



http://www.rischiocalcolato.it/2016/10/alfania-la-terra-dei-guappi.html
Alfania: la Terra dei Guappi
Solo una ordinaria sudicia storiella itaGliana, degna di Cronaca Vera.
Tuttavia non c’è niente da fare, l’Italia è un paese fottuto nell’anima prima di tutto.
Sarà certamente colpa dei tedeschi.
p.s. nei paesi del Nord Europa e nei paesi Anglossassoni che no, non hanno nulla da insegnare (e figuriamoci) all’ItaGlia il ministro dell’Interno per una cosa del genere si sarebbe dimesso ieri.
Alfania in effetti non è male, da opporre a Padania.
Opporre proprio nel senso di opporre.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


colpa della merkel




Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .


Non esagerare.
Ce ne sono ancora molte sane (oddio, forse molte è una parola grossa).
Il problema è che non si sa dove si nascondano.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


E il Nobel Vargas Llosa stroncò Dario Fo: "Cultura light, di moda"
Nel 2013 il romanziere scrisse sarcastico: "Warhol sta a Van Gogh come Fo a Cechov"
Alessandro Gnocchi
Nel 2013, il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa ha pubblicato un pamphlet, La civiltà dello spettacolo (Einaudi), per annunciare che in campo culturale era scoccata l'ora dei saltimbanchi.
Scriveva il romanziere: «La nostra epoca, in accordo con l'inflessibile pressione della cultura dominante, che privilegia l'ingegno rispetto all'intelligenza, le immagini rispetto alle idee, lo humour rispetto alla gravità, la banalità rispetto alla profondità e la frivolezza rispetto alla serietà non produce più artisti come Ingmar Bergman, Luchino Visconti o Luis Buñuel».
Per non restare nel vago, seguivano nomi e cognomi tra i quali spiccava l'ultimo Nobel italiano: «Chi è proclamato icona del cinema ai nostri giorni? Woody Allen, che sta a David Lean o a Orson Welles come Andy Warhol sta a Gauguin o Van Gogh nella pittura, o Dario Fo a Cechov o a Ibsen nel teatro». Come stroncatura, non c'è male. Vargas Llosa la inseriva nel contesto generale: la cultura è stata portata alle masse, peccato sia diventata leggera fino all'inconsistenza. A gente come Allen, Warhol e Fo si chiede intrattenimento e niente più. La grande arte è un'altra cosa. Si può dissentire sui singoli nomi ma l'analisi è interessante.
Ora l'elenco di Vargas Llosa si può aggiornare: «come Bob Dylan sta a Eugenio Montale e Samuel Beckett nella letteratura». L'Accademia di Svezia, conferendo il Nobel per la letteratura a un cantante, ha quindi cercato di sposare lo spirito dei tempi. Bella mossa, pubblicità assicurata. A Stoccolma hanno fatto centro: ma avranno anche reso un buon servizio alla letteratura che vorrebbero onorare? Come è noto, molti scrittori si sono risentiti a causa di questa decisione, dall'italiano Alessandro Baricco allo scozzese Irvine Welsh. Alcuni hanno risposto con un'ironia più o meno amara, come il giapponese Murakami Haruki o lo statunitense Jonathan Franzen. Nei Social network si discute animatamente. La spaccatura è netta. Ma la scelta non dovrebbe sorprendere, proprio per i motivi esposti brillantemente da Vargas Llosa.
L'intento di sottrarre la cultura alle élite per portarla al popolo poteva anche essere nobile ma qualcuno ha fatto il furbo e ne ha approfittato per sdoganare la superficialità. La cultura light è un tranello: trasmette al pubblico l'impressione fallace di essere all'avanguardia ma è soltanto alla moda. La cultura light quasi sempre si presenta come fenomeno di rottura anche se in realtà alimenta il conformismo.
Lo sappiamo bene in Italia, dove si proclamano trasgressivi anche e soprattutto coloro che detengono il potere culturale. Criticare la società aperta, come risaputo da ogni uomo di marketing culturale, vende e fa vendere. Il ribelle è a suo agio ovunque si trovi: tra gli scaffali, in forma di pamphlet; in televisione, nelle vesti di opinionista; ai festival, come oratore di richiamo; a teatro e al cinema, come attore al servizio dei «giusti» valori. Il ribelle canta la liberazione dell'uomo, rampogna la ricchezza che insudicia le coscienze, predica l'uguaglianza. Nel frattempo, se è bravo, incassa consenso (e non solo).
Per tornare ancora una volta a Vargas Llosa, la figura tradizionale dell'intellettuale è tramontata. L'intellettuale non ispira più alcuna fiducia. Il comico è il nuovo maître à penser, come stiamo vedendo anche nella campagna referendaria in corso dove si rincorre il parere di Roberto Benigni. Che un comico, Beppe Grillo, sia titolare di un marchio di successo in politica, e che tra i numi di tale marchio ci fosse un comico (e molto altro, certo) da sempre «ribelle», Dario Fo, ci dice che anche la politica ha sterzato verso l'intrattenimento.
Dobbiamo dunque rassegnarci? Certo che no. Nel mercato c'è spazio per tutti. È questa la sua bellezza, che i «ribelli» non vedono anche se ne godono. Si possono fare ancora grande letteratura, grande arte, grande critica: roba concepita per durare in eterno e non per servire una causa, fosse anche quella di strappare risate. Basta non pretendere di andare in classifica o vincere il Nobel.
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Fo, una storia arci-italiana
Quando il ribellismo fa rima con conformismo
Fustigatore della borghesia, ne divenne l'idolo
Una commedia degli equivoci finita col Nobel
Stenio Solinas
Come antidoto a una rivoluzione che non arrivava mai e a uno Stato borghese che non si decideva a tirare le cuoia, negli anni Settanta si andava a vedere Dario Fo.
