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    Predefinito 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana

    http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Lepanto_(1571)

    Ricordiamo la grande vittoria sui Turchi, riportata sul mare dalla coalizione tra Impero Spagnolo e Stati Italiani.

    Mi piace ricordare, come Italiano, che la quasi totalità dei combattenti europei di Lepanto erano nostri connazionali dei vari Stati preunitari (i veneziani da soli fornirono 105 galee su 204, poi c'erano i pontifici, i genovesi, i toscani granducali, i sabaudi). Anche tra le truppe dell'Impero spagnolo erano preponderanti napoletani, siciliani e sardi (tra cui i 400 archibugieri del glorioso "Tercio" di Sardegna). Una grande vittoria delle Nazioni europee contro l'Asia, come circa 100 anni dopo a Vienna.

    Ricordiamo anche i comandanti dello schieramento navale di Lepanto, che come le navi e la truppa erano prevalentemente italiani con poche eccezioni: comandante generale Don Giovanni d'Austria, figlio illegittimo di Carlo V d'Asburgo. Al centro i comandanti Sebastiano Venier (Venezia), Francesco Maria II della Rovere (Urbino), Marcantonio Colonna (Roma), Ettore Spinola (Genova), Andrea Provana di Leinì (Piemonte), Piero Giustiniani (Cavalieri di Malta). A destra il comandante Gianandrea Doria (Genova). A sinistra il comandante Agostino Barbarigo (Venezia). L'avanguardia (navi siciliane e veneziane) guidata dallo spagnolo Juan de Cardona). La retroguardia (navi italiane e dell'Impero spagnolo) guidata dallo spagnolo Alvaro de Bazan di Santa Cruz.

  2. #2
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana


  3. #3
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana

    Auguri a tutti i fratelli e camerati, in occasione dell'anniversario di questa grande vittoria della cristianita', nell'auspicio che entro breve se ne consegua una ancor piu' propizia non soltanto contro la feccia maomettana, ma anche contro il cancro giudaico che la manovra.
    Ultima modifica di Ceslom; 06-10-13 alle 10:04

  4. #4
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana


  5. #5
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana

    Preghiera a San Pio V papa



    O Dio, che hai scelto il Papa san Pio V
    per la difesa della fede ed
    il rinnovamento della preghiera liturgica,
    concedi anche a noi di
    partecipare con vera fede e carità
    operosa ai tuoi santi misteri.
    Per Cristo nostro Signore.
    Amen.

    (dalla liturgia)

  6. #6
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana

    Ricordiamo la vittoria di Cristo e di Roma.
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  7. #7
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana


  8. #8
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana

    Il miracolo di Lepanto. L’intervento di Dio nella storia




    I miracoli segnano la storia religiosa e politica dell’Europa...






