentati!
    Basta provvedere, giusto in tempo!, a qualche arresto che si poteva fare da anni.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #2154
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Usura: business da 82 mld, vittime 3 mln di famiglie

    <img src="/webimages/img_210x145/2013/6/6/21f1535070586327ca00f70b6048f59b.jpg" alt="foto archivio (ANSA)" class="img-rf" width="210" height="145" />Cronaca.Il business annuo è di quasi 82 miliardi di euro; le vittime presunte sono tre milioni di famiglie e un'azienda su dieci nei settori dell'agricoltura, del commercio e dei servizi

    Si parla dei debitori delle banche.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  5. #2155
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #2156
    email non funzionante
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Ancora follie sulla legalizzazione della cannabis
    di Paolo Deotto
    Nel futuro che si prospetta in questo schifo di società il giovane ben inquadrato sarà un beota svirilizzato, privo di ogni riferimento morale, con sesso garantito a gogò, naturalmente, se non preferibilmente, anche omosessuale.
    Per raggiungere questo scopo demoniaco sarà di grande aiuto la diffusione degli stupefacenti, perché la distruzione della personalità e delle capacità intellettuali, inevitabili nel tossicomane, è di grande importanza per allargare sempre di più la massa dei beoti svirilizzati, inquadrabili facilmente, schiavi perfetti perché sarà garantita sempre la dose adeguata di polisesso e di droghe.
    Un avvenire davvero radioso.
    Purtroppo l’ultimo, in ordine di tempo, a straparlare in materia di libera vendita e circolazione della cannabis (hashish e marijuana) è un magistrato, il sig. Raffaele Cantone, pro-tempore a capo della “Autorità Anticorruzione”. Vedi su ANSA, Repubblica, Corriere, e tanti altri.
    Anzitutto è lecito chiedersi perché il capo di un organo pubblico che dovrebbe essere super partes si senta in dovere di intervenire in un argomento che è oggetto di dibattito politico. Ma forse qui pretendiamo troppo, perché pretendiamo che nell’Italia in disfacimento chi esercita una funzione pubblica sappia ancora cosa vuol dire senso di responsabilità, correttezza, confine delle proprie competenze, eccetera. Glissons. In un’Italia in cui è riuscito ad arrivare al vertice di governo un Topolino, tutto è possibile.
    Il Cantone ha poche idee, ma le ha ben confuse. Si dichiara contrario all’uso di stupefacenti, ma poi dice che però, ma sì, visto che la cannabis la usano in tanti allora bisogna legalizzare. Argomenti da bar.
    Quello che è l’argomento “forte” (nelle intenzioni del Cantone) è il fatto che bisogna evitare ai giovani che, poverini, vogliono farsi una canna, di rivolgersi agli ambienti malavitosi.
    Si progetta perciò un formidabile progresso: caro giovane tossicomane, evita il contatto con la malavita. Se vuoi rincretinirti, distruggerti, ridurti a uno zombie, ecco che l’onnipresente e onnipotente Stato ti garantisce di poterlo fare in “legalità”. Ti distruggerai ugualmente, però, che bello, non avrai avuto contatto con i malavitosi. Sarà lo stesso Stato a fare il malavitoso.
    C’è da chiedersi se chi dice queste cose è davvero cosciente.
    Già, perché in questa sporca vicenda bisogna ripetere per l’ennesima volta ciò che si è sempre saputo e che da anni annorum è stato falsificato: la distinzione tra droghe “leggere” e “pesanti” è un maledetto imbroglio. Da sempre sono noti gli effetti di un uso reiterato dei derivati della cannabis: apatia o ipereccitabilità, imprevedibilità del comportamento, incapacità di concentrazione, esaltazione sessuale (con successiva impotenza) eccetera, e, dulcis in fundo, molto spesso il danno permanente dei tessuti cerebrali.
    Ovvero, puoi anche smettere, ma il cervello te lo sei già bruciato.
    Queste banali e conosciutissime conseguenze della cannabis sono state da anni censurate, con lo stesso stile con cui, ad esempio, l’omosessualità è stata stralciata dall’elenco delle patologie: senza la minima base scientifica.
    Del resto, lo scopo è sempre quello: per distruggere la società, la cosa più logica è distruggere la gioventù. I principali nemici dei nostri figli sono ormai all’opera nelle scuole, nelle pubbliche istituzioni, nella neochiesa che con queste collabora in perfetta armonia.
    Droga libera per tutti: zombie, ma nella “legalità”! Un radioso avvenire.
    Ancora follie sulla legalizzazione della cannabis ? di Paolo Deotto | Riscossa Cristiana

    Libera sega in libero shdado: grazie Renzi.