Gli spettacoli di solito erano in periferia, una fabbrica occupata o dismessa, una Camera del lavoro, un centro sociale, una cooperativa, un tendone. I titoli erano a volte chilometrici: Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e grandi, L'operaio conosce solo 300 parole il padrone 1000 per questo lui è il padrone, altri sintetici: Fedayn, Il Fanfani rapito, ma lunghi o corti che fossero sul palcoscenico succedeva sempre la stessa cosa: gli attori correvano, i tamburi rullavano, c'erano bandiere e marce e canti, smorfie e sberleffi, volti stralunati, concitazione.
Anche il pubblico era identico. Tante barbe, clarks e eskimo in quello maschile, zoccoli olandesi, gonnellone, borse di tolfa e capelli crespi per quello femminile. Dieci anni prima, Fo era stato il beniamino della piccola e media borghesia milanese dei teatri di centro: Comica finale, Gli arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è sfortunato in amore, un Feydeau alla meneghina che ancora non si era reincarnato in un Brecht alla cassoeula, e dieci anni dopo lo era dei loro figli e questo passaggio di consegne era in fondo un modo simbolico per uccidere il padre, in platea come sulla scena.
Ancora un decennio e i componenti della prima si sarebbero limitati fisicamente a prenderne il posto, negli uffici pubblici, in banca, in azienda, l'eterno ribellismo italiano che fa rima con il conformismo e permette di vivere al potere facendo finta di essere all'opposizione Quanto al giullare della borghesia divenuto poi teatrante irregolare e militante, ad attenderlo ci sarà addirittura il Nobel per la letteratura e insomma, «a caval donato non si guarda in bocca», come già aveva detto Emilio Cecchi quando la scelta era caduta su Quasimodo.
Al netto del talento, quella di Dario Fo è una storia arci-italiana. A diciott'anni è un «ragazzo di Salò», a trentacinque gli affidano Canzonissima alla televisione di Stato, a quaranta vuole radere al suolo lo Stato borghese, a cinquanta è di nuovo alla televisione di Stato con Mistero buffo, «opera in cui un giullare contemporaneo si è posto senza riserve al servizio del popolo per esprimerne i bisogni di autonomia dalla cultura borghese con le sue diverse varianti dal fascismo al revisionismo. Un intervento sul fronte culturale che assolve al suo compito di strumento per la ricomposizione ideologica e politica del proletariato in lotta per il comunismo». Esemplare, è il caso di dire.
In questo curioso intreccio c'è la filigrana di un carattere. Nelle note biografiche descritte negli anni caldi della contestazione, di Salò naturalmente non c'è traccia e quella di Dario Fo è «una famiglia proletaria di tradizioni democratiche e antifasciste». Il padre è ferroviere, poi capo stazione, e probabilmente il Regime per tutto il Ventennio gli pagherà lo stipendio senza accorgersi che sotto la camicia nera ce n'è una rossa.
Quanto al figlio, che alla Rai comincerà a collaborare già nel 1952, la sfortunata esperienza di Canzonissima, censura e licenziamento, viene presentata come «una lezione pratica sulla natura profondamente reazionaria dello Stato e dei suoi strumenti di oppressione e controllo delle masse popolari», e il suo teatro borghese rivisto come «teatro sempre più politico dove la cultura popolare è individuata nel presente del movimento reale della lotta di classe». Più semplicemente, Fo era entrato in rotta di collisione con quello stesso potere di cui faceva parte, si era illuso di poter fare la contestazione con l'appoggio dei carabinieri. La estremizzazione del suo teatro, demagogico, retorico, chiassoso e logorroico, se da un lato rispecchiava il suo nuovo ed esacerbato estremismo politico, era dall'altro funzionale alla ricerca di un pubblico alternativo a quello tradizionale ormai precluso. «Da artista amico del popolo ad artista al servizio del movimento rivoluzionario proletario, giullare del popolo in mezzo al popolo, nei quartieri, nelle fabbriche occupate, nelle piazze, nei mercati coperti, nelle scuole» recitano le note cronologiche a Mistero buffo del 1974.
Ora, solo in Italia si è verificato il curioso fatto della sovversione fatta con la connivenza e/o l'indifferenza dell'ordine costituito e gli anni Settanta in Italia sono stati proprio questo, una gigantesca commedia degli equivoci dove si strillava di voler abbattere il potere e si ristrillava se poi il potere non ci stava a farsi abbattere, un'opera dei pupi spesso e volentieri sanguinosa, politicamente parlando, ma, intellettualmente parlando, sempre opera dei pupi: nessun artista moriva di fame per le sue idee «rivoluzionarie», nessun artista finiva in galera per le sue idee «rivoluzionarie» e per ogni porta che si chiudeva ce n'era un'altra pronta ad aprirsi come camera di compensazione. Il giuoco delle parti avrebbe detto Pirandello, premio Nobel come Fo. Appunto.
Fo, una storia arci-italiana Quando il ribellismo fa rima con conformismo - IlGiornale.it
Bufera sulla diretta Rai: 75 minuti di delirio rosso pagati col canone
Palinsesti stravolti e speciale del Tg1 per il rito. La celebrazione della tv di Stato irrita i social
Paolo Bracalini
Se cinquantacinque anni fa era stato allontanato dalla Rai democristiana, la Rai renziana ha riparato tutti i torti dando ai funerali di Dario Fo lo spazio dovuto ad un padre della Patria, ad un eroe nazionale, ad un genio universalmente amato (anche se la figura di Fo divide diametralmente gli italiani).