    La battaglia del 1571

    Le ragioni storiche dello scontro
    Dopo che il 31 maggio 1453 Maometto II aveva conquistato la città di
    Costantinopoli e con essa il millenario Impero cristiano d'Oriente, i
    turchi ottomani ritenevano imminente il giorno del loro dominio
    universale. Nel 1521 si erano impadroniti di Belgrado; nel 1526 avevano
    conquistato l'Ungheria ed erano arrivati fino alle porte di Vienna.
    In Italia avevano invaso e saccheggiato tutte le coste del meridione.
    Tripoli era già stata tolta agli spagnoli, l'isola di Chio ai genovesi,
    Rodi ai cavalieri che la possedevano e la stessa isola di Malta, nuova
    sede dei cavalieri, sarebbe caduta nelle mani turche se Jean de La
    Valette, Gran Maestro dell'Ordine non l'avesse difesa e salvata con
    eroico valore.
    Nel febbraio 1570 era giunto a Venezia un ambasciatore turco con un
    ultimatum della Sublime Porta: o la cessione al sultano dell'isola di
    Cipro o la guerra. Venezia aveva rifiutato con sdegno. Ma dopo undici
    mesi di assedio il 1 agosto 1571, nell'isola di Cipro era caduta la
    città di Famagosta. Il patto di resa garantiva la vita ai difensori
    superstiti, ma quando il comandante turco era penetrato a Famagosta
    aveva fatto scorticare vivo il comandante della piazza cristiana
    Marcantonio Bragadin. Il corpo era stato squartato, la pelle di
    Bragadin era stata quindi riempita di paglia, rivestita con la sua
    uniforme e trascinata per la città.
    Il terrore regnava nel Mediterraneo, l'antico Mare nostrum. La sorte
    dei cristiani di Cipro era quella che l'Islam sembrava preparare ai
    cristiani di tutta Europa. Sulla cattedra di Pietro sedeva un teologo
    domenicano, Michele Ghislieri, salito al pontificato all'inizio del
    1566 con il nome di Pio V. Egli valutò la gravità del pericolo e
    comprese che solo una guerra preventiva avrebbe salvato l'Occidente.
    Con parole gravi e commosse esortò le potenze cristiane ad unirsi
    contro gli aggressori e di questa difesa della cristianià fece l'asse
    del suo breve pontificato.
    Non tutti, però, risposero all'appello. L'espansione dei turchi si
    sviluppava anche grazie alla complicità decisiva di paesi cristiani,
    come la Francia, che in nome della realpolitik, oggi diremmo dei suoi
    interessi geopolitici, incoraggiava e finanziava i turchi per
    indebolire il suo tradizionale nemico: la casa imperiale d'Austria.
    Tuttavia grazie alle preghiere e alle insistenze del pontefice, il 25
    luglio del 1570, la Spagna, Venezia e il Papa conclusero l'alleanza
    contro i turchi. Subito dopo aderirono il duca di Savoia, la Repubblica
    di Genova e quella di Lucca, il granduca di Toscana, i duchi di
    Mantova, Parma, Urbino, Ferrara, l'Ordine sovrano di Malta. Si trattava
    di una prefigurazione dell'unità italiana su basi cristiane, la prima
    coalizione politica e militare italiana nella storia.
    Alla testa della Lega Cristiana fu posto un giovane di 25 anni: don
    Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V e dunque fratellastro
    del re di Spagna Filippo II. La flotta pontificia, costituita grazie
    all'aiuto decisivo dei cavalieri di Santo Stefano, era comandata da
    Marcantonio Colonna, duca di Paliano, a cui il Papa affidò la bandiera
    della Chiesa. La Santa Lega fu ufficialmente proclamata a Roma nella
    basilica di San Pietro. Lasciata Messina, dove si era concentrata alla
    fine di agosto, dopo venti giorni di navigazione con rotta verso
    levante, la flotta cristiana attaccò il nemico alle undici di mattina
    di quella domenica 7 ottobre dell'anno 1571.