    CASSAZIONE, MASTURBARSI IN PUBBLICO NON È PIÙ REATO: CONDANNA ANNULLATA PER UN CATANESE
    Niente più condanna per atti osceni, per effetto della depenalizzazione di questo reato attuata dal d.lgs n.8 del 2015, nei confronti di chi si apposta nei luoghi frequentati da giovani ragazze per masturbarsi davanti ai loro occhi. La Cassazione ha preso atto di quanto previsto dalla recente riforma e ha annullato senza rinvio “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato” la condanna inflitta dalla Corte di Appello di Catania il 14 maggio 2015 a carico di un uomo di 69 anni, Pietro L., rinviato a giudizio perché “dopo aver estratto il proprio membro” praticava “l’autoerotismo” davanti alle studentesse che frequentavano la cittadella universitaria nei pressi della quale lui si posizionava.
    Ora a questo uomo sarà inflitta solo una multa amministrativa, a decidere l’ammontare sarà il Prefetto di Catania. In primo e secondo grado, Pietro L. era stato condannato a tre mesi di reclusione.
    https://www.bcrmagazine.it/201628630...n-catanese.php

  7. #2157
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Italia, laboratorio di guerra NATO&USA



    RICERCA Italia, laboratorio di guerra NATO&USA © AP Photo/ Andrew Medichini OPINIONI 11:45 09.09.2016(aggiornato 15:18 09.09.2016) URL abbreviato Tatiana Santi 495994 In Italia è in atto una colonizzazione militare. Sono più di100 le basi NATO e degli Stati Uniti sul territorio italiano, aree dove gli americani fanno spesso e volentieri quello che vogliono. L’Italia è di fatto un deposito di armi straniere, comprese 90 bombe atomiche, un vero laboratorio di guerra NATO & USA. La guerra fredda è lontana, ma l'attività della NATO e la sua presenza in Europa non fa che aumentare. L'Italia è un esempio emblematico, rappresenta una piattaforma di lancio ideale per gli Stati Uniti e le loro guerre, il tutto nel silenzio assoluto dei politici e dei mass media. Gli italiani non sanno che cosa accade all'interno delle basi militari americane sul suolo italiano, non si ha nemmeno la certezza del numero delle testate atomiche che si aggira fra le 60 e le 90 bombe. In effetti gli americani trovano una grande libertà d'azione in Italia, che si può ormai chiamare "la terra delle basi USA". È ora di chiedersi finalmente a che cosa servono le basi NATO e USA in Italia? Quali sono i rischi che corre l'Italia? Sputnik Italia ne ha parlato con Antonio Mazzeo, giornalista da tempo impegnato nei temi della pace e della militarizzazione. — Antonio, quante basi militari e soldati americani ci sono sul territorio italiano? Abbiamo dei dati? © FOTO: Antonio Mazzeo, giornalista da tempo impegnato nei temi della pace e della militarizzazione — Formalmente abbiamo la possibilità di avere dei dati più o meno reali dalle richieste che fa il Dipartimento della Difesa al Congresso e al Senato per farsi autorizzare le spese per potenziamenti delle basi americane in Italia. Una volta che fanno queste richieste presentano delle schede riassuntive sulle basi, dove trovi delle informazioni sulle funzioni e il numero di addetti militari e civili presenti nelle basi. Si parla di oltre una decina di migliaia di addetti fra militari e civili. Qui bisogna aggiungervi le famiglie al seguito degli ufficiali e del personale militare. — Con quale forma giuridica viene regolamentate questa presenza? — In Italia viene regolamentate attraverso una serie di protocolli che di fatto consentono la presenza delle infrastrutture. Nei protocolli viene riassunto anche il tipo di funzione e il tipo di infrastrutture all'interno delle basi. Mi riferisco al complesso di basi a Vicenza, la base di Aviano, la base di Camp Darby fra Pisa e Livorno, la base di Sigonella, il comando di Napoli a Capodichino. — In alcune basi però sono presenti delle testate nucleari e qui la questione si fa molto delicata. — È un dato accertato che in questo momento in Italia nelle infrastrutture di Aviano e di Ghedi in provincia di Brescia sono presenti fra le 60 e le 90 testate nucleari. Fra l'altro queste testate sono in via di aggiornamento. C'è un grosso progetto statunitense di potenziamento. — La presenza di bombe atomiche sul territorio non va in contrasto con quello che è il trattato di non proliferazione? © AFP 2016/ JEAN CHRISTOPHE MAGNENET Difesa e guerra, in Italia è tabù — Questo fatto è già stato denunciato da numerosi costituzionalisti e politologi. Sicuramente la presenza di testate nucleari in territorio italiano viola la firma del Trattato internazionale di non proliferazione sottoscritto dal governo italiano. Non si può nemmeno dire che sono delle state statunitensi e possiamo dunque non sapere della loro presenza sul territorio italiano. È falso, perché le testate nucleari B61possono essere messe a disposizione anche dei cacciabombardieri italiani. In caso di crisi internazionali queste testate possono essere messe a disposizione dell'Aeronautica italiana. La violazione è palese da parte delle autorità italiane. — Le basi americane e quelle NATO sono considerate suolo italiano o americano? Gli italiani possono sapere che cosa avviene all'interno di queste basi? — Scateni uno dei grandi quesiti e dibattiti di cui non c'è mai stata soluzione. Innanzitutto esistono basi USA e basi NATO e non detto che le basi americane siano sempre delle basi