Per Mussolini il lato debole del Risorgimento sta nel fatto che esso era stato solo opera di minuscole minoranze: il fascismo gli appare dunque come una specie di ripetizione del Risorgimento su un gradino più alto e comprensivo. Nel 1932 l'inaugurazione di un monumento ad Anita Garibaldi gli serve come occasione per rafforzare solennemente questa tesi. Davanti ai garibaldini convenuti in ordine di marcia con le loro camicie rosse, Mussolini dichiara: "Le camicie nere, che seppero lottare e morire negli anni dell'umiliazione, sono anche politicamente sulla linea ideale delle camicie rosse e del loro condottiero".
Ci sono però molti elementi che non consentono questa interpretazione, com'è chiaramente dimostrato dal fatto che egli deve nominare alla direzione dell'autorevole "Rivista storica del Risorgimento" nientemeno che il quadrumviro De Vecchi, con l'incarico esplicito di osservare le cose "con occhio fascista". La rivista, dirà poco dopo, era ormai diventata un luogo da riunioni professorali dei tempi antichi: "sotto molti aspetti" il fascismo era ora la continuazione del movimento che nel sec. XIX aveva dato l'unità alla patria e che nel XX doveva darle anche la potenza. Diventa palmare a questo punto che Mussolini non intende la "continuazione" di cui parla veramente come un "superamento", ma che egli è più vicino alla seconda possibilità e tende a distinguere gli "aspetti" del Risorgimento. È né più né meno il metodo di Maurras, e trattandosi comunque di esponenti del liberalismo critico esso è anche in questo caso assai promettente. Si sottolinea la critica rivolta temporaneamente da Mazzini alla Francia e all'individualismo della Rivoluzione, solo per far dimenticare la sua fondamentale appartenenza al "mondo" della Rivoluzione Francese: in tal senso Mussolini sostiene che Mazzini e Garibaldi non erano stati dei liberali, e che il Risorgimento non ha nulla a che vedere col liberalismo e la democrazia. Non vanno tuttavia trascurate le implicazioni potenzialmente ostili al Risorgimento, là dove Mussolini chiama liberalismo e democrazia "due importazioni malamente digerite da noi"; non erano infatti certamente il papa e i borboni i responsabili di queste importazioni. Chi vuol costituire l'"antitesi netta, categorica, definitiva" a tutto il mondo della Rivoluzione Francese, non può che sentire come scomoda e compromettente la vicinanza al Risorgimento. Ci furono dunque buone ragioni perché il concetto di "antirisorgimento" coniato da Salvatorelli divenisse una parola d'ordine nella polemica antifascista. