L’Unità nazionale prima della Repubblica
La scelta di Mazzini fu netta. Si parla sempre del realismo di Cavour, ma si disconosce il realismo di Mazzini, la dura lezione subita nel ‘49 romano.
Se non hai alle spalle uno Stato organizzato, non ne vellichi le ambizioni, finisci per essere spazzato via. Uno dei suoi allievi più fidati, Crispi, avrebbe detto a Mazzini, “la monarchia unisce, quando la Repubblica divide”. Senza le armi piemontesi, i maneggi con il Vaticano, i rapporti con la Francia, gli appoggi inglesi, la vittoria tedesca, non saremmo riusciti a compiere l’Unità, a prendere Roma. Avremmo avuto forse solo la Repubblica romana: tempo qualche mese e poi il ritorno del papa Re. Il patto d’Azione con la monarchia, consapevoli che il re e lo stesso Cavour avrebbero voluto spazzare via la feccia repubblicana appena possibile, è stato il grande capolavoro di Mazzini. Lui, l’Apostolo, finì in galera a Gaeta, noi avemmo l’Unità. Lui non avrebbe mai visto la Repubblica, sarebbe morto clandestino in patria, noi invece l’avremmo vista. Il venti settembre del 1870 non è la data del compimento del Risorgimento, ma l’inizio di un percorso, quello che doveva portare dall’Unità monarchica alla Repubblica, un percorso che non si sarebbe concluso nemmeno sessanta anni dopo. Non sarebbe piaciuta l’Unità d’Italia a Mazzini dal carcere di Gaeta, figurarsi la Repubblica che abbiamo costruito nella seconda metà del secolo scorso. Eppure è stato fatta tanta strada dall’oppressione austriaca, al liberalismo monarchico, fino al fascismo e finalmente la Repubblica democratica “fondata sul lavoro”. A Mazzini sarebbe più piaciuta fondata sulla libertà. Perché quando un paese emerge da secoli di schiavitù e di oppressione, e ricade miseramente vittima dell’odissea mussoliniana, non è il lavoro che manca, ma la libertà. Anche oggi la parola andrebbe valutata meglio: la si spreca e la si risparmia troppo nella vita politica repubblicana e così la si consuma. Mazzini associava la libertà al popolo: era il popolo che doveva essere libero, il popolo che per essere libero doveva prendersi il potere, non il Re, non le caste del Re. E se i partiti, come diceva Pacciardi negli anni ’50, si erano sostituiti al Re, nemmeno quelli. A ben guardare il problema della rappresentanza del potere popolare non è ancora completamente risolto nemmeno con la promulgazione della Repubblica. Non è cosa facile da acquisire la democrazia, non basta un pezzo di carta. La cosa più grave sarebbe se la Repubblica conseguita con così tanti sforzi e a cui si sono confidate tante speranze, restasse comunque travolta. Non si possono mai avere certezze a proposito e, se mai qualcuno lo avesse dimenticato, lo ricordiamo volentieri. I repubblicani servono a questo. Quando si scelgono tre secoli di storia e passa, non si può stare sempre al centro della scena e bisogna far tesoro degli anni di buio, perché ad un dato momento si tornerà alla luce. Il venti settembre del 1870, in Roma conquistata sarebbe stato bello vedere passeggiare Mazzini, a capo scoperto, come quando vi era entrato dalla Porta del Popolo un mattino del febbraio 1849. L’Italia avrebbe avuto bisogno della sua parola e del suo entusiasmo. di quello che Garibaldi chiamava la fiamma che ci animava. Così anche oggi vi sarebbe bisogno di vedere riemergere l’Edera.
XX Settembre | : L?Unità nazionale prima della RepubblicaLa Voce Repubblicana




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