NATO. Vorrei citare l'esempio della base di Sigonella. Questa base ha un'area sotto il controllo unico degli Stati Uniti a tutti gli effetti, in particolare della Marina e dell'Aeronautica. Qui non c'è assolutamente la possibilità da parte delle autorità italiane di poter sapere delle operazioni militari che vengono eseguite. La vicenda della famosa notte di Sigonella nel'85 quando si creò uno dei più grandi conflitti politico militari fra Italia e Stati Uniti ne è un esempio: si trattò di una vera e propria operazione di pirateria aerea quanto obbligarono un aereo che trasportava un gruppo palestinese ad atterrare a Sigonella. Questa è la dimostrazione palese che gli americani in un pezzo di territorio hanno la possibilità di fare quello che vogliono. Sempre a Sigonella c'è un'area a tutti gli effetti NATO, il comando è condiviso in sede atlantica. All'interno di questa base c'è anche un'area italiana, dov'è prevista la presenza del 41-simo stormo dell'Aeronautica militare che è sotto comando dell'Aeronautica stessa. — Ci sono basi militari quindi molto diverse fra loro? © FLICKR.COM/ STEPHEN MELKISETHIAN Con i droni USA di Sigonella l’Italia vola in guerra — La situazione è molto più complessa della divisione fra basi USA e basi NATO, perché ci sono delle basi italiane che vengono messe a disposizione di volta in volta delle forze aeree statunitensi. È il caso della base italiana Pantelleria, che da un anno e mezzo viene messa a disposizione delle forze armate statunitensi. Si tratta di un aereo appartenente ad una compagnia statunitense, che però compie azioni militari di spionaggio di tutto il Nord Africa, dalla Tunisia fino all'Egitto sotto il comando di USAFRICOM. La situazione oggi è molto più complessa, perché ci sono in Italia strutture civili, dove però di volta in volta vi è autorizzato il dislocamento di aerei o NATO o delle forze armate statunitensi. Molte delle basi italiane vengono messe a disposizione anche di forze armate di Paesi che non sono all'interno dell'Alleanza Atlantica. In Sardegna si fa un utilizzo costante dei poligoni e degli aeroporti messi a disposizione delle forze armate di Israele o di molti Paesi del mondo arabo come l'Arabia Saudita, il Qatar. La situazione con le basi militari in Italia viola i principi costituzionali e sfugge a quello che dovrebbe essere il controllo parlamentare. — In effetti in alcune basi militari in Italia gli americani fanno un po'quello che vogliono. La popolazione come reagisce a tutta questa situazione? — Rispetto alla gravità della situazione e al fatto che molte basi in Italia vengono già utilizzate per operazioni di guerra in Medio Oriente, in Africa, ovviamente la risposta, o meglio, la consapevolezza da parte italiana è veramente minima. Se neanche il Parlamento italiano ritiene di non doversi mai confrontare e aprire un dibattito serio su quello che è accaduto negli ultimi anni, è troppo chiedere che sia la popolazione a farlo. © FOTO: FORNITA DA CHIARA PALADINO Gli italiani dicono “no” alla guerra e alla NATO I grandi sistemi mediatici inoltre fanno in tutti i modi per non dare informazioni sulla gravità, per cui è chiaro che la risposta e la consapevolezza da parte della popolazione sia molto bassa. Non dobbiamo dimenticare comunque che in Sicilia, Sardegna, in Veneto sono state diverse le forme di lotta rispetto ai processi di militarizzazione e al rafforzamento della presenza militare straniera, USA e NATO nel nostro Paese. La vicenda del M.u.o.s di Niscemi è emblematica, vi è stata un'opposizione alla costruzione dell'aeroporto Dal Molin a Vicenza. Meno note forse in Italia sono le forme di opposizione dal basso che si verificano in Sardegna, rispetto la presenza militare e l'uso di buona parte del territorio per sperimentare sistemi di guerra. Inoltre l'anno scorso di fronte alle maxi esercitazioni NATO "Trident Juncture" si sono svolte diverse manifestazioni di opposizione. Ora sono in atto nell'isola da tutti conosciuta per l'immigrazione, Lampedusa, che ha visto un boom di militarizzazione inimmaginabile: l'isola si trasforma in una selva di sistemi radar, uno degli avamposti principali della NATO nel Mediterraneo. — L'Italia che cosa rischia secondo te essendo coinvolta in una NATO molto aggressiva, tenendo conto delle numerose basi militari americane sul suo territorio? — La NATO non è mai stata una struttura difensiva, questo potevano mascherarlo quando c'era la guerra fredda. Caduto l'altro blocco è caduta anche la foglia di fico che dimostra il ruolo profondamente aggressivo e imperialista di questa alleanza. La NATO è cambiata, è molto più complessa, è un'alleanza fatta anche di attori che non sono subordinati agli Stati Uniti. Penso al ruolo della Turchia in questo momento, ma penso anche alla Francia e alla Gran Bretagna, che vogliono assumere un ruolo da primadonna per esempio nel continente africano, anche in conflitto e in tensione con altri Paesi della NATO. Questo a mio avviso aumenta il rischio per Paesi come l'Italia a trovarsi in un'alleanza atlantica che è sempre più aggressiva, imperialista che vede al suo interno interessi contrastanti con gli interessi economici, politici e militari del nostro Paese. In questo contesto, di fatto, la presenza NATO influisce sulla politica estera italiana, ma anche sulla sua situazione sociale e politica interna.

