di David Stockman
La prossima settimana il Congresso può fare molto di più che fermare un inutile lancio di Tomahawk su un piccolo paese che è già un cimitero di guerra ed una macellazione settaria. Votare "no" può innescare la fine dell'Impero Americano — cinque decadi di ingerenza incessante, bullismo e sovversione in tutto il mondo che hanno fatto ben poco per la sicurezza nazionale ma hanno lasciato l'America fiscalmente esausta e moralmente abbattuta.
In effetti, la tragedia di questa vasta serie di interventi — dal colpo di stato del 1953 contro Mossedegh in Iran fino alla recente campagna di bombardamenti in Libia — è che nessuno doveva andare a difendere la patria o qualsiasi cosa riguardasse la sicurezza nazionale. Erano tutti radicati nell'ideologia — anti-comunismo, anti-terrorismo, umanitarismo, ricostruzione delle nazioni, eccezionalismo americano. Questi sono stati i blocchi storici che hanno costituito il fallimento della Pax Americana. Ora la Casa Bianca vuole l'autorizzazione per l'ultima goccia: sparare dai tubi di lancio di un cacciatorpediniere della marina USA una giusta "punizione" che non ha uno scopo militare o strategico plausibile. Lo ha affermato anche il Presidente stesso: l'attacco proposto è semplicemente progettato per indebolire il regime siriano con l'accusa di aver usato un'orribile forma di violenza sui propri cittadini.
Beh, davvero? Dopo aver fatto piovere napalm, fosforo bianco, missili dai droni ed i marchingegni più violenti mai assemblati nella storia delle varie guerre su milioni di vietnamiti, cambogiani, serbi, somali, iracheni, afgani, pakistani, yemeniti, libici ed innumerevoli altri, Washington ora presuppone di arrogarsi il diritto di comandare sanzioni morali? Questo è decisamente farsesco. Tuttavia, dichiarandosi sculacciatore in capo, il Presidente Obama ha involontariamente esposto la madre di tutti i momenti chiarificatori.
La verità è che l'America non ha più nemici in grado di causare un danno militare alle sue coste: la Russia è diventata una debole cleptocrazia gestita da un ladro forte a parole e gli oligarchi del partito comunista in Cina si troverebbero ad affrontare un collasso economico devastante se dovessero attaccare i suoi mercati americani per le scarpe da ginnastica e la Apple. Quindi la domanda vera è questa: come è possibile che i cittadini d'America amanti della pace, in assenza di una minaccia militare da qualsiasi punto del pianeta, si trovano in un costante stato di guerra? La risposta è che sono stati traditi dalla classe politica che è alla mercee di un vasto apparato bellico, il quale inventa senza sosta ragioni speciose per interferire, spiare, intervenire ed occupare.
Perseguendo una semplice e grezza auto-perpetuazione, negli ultimi decenni la macchina della propaganda bellica — insieme ai suoi affiliati nei media come il Canale della Guerra (CNN) e la Stampa della Guerra (Washington Post) — ha sfornato un flusso di "minacce" esagerate, trasformando dittatori e tiranni del fine settimana (come Ho Chi Minh, Daniel Ortega, Slobodan Milosevic, i talebani, l'Ayatollah Khomeini, Saddam Hussein ed ora Bashar Assad) in pericolosi nemici. Alla fine, gli incidenti che scatenano il conflitto sono inventati (come il falso episodio del Golfo del Tonchino, l'invenzione che i soldati iracheni rubassero i bambini dalle incubatrici in Kuwait, le esagerazioni sulla pulizia etnica in Kosovo e le presunte armi di distruzione di massa di Saddam). Alla fine, il rullo dei tamburi per un intervento militare si fa incessante, e la TV lo trasmette nelle case attraverso servizi giornalistici e mezzobusti senza cervello. Solo dopo il fatto, quando sono state sperperate miliardi di risorse dei contribuenti e sono stati uccisi e mutilati migliaia di militari americani, veniamo a sapere che è stato tutto un errore; che la distruzione collaterale ha superato di gran lunga la minaccia apparente; e che l'intervento non è servito affatto per la sicurezza a lungo termine del popolo americano.