Palinsesti stravolti da RaiUno a RaiScuola con speciali sull'attore, pezzi d'archivio, interviste, omaggi di ogni tipo. E poi ben tre dirette sui funerali a Milano, una di RaiNews24 (guidata da Antonio Di Bella, una carriera in quota Ds e poi Pd), l'altra di Radio1 («Filo diretto GR1 - Addio a Dario Fo»), e poi dalle 11.50 per la bellezza di 75 minuti lo speciale del Tg1 «L'ultimo saluto a Dario Fo» sulla rete ammiraglia della tv di Stato, con la telecronaca della cerimonia in piazza Duomo. A condurre la quirinalista del Tg1, Simona Sala.
Più che una telecronaca una telecelebrazione, tanto che sui social arrivano le proteste («Perché devo pagare il canone Rai per guardare i funerali di Dario Fo?», «Continua il delirio anticlericale di Dario Fo sulla Rai, mai tanto soddisfatto del mancato pagamento canone»). I toni della diretta del Tg1 non alleviano i telespettatori che non hanno mai amato l'attore, anche per la sua militanza politica di parte, dalla sinistra comunista a Grillo e Casaleggio: «Un grande, un genio, qualcuno che ha dato qualcosa a ognuno di noi. Oggi è un lutto ma mai così allegro, festoso, proprio come voleva lui» si scioglie l'inviata Rai.
Dopo l'intervento di Carlin Petrini sulla inscindibilità tra arte e militanza («Pensare a lui senza politica è come pensare ad un buon vino senza l'uva») la telecronaca del Tg1 torna a commuoversi: «Tantissime le sollecitazioni da Petrini, amici da sessant'anni insieme militanti comunisti contro tutte le povertà. Una vita passata in una militanza civile che non si può separare dal suo fare arte».
Dopo la cerimonia attaccano i tromboni della «Banda degli ottoni a scoppio» (una banda musical-politica, «suoniamo da trent'anni al fianco dei lavoratori»), e la Rai educa ancora il popolo sulla corretta lettura delle immagini: «La banda ha accompagnato tutta la vita di Dario Fo, è una banda popolare, sono canti di lotta, politici ma anche allegri. Arte e passione politica sono inscindibili. È un funerale paradossale, perché si sentono parole, ideali e valori che non si sentivano da tantissimo tempo, e tutto accade sul sagrato del Duomo, un paradosso totale che avrebbe divertito tantissimo Dario. Solo lui poteva far sventolare bandiere rosse e far cantare Bella ciao sul sagrato del Duomo. Vedremo adesso cosa farà Milano, perché il sindaco Sala ha ammesso che la città ha ricevuto da Fo più di quello che gli ha dato», intima la cronista Rai.
Le telecamere inquadrano le sindache grilline Appendino e Raggi insieme a Casaleggio jr, numero due del M5S con cui Fo si era schierato ufficialmente, chiudendone la campagna elettorale nel 2013. Altro aspetto controverso di Fo, che però non disturba minimamente la telecelebrazione Rai, anzi: «Dario Fo era l'anima di sinistra del M5S, aveva molto sofferto la morte di Casaleggio, lo considerava un genio creativo. Di Maio ha definito Fo un uomo capolavoro, una definizione che si può condividere». Poi, nei buchi della diretta, l'inevitabile intervista a Saviano su Fo, un'altra d'archivio, un'altra ancora a Lella Costa, mai un'ombra di nota dissonante. «Una giornata di pioggia e di gioia, un premio Nobel, ricordiamo, dato a chi dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi» assicura la tv di Stato con i dirigenti nominati dal Pd.
Bufera sulla diretta Rai: 75 minuti di delirio rosso pagati col canone - IlGiornale.it
Duomo occupato dai comunisti. La Rai s'inginocchia
Pugni chiusi e Bella Ciao davanti al simbolo del cattolicesimo. E lo show va in diretta tv
Luigi Mascheroni
«E sempre allegri bisogna stare/ che il nostro pianger fa male al re/ fa male al ricco e al cardinale/ diventan tristi se noi piangiam».
Non si poteva piangere, ma non si poteva neppure ridere, ieri mattina, in una Milano devastata dall'acqua, al funerale di Dario Fo, insieme festa laica e festival letterario, tra politici e scrittori, cerimonia musicale e parlante, pittoresca, commovente, grottesca e contraddittoria, per ricordare e dire «Ciaooo Dario!» al più contraddittorio giullare e premio Nobel della storia italiana.
Che festa è stata. E che Italia, che è.
Solo l'Italia conosce così tanti atei che vedono le chiese come simboli del potere religioso, tranne quando se ne possono usare le piazze per i loro funerali.
Solo l'Italia intona Bella ciao alle esequie di un ex repubblichino.
Solo in Italia la Tv di Stato fa saltare tutti i programmi radio e video per omaggiare uno che ha ospitato, e poi censurato, e poi cacciato, e poi re-invitato...
Erano tutti invitati ieri ai funerali di Dario Fo. E sono arrivati in migliaia. Si parte da un teatro - perché i simboli sono importanti -, lo Strehler, e si arriva in piazza Duomo, con la bara sul sagrato, posizionata perché i simboli hanno significati nascosti davanti al portone di una Cattedrale in cui Fo non ha mai voluto spiritualmente entrare, a sinistra della Galleria Vittorio Emanuele, monumento di quella borghesia che Fo, da perfetto borghese qual era, ha sempre detestato, e a destra di Palazzo Reale che, in quanto sede di re, ha sempre contestato. Tranne quelli di Svezia.
La festa e la farsa iniziano alle 11. Si esce dalla Camera ardente. Dentro è rimasta solo la famiglia e pochi intimi: attorno al feretro Jacopo Fo, con lo sciarpone rosso, Gad Lerner e Stefano Benni, che portano la bara a spalla fino all'auto blu. «Siete pronti? Camminiamo tutti allo stesso passo. Andiamo».