    Lo svolgimento della battaglia
    All'alba del 7 ottobre 1571 una gigantesca flotta ottomana, la più
    numerosa mai schierata nel Mediterraneo, avanzava lentamente, con il
    vento di scirocco in poppa. Circa 270 galee e una quantità
    indescrivibile di legni minori formavano un semicerchio, una enorme e
    minacciosa mezzaluna che occupava tutte le acque che dalle coste
    montagnose dell'Albania, a nord, arrivano alle secche della Morea, a
    sud. Al centro della mezzaluna che avanzava, sulla nave ammiraglia,
    chiamata la Sultana, sventolava uno stendardo verde, venuto dalla
    Mecca, che recava ricamato in oro per 28.900 volte il nome di Allah.
    Di fronte, in formazione a croce, era schierata la flotta cristiana,
    sulla cui ammiraglia, comandata da don Giovanni d'Austria, garriva un
    enorme stendardo blu con la raffigurazione del Cristo in Croce. La
    battaglia durò cinque ore e si decise al centro dello schieramento,
    dove le navi ammiraglie si speronarono l'un l'altra formando un campo
    di battaglia galleggiante in cui si susseguirono attacchi e
    contrattacchi finchè il reggimento scelto degli archibugieri di
    Sardegna riuscì a sferrare l'attacco decisivo. Alì Pascià fu colpito a
    morte e sulla Sultana fu ammainata la Mezzaluna e issato il vessillo
    cristiano.
    Si coprirono di valore tra gli altri i Colonna e gli Orsini, sette
    della stessa famiglia, il conte Francesco di Savoia che cadde in
    battaglia, il ventitreenne Alessandro Farnese, destinato a divenire uno
    dei maggiori condottieri del secolo, Giulio Carafa che, preso
    prigioniero si liberò e si impadronì del brigantino nemico, ed i
    veneziani tutti che pagarono il maggior tributo di sangue.
    Il provveditore veneziano Agostino Barbarigo che comandava l'ala
    sinistra dello schieramento cristiano, si batté, fino a che non gli
    mancarono le forze, con una freccia infitta nell'occhio sinistro. Sulla
    sua ammiraglia, Sebastiano Venier, combatté a capo scoperto e in
    pantofole perché, risponde a chi gliene chiede il motivo, fanno
    migliore presa sulla coperta. Ha settantacinque anni e imbraccia la
    balestra, aiutato da un marinaio per il caricamento dell'arma,
    un'operazione che era ormai superiore alle sue forze. Sopraffatto dal
    numero viene soccorso dalle galee di Giovanni Loredan e Caterino
    Malipiero, che trovano la morte nella lotta.
    Al termine della battaglia la Lega aveva perso più di 7.000 uomini, di
    cui 4.800 veneziani, 2.000 spagnoli, 800 pontifici, e circa 20.000
    feriti; i turchi, contarono più di 25.000 perdite e 3.000 prigionieri.
    Il nome di Lepanto era entrato nella storia. Per la prima volta dopo un
    secolo il Mediterraneo tornò libero. A partire da questo giorno iniziò
    il declino dell'impero ottomano.
    Nel pomeriggio del 7 ottobre, Pio V che aveva moltiplicato le preghiere
    a Colei che sempre aveva soccorso i cristiani nelle ore drammatiche
    della cristianità, stava esaminando i conti con alcuni prelati.
    D'improvviso fu visto levarsi, avvicinarsi alla finestra fissando lo
    sguardo come estatico e poi, ritornando verso i prelati esclamare: "Non
    occupiamoci più di affari, ma andiamo a ringraziare Iddio. La flotta
    cristiana ha ottenuto vittoria".
    Il Pontefice attribuì il trionfo di Lepanto all'intercessione della
    Vergine e volle che nelle Litanie lauretane si aggiungesse
    l'invocazione Auxilium christianorum. Anche il Senato Veneziano che non
    era composto da donnicciole, ma da uomini fieri e rotti a sfidare i più
    gravi pericoli in mare e in terra, volle attribuire alla Santissima
    Vergine il merito principale della vittoria e sul quadro fatto
    dipingere nella sala delle sue adunanze fece scrivere queste parole:
    "Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos
    fecit" (non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna
    del Rosario ci ha fatto vincitori).

    tratto da Centro Culturale Lepanto (Centro Culturale Lepanto).


