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    Predefinito Washington si gioca l’Egitto

    Washington si gioca l'Egitto - Analisi Difesa
    Washington si gioca l’Egitto


    di Redazione28 agosto 2013, pubblicato in Analisi Mondo

    L’ipotesi che Washington sospenda il sostegno alle forze armate egiziane in seguito alla repressione dei Fratelli Musulmani avrebbe pesanti ripercussioni strategiche e industriali per entrambi i Paesi. La gran parte degli armamenti più moderni in servizio con le forze armate egiziane sono statunitensi e sono stati finanziati con gli aiuti del Pentagono pari a circa 1,3 miliardi di dollari annui. Dagli oltre 200 cacciabombardieri F-16 ai 3mila carri armati M-1 Abrams (prodotti sui licenza in Egitto dall’apparato industriale gestito direttamente dal Ministero della Difesa) e M-60, dalle 6 fregate lanciamissili tipo Perry e Knox ex Us Navy agli elicotteri Blackhawk, dai 2.500 cingolati M-113 ai 4.500 “gipponi” Hummer fino ai 36 elicotteri da attacco AH-64 Apache da ammodernare, tutti i mezzi più efficienti delle forze del Cairo sono “made in USA. Il congelamento degli aiuti avrebbe effetti negativi sui programmi pluriennali miliardari di cooperazione avviati dalle aziende statunitensi che forniscono agli egiziani assistenza, mezzi, manutenzione e ricambi ma colpirebbe anche le capacità delle forze egiziane pur non influendo sulle operazioni di sicurezza interna.
    L’Amministrazione Obama ha ribadito più volte di “non avere ancora deciso nulla ma è in corso una revisione sull’assistenza militare, di sicurezza ed economica, e che ”se necessarie” saranno fatte modifiche. Smentito il congelamento segreto dell’ultima tranche di aiuti finanziari previsti per quest’anno (pari a 585 milioni di dollari) e la sospensione della consegna di nuovi equipaggiamenti inclusi i 36 elicotteri da combattimento Boeing AH-64 Apache che l’Egitto ricevette dieci anni or sono nella versione A ma che nel dicembre scorso ha deciso di aggiornare alla versione D al costo di 400 milioni di dollari, finanziati dagli aiuti statunitensi. In realtà il supporto statunitense non è più indispensabile per il Cairo dopo il sostegno all’esercito egiziano garantito dagli emirati del Golfo corsi in soccorso dei vertici militari. Riad ha messo in campo 5 miliardi, altri 7 Kuwait ed Emirati Arabi Uniti mentre il Qatar sembra voler rivedere il sostegno fornito finora ai Fratelli Musulmani. Indiscrezioni riferiscono che nell’ambito del tentativo saudita di indurre Mosca ad abbandonare Bashar Assad il principe saudita Bandar bin Sultan offrì al presidente russo Vladimir Putin anche generose commesse militari destinate all’esercito egiziano (ma pagate da Riad) utili probabilmente a ridurre l dipendenza militare del Cairo dagli Stati Uniti.
    Anche Israele è pronto a dare una mano ai generali egiziani anche per contrastare il crescente peso delle milizie qaediste nel Sinai. Il governo di Benjamin Nethanyau ufficialmente non commenta la crisi egiziana ma fonti governative hanno detto al Jerusalem Post che lo Stato ebraico intende sostenere l’esercito egiziano criticando l’ipotesi che Washington sospenda gli aiuti al Cairo e paventando il rischio che il Paese sprofondi nel caos come Siria e Libia.
    L’impiego dell’esercito egiziano nelle operazioni di repressione interna non dipende direttamente dalle forniture statunitensi ma potrebbe evidenziare problemi di tenuta, specie se le violenze dovessero prolungarsi nel tempo, a causa dell’ampio numero di militari di leva.. La disponibilità dei soldati ad usare le armi contro i manifestanti potrebbe venir meno per “ragioni fisiologiche” legate alla difficoltà tradizionale di impiego di eserciti di massa contro il proprio popolo. Non vanno inoltre dimenticati gli ampi consensi popolari raccolti dai Fratelli Musulmani anche tra i membri delle forze di sicurezza e tra i militari. Un rischio ancor più tangibile tra i 300 mila poliziotti e membri delle forze paramilitari gestite dal Ministero dell’Interno e pesantemente infiltrate dalla “fratellanza” durante la presidenza di Mohamed Morsi. Se ufficiali e soldati professionisti sono da considerarsi affidabili e in gran parte poco inclini ai Fratelli Musulmani va tenuto conto che dei 340 mila militari dell’esercito egiziano ben 260 mila sono di leva come i 360 mila riservisti di pronto impiego. Comprensibile quindi che, anche per scongiurare problemi di tenuta, i militari cerchino di presentare il confronto con i Fratelli Musulmani come un conflitto contro terroristi e “nemici dello Stato”. Del resto i terroristi siano già presenti in Egitto e soprattutto in Sinai grazie alle cellule qaediste da anni insediatesi a Gaza e tollerate da Hamas.