Si va. Tutti allo stesso passo: da Foro Bonaparte al Duomo, Cont duluri e cont lamenti. In testa, il sindaco di Milano Sala, quello di Torino Appendino, quello di Roma Raggi «Tieni duro, sindaco! Sono un attivista del Movimento. Ho conosciuto un tuo assessore alla marcia Perugia-Assisi... Posso fare un selfie?». E lei: «Andiamo avanti».
Si va avanti, tutti in marcia, verso largo Cairoli. Primo applauso. Poi parte la marcia funebre, suona la «Banda degli ottoni a scoppio». Ma non è una musica funebre, anzi. Clownesca e felliniana. La vita è teatro. La morte spettacolo. Ci sono due ragazze col naso finto. Cameramen e fotografi. Un clochard col trolley. Assessori. Gente comune. Quelli dell'Anpi con la bandiera. Zum zum, pam pam. Rosamunda... Pifferi, bombette e k-way.
Si imbocca via Dante che diluvia. Turisti, shopping e dehors. Jacopo Fo è rimasto indietro. E grida: «Andate avanti». A Cordusio parte un tema zigano di Goran Bregovic. Si canticchia, qualche orchestrale balla. Zara è quasi vuoto, via Orefici strapiena. Una ragazza continua imperterrita a soffiare bolle di sapone.
La vita va via in un soffio. Anche un funerale. Siamo già in piazza Duomo. L'odiata Mondadori del satrapo Berlusconi, sotto i portici, ha allestito tutte e cinque le vetrine con le insegne «Ciao Dario». Parte un altro applauso.
Siamo quasi al sagrato. Ci sono i militanti che salutano. Un cagnasso randagio inzuppato di pioggia. Un paio di carrozzelle, un sciancat instorpiat... Sono tutti fan di Fo. E tutti porasi fiol de Deo.
Sul sagrato non c'è Dio, e neppure un pretazzo. C'è un gazebo bianco. I necrofori dell'impresa San Siro depongono la bara in mezzo a due gendarmi, con i pennacchi e con le armi. Quanta bella gente. Davanti alla bara la piazza è strapiena di ombrelli e cartelli: «Io non sono un moderato». Dietro la bara c'è la famiglia, lo stato maggiore dei Cinque stelle Di Battista in cappotto blu, Di Maio e Casaleggio junior, Beppe Grillo in piumino. Roberto Vecchioni, a bassa voce, a un amico, dice: «C'è Saviano...». Saviano è appoggiato, indolente, a un sostegno del gazebo, poi lo chiamano davanti. «Fatti vedere».
La gente vuole vedere. Grida: «Chiudete gli ombrelli!». Non si può. La cerimonia, sotto il diluvio, è officiata da Carlo Petrini e Jacopo Fo. Ag stait pù in d'la pel d'la contentesa. Non stanno più nella pelle dalla contentezza di dire a tutti che bisogna ridere ed essere felici. «Oggi andate a casa e mangiate, ridete e se potete fate l'amore. È quello che avrebbe fatto lui», dice di lui l'amico Carlo Petrini. Narra aneddoti privati e ricordi pubblici. Poi, da scaltro gastronomo, il patron di Slowfood tira fuori dalla coppola la metafora enologica: «Tenere fuori la politica dall'arte di Fo sarebbe come fare un buon vino senza uva».
Dopo, inizia la sbronza ideologica. È l'orgoglio ritrovato di chiamarsi (ancora) «compagne e compagni». Tocca a Jacopo Fo parlare alle compagne e ai compagni. È interrotto dagli applausi e dalla commozione. Parla da figlio, e tutto gli è dovuto e perdonato. «Noi siamo un po' animisti. Non è che uno muore veramente, dài... Si fa per dire». La piazza ride e piange.
E ridendo piangendo si evoca, e par di sentirla da lontano, «Stringimi forte i polsi/ dentro le mani tue» che Dario Fo scrisse per Franca Rame. Fu la sigla di Canzonissima, anno 1962. Stretti i polsi, si liberano i pugni. E Jacopo Fo ringrazia tutti, a favore di piazza e di telecamera, col pugno chiuso alzato: «Grazie compagni».
Eh bon, tacabanda! E la banda attacca. «O partigiano, portami via. O bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!».
«Ciao, ciao». «Come stai?!». «Ah, sei venuto anche tu...». «Hai visto quanta bella gente». «Che bella festa...».
La festa è finita. Reinizia la vita.
È mezzogiorno e mezzo. C'è Lella Costa che ride con Vecchioni. C'è Travaglio con già la sigaretta in mano. C'è l'archistar Boeri. C'è Renato Pozzetto che non ha voglia di ridere. C'è Grillo che parla con tutti. E c'è Dario Fo - nella bara, lì vicino - che non ascolta più nessuno.
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Noto rastrellatore di partigiani idolo dei comunisti.
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Dario Fo, le sue opere sono armi di propaganda
di Gianandrea de Antonellis
È morto Dario Fo, ed ora ci aspetta un profluvio di lacrime istituzionali ed una santificazione laica dell’attore lombardo. Ho scritto attore e non autore, perché Fo fu essenzialmente un interprete, le cui capacità di muoversi sul palcoscenico superano di gran lunga quelle di drammaturgo.
In effetti la designazione di Dario Fo da parte dell’Accademia svedese fu dovuta a “meriti” più politici che letterari: non a caso, Alessandro Zaccuri, nel suo ricordo odierno sul sito di Avvenire, sostiene che «Nel 1997, per una volta, il Nobel andò non a uno scrittore in senso tradizionale, ma quello che tecnicamente si potrebbe definire un performer». Infatti, sicuramente Fo era un grande uomo di teatro, un vero mattatore del palcoscenico (che però si confrontava quasi esclusivamente con propri testi), ma se andiamo a leggere i suoi drammi ci troviamo obbiettivamente di fronte a lavori tutto sommato modesti.
Cosa è, anzi, cosa diventa, ad esempio, Mistero buffo, senza la sua interpretazione (e a parte i plagi che sono stati evidenziati nella stesura)? Che cosa rimane di Morte accidentale di un anarchico, la cui lettura è a dir poco estenuante – oltre che fastidiosa, se si pensa che contribuì a rinfocolare il clima d’odio nei confronti del commissario Luigi Calabresi, che finì assassinato da un commando di Lotta continua?
La politica è il filo rosso che attraversa la produzione di Fo: se togliamo questa, di puramente artistico resta ben poco. Anche nelle farse come Settimo: ruba un po’ meno, le battute migliori vengono da una satira politica di grana grossa, che ai nostri tempi potrebbe essere degna più di uno spettacolo da cabaret (alla Zelig, per intenderci) che di una rappresentazione teatrale.
Coerentemente, appena ricevuto il Nobel, Fo dichiarò che avrebbe usato il denaro del premio per allestire uno spettacolo in difesa di Sofri e compagni (Marino libero! Marino è innocente!), attaccando vergognosamente Leonardo Marino, l’unico vero “pentito” della storia giudiziaria italiana (nel senso che si pentì ed andò a confessare la propria partecipazione all’omicidio Calabresi da un prete, il quale gli impose come penitenza di costituirsi) e dandogli del bugiardo e prezzolato. Nonostante l’immediata trasmissione televisiva e la pubblicazione presso Einaudi, la rappresentazione non ebbe il successo sperato (memorabile fu l’interruzione delle prove da parte di alcuni punk-bestia, che rivolsero all’attore e alla sua compagna di vita e di palcoscenico Franca Rame l’epiteto di “fascisti”, forse edotti della giovanile militanza nella Repubblica Sociale, che Fo ha cercato inutilmente di nascondere).
Da sempre dichiaratosi di estrema sinistra – naturalmente una sinistra al caviale, tanto che si diceva che in casa venisse servito da un maggiordomo in guanti bianchi –, attivista di Soccorso Rosso Militante in difesa di criminali comunisti ed extraparlamentari (come Achille Lollo, l’autore del rogo di Primavalle), Dario Fo ha utilizzato le proprie opere come arma di propaganda. Una propaganda molto ben riuscita, visto che anche molti cattolici sembrano dimenticare la furia anticattolica del suo Mistero buffo; ai nostri tempi ha perso molta forza d’impatto, ma alla sua uscita fu devastante: irridere i santi e di papi non era affare di tutti i giorni (basti ricordare lo scandalo che accompagnò la decisione della Rai di trasmettere in prima serata lo spettacolo), adesso anche le Femen possono compiere atti osceni in una chiesa e non essere neppure denunciate…
Tra le sue ultime “opere” troviamo Lu santo jullare Francesco (1999), un “omaggio” al preteso carattere rivoluzionario della santità francescana, visto quasi come una continuazione del più noto Mistero buffo, scritto nel 1969 e sul quale obbiettivamente Fo ha campato di rendita per quasi cinquant’anni. Ormai, dati i tempi ed il cambiamento della società, lo scandalo che aveva potuto suscitare una pièce come Mistero buffo non era più pensabile, ma anche nell’ultimo lavoro venivano ripetuti luoghi comuni molto utili alla propaganda anticattolica: far passare San Francesco come un rivoluzionario, evidenziandone solamente il lato materiale e nascondendo totalmente quello spirituale, come se il poverello di Assisi non avesse ricevuto le stimmate e non avesse parlato con Dio, ma fosse stato un qualsiasi prete operaio o teologo della liberazione ante litteram.
Dario Fo, le sue opere sono armi di propaganda
Dario Fo, il Grande Giullare di ogni regime
Una cosa giusta l’ha detta: «Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare». Fascista, comunista e infine grillino
Luigi Amicone
Il giorno che Dario Fo prese il Nobel di Stoccolma, non perché fosse il redivivo Boccaccio, ma perché, come scrisse il Wall Street Journal, la sua opera «è stata un abbaiare e latrare di cani alla Chiesa cattolica», la sinistra della provincia italiana ci credette sul serio che “lo Smilzo” (come lo chiamavano i suoi paesani del Varesotto quando Dario era giovane e mingherlino) fosse un maestro e genio letterario. E così seguiteranno a crederci i pirotecnici coccodrilli che gli dedicheranno i giornaloni (ne avevate già un assaggio sui siti di ieri), nonostante il fatto che il novantenne bellimbusto se ne sia andato prendendo tutti per i fondelli con un «se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare».
In effetti, riferendo di questa sua stupenda battuta finale, nemmeno Repubblica sembra aver inteso la profonda e neanche troppo sottile verità (questa sì da genio di non ordinaria ruffiana correttezza politica) che al varco dell’altro mondo ci ha voluto lasciare l’istrionico Dario Fo. Credeva probabilmente in niente, rideva d’ogni cosa e specialmente funzionava il suo celiare grottesco contro la Chiesa cattolica. Poiché si sa, la Chiesa cattolica è più una Croce rossa che un Britannia o un club Bilderberg.
Ma certo hai fatto proprio di tutto per campare, caro giullare. Sei stato fascista, al tempo in cui tutti erano fascisti. Repubblichino, all’epoca della Repubblica di Salò. Ma «per salvare la pelle», ti scuserai poi, caro Dario, quando con gli anni venne tirato via il pietoso velo e qualcuno rivelò la tua partecipazione attiva all’ultimo baluardo fascista (e peccato che i coccodrilli di oggi e di domani lo stendano ancora quel velo, e non raccontino nessun particolare del Fo di epoca fascista e repubblichina). Naturalmente anche quando caddero il fascismo e Salò, Dario ebbe il problema di salvare la pelle. E, oplà, divenne il vigoroso antifascista, poi comunista e infine l’antagonista a 24 carati che conoscevamo. Eh sì, hai fatto proprio di tutto per campare, caro il nostro Grande Giullare.