    Le forze dei contendeti nella battaglia di Lepanto

    Cristiani: 30.000 soldati e 80.000 tra marinai e rematori, tutti
    imbarcati su 208 galere rispettivamente: spagnole (comandante Don
    Giovanni d'Austria), veneziane (comandante Sebastiano Venier, duca di
    Candia), pontificie (comandante Marcantonio Colonna), genovesi
    (comandante Giannandrea Doria), sabaude e Maltesi, oltreché, sei
    galeazze venete (comandante Agostino Barbarigo) e 78 tra galeoni e
    brigantini.
    Turchi: schierarono circa 270 tra galere e galeotte complete
    d'equipaggio che poteva annoverare dai 180 ai 250 rematori (tutti
    schiavi cristiani) e soldati (giannizzeri) sino a 400 per imbarcazione:
    il loro comandante Al' Mehemet Pascià era considerato imbattibile
    perché in possesso di un prezioso amuleto che altro non era che un
    dente canino destro di Maometto). La battaglia di Lepanto è l'ultimo
    scontro in mare che vedrà impiegate navi a remi. In tal frangente
    morirono circa 8.000 cristiani e oltre 25.000 musulmani, ma furono
    liberati 12.000 schiavi cristiani incatenati al remo.
    Il Comandante Venier, titolato "capitan generale da mar", sebbene
    d'anni 75, era responsabile della flotta veneziana e non disdegnò di
    prendere parte attiva alla battaglia esponendosi a dardi e ogni altro
    pericolo dell'arrembaggio. Tra i feriti spagnoli, ci fu un certo Miguel
    de Cervantes che immobilizzato per sempre in un braccio lasciò la
    carriera delle armi per scrivere il capolavoro Don Chisciotte della
    Mancia. Dopo la battaglia di Lepanto l'influenza turca nel Mediterraneo
    diminuì notevolmente, ma i "pirati saraceni" continuarono ad esistere
    sino alla fine del 1800, quando la flotta inglese predominò
    incontrastata nel "mare nostrun".


    Il papa di Lepanto: San Pio V

    Michele Ghislieri, di povera famiglia, fu domenicano e Inquisitore
    Generale. Appoggiato da San Carlo Borromeo, fu eletto Papa col nome di
    Pio V nel 1566. Il denaro dei festeggiamenti per l'elezione lo fece
    dare ai poveri; lui continuò a vestire il rozzo saio e a dormire su un
    pagliericcio, mangiando solo legumi. Cominciò con l'eliminare dai
    palazzi vaticani e dall'amministrazione romana tutte le "bocche
    inutili", poi diede mano severamente al riordino della Chiesa, vietando
    i favori ai "nipoti" e la concessione di cariche ai minorenni. Due
    volte alla settimana per dieci ore di seguito dava personalmente
    udienza al popolo, ascoltandone le lagnanze. Aveva un parente nelle
    milizie pontificie: lo fece cacciare appena seppe che frequentava
    prostitute.
    Ma soprattutto rese effettiva la riforma del Concilio di Trento che
    stentava a decollare, introducendo il Catechismo per i parroci e la
    famosa Messa in latino (rimasta in vigore fino al Concilio Vaticano
    II), unica per tutta la Cristianità, potente simbolo di unità e di
    sentire comune.
    Altrettanto severo fu contro l'ingiustizia, non deflettendo nemmeno di
    fronte ai potenti: Elisabetta d'Inghilterra venne scomunicata per aver
    fatto uccidere la sorella, Maria la Cattolica. Introdusse i Monti di
    Pietà per sottrarre i meno abbienti all'usura praticata dai banchieri
    ebrei (questi ultimi, poi, li protesse dalla furia popolare - di quando
    in quando insorgente - assegnando loro leggi e quartieri appositi).
    Frattanto i Turchi assediavano l'Europa. Cipro era caduta e Marco
    Antonio Bragadin, comandante della fortezza di Famagosta, era stato
    scuoiato vivo. Pio V si adoperò in tutti i modi per unire i cristiani
    in una Lega. Così l'imperatore, il granduca di Toscana, Venezia,
    l'Ordine di Malta e parecchi principi italiani armarono una flotta che
    sconfisse (per la prima volta dopo tanto tempo) i Turchi nella
    battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571, fermando per sempre i
    musulmani sul mare.
    Il Papa, che aveva ordinato la recita del Rosario in tutta la
    Cristianità, "vide" soprannaturalmente la vittoria e istituì in ricordo
    la festa della Madonna del Rosario, Maria SS. della Vittoria.
    L'imperatore fu avvertito da un messaggero trafelato mentre assisteva
    alla Messa. Ma non volle che la funzione fosse interrotta. Solo alla
    fine, con le lacrime agli occhi, fece intonare il solenne Te Deum.
    Purtroppo il successo non poté essere sfruttato per la defezione di
    Venezia, più interessata ai suoi commerci che ad altro. L'anno dopo il
    santo Papa morì.

    Rino CAMMILLERI
    tratto da I Santi militari, Piemme, Casale Monferrato 1992, p. 203s.


