
Originariamente Scritto da
Frescobaldi
La nostra missione: dire la verità sullo stato dell'Italia
di Giovanni Pizzo
Il documento pubblicato il 19 luglio scorso individua il nocciolo dell’attuale crisi di identità del Pri, collocandola nel contesto della deflagrazione del sistema politico – partitico del Paese, immerso in una crisi devastante, vittima anche delle contraddizioni della costruzione europea. Il prossimo Congresso dovrà decidere con quale modello di Partito, come selezionarne la classe dirigente e con quale “proposta politica” il nuovo Pri dovrà affrontare la difficilissima fase politico – economica e sociale che ci attende nei prossimi 2 – 5 anni. Si è fatto riferimento alle tre questioni fondamentali, collegate ed interdipendenti:
il Paese (con le sue debolezze strutturali),
l’Unione Europea, il cui cammino verso l’assetto federale sembra avere invertito la rotta, l’Euro, la cui costruzione su fondamenta non ancora solidificate ne ha fatto una creatura “innaturale” almeno dal punto di vista delle normali teorie economiche; come i mostri descritti in famose pagine di letteratura, potrebbe sfuggire al controllo del “creatore” diventando letale.
Il documento tocca anche un punto nevralgico della crisi di democrazia: l’informazione. E’ evidente ormai che nella morsa della “concordanza di interessi intrecciati” fra la politica, il sistema finanziario e quello dei media, le informazioni sui temi economici che riguardano la vita dei cittadini sono sempre più addomesticate e distanti dalla realtà. Il Pri deve proseguire nella sua funzione storica che è stata sempre quella di analizzare e raccontare la realtà per il bene del Paese. E dunque se bisognerà dire come stanno effettivamente le cose, sarà necessario uscire dal coro dei “luogocomunisti” (il termine è di A. Bagnai in “Il tramonto dell’euro”, Imprimatur editore) che sembrano recitare un copione scritto nelle stanze di qualche banca centrale.
Se da un lato non si deve sottovalutare il peso dei difetti strutturali del Paese, a cominciare dall’entità del debito pubblico, dall’altro non si può svilire al rango di una Grecia o una Irlanda un paese che resta ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa, e, nell’export, la seconda nazione più competitiva al mondo, dopo la Germania e prima della Cina (Trade Performance Index, WTO 2012), che dal 1993 al 2000 ha registrato saldi positivi della bilancia dei pagamenti ed era esportatore di capitali e “
dal 1995 al primo trimestre 2013, con la sola eccezione del 2009, (ha) mantenuto il bilancio statale costantemente in avanzo primario. Nessuno è stato capace di fare altrettanto. In quel periodo abbiamo accumulato un surplus statale primario pari a 593 miliardi. Abbiamo rimborsato interessi sul debito pubblico per 1445 miliardi, metà dei quali finanziati senza creare nuovo debito” (…) Non servono gli occhiali rosa, serve tenere gli occhi aperti. Non serve tacere le ombre, ma è utile conoscere le luci. Anche perché abbiamo il dovere di farle valere nel condominio europeo. Abbiamo un debito pubblico troppo alto (rispetto al pil), ma per il resto non abbiamo lezioni da prendere. In qualche caso possiamo darle“. (D. Giacalone 23 agosto 2013). Ha ragione il nostro amico Davide Giacalone che non perde occasione per rimarcare questo aspetto addossando alla pessima qualità della classe politica il vero problema del Paese.
E, così, arriviamo alla questione dell’euro: bisogna avere il coraggio di dire come stanno le cose e non temere la reazione indignata dei “luogocomunisti”. Nel percorso di costruzione dell’ideale europeo si è voluto mettere il carro davanti ai buoi con l’unione monetaria senza realizzare le riforme strutturali che potessero consentire ai partecipanti di sostenere la rigidità infinita dei tassi di cambio. Noi non crediamo ai complotti dei signori di Bildenberg, ma crediamo ai nostri occhi: e quello che vediamo è che il “mostro” di una moneta senza Stato sta soffocando gli Stati senza moneta e rischia di affossare le democrazie dei Paesi periferici e di trascinare nel baratro le speranze di un’Europa federale.
L’Italia può e deve far sentire la sua voce e non può accettare la distruzione del proprio tessuto industriale. Il Pri, la cui funzione storica è stata sempre quella di anticipare il futuro per il bene del Paese, deve ritrovare il senso della propria funzione politica; davanti ad una situazione economica e sociale di una gravità senza precedenti ha l’obbligo di definire un progetto strategico innovativo, un “green new deal” basato sul lavoro, ambiente e programmazione economica, che traguardi il futuro e, sulla base di questo progetto strategico, individuare la nuova classe dirigente e la futura leadership che deve guidare il Partito nella battaglia politica per l’attuazione del progetto e la conquista del consenso.
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