  2. #2
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    Un articolo abbastanza insensato!

    Si "gioca", che e' una poker a Las Vegas?

  3. #3
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Un articolo abbastanza insensato!

    Si "gioca", che e' una poker a Las Vegas?
    Sei sempre più ridicolo...

  4. #4
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    Citazione Originariamente Scritto da Metabo Visualizza Messaggio
    Sei sempre più ridicolo...
    Tutto ciò che non coincide con le sue veline ufficiali, per Palluovo o è ridicolo o è insensato.
    "L'odio per la propria Nazione è l'internazionalismo degli imbecilli"- Lenin
    "Solo i ricchi possono permettersi il lusso di non avere Patria."- Ledesma Ramos
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  5. #5
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    il rischio che l'egitto cada a qualche fazione anti occidentale (con tutti i giocattoloni made in USA) c'è.

    Non vorrei essere nei panni d'Israele se una nazione che ha M1 Abrams ed F16 li attacca sul Sinai
    NO ALL'INVIO DI ARMI IN UCRAINA!!!

  6. #6
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    Citazione Originariamente Scritto da Kavalerists Visualizza Messaggio
    Tutto ciò che non coincide con le sue veline ufficiali, per Palluovo o è ridicolo o è insensato.

    Aspettiamo di vedere come queste analisi si riveleranno vere!


    Sono come quelle del dollaro che doveva cadare, wall street che doveva disintegrarsi, l'euro che avrebbe assunto il ruolo di moneta regina........e via dicendo.

  7. #7
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    Citazione Originariamente Scritto da Leviathan Visualizza Messaggio
    il rischio che l'egitto cada a qualche fazione anti occidentale (con tutti i giocattoloni made in USA) c'è.

    Non vorrei essere nei panni d'Israele se una nazione che ha M1 Abrams ed F16 li attacca sul Sinai
    Tutta roba di seconda mano, f16 ormai è obsoleto, M1 è un carro che richiede cosi tanta manutenzione che non durerebbe una settimana.
    La verità è che ora si riapre il mercato per la russia

  8. #8
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    Citazione Originariamente Scritto da Metabo Visualizza Messaggio
    Tutta roba di seconda mano, f16 ormai è obsoleto, M1 è un carro che richiede cosi tanta manutenzione che non durerebbe una settimana.
    La verità è che ora si riapre il mercato per la russia

    Si aprono il mercato alla russia.....


    A METABO facci ridere.

  9. #9
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto



    L'ESERCITO EGIZIANO E LE ARMI RUSSE - C.O.M.I.D.A.D.