    Cronaca della battaglia di Famagosta 1571

    Famagosta è difesa da settemila uomini e da 500 bocche da fuoco. Le
    fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, sono frutto
    delle più avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle
    mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da
    possenti baluardi, è intervallata da dieci torrioni e coronata da
    terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura sono
    sovrastate da una decina di forti, detti "cavalieri", che dominano il
    mare e tutta la campagna circostante, mentre all'esterno sono
    circondate da un profondo fossato. La principale direttrice d'attacco è
    difesa dall'imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si
    protende, più basso il forte del Rivellino.
    Per spaventare i difensori, Mustafà Pascià invia a Famagosta, racchiusa
    in una cesta, la testa del governatore di Nicosia, Niccolò Dandolo. Ma
    il Capitano Generale di Famagosta, Marcantonio Bragadin, di antico e
    nobile casato veneziano, non s'impressiona, respinge ogni intimidazione
    di resa e dà tutte le disposizioni necessarie per quella lunga ed
    eroica resistenza "che resterà sempre monumento di gloria negli annali
    militari". Bragadin ed i suoi uomini sono convinti che Venezia non li
    lascerà in balia del turco e che, prima o dopo, arriveranno i sospirati
    e promessi soccorsi.
    Il 22 settembre 1570 il blocco di Famagosta è completo, dopo che anche
    Creta è caduta in mano agli ottomani. Un esercito di 200 mila uomini
    l'assedia per via terra, una flotta di 150 navi per via mare. I turchi
    hanno completato l'accerchiamento della città fino ad un tiro di
    cannone. Sulle alture circostanti millecinquecento cannoni ed alcuni
    obici giganteschi tengono sotto il loro micidiale tiro sia la fortezza
    che i quartieri cittadini; invano i veneziani cercano di salvare i più
    importanti monumenti e le chiese, ricorrendo a "travate di sostegno e
    cumuli di sacchetti di sabbia": tutto crolla o brucia irrimediabilmente
    e la popolazione, terrorizzata, si rifugia nella fortezza aggravando la
    già precaria situazione dei combattenti. Tra gravi privazioni e
    sofferenze - scarseggiano viveri e munizioni - passa così l'inverno
    1570.
    Nella primavera del 1571 Mustafà Pascià, che fino ad allora si è illuso
    di far cadere Famagosta per fame, decide di passare all'offensiva. Così
    all'alba del 19 maggio i millecinquecento cannoni turchi scatenano un
    bombardamento di potenza inaudita che si prolunga senza soste, notte e
    giorno, per millesettecentoventotto ore, sino alla fine della
    battaglia, con una tattica di demolizione sistematica delle postazioni
    difensive e di debilitazione psicofisica degli avversari che troverà
    riscontro solo durante l'ultima guerra mondiale con il martellamento
    italo-tedesco di Malta e con quello americano su Pantelleria. Ma poiché
    non bastano a piegare Famagosta, le 170 mila cannonate sparate durante
    la battaglia, Mustafà Pascià passa alla "guerra delle mine", con un
    impiego di esplosivo talmente grande per quantità e potenza da
    risultare senza precedenti.
    I turchi scavano nottetempo lunghissimi cunicoli sotto il fossato e
    raggiungono così le fondamenta dei forti, minandole con forti cariche
    di esplosivo. Vasti tratti di postazioni saltano improvvisamente per
    aria sotto i piedi dei veneziani, mentre i turchi attaccano
    selvaggiamente a più ondate. L'otto luglio cadono su Famagosta 5 mila
    cannonate: è il preludio ad un ennesimo attacco generale che l'indomani
    si scatena, più massiccio che mai, contro il forte del Rivellino. Per
    arrestare i turchi, Bragadin non esita a dar fuoco alle polveri
    ammassate nei sotterranei della piazzaforte, sacrificando trecento
    soldati veneziani ed il loro comandante, Roberto Malvezzi. Con loro
