Risultati da 1 a 8 di 8

Discussione: Il suicidio rituale

  1. #1
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Il suicidio rituale

    Seppuku - Wikipedia

    Così si tolse la vita Mishima.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il suicidio rituale

    ll dolore fisico doveva venire sopportato senza tradire la minima emozione e il condizionamento del giovane guerriero raggiungeva il culmine nel meticoloso addestramento per prepararlo alla cerimonia del suicidio rituale, conosciuto generalmente come hara-kiri ("taglio delI'addome") o seppuku (una resa piú raffinata del carattere cinese che esprime la stessa idea).

    ll suicidio rituale, considerato come la manifestazione piú alta di padronanza del proprio destino e di inflessibile coraggio di fronte alla morte, rappresentava un privilegio agli occhi del guerriero giapponese. Era incominciato come un semplice atto di autoannientamento sul campo di battaglia, compiuto per non essere catturati o uccisi dai nemici. Con l'andare del tempo, divenne una cerimonia che poteva venir compiuta a buon diritto solo dai membri del buke, in armonia con regole d'etichetta descritte minuziosamente che comprendevano la presenza di un assistente e di testimoni per evidenziare la natura sociale, non individuale e privata, della cerimonia stessa. Le ragioni del suicidio rituale, un tempo direttamente relate al desiderio di conservare fino alla fine la padronanza sul proprio destino o al desiderio di seguire nella morte il proprio signore, si ampliarono via via durante l'epoca di pace relativa seguita all'ascesa al potere dei Tokugawa.


    Tra le principali forme volontarie di suicidio rituale, per esempio, i classici militari del tempo citano quelli risultanti da un senso di colpa per la propria inefficienza, da un comportamento avventato o imprudente o dal'incapacità di compiere il proprio dovere nei confronti di un superiore. Questa forma di suicidio era conosciuta come sokotsu-shi. Un allro motivo di suicidio era la rabbia o l'ostililtà (munen-bara, fushi) che non poteva venire sfogata contro la sua vera causa. Il guerriero poteva anche decidere di uccidersi per protestare contro il trattamento ingiusto inflittogli dal signore, oppure per indurre il padrone a riconsiderare una certa decisione; questa forma era chiamata kanshi. Tra le principali forme di suicidio involontario o imposto, gli stessi classici elencano quelle conseguenti a un delitto che il guerriero poteva espiare prenclendo parte attiva alla propria punizione, in armonia con le leggi che regolavano la sua posizione sociale. Sono elencate anche le forme risultanti da un comando del padrone, quando le azioni del dipendente avevano causato imbarazzo al signore, oppure quando questi voleva assolvere il dipendente (o se stesso) da una data responsabilità.

    ln pratica, nel mondo militare il suicidio rituale era compiuto usando una lama speciale da affondare nella parte del corpo che era considerata la sede della vita di un uomo e la fonte della sua energia: il basso addome (hara). Usando la spada corta (wakizashi) sul campo di battaglia durante i periodi piu antichi e, successivamente, uno speciale coltello che variava di grandezza. forma e decorazioni secondo le circostanze procedurali, il guerriero tracciava un taglio orizzontale dal lato sinistro a quello destro del proprio addome e poi, se le forze glielo permettevano, praticava praticava un altro tagllo dal basso in alto, prolungando la prima ferita oppure aprendo un nuovo taglio dal centro del primo e proseguendolo in direzione della gola. In origine, lo scopo del prima taglio orizzontale con una lama lunga era quello di recidere i centri nervosi spinali. ll secondo taglio completava il primo, essendo diretto verso |’aorta.


    Poiché non era possibile assicurarsi una morte rapida con un sistema cosi complicato, divenne consuetudine ricorrere a un aiutante. Costui era di solito un compagno d’armi, un uomo di rango eguale, oppure un dipendente di rango inferiore (quando non era un funzionario designato dalle autorità). ll suo dovere, come si è spiegato prima, consisteva nel decapitare l'aspirante suicida quando questi aveva completato i tagli rituali e offriva il collo. Con il passare delle epoche piú turbolente, la semplicità marziale e la forza primitiva delle antiche usanze lasciarono il posto alla sterile raffinatezza e all'esaltazione delle apparenze procedurali e il ruolo di questo assistente divenne sempre piú importante, fino a che egli diventò una sorta di carnefice ufficiale che, molte volte, non attendeva neppure il primo taglio volontario per mozzare il capo allo sventurato.