Così, Dario Fo se n’è andato confessando in modo obliquo quello che tutti sapevamo già. Ma che non si poteva dire sul bel palcoscenico mediatico-politichese del nostro regimetto obamiano di provincia, periferia del pensierino unico e amaca dei Michele Serra. Il Grande Giullare è stato fascista, repubblichino, antifascista, comunista, extraparlamentare di sinistra. Tutte queste cose insieme e, per comica finale, è stato pure cittadino cinquestelle. Giullare del giullare Beppe Grillo. Giusti perciò i coccodrilli pirotecnici. Però, adesso, dategli pure il Nobel alla memoria. E con questa bella ragione sociale: “Alla commedia dell’arte conformista, opportunista e trasformista, a Dario Fo, tessera numero 1″.
Dario Fo, il Grande Giullare di ogni regime | Tempi.it
E’ morto Dario Fo. Io piango Sergio, Virgilio e Stefano
Consentitemi una breve premessa, da milanese, scandalizzato (ma non stupito) dalla santificazione di Dario Fo. Non voglio parlare del cosiddetto “funerale laico”, vero inno alla disperazione; voglio aggiungere due parole su Sergio Ramelli. Il ragazzo morì il 29 aprile 1975, dopo un’agonia di 48 giorni. Gli assassini gli avevano spaccato la testa a colpi di chiave inglese. Vidi con i miei occhi le oscene scritte, ripetute più volte sui muri della via in cui avvenne il crimine: “Dieci, cento, mille Ramelli!”. Esattamente un anno dopo, il 29 aprile 1976, in viale Lombardia a Milano, i delinquenti comunisti uccisero a colpi di pistola l’avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del MSI. Nel pomeriggio di quel giorno l’avvocato Pedenovi avrebbe dovuto partecipare a una commemorazione di Sergio Ramelli. Questo era il “bel mondo” che tanto affascinava i ricchi comunisti Dario Fo e Franca Rame. Ognuno valuti.
E ora lascio la parola all’amica Irma Marzuoli, il cui articolo condivido in pieno.
Paolo Deotto
E’ morto Dario Fo. Io piango Sergio, Virgilio e Stefano
di Irma Marzuoli
E’ morto Dario Fo, ed è la seconda o terza volta nella mia vita che non riesco a sentire nemmeno un briciolo di umana compassione.
Il dolore che non sento per la fine di Fo ha un nome, anzi tre: Sergio Ramelli, Virgilio Mattei e Stefano Mattei.
Lo rivedo lì, Virgilio, con una mano attaccata allo stenditoio del balcone della sua povera casa di periferia, ormai ustionato a morte e col viso deformato e vicino a lui so che c’è il fratellino di otto anni, ugualmente massacrato dal fuoco: il muro ci impedisce, grazie a Dio, di vederlo, perché un bambino bruciato vivo dall’odio politico è cosa che l’Altissimo ha avuto la pietà di non mostrarci.
Nessuna pietà, invece, ebbero Dario Fo e sua moglie, Franca Rame, che scrissero una ormai famosa lettera di affetto, di vicinanza e di comprensione verso la bestia, Achille Lollo, che aveva appiccato l’incendio in casa Mattei.
Questa missiva, che è anche la promessa, indegna, vergognosa e bastarda, di un aiuto materiale e morale, supera di molto le già numerose colpe dei coniugi.
Lui, prima “repubblichino” e poi rinnegato, ateo convinto, nemico giurato della Chiesa, pacifista a targhe alterne, comunista fino al midollo quando fu conveniente esserlo, miracolato dalla politica che intorno alla sua persona ha costruito il personaggio del grande artista che non era; lei abortista, femminista, per l’amore libero, ovviamente divorzista, comunista e, come ricordato, spalleggiatrice di assassini feroci.
Dario Fo la chiamava la sua “accademia”. Franca era la sua donna e la sua musa. Da lei non prese mai le distanze. Mai! Neppure quando la musa difendeva il carnefice di un bambino di otto anni.
Nemmeno dal figlio Jacopo si distanziò, allorché costui pubblicò delle vignette ignobili e irriverenti sulla strage di Primavalle!
Alla morte di Sergio Ramelli, il diciottenne militante del Fronte della Gioventù, massacrato dagli antifascisti a colpi di Hazet 36 sulla testa, commentò: “Vabbè, in fondo è morto solo un fascista”.
Lo accompagnino al suo triste funerale laico le belve che in Consiglio comunale, a Milano, applaudirono alla morte di Sergio; piangano la sua fine i compagni di Soccorso Rosso che aiutarono Lollo.
Io oggi non ripeto il gesto di quei balordi e non applaudo alla morte di Fo. Mi limito a ricordare chi davvero sia stato questo premio Nobel senza nobiltà e quale canaglia abbia sempre corteggiato.
E? morto Dario Fo. Io piango Sergio, Virgilio e Stefano ? di Irma Trombetta Marzuoli | Riscossa Cristiana
Europa, il cimitero che ha rimosso la morte
di Roberto Pecchioli
Il funerale di Dario Fo ha espresso una volta ancora il peggio dell’Italia contemporanea: l’occupazione “laica” del sagrato del Duomo, la presenza della squallida compagnia di giro degli intelligentoni di sinistra, al comando di Gad Lerner e Roberto Saviano, le bandiere rosse ed i pugni chiusi di un’attempata platea grondante un rancore antico sotto la pioggia autunnale, il figlio del morto barbuto ed ultracomunista che ringrazia i compagni, gli imbarazzanti applausi alla bara che sembrano essere diventati copione obbligato dei riti funebri, la banda che ha suonato Bella Ciao ad un milite (pentito, pentito!) della Repubblica Sociale, l’elogio al defunto affidato a Carlin Petrini, quello di Slow Food. Proprio il gastronomo di Bra ha pronunciato la frase che ispira il presente scritto: “Oggi andate a casa, e mangiate e bevete, e , se potete, fate l’amore”. Una grossolana rimozione della morte in linea con il personaggio Fo.