    sotto le macerie del forte rimangono sepolti migliaia di ottomani.
    A difendere Famagosta sono rimasti ormai solo duemila uomini, in gran
    parte feriti, debilitati dalla fame e dalle fatiche. Da tempo, esaurite
    le vettovaglie, militari e civili ricevono come razione giornaliera un
    po' di pane malfermo ed acqua torbida con qualche goccia di aceto. La
    situazione è disperata, anche se finalmente la Santa Lega contro il
    turco è stata sottoscritta, il 20 maggio, da tutti gli Stati
    interessati. Ma la flotta spagnola arriverà a Messina, dove già si sono
    date appuntamento le altre navi alleate, solo alla fine di agosto,
    quando ormai Famagosta è costretta a capitolare.
    Il 29 luglio i difensori respingono un'altra terribile offensiva del
    nemico: decine di migliaia di turchi si alternano all'attacco che
    continua ininterrotto per oltre 48 ore, fino alla sera del 31. Per la
    prima volta, dopo 72 giorni, i cannoni ottomani finalmente tacciono;
    centinaia e centinaia di turchi giacciono sul campo di battaglia e
    sotto le mura della fortezza. Tra gli altri, lo stesso figlio
    primogenito di Mustafà Pascià. Questi, ignorando le misere condizioni
    degli assediati e preoccupato per le gravi perdite subite, offre ai
    veneziani patti insolitamente generosi ed onorevoli: se si arrendono,
    tutti avranno salvi vita ed averi, la popolazione sarà rispettata, chi
    lo chiederà sarà trasportato in paese neutrale, onori militari per i
    vinti.
    Marcantonio Bragadin non vuole nemmeno ricevere il messaggero turco e,
    presagendo quanto sarebbe accaduto in caso di resa, respinge
    sdegnosamente l'offerta. Ma la maggior parte degli ufficiali, dei
    soldati, la stessa popolazione invocano la fine di una battaglia troppo
    impari. Famagosta, abbandonata dalla madrepatria, non ha più alcuna
    speranza di salvezza: bisogna almeno salvare la vita ai superstiti e
    salvaguardare la popolazione civile. I rappresentanti dei cittadini, il
    Vescovo, i magistrati, appositamente convocati, optano tutti per la
    resa. Tanto più che al primo agosto rimangono solo munizioni per una
    giornata di fuoco, mentre i difensori ancora validi sono ridotti a
    settecento (in media uno ogni 50-60 metri del perimetro difensivo).
    Così il 4 agosto, dopo dieci mesi di assedio, i turchi possono entrare
    a Famagosta. Come Bragadin, che non volle firmare l'atto di resa, aveva
    previsto, i turchi non rispettano i patti. Mustafà Pascià, esasperato
    per la morte del figlio e dalla mancata espugnazione di Famagosta,
    soprattutto dopo aver accertato l'esiguità numerica dei veneziani, fa
    massacrare a tradimento tutti gli ufficiali e deportare come schiavi i
    soldati. Il colonnello Martinengo, l'unico che aveva avuto il coraggio
    di accorrere il 24 gennaio 1571 in soccorso di Famagosta a capo di un
    piccolo manipolo di soldati, è impiccato per tre volte. Marcantonio
    Bragadin è scuoiato vivo dopo tredici giorni di atroci torture: "... e
    lentamente staccarono dal suo corpo vivo la pelle, spogliandola in un
    sol pezzo, a cominciare dalla nuca e dalla schiena, e poi il volto, le
    braccia, il torace e tutto il resto ...". La pelle riempita di paglia è
    esposta a guisa di trofeo sull'antenna più alta della nave di Mustafà
    Pascià.
    I turchi lasciarono sotto le mura di Famagosta ben 80 mila uomini,
    quanti all'inizio avevano destinato alla conquista dell'intera Cipro; i
    veneziani circa seimila.



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  9. #9
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana

    E un Bragadin poareto non ce lo vogliamo mettere?

  10. #10
    Mutismo selettivo
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    Predefinito Re: 7/10/1571: ricordiamo Lepanto, grande vittoria italiana

    "I sogni sono i nostri violini segreti"
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