    Testo e immagini da I segreti dei Samurai di O. Ratti e A. Westbrook, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, 97-99.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-03-10 alle 00:02
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il suicidio rituale

    SEPPUKU: SUICIDIO RITUALE CHE SALVA L'ONORE

    L' harakiri e il seppuku, simili nella sostanza ma non nella forma, erano forme rituali per commettere suicidio. Il suicidio poteva giungere a seguito di sconfitte militari, di atti disonorevoli, per un grave errore commesso sul campo di battaglia o in società. Ma non solo: il suicidio rituale veniva praticato talvolta anche nel caso della morte del proprio maestro ("oibara" o "tsuifuku"), per dimostrare l'estrema venerazione nutrita verso una particolare personalità.

    Per i giapponesi, l'anima aveva sede nel ventre. Questo giustifica simbolicamente il rituale del seppuku: con un taglio profondo nel ventre, si mostrava la volontà di punire, e pulire, la propria anima dalle colpe commesse, continuando a conservare il proprio onore anche dopo la morte. Il seppuku infatti venne adottato come condanna a morte (a volte volontariamente scelta dal condannato) senza disonore. Piuttosto che soccombere al nemico, era preferibile uccidersi e non macchiarsi della colpa di venire catturato e fatto prigioniero; piuttosto che vivere con l'onta di una sconfitta, la morte era un'alternativa molto più appetibile che vedersi rinfacciare la propria inettitudine.

    I rituali del seppuku e dell'harakiri sono sostanzialmente simili; ma la forma, in Giappone, è altrettanto importante della sostanza, se non di più. Il seppuku infatti era un rituale molto più articolato dell'harakiri, e generalmente riservato alla casta dei samurai. L'harakiri invece mancava di quell'estrema solennità che caratterizzava il seppuku, e la sua rilevanza simbolica era minore.


    Per eseguire il seppuku, il condannato doveva sedere secondo la posizione tradizionale giapponese, poggiando il corpo sulle ginocchia, fondoschiena sui talloni e punte rivolte all'indietro; la posizione serviva ad evitare che il corpo cadesse all'indietro, movimento che avrebbe causato una morte disonorevole. Se il seppuku avveniva entro le mura di casa o a corte, la lama utilizzata era il tantō, un sottile pugnale portato solitamente dietro alla schiena; in caso di seppuku sul campo di battaglia, spesso veniva utilizzato il wakizashi (spada compagna), definito "il guardiano dell'onore".

    Prima del rituale, e se non si trovava sul campo di battaglia, il samurai effettuava un bagno, vestiva abiti bianchi (il bianco è il colore del lutto in Giappone) e mangiava il suo ultimo pasto, ciò che più gli era gradito. Spesso il samurai componeva un poema prima di eseguire il seppuku, sedendo di fronte alla sua spada. Una volta pronto, il samurai sedeva di fronte ai testimoni scelti per assistere al rituale; apriva il suo kimono bianco, prendeva il pugnale predisposto per il suicidio rituale afferrandone una porzione di lama avvolta da un panno bianco, e si infliggeva la ferita mortale.

    Sebbene il gesto del seppuku fosse un atto volontario e compiuto dal suicida, una figura fondamentale era quella del kaishakunin, il "decapitatore". Una volta eseguita l'incisione nell'addome, incisione che andava da sinistra verso destra, il kaishakunin decapitava il suicida con un colpo netto, avendo però cura che una piccola porzione di tessuto mantenesse attaccata la testa al resto del corpo.

    Il decapitatore era spesso un amico fidato, oltre che un abile maestro di spada; questo non solo mostra l'importanza del suicidio rituale per un samurai, ma anche il rispetto che il suicida provava nei confronti del kaishakunin prescelto. Se infatti il colpo netto non avesse decapitato il samurai, il volto avrebbe conservato una smorfia di dolore, rappresentando una morte per nulla onorevole; oltre al fatto che un amico fidato non avrebbe mai lasciato il suicida soffrire inutilmente: l'addome è infatti uno delle zone più dolorose del corpo umano se perforato o lacerato.

    A volte invece, il decapitatore non era un amico o il proprio secondo, ma il nemico stesso. Se non si fosse riusciti ad eseguire il seppuku secondo le modalità (più veloci del rito completo) previste per il campo di battaglia, il nemico stesso, in onore del coraggio dimostrato dal samurai, si offriva per il ruolo di kaishakunin.


    Il wakizashi

    Uno degli ultimi casi di seppuku è stato quello di Yukio Mishima, scrittore di fama che aveva incitato le forze armate ad eseguire un colpo di stato. Il suicidio rituale avvenne nell' ufficio del generale Kanetoshi Mashita, ed il ruolo di decapitatore venne assegnato a Masakatsu Morita, secondo del generale. Il seppuku andò storto: Morita tentò per ben tre volte di decapitare Mishima, senza però avere successo vista la sua totale incapacità nel maneggiare una spada, fino a quando intervenne Hiroyasu Koga, esperto nell'arte del kendo, che pose fine alle sofferenze di Mishima.