    Leggi tutto: Italia, laboratorio di guerra NATO&USA
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  8. #2158
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Baracca Italia. Resta la secessione

    9 Sep 2016 · 2 Commenti

    di ROMANO BRACALINI



    Di solito i censimenti non fanno che confermare ciò che sappiamo benissimo. Mentre, al contrario, tacciono quello che è poco gradito. L’ultimo censimento, quello del 2011, dice che su quasi 60 milioni di abitanti, almeno 4 milioni sono immigrati stranieri, il cui numero è triplicato in dieci anni; ma il dato, ovviamente, riguarda solo gli immigrati regolari, non comprende i clandestini, che essendo tali sfuggono ad ogni controllo; ma si calcola che il loro numero si aggiri sul mezzo milione/ottocentomila. Quindi si arriva a circa 5 milioni di stranieri in Italia. I clandestini sono i più pericolosi, proprio perché incontrollati, e in quanto clandestini dediti alla piccola e grande criminalità, allo spaccio, alle aggressioni. Un calcolo statistico rivela che il 40% degli stupri sono commessi da stranieri, in prevalenza nordafricani e dell’Est balcanico: quanto di meglio ci offra il mercato.

    Le cronache del malaffare sono eloquenti. Le carceri traboccano di reclusi stranieri. L’immigrazione è diventata un problema cruciale in tutta Europa. E’ l’argomento principale d’ogni campagna elettorale. Si vincono o si perdono le elezione sul nodo irrisolto dell’immigrazione. L’esperienza insegna che l’immigrato di seconda e terza generazione resta legato alle proprie origini tribali o vi ritorna in segno di ribellione e protesta contro le leggi e le tradizioni del paese che lo ha accolto. Tolosa insegna. La Francia non accoglie più stranieri,anzi si appresta a espellere i “sans-papiers”. In Inghilterra, in Belgio, in Olanda, in altri tempi eccessivamente ospitali, hanno messo l’immigrazione sotto stretto controllo. Viceversa se l’Italia, in questi ultimi anni, è tra i paesi dell’Europa occidentale ad avere la più alta quota di immigrati stranieri, la ragione non è nelle prospettive offerte, che restano limitate, se non nulle, ma nell’incapacità dello stato ad amministrare un simile fenomeno in caotica e costante crescita senza regole. Gli sbarchi sono ripresi, anzi non sono mai cessati, ma la grande stampa asservita non ne parla per non attribuire al mesto Monti un altro fallimento.
    Non c’è lavoro nemmeno per i residenti, chi il lavoro lo aveva lo ha perduto o lo perderà, le piccole aziende chiudono perché non sono in grado di far fronte al carico di imposte, le tasse divoreranno la tredicesime. Circa 140-150.000 persone vivono in baracche (dati del censimento), ci sono pensionati che vivono con meno di 500 euro al mese, ma gli sprechi di stato non sono stati tagliati e nemmeno gli stipendi e i vitalizi dei politici. Il Nord e il Sud restano estranei e sempre più lontani l’uno dall’altro; ma anche questo argomento non è oggetto di discussione. Non se ne parla. La secessione non è più una opzione remota. E’ la sola via di scampo.
    La Sicilia (insieme alla Campania) è il paradigma dello sfascio materiale e morale del Mezzogiorno. Ma con la serie dei governi corrotti e clientelari che si sono succeduti dal dopoguerra, è l’intero paese che non funziona più. Siamo il Paese più tartassato d’Europa, ma con i servizi pubblici da Terzo mondo. Le grandi opere stentano a decollare, così si rattoppano le vecchie autostrade che c’erano già al tempo del Duce. Sempre in ritardo di una corsia. Rallentamenti, cantieri aperti, eterni lavori in corso. In Italia per progettare e affidare i lavori di una grande opera occorrono in media 900 giorni: si va dai 583 giorni della Lombardia ai 1.100 della Campania, ai 1.582 della Sicilia. E ancora: 257 giorni per l’autorizzazione a costruire un semplice capannone o un piccolo magazzino. Negli Stati Uniti bastano 40 giorni, in Gran Bretagna 95, in Germania 100. Nella classifica dei ritardi burocratici l’Italia è al 143° posto su 181 paesi. Secondo dati Istat, i dipendenti della pubblica amministrazione, quasi tutti di origine meridionale, sono 3.571.379, negli Stati Uniti con una popolazione quadrupla sono la metà e (occorre dirlo?) più civili e efficienti. Baracca Italia!

    Baracca Italia. Resta la secessione | L'Indipendenza Nuova



    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #2159
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    L’Italia non è una nazione