La riflessione che ne scaturisce, tuttavia, è sconsolante: non potendo abolire la fredda sorella, la negano con allegria di naufraghi. Il materialismo illuminato del nostro tempo bastardo vieta la speranza ultraterrena, e finisce col fare della morte uno spettacolo, quando si tratta di personalità conosciute, e negli altri casi, un accadimento nascosto, quasi furtivo. Sottratta sempre più all’ambito pubblico e collettivo della comunità, viene considerato un evento privato, condannato a consumarsi nell’emarginazione e nella solitudine. La morte, inoltre, viene ridotta a “malattia”, per cui il morente viene assegnato all’esperto, al “tanatologo”, che tratta il trapasso scientificamente, al di fuori delle emozioni, degli affetti del parentado, e senza le mediazioni rituali e sociali che servivano a elaborare il lutto.
C’è di più, ed è il fatto, sconosciuto alle epoche passate, che nell’esistenza secolarizzata la morte non riveste praticamente ruolo alcuno. Simbolo di transitorietà, come la malattia è confinata negli ospedali e negli ospizi per anziani. Cinema e televisione riflettono la vita dei sani, ed è sintomatico che i cortei funebri non attraversino più i paesi e le città, ma siano relegati nel ghetto dei cimiteri. Viviamo in una società che ha smesso di convivere con la morte, rendendola qualcosa di indicibile, perché c’è stata una regressione del sacro, del religioso e del rituale.
Anche nei dialoghi quotidiani, l’argomento morte viene evitato, schivato, preso alla larga tra sinonimi ed allusioni. Nel passato, si recitava una preghiera affinché Dio non ci riservasse una morte improvvisa, senza pentimento e sacramenti. Oggi, l’orrore di fronte alla morte (e ad ogni sofferenza) fa sì che tutti ci auguriamo un trapasso rapido e repentino. L’eutanasia, che fino a venti, trent’anni fa era considerata dall’anima popolare un delitto, è vista con favore da molti.
Il rispetto, non diciamo il culto dei morti, si è dissolto. Ciò che è rimosso per paura, incomprensione, orrore invincibile non ha titolo per essere oggetto almeno di riguardo. Carlo Petrini, ateo e materialista estraneo alla cultura popolare (cibo a parte), dinanzi alla bara di un amico, può solo invitare al sesso o alle gozzoviglie, ma è una povera reazione alla paura di qualcosa di enorme, inevitabile e di cui non si sa più riconoscere il mistero. I cimiteri non vengono più visitati con la frequenza e la discrezione di prima. Anzi, non sono pochi coloro che chiedono di spargere le proprie ceneri in mare o nell’aere. Un impresario di onoranze funebri propone addirittura, per un funerale eccentrico ed esclusivo, di unire le ceneri dell’estinto alla polvere dei fuochi d’artificio.
Segni inequivoci di un orrore del corpo umano defunto, di una distanza totale dall’ipotesi (le pari, la scommessa, la chiamò Blaise Pascal) di persistenza dell’anima, di una tragica svalutazione della stessa traccia del proprio passaggio sulla terra. Un individualismo estremo che, di fronte alla morte, si piega in solipsismo ed in ansia di dissoluzione. Non può non balzare alla mente il quadro l’Urlo di Munch, o gli occhi sbarrati e le braccia drammaticamente levate in alto di uno dei personaggi della “Fucilazione del 3 maggio 1808” di Goya, all’alba della modernità.
Le piramidi egizie, espressione di una civiltà dalle straordinarie conoscenze ingegneristiche ed astronomiche, erano tombe, e gli etruschi, che ebbero un particolare senso della morte, espressero il meglio dell’arte nelle necropoli e nelle tombe. La serenità fidente di tanti piccoli cimiteri alpini costruiti attorno alla chiesa tocca la sensibilità dei visitatori, ed una delle sette meraviglie dell’antichità era la tomba di Mausolo ad Alicarnasso, da cui il termine mausoleo, fatta erigere dalla regina Artemisia per l’amato marito. Non più necropoli, probabilmente non più cimiteri, nel futuro di questa nostra civiltà esangue che nasconde la testa sotto terra come gli struzzi di fronte a ciò che non accetta e che non può dominare con gli strumenti della scienza o “gestire” con appositi protocolli o prassi.
Da tempo, abbiamo creato il recinto del dolore e della sofferenza, respinto il fatto concreto della morte in appositi spazi chiusi, igienizzati, in cui si muovono come automi o figure oniriche degli addetti specializzati, quegli uomini e quelle donne di cui vogliamo ignorare volti e caratteri. Ci siamo persino inventati un nuovo eufemismo politicamente corretto, fine vita, per indicare quel momento drammatico e misterioso che Rabelais chiamò “il grande forse”. Poiché non possiamo abolire la morte per decreto ministeriale, né attraverso le sofisticate tecnologie attraverso le quali crediamo di essere i dominatori dell’universo, pretendiamo di “gestirla”(questo verbo così contemporaneo…).
Lo hanno chiamato testamento biologico, e consiste nel disporre di sé stessi nell’ora estrema: eutanasia, rifiuto di cure, espianto di organi. Le legislazioni europee ed occidentali, ovviamente, registrano, talora anticipano i profondi mutamenti dell’atteggiamento rispetto alla morte, ed alcuni Stati hanno già legalizzato l’eutanasia. In Belgio, anche i minori possono “scegliere” (scegliere !) di morire, mentre in Olanda una legge ora in discussione introdurrà un vero e proprio diritto alla morte. Chiunque, anche in buona salute ed indipendentemente dall’età, potrà chiedere ed ottenere la morte assistita statale, forse mutuabile, il che, tradotto dal giuridicamente e politicamente corretto, significa che lo Stato sopprimerà i propri concittadini con ogni igienica precauzione, apposita assistenza psicologica e, immaginiamo, in presenza di ministri di culto della religione o setta preferita.