Mettendo da parte le evidenti catastrofi in Vietnam, Afghanistan e Iraq, anche i presunti interventi "buoni" non sono quello che propagandano gli apologeti della guerra. La Guerra del Golfo del 1991, per esempio, si assicurò solamente che Saddam Hussein non entrasse in possesso dei ricavi petroliferi da quella che lui definiva la "19° provincia" dell'Iraq, e che voleva usare per finanziare progetti in modo da placare i suoi 30 milioni di cittadini indigenti, vittime di abusi ed irrequieti. Invece il bottino venne messo nelle mani dello spregevole emiro Al-Sabah IV e di poche centinaia di principi kuwaitiani.
Eppure, nel lungo periodo, "salvare" il regime del Kuwait e la sua opulenza indicibilmente decadente non ha abbassato di un centesimo il prezzo mondiale del petrolio (l'Iraq avrebbe prodotto tutti i barili che avrebbe potuto produrre). E sicuramente è stato un male per la sicurezza nazionale, poiché ha portato allo stanziamento definitivo di 10,000 truppe statunitensi sul suolo saudita. Questa stupida ed inutile provocazione è stata la prova che gli "infedeli" avevano occupato terre sacre islamiche — il leitmotiv principale usato da Osama bin Laden per recrutare alcune centinaia di jihadisti fanatici e dare il via a quello che è poi divenuto il 9/11.
Allo stesso modo, il "trionfo" nel Kosovo è pura retorica fabbricata dal mulino della propaganda sulla sicurezza nazionale. La vera essenza di quell'episodio fu un semplice trasferimento di compiti tra i pulitori etnici: il brutale esercito serbo venne espulso dal Kosovo in modo che i delinquenti albanesi del KLA (Esercito di Liberazione del Kosovo, che figurava nella lista dei terroristi fino a quando nel 1998 è stato misteriosamente cancellato) potessero liquidare parte della minoranza serba e confiscare i loro beni — una tragica routine che nei Balcani va avanti da secoli.
I ricorrenti racconti fasulli, che generano queste campagne belliche e poi mostrano le loro conseguenze disastrose, sono radicati in una causa strutturale comune: un'enorme macchina da guerra ed un vasto apparato nazionale di spionaggio, la Presidenza Imperiale ed i lacchè che occupano l'intelligence del Congresso, gli affari esteri e le commissioni della difesa. Questo triangolo continua ad ingannare il popolo americano con la propaganda superficiale e con i media che lanciano brevi raffiche di reality mentre i Tomahawk svolazzano periodicamente nel cielo.
Ma la spina dorsale della guerra permanente è rappresentata dalla burocrazia statale. I Presidenti vanno e vengono, ma è ormai evidente che qualsiasi copione ideologico — di destra o sinistra — può essere cooptato al servizio dell'Impero. L'assurda voglia di intervenire di Obama nella polveriera siriana (con le sue potenziali ritorsioni in tutto l'intero Medio Oriente) viene mascherata dal dogma della "responsabilità di proteggere." In tale contesto, i suoi principali protagonisti — Susan Rice e Samantha Power — sono l'equivalente morale dei sicari neocon di Bush (Douglas Feith e Paul Wolfowitz). In entrambi i casi le agende ideologiche, che non hanno assolutamente nulla a che fare con la sicurezza del popolo americano, hanno attivato la terribile violenza della macchina bellica americana soprattutto perché stava lì in attesa di un'assegnazione.
E questa verità incapsula il punto di flesso che ora pende su di noi. Non dovrebbe esistere nessuna macchina da guerra da $650 miliardi (con gruppi di portaerei e batterie di missili Cruise) a disposizione di Presidenti pronti a seguire i consigli di fanatici ideologici come Power e Wolfowitz. La guerra fredda si è conclusa 25 anni fa e, come nel 1919 e nel 1946, la macchina da guerra americana avrebbe dovuto essere drasticamente smobilitata e smantellata da tempo; avrebbe dovuto ottenere finanziamenti al di sotto dei $300 miliardi, non oltre i $600 miliardi. In questo modo i cinque cacciatorpedinieri che oggi minacciano le coste della Siria sarebbero stati fuori servizio, se non consegnati ad un cantiere di demolizioni. Nessun Presidente avrebbe dovuto preoccuparsi di scegliere da che parte stare nelle pulizie etniche in Kosovo o tra i settari islamici ed i tribalisti in Siria, perché lo strumento a sua disposizione sarebbe stata l'organizzazione di una conferenza di pace a Portsmouth, New Hampshire, non un lancio di Tomahawk da navi da guerra nel Mediterraneo orientale.