    10 Sep 2016 · 1 Commento



    di ROMANO BRACALINI

    Da un ventennio l’Italia è entrata in una profonda crisi istituzionale e morale: discredito della politica, discredito dei partiti, benché le oche del Campidoglio avvertano, allarmate, che non tutto è “marcio” (lo ha detto il solito Napolitano). Leggi, regole, educazione, senso civico hanno perduto ogni significato originario e non c’è più verso di frenare il malcostume dilagante, il disprezzo d’ogni convenzione, la brutalità della nostra vita associata.
    Non solo stentiamo a diventare un popolo ordinato e civile, una nazione normale, ma restiamo i peggiori nemici di noi stessi. La nostra debolezza di carattere ci viene da secoli di decadenza.
    Non abbiamo fatto una rivoluzione e siamo piuttosto portati a subire le angherie in silenzio, chinando la testa. I lombardi che si sono sempre fatti governare dagli altri, al massimo mugugnando. Sotto i francesi i milanesi cantavano:
    Libertè, fraternitè, egalitè
    I fransè in carrozza
    E i milanes a pè.
    Però poi ebbero il coraggio di scaraventare dalla finestra l’odiato ministro delle finanze Prina.
    Bisogna ritrovare il coraggio di ribellarci. Le tasse inique sono sempre state un ottimo pretesto.
    Machiavelli dice in sostanza che gli italiani non avendo virtù civiche, morali e militari sono incapaci di democrazia; ad essi conviene piuttosto una forma di Stato autoritario con un uomo forte che imponga la sua disciplina a un popolo riottoso e sostanzialmente portato a oscillare tra “dispotismo e anarchia” (Prezzolini). Gli italiani sono bravi cantanti (“Un popolo di tenori”, diceva Roosevelt), sono bravi cuochi, abili camerieri, ma non hanno il senso dello Stato e sono toltamente privi di educazione civica e di cultura. Un popolo che non legge, ma i libri di cucina sono in cima alle classifiche.
    Secondo un rapporto della Corte dei Conti sui paesi più corrotti del pianeta, l’Italia è passata in un solo anno dal 55° al 63° posto, alla pari con l’Arabia saudita. La corruzione alligna in un clima di scetticismo e di stanchezza. La si porta dietro come una macchia inestinguibile. Il cinema ha contribuito a diffondere lo stereotipo dell’italiano imbroglione ma simpatico,vile ma umano. Fateci caso, anche il cinema nazional-romano è fatto prevalentemente da attori originari da Roma in giù: basta sentirli parlare! Un cinema provinciale e sguaiato che da anni è fuori circuito internazionale. Non ha mercato. E’ roba da avanspettacolo. Dino De Laurentis ha suggerito di girare i film in inglese. Il contrasto Nord-Sud è risolto dal cinema nazional-romano con un capovolgimento di ruoli. Nel film: “Detenuto in attesa di giudizio”,di Nanni Loy, del 1971, i secondini del carcere di San Vittore parlano milanese. Voi ci credete? Nel film “La Grande guerra”, di Mario Monicelli, del 1959, la viltà del soldato romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) fa il paio con la fellonia del soldato milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), scansafatiche e avanzo di galera. Insomma, tutti uguali!
    Il difetto è nel manico. L’Italia nata nel 1861 è solo la sintesi di tutte le manchevolezze e le nequizie del nostro peggior passato. Lo scandalo della Banca romana di fine Ottocento rimanda, senza troppe varianti, alla Tangentopoli di fine Novecento. Oggi siamo punto e daccapo. La corruzione, che in Italia ha il dono di trasmigrare da un regime all’altro, senza che nulla cambi, ci inchioda alle nostre responsabilità di paese incompiuto che non riesce a fare il balzo in avanti e a depurarsi delle cattive abitudini. In realtà c’è del marcio in Italia, signor presidente.