Con l’occasione, si sono diffusi concetti nuovi, quali qualità di vita, vita degna di essere vissuta, per individuare limiti giuridici o giustificare la circostanza, obiettivamente enorme, di voler determinare la morte ed impadronirsene. Non vi è chi non veda, insieme con la riduzione ad animale dell’essere umano, anche la mano di interessi potentissimi. Pensiamo ai fondi pensione, alle assicurazioni contro le malattie, interessati ai loro bilanci ed al profitto degli azionisti, compromesso dalle cure e dalla sgradita sopravvivenza di troppi “aventi diritto”. In Olanda, le campagne di opinione a sostegno dell’istituzione dell’eutanasia sono state largamente finanziate da compagnie di assicurazione e fondi speculativi.
Uno scrittore americano scrisse che l’istituzione più indicativa della metafisica moderna è l’assicurazione sulla vita. Il suo piano della divisione dei rischi indica con la massima chiarezza la vera natura del tentativo di considerare la morte come un incidente. Nel Medioevo, al contrario, tra le paure degli uomini di quel tempo, la più debole fu proprio quella della morte. Ebbe quindi ragione uno psicoanalista, ma anche sociologo come Erich Fromm, un materialista a tutto tondo, ad affermare che il nostro tempo nega semplicemente la morte, e con ciò la base ideologica dell’esistenza. Anziché percepire la morte, la sofferenza, il dolore, come le spinte più forti della vita, come la base della solidarietà umana, l’individuo è portato o costretto a rimuovere il sentimento della morte come uno scandalo. Riflessioni analoghe aveva svolto Nietzsche.
In una cultura senza Dio e contro Dio avanza l’aspirazione a dimenticare la morte, togliersi dalla vista tutto ciò che ne ricorda la presenza. Giovanni Arpino espresse tutto ciò con un paradosso: “della morte, oggi, nessuno ne parla più. Oggi chi muore è quasi accusato di tradire chi resta.” Al tempo delle nostre nonne, si moriva “di vecchiaia”, circondati però da figli e nipoti, e nessuno si sarebbe sognato di nascondere ai bambini della famiglia la salma del nonno: era il senso della vita, mancanza di rispetto per il defunto, una esperienza da fare, una sorta di iniziazione all’esistenza. Molti adulti, ormai, non sopportano neppure una visita all’ospedale, e risparmiando ogni sgradevole esperienza a se stessi ed ai figli, diventano esseri fragilissimi non più in grado di guardare in faccia la vita.
Anche la visita al cimitero in occasione della celebrazione dei defunti è scivolata via come mille altre usanze abbandonate per indifferenza. In alcune famiglie, era uso visitare almeno una tomba di quelle maltenute, senza fiori, per testimoniare una sorta di deferenza nei confronti di ogni vita spezzata.
Significativo e tristissimo è che la festività di Ognissanti, cui succede il 2 novembre, dedicato ai defunti, sia stata del tutto sostituita dalla ricorrenza di Halloween, penosa certificazione della nostra dipendenza sottoculturale dagli Stati Uniti. Le forme che ha assunto sono quelle del macabro banalmente ritualizzato e soprattutto di una deriva commerciale che investe feste in costume per bambini ed adulti e paccottiglia in confezione regalo.
Il senso della festa è una raffigurazione tesa all’esorcizzazione della morte e alla dimensione dell’occulto, del tutto ignorata dal bestiame umano che si agita al grido di “dolcetto o scherzetto”. Nel felice anno del Signore 2016, in Italia ci sono aziende agricole che producono esclusivamente zucche ornamentali per Halloween, che migliaia di persone cercano di rendere ridicolmente paurose e terrifiche intagliandole nelle forme più strane. Tutto, ovviamente, nella più totale ignoranza delle autentiche simbologie celtiche e cristiane.
Le riflessioni fatte non intendono esprimere giudizi. Tutto ciò che concerne il senso della morte è materia troppo profonda, coinvolge l’intimo di ciascuno di noi in maniera così potente ed assoluta da sfuggire a qualunque criterio di merito. Tuttavia, l’idea di sopprimere la vita nella sua fase di malattia grave o di degenerazione fisica colpisce come un pugno nello stomaco, coinvolge in profondità il significato della vita, sconvolge chiunque non abbia dell’uomo una concezione puramente materiale o zoologica. Toglie il fiato pensare all’indifferenza per le vite che nascono, cancellate con un semplice atto di volontà nell’aborto, unita alla freddezza e sicumera con la quale la morte diventa un gesto tecnico, da compiere con l’assistenza di nuovi boia in camice bianco, persuasi di agire per il bene e, soprattutto, secondo legge.
Facciamo ancora parte di coloro che di fronte alla morte chinano il capo, e non riuscirebbero a togliere consapevolmente la vita ad alcuno. Siamo anche tra coloro che vogliono continuare ad onorare chi non c’è più, seppellendolo in un luogo riconoscibile, presso cui recarsi a rinnovare quel rapporto misterioso tra morti e viventi che trascende il tempo e ci distingue dagli animali.
Ma l’uomo europeo contemporaneo si è convertito in un animale sapiente e presuntuoso che aborre i cimiteri e, rimuovendo, esorcizzando la morte che lo atterrisce, si illude di abolirla. Si volta dall’altra parte tremando, stringe gli occhi come i bimbi quando vogliono scacciare un’immagine sgradita. Si è proclamato invano padrone della vita, accontentandosi di diventare padrone della morte.
Europa, il cimitero che ha rimosso la morte ? di Roberto Pecchioli | Riscossa Cristiana