    L'atteggiamento ondivago tenuto per mesi dai media occidentali sulle vicende egiziane, costituisce un indizio preciso del fatto che gli schieramenti e le alleanze internazionali in questo momento sono tutt'altro che definiti. La macchina propagandistica occidentale rappresenta immancabilmente gli avvenimenti in base ad uno schema "buono-cattivo", i combattenti per la "democrazia" ed i "diritti umani" da una parte e il "dittatore pazzo" di turno dall'altra. Quando si tratta di individuare il cattivo c'è solo l'imbarazzo della scelta; ma per costruire l'immagine dei "buoni" è necessario invece allestire una campagna mistificatoria tale da poter spacciare di volta in volta i manovali della NATO per espressioni autenticamente popolari.
    Sino ai primi di luglio i media occidentali sostenevano apertamente la mobilitazione di piazza contro il presidente Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, un movimento che deve molte delle sue fortune alle continue trasfusioni finanziarie da parte della petromonarchia del Qatar, la stessa che, insieme con l'Arabia Saudita, ha finanziato la destabilizzazione della Libia e della Siria. Lo stallo militare in Siria ha determinato tra le due petromonarchie uno stato di crescente tensione che certamente ha contribuito alla caduta di Morsi, anche se è difficile pensare che la monarchia saudita sia in grado di gestire da sola una partita così complessa.
    Paradossalmente, Morsi è stato abbattuto dalla "piazza" e dall'esercito in uno dei suoi momenti meno ignobili, cioè mentre stava cercando di tenere testa al Fondo Monetario Internazionale, che voleva imporre il taglio dei sussidi alla popolazione. L'ascesa dell'occidentalista El Baradei alla vicepresidenza della Repubblica un mese e mezzo fa, sembrava rappresentare il logico coronamento della consueta fiaba mediatica di un Morsi aspirante dittatore spazzato via da una mobilitazione civile di cui l'esercito si era fatto interprete. El Baradei è un uomo legato mani e piedi al finanziere Georges Soros, lo specialista in "rivoluzioni colorate", ed anche il fondatore dell'ICG (International Crisis Group), un'agenzia privata di politica estera, peraltro finanziata da fondi pubblici. El Baradei si è però dimesso dalla sua carica, segno che c'è ora in atto un tentativo occidentale di isolare l'esercito egiziano e di riciclare parzialmente Morsi. Almeno questa è l'impressione che si ricava da quanto diffuso dal sito dell'ICG.
    Ma la risposta dell'esercito egiziano ai "consigli" dell'ICG è stata l'incriminazione di El Baradei per tradimento, solo che l'uomo di Soros si trovava già all'estero; come del resto c'era d'aspettarsi, dato il suo status di egiziano a mezzo servizio. Intanto i media occidentali si stanno dando da fare per attribuire ai Fratelli Musulmani la patente delle vittime, chiudendo un occhio sulle chiese cristiane copte oggetto di attentati. Si riscopre che Morsi era un presidente "democraticamente eletto", come se non l'avessero tenuto in piedi i soldi stranieri, le violenze impunite dei suoi militanti e lo stesso esercito, che in quest'ultimo anno aveva fatto per lui il lavoro sporco di reprimere le rivendicazioni operaie.
    Certo, è risultato patetico il tentativo dell'esercito egiziano di riscuotere la benevolenza occidentale rispolverando contro Morsi lo slogan del "fascismo islamico", che pure era servito nel 1992 ai militari algerini per giustificare il colpo di Stato che invalidò il risultato elettorale favorevole al Fronte Islamico di Salvezza. I militari algerini ebbero allora la benedizione dei governi occidentali, che si ricordarono improvvisamente che "anche Hitler era andato al potere con elezioni democratiche". In realtà Hitler edificò il suo potere sull'accordo con l'esercito, sancito dalla eliminazione fisica del vecchio gruppo dirigente nazista delle SA nel 1934, passata alla Storia come Notte dei Lunghi Coltelli.
    Lo stesso Mussolini ebbe il potere dal re Vittorio Emanuele III il 28 ottobre del 1922, e perse il potere il 25 aprile del 1943, quando andò dal re per farsi ridare la fiducia e questi invece lo fece arrestare. Ed il re non era altro che il capo delle forze armate. La concezione metafisica e carismatica del fascismo viene alimentata da una pseudo-storiografia "mussolinocentrica" alla Renzo De Felice, che non ha altra funzione che quella di occultare l'intreccio militaristico/finanziario riscontrabile alla base di ogni potere.