    Tempo fa, Angelo Panebianco scrisse sul Corriere che “è ormai un luogo comune storiografico che in Italia, data la debolezza dello Stato, i partiti abbiano svolto un ruolo di supplenza diventando gli (involontari) garanti della coesione sociale e politica”. Così che venendo a mancare “il mastice partitico, Nord e Sud entrerebbero politicamente in rotta di collisione”. Agli indipendentisti il compito di favorire l’evento e fare in modo che profezia s’avveri.
    Andiamocene al più presto!

    L?Italia non è una nazione | L'Indipendenza Nuova



    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    LA VOCE DEL CONSUMATORE
    Referendum: Goldman Sachs paventa problemi per le banche, qualora vincessero i no?
    Una ragione in piu' per votare 'no' alle modifiche costituzionali, richieste di Jp Morgan e dalla banche d'affari
    (Adusbef) - Le palesi ingerenze delle banche di affari e dei banchieri, per condizionare le scelte politiche dei governi piegandole agli esclusivi interessi della finanza, gli stessi che hanno emesso derivati tossici per intascare stock option e premi sul denaro dal nulla, generando la crisi sistemica, che dal 2007 ha ridotto sul lastrico milioni di risparmiatori, con fallimenti a catena di banche falcidiando oltre 30 milioni di posti di lavoro, sono intollerabili e devono essere respinte.
    Dopo il documento di JP Morgan (con l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli, vice presidente per l'Italia della banca americana), che ha caldeggiato urgenti riforme dei ‘sistemi politici della periferia meridionale instaurati in seguito alla caduta di dittature, con le costituzioni che mostrano una forte influenza delle idee socialiste, caratterizzate da tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo’, oggi il rapporto di Goldman Sachs, preoccupata di un vittoria dei NO al referendum costituzionale. ‘Se al referendum in Italia vincerà il fronte del 'No' "la probabilità di una ricapitalizzazione di successo guidata dal mercato per le banche più deboli diminuirebbe"- ha affermato l'ufficio studi della Goldman Sachs. Al momento, si legge in un documento di analisi sulle implicazioni del referendum in Italia, Goldman Sachs vede al 40% la probabilità che le proposte di modifica costituzionale vengano respinte dall'elettorato. Una percentuale ancora elevata, precisano gli analisti. La vittoria del 'No', avvertono ancora, "sarebbe vista come una battuta d'arresto all'impeto di riforme strutturali di cui l'Italia ha estremo bisogno per migliorare i propri risultati in termini di crescita".
    Gli interessi dei banchieri di affari come JP Morgan e Goldman Sachs, non coincidono con i diritti e gli interessi delle famiglie, dei lavoratori e dei consumatori taglieggiati dagli istituti di credito e da politiche economiche filo bancarie del governo, per questo i cittadini farebbero bene a fare l’esatto contrario degli appelli interessati delle banche, respingendo una riforma costituzionale che invece di abrogare il bicameralismo perfetto e ridurre i costi della politica, trasforma il Senato in un confortevole dopolavoro per la classe politica regionale tra le più indagate, con il salvacondotto dell’immunità parlamentare.
    Referendum: Goldman Sachs paventa problemi per le banche, qualora vincessero i no?