  4. #4
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    Predefinito Rif: Il suicidio rituale

    Mishima aveva il culto effimero della bellezza del corpo.
    Marguerite Yourcenar, "l'ultimo samurai", come ha amato Adriano...
    Da un lato ha esaltato la grandezza dell'imperatore, ma dall'altro ha voluto esacerbare i rapporti di una grande Anima con Antinoo. Grandezza e miseria incarnati in questa grande scrittrice, che portava con se il dolore di una esistenza disordinata. Così Mishima voleva dar ordine alle contraddizioni del Giappone post II Guerra Mondiale. L'anarchia americana lo aveva distrutto e il messaggio dei Samurai era confuso e pressoché svanito. Ci vorranno secoli per ristabilire l'antica tradizione sicuramente persa.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-03-10 alle 00:09

  5. #5
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    Predefinito Rif: Il suicidio rituale

    Vale la pena di menzionare in questo contesto anche il suicidio rituale femminile: il Jigai.

    Jigai (自害, Jigai?) era un tradizionale metodo di suicidio rituale praticato dalle donne in Giappone per mezzo del taglio della vena giugulare, con un coltello tantō (una lama di 15-30 cm.) o kaiken (di 15 cm.). Spesso veniva nascosto, prima dell'atto, sotto la cintura (chiamata obi) del kimono.

    Il jigai è l'equivalente femminile del seppuku, il suicidio rituale praticato dai guerrieri samurai, conseguito tramite un profondo taglio dell'addome. Differentemente dal seppuku, si può compiere jigai senza assistenza (nel seppuku veniva individuato un kaishakunin che tagliava, durante il rituale, una parte del collo al suicida) e per questo motivo si può notare un minimo sfiguramento del volto dopo la morte.

    Prima di commettere jigai spesso una donna si legava insieme le ginocchia per far trovare il proprio corpo in una posa dignitosa, passate le convulsioni ante-mortem. Questo atto era spesso praticato per preservare l'onore, se ci fosse stata un'imminente sconfitta militare o per prevenire uno stupro. L'esercito invasore, una volta entrato in una qualche abitazione, avrebbe visto la padrona di casa, seduta da sola, con la faccia rivolta dalla parte opposta rispetto alla porta; ma, una volta arrivato da lei, avrebbero scoperto che la stessa si era precedentemente e silenziosamente tolta la vita.

    (fonte: Wikipedia)
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-03-10 alle 00:11
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

  6. #6
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    Predefinito Rif: Il suicidio rituale

    Citazione Originariamente Scritto da Silvia Visualizza Messaggio
    Per i giapponesi, l'anima aveva sede nel ventre.
    Questo, secondo me, è un concetto che vale la pena di approfondire.

    "Hara" è il nome che i giapponesi utilizzano per indicare il centro della consapevolezza, situato circa due dita sotto l'ombelico.

    Essere centrati nell'hara significa centrare la propria energia nel punto dal quale entriamo nella vita e dal quale, morendo, usciremo dalla vita.

    Ecco perché i giapponesi, quando commettono suicidio, lo chiamano hara-kiri... perché nel compierlo sono centrati nello hara, sono perfettamente consapevoli e coscienti... Mentre, al contrario, chi commette suicidio è di solito esattamente all'opposto: del tutto inconsapevole e incosciente di ciò che sta facendo.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-03-10 alle 00:14
    Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)

  7. #7
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    Predefinito Rif: Il suicidio rituale

    Citazione Originariamente Scritto da donerdarko Visualizza Messaggio
    Questo, secondo me, è un concetto che vale la pena di approfondire.

    "Hara" è il nome che i giapponesi utilizzano per indicare il centro della consapevolezza, situato circa due dita sotto l'ombelico.
    Sì, la traduzione di hara con ventre è estremamente riduttiva, perché si tratta di qualcosa di molto più profondo. Hara è il centro della consapevolezza, ma non solo: è il centro della forza, sia fisica che spirituale, è sede delle emozioni e della volontà. E', secondo la definizione di Von Durckheim, quel qualcosa che "centra l'individuo e gli conferisce un equilibrio nella vita".

    Per approfondire: Hara - La forza dell'energia originaria (Massimo Beggio)
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-03-10 alle 00:14

  8. #8
    Cancellato
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    Predefinito Rif: Il suicidio rituale

    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    Testo e immagini da I segreti dei Samurai di O. Ratti e A. Westbrook, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, 97-99.
    Troppo bello questo libro. :giagia:
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 03-03-10 alle 13:38

 

 

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