    Oggi c'è da capire perché i media occidentali raffigurano l'esercito egiziano come un nuovo intoccabile, tanto che Obama sospende le previste manovre militari congiunte USA-Egitto. Quale può essere il motivo di questa improvvisa presa di distanze occidentale dall'esercito egiziano, ritenuto sino a qualche mese fa una creatura del Pentagono? Premesso che è del tutto arbitrario individuare nell'esercito egiziano un soggetto politico unico o omogeneo, a far scattare la quarantena occidentale nei suoi confronti pare ci sia stato l'inserimento della Russia, che si candida ad essere il nuovo fornitore d'armi dell'Egitto. La notizia era circolata qualche giorno fa sulla stampa egiziana, salvo essere immediatamente rimossa. Su internet è però rimasta traccia dei rilanci della stessa notizia.
    In realtà le offerte di armi all'Egitto da parte di Putin risalgono addirittura ai tempi di Mubarak, con tanto di incontri formali fra i due. A quel tempo si discuteva persino di fornitura di tecnologia nucleare, ed il fatto era stato riferito con rilievo e preoccupazione da importanti organi di stampa israeliani come il "Jerusalem Post" nel 2008.
    Quello del nucleare russo-egiziano costituisce un dettaglio che era stato trascurato quando, agli inizi del 2011, scoppiò la cosiddetta "primavera araba" che avrebbe portato alla caduta ed all'arresto del presidente egiziano, di cui peraltro sarebbe imminente la scarcerazione. Nel 2008 i rapporti tra USA e Russia non erano tesi come adesso, perciò l'offerta nucleare di Putin, anche se tale da allarmare gli ambienti sionisti - che non chiedono altro che di potersi allarmare -, non rappresentava di per sé un elemento che potesse configurare un mutamento del quadro delle alleanze. Ma le considerazioni di carattere strategico non sono sempre determinanti nel far sì che un leader politico venga inserito nella lista nera; spesso gli affari possono assumere un ruolo prioritario nell'orientare le scelte. Ed in questo caso si tratterebbe del business delle armi. Anche un presidente corrotto e filoamericano come Mubarak può essere finito nel mirino per aver pensato di fare i propri affari mettendo in concorrenza i propri fornitori di armi.
    C'è anche da considerare che le cosiddette "primavere arabe" sono avvenute durante la segreteria di Stato di Hillary Clinton. Il clan dei Clinton ha sempre dato molto spazio alle agenzie private di politica estera, dato che gli stessi Clinton gesticono una di queste agenzie, la Clinton Foundation, particolarmente attiva in Africa, con al seguito cordate di multinazionali come la Coca Cola.
    Le fondazioni ed i "centri studi" privati non sono altro che lobby commerciali e finanziarie che, invece di seguire la via tradizionale dell'influenzare la linea del Dipartimento di Stato, si fanno soggetti attivi per determinare modificazioni sostanziali del quadro internazionale, ovviamente funzionali ai loro affari. La "soluzione creativa" elaborata dal gruppo di George Soros nella destabilizzazione dell'Europa dell'Est, è stata quella delle "rivoluzioni colorate", attuate non soltanto con la costruzione di falsi movimenti popolari, ma anche attraverso la manipolazione di movimenti già esistenti.
    La manipolabilità dei movimenti deriva da una loro vulnerabilità oggettiva, di cui perciò non si può attribuire la colpa a questo o a quello. Per loro natura, i movimenti sono caratterizzati da un'impostazione volontaristica, autoeducativa e proselitistica. Dopo un'iniziale individuazione degli obiettivi, i movimenti tendono col tempo a concentrarsi più su loro stessi che sul nemico, con la conseguenza che l'imperialismo tende a diventare più una astratta categoria morale che una presenza fisica, minacciosa ed incombente. Nei movimenti anche la normale circolazione delle informazioni viene ostacolata da un dibattito interno troppo condizionato dagli eccessi di autocritica, perciò un'infiltrazione ben organizzata e finanziata può facilmente assumere il controllo della situazione.