    “Fummo traditori e ce ne vantiamo”. Marina militare vergognosa
    Senza tema di smentite, mai nella storia delle Forze Armate italiane una delle sue armi si è più messa involontariamente e autolesionisticamente da sola alla berlina della Marina Militare Italiana negli ultimi anni, a seconda dei casi toccando registri comici, oppure tragicomici. Difficile dimenticare, infatti, la docu-fiction del 2014 «La scelta di Katia, 80 miglia a sud di Lampedusa» edita dal Corriere della Sera e Rai Fiction, definita “una via di mezzo tra una telenovela e un filmato da Istituto luce montato con specifiche del Minculpop”, dove tra ettolitri di melassa immigrazionista, una nave agli ordini della “comandante Catia” – non poteva mancare una “Ufficiala” al comando – salvava dai flutti donne e bambini “profughi”, e, tra una pizza e una festicciola, arriva il membro dell’equipaggio che sorridendo ebete ammansiva la seguente enormità: «Ce la faremo a svuotare un continente… serve solo un po’ di tempo ma lo svuotiamo». Castroneria sesquipedale se presa come metafora, e delinquenziale se presa sul serio, visti i numeri da vera e propria invasione degli anni di sbarchi seguenti, sino al picco mai visto prima di ben 16.000 nella sola scorsa settimana.
    Non paghi di ciò, gli spin doctor alla comunicazione della Marina Militare Italiana scimmiottavano i Village People (forse per risultare anche Gay-Friendly, dopo aver ammiccato agli immigrazionisti?) con un bando di arruolamento titolato significativamente “Join the Navy”, per poi lanciarsi in un video ritraente l’equipaggio di una nave da guerra impegnato nella sua personale performance danzereccia dell’hit del momento di Pharrell Williams “Happy”, il tutto all’insegna del riproporre volontariamente, ancorché “per far simpatia”, quegli stereotipi “Italiano cantare pizza baffi neri mandolino” che speravamo fossero rimasti solo tra gli stranieri più beceramente ignoranti, e non appannaggio di una Forza Armata. Anche perché noi credevamo – che sorpassati! – che tutto dovrebbero fare dei militari, tranne fare i “simpatici”, adattandosi alla politica da PNL d’accatto del presidente Renzi. Lasciando da parte i politicamente scorrettissimi Degrelle, Borghese e D’Annunzio, anche perché sarebbe veramente sparare sulla croce rossa, preferiremo magari dei soldati in qualche modo più aderenti alla descrizione diede loro ironicamente Kurt Vonnegut: “eleganti esperti di sbornie, sesso, saccheggio e morte improvvisa”, che questa Armada Arcobaleno a zonzo al largo (mica tanto al largo) della Libia impegnati a importare immigrati tra una cantata di “Happy” e l’altra.
    Ma non è finita qui: fedele al mirabile esempio di dedizione al dovere dei suoi Ammiragli prima e dopo l’8 settembre 1943, la Marina Militare Italiana non si è fatta quindi mancare anche un paio di scandali, l’ultimo dei quali ha toccato l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della MMI dal 2013 al 2016 e incensatore del ruolo di “traghettatori” della MMI tra una tartina con pistacchi di Bronte e champagne e l’altra, prima di finire sotto inchiesta per una storia di concessioni a margine dell’affaire Tempa Rossa. De Giorgi, passato anche alle cronache per il suo discorso d’addio tra minacce di vendetta e recriminazioni, il tutto sulle note de “Il Gladiatore”.
    Infine, arriviamo ai nostri giorni e alla presente ricorrenza dell’“infausto 8 di settembre”, giorno che presupporrebbe un certo basso profilo da quella Marina “nata dalla Resistenza” sì, ma soprattutto, ancor prima, proprio da quell’8 settembre 1943 che vide tutte le navi maggiori della Regia Marina con relativi ammiragli e compagnia briscola avere abbastanza nafta per consegnarsi agli inglesi a Malta – quella nafta stranamente non sufficiente qualche settimana prima per difendere la Sicilia invasa, per esempio – navi poi prontamente internate e divise tra gli Alleati nel dopoguerra come “preda bellica”, e non certo servite ad ottenere una qualunque condizione di favore dai vincitori, ai quali ci prostrammo con le clausole dell’“armistizio lungo” del 29 settembre 1943, ossia una totale resa senza condizioni, cedendo loro tutta la nostra sovranità nazionale, riguadagnata solo in parte nei decenni successivi, e ancor oggi lungi dall’essere lontanamente riacquisita nella sua completezza.