In questo contesto, Barack Obama può ancora guadagnarsi il suo premio Nobel per la pace grazie al dibattito che ha ormai scatenato sulla Siria. Infine verrà fuori che non esiste alcuna minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti proveniente dal Medio Oriente — solo una cacofonia di conflitti interni religiosi, etnici, tribali e nazionalisti che alla fine si consumeranno da soli. Piuttosto che la fantasia demente del "nuovo califfato" di Fox News, la verità è che il mondo islamico è avviluppato ad un conflitto feroce che pone contro l'asse sciita di Iran, Siria, Iraq meridionale e Libano e quello sunnita schierato con i ribelli siriani. Eppure anche il mondo sunnita si sta fratturando rumorosamente, con la Turchia ed il Qatar schierati con i Fratelli Musulmani e l'Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo schierati con i generali egiziani. Nel frattempo, la Giordania si è rannicchiata nell'ombra.
La vile ipocrisia della Lega Araba dovrebbe suggerire al Congresso il perché dovremmo starcene fuori dalla Siria e perché dovremmo chiudere i campi di addestramento di ribelli (sponsorizzati dalla CIA) in Giordania attraverso i quali passano le armi saudite, tra cui armi chimiche in base ad alcuni rapporti, che vengono impiegate nel massacro in Siria. Se il regime di Assad è davvero una minaccia per la pace e la stabilità regionale, lasciate che ci pensino l'Arabia Saudita e la Turchia a toglierlo di mezzo. Dopo tutto, nel corso degli ultimi decenni hanno ricevuto da mercanti americani di armi (finanziati dal governo degli Stati Uniti) circa $100 miliardi sotto forma di velivoli avanzati, missili, attrezzatura elettronica di guerra ed altre armi.
Inutile dire che la Lega Araba/sovrani sauditi senza spina dorsale che ora chiedono una certa forma di "deterrenza," non hanno mai avuto l'intenzione di agire da soli, preferendo invece il sostegno furtivo delle forze mercenarie americane. La verità è che alla fine della giornata ritengono molto più urgente la potenziale minaccia di rappresaglia iraniana che la fine delle brutalità di Assad o la costruzione di un gasdotto (passante per una Siria controllata dai sunniti) per rifornire i mercati europei di gas naturale del Qatar.
Ciò impone la necessità di sfatare il mito più insidioso di questo stato di guerra: la bugia secondo cui l'Iran è decisa ad ottenere ed utilizzare le armi nucleari. Anche le valutazioni dell'intelligence della CIA smentiscono questa vecchia fandonia. E qualunque sia la quota di colpe ascrivibili a ciascuna parte per quanto riguarda il fallimento passato dei negoziati nucleari, il popolo iraniano ha ancora una volta eletto liberamente un Presidente che vuole normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti ed i suoi alleati — nonostante la crudele ed insensata sofferenza veicolata dalle erronee "sanzioni" economiche dell'Occidente. In effetti, se Obama avesse avuto la saggezza e l'astuzia dimostrata dal Presidente Eisenhower con la Corea, ora sarebbe a capo di un tavolo di pace a Teheran e non nella stanza della guerra alla Casa Bianca.
Quindi lasciate che risplenda il sole. Forse i parlamentari di secondo piano a Capitol Hill apprenderanno che sono stati scavalcati dai loro superiori nei comitati giurisdizionali, da senatori come Feinstein e Melendez (che presiedono le commissioni chiave del Senato) e Mike Rogers (che presiede la House Intelligence Committee). Se lo capiranno, allora realizzeranno che gli Stati Uniti non hanno nulla da fare in Medio Oriente, e che la cosa saggia da fare sarebbe quella di ritirarsi e disimpegnarsi dai conflitti intestini del Nord Africa e del Golfo Persico, proprio come lo capì Ronald Reagan dopo gli schiaffoni in Libano. Ma per quanto si dipani il dibattito, la buona notizia è che il più grande organo deliberativo del mondo è di nuovo responsabile della politica estera americana. Secondo le continue prove storiche, il Congresso degli Stati Uniti è specializzato nella paralisi, nell'indecisione e nella disfunzione. Alla fine, è così che terminerà lo stato di guerra americano e perché l'Impero americano è condannato a tramontare — finalmente.
Read more: Johnny Cloaca's Freedonia




Rispondi Citando