    La stessa efficienza dimostrata da agenzie come l'ICG nel destabilizzare alcune aree, può essere diventata un limite quando ha perso di vista il quadro d'insieme. In questi anni ci sono stati infatti gli attacchi della NATO contro Libia, e quello ancora in atto contro la Siria, che è andato a minacciare direttamente la sicurezza regionale della Russia. Le forze armate russe sono riuscite ad imporre al Cremlino un atteggiamento un po' più fermo nella difesa di Assad e della base navale russa di Tartus; un atteggiamento che è culminato recentemente con la fornitura di missili antiaerei, che di fatto blocca la prospettiva di un intervento ancora più diretto della stessa NATO in Siria.
    Circa un mese fa si sono svolte in Russia le più grandi manovre militari dalla fine dell'Unione Sovietica, a conferma che la situazione è in movimento e che le forze armate russe si sono reinserite a pieno titolo nel gioco politico. Le esercitazioni militari non hanno una funzione soltanto strategica, ma costituiscono vere e proprie vetrine di sistemi d'arma. La decisione di Obama di sospendere le previste manovre militari congiunte tra USA ed Egitto può essere stata dettata perciò anche dalla preoccupazione di non essere in grado di offrire mercanzie altrettanto allettanti e, di conseguenza, di difendere il business facendo la faccia feroce. Al contrario, Putin ha potuto esibire pubblicamente il suo sorriso più smagliante durante le manovre militari russe.
    Ai primi di agosto uno dei principali acquirenti delle armi russe è stata proprio l'Arabia Saudita, di solito fedele cliente del Pentagono. Già nel 2008 si era parlato di un acquisto di armi russe da parte dell'Arabia Saudita, ma l'affare, sebbene con tutte le firme a posto, non era andato in porto. I commentatori hanno visto in questa iniziativa saudita un tentativo di "pagare" un disimpegno russo nei confronti di Assad. Ma potrebbe anche trattarsi di un effetto del successo della "vetrina" delle esercitazioni militari russe del luglio scorso.
    Putin ha svolto in questi anni una funzione di mediazione tra i soli due poteri che contano in Russia, Gazprom e le forze armate. Finora questa mediazione è risultata quasi sempre sbilanciata a favore di Gazprom; ma oggi in Russia non è più soltanto Gazprom a poter brandire la bandiera degli affari, dato che anche le forze armate possono vantare i loro mega-business. Cominciano quindi a risultare meno probabili i cali di brache come quello di Medvedev nel 2010, quando la Russia accettò addirittura di collaborare allo scudo antimissile che gli USA stanno allestendo in Europa Orientale proprio in funzione anti-russa.
    L'attuale svolta militaristica della Russia potrebbe dimostrarsi duratura, in quanto legata non soltanto all'alea del sentimento nazionale della patria minacciata, ma ora anche allo stabile traino del business della vendita delle armi. Il denaro non è soltanto un catalizzatore delle avidità personali e di cosca, ma, dal punto di vista sociologico, rappresenta un fattore di continuità e di senso. Il denaro gode infatti di una sorta di privilegio morale che lo esenta dalla corvée delle legittimazioni e delle giustificazioni, mentre ogni altra motivazione non venale comporta il diritto/dovere di intasare la comunicazione con i propri dubbi e le proprie angosce esistenziali. Ma il denaro possiede anche un enorme potere illusionistico, per il quale a volte si crede di sostenere delle idee e delle istituzioni, mentre in realtà si sta seguendo il denaro che le foraggia. Persino la vicenda del tanto mitizzato fondamentalismo islamico dovrebbe essere riletta alla luce di questa ovvietà, visti gli storici e massicci finanziamenti delle petromonarchie ai movimenti islamici.
    Ultima modifica di Metabo; 31-08-13 alle 18:37

  10. #10
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    Predefinito Re: Washington si gioca l’Egitto

    Citazione Originariamente Scritto da paulhowe Visualizza Messaggio
    Si aprono il mercato alla russia.....


    A METABO facci ridere.
    Ti stai coprendo di ridicolo, io lo dico per te...
    Ultima modifica di Metabo; 31-08-13 alle 18:39

 

 
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