    Ma ormai l’8 settembre 1943 è diventato, dal presidente Azeglio Ciampi e dal suo richiamo al mito di Cefalonia nel 2001 in poi, non più il giorno della “morte della patria”, ma una sorta di 25 aprile dei moderati e quindi ieri, 7 settembre, alle 17.15 compariva sulla pagina FB ufficiale della Marina Militare un articoletto intitolato “La Marina e l’8 settembre 1943 – Un filo blu invisibile e decisivo” dove Giosué Allegrini narrava iperbolicamente le gesta non di qualche eroico comandante, o di una azione di una squadra navale, o nave da battaglia inquadrata dalle salve nemiche, ma… degli Uffici comunicazioni e dello Stato Maggiore della Marina a Roma tra l’8 e il 10 settembre 1943, peraltro non toccati dai combattimenti per la Capitale! Notiamo come l’Allegrini sia il capo ufficio storico della Marina, anche se apparirebbe secondo noi più a suo agio come critico d’arte contemporanea, sua altra occupazione, dal momento che non risultano a suo nome ricerche storico-militari di nota (però è in compenso curatore dell’imprescindibile libro “Nacqui quando ero bambino: dai reportages di spettacolo alla Cyborgdinamica Evolutiva”), e ciò traspare dall’articolo, dal contenuto decisamente grottesco.
    Dopo una premessa pilatesca sulle responsabilità della (mancata) difesa di Roma, l’articolo si apre con un periodo dove il lapalissiano rivaleggia con il surreale: “Le corazzate o i cacciatorpediniere non combatterono, certamente, contro i paracadutisti e panzergranadieren [sic per Panzergrenadieren] tedeschi sulle colline o lungo le strade di accesso a Roma”. Seguito da affermazioni granitiche in puro stile Minculpop à la Guzzanti: “Le notizie pervenute la notte tra l’8 e il 9 settembre, di scontri e rese ai tedeschi, erano comprensibili ma nessuno dubitò mai, neppure per un istante, in merito all’obbedienza e all’efficienza della Marina”. [sbattere di tacchi, lacrimuccia] Passando per il consueto omaggio alle fonti partigiane, peraltro citate Ad Minchiam: “Si trattò di un fenomeno tanto più ragguardevole in quanto, per esempio, il celebre storico e giornalista Giorgio Bocca scrisse, nel suo Storia dell’Italia partigiana” che non un solo plotone dell’Esercito passò compatto alla macchia, senza essere mai smentito”. Proseguendo poi con il “Paura, eh?” rivolto a diverse migliaia di agguerriti Fallschirmjäger veterani di Belgio, Creta e Russia da una mezza dozzina di marinaretti con due mitragliere, che salvarono perciò secondo il buon Giosuè il Ministero Marina in quelle tragiche ore.
    “Il pomeriggio del 10 settembre i tedeschi entrarono in Roma, occupando la sede del Comando Supremo, i Dicasteri e la Banca d’Italia, ma girarono ben al largo dal Ministero Marina, protetto da mitragliere da 20 mm poste tra via Azuni e le spallette dei ponti”.
    Terminando il compitino con le due solite frasette retoriche per titillare il 7+ dalla maestrina: “La Marina, come sempre, era in testa senza chiedere, vantare, o esigere nulla. Faceva il suo dovere, come in passato, ora e sempre”.
    Chiudiamo quindi così questa rassegna tragicomica delle gesta della Marina Militare Italiana, suggerendone la lettura in special modo agli attuali fan di questa Marina “Happy” di oggi, e delle chiacchiere autoassolutorie di Badoglio e degli Ammiragli della Regia Marina e delle rispettive fughe a Brindisi e a Malta di ieri.
    "Fummo traditori e ce ne vantiamo". Marina militare vergognosa, forze armate italiane, Marina, 8 settembre, tradimento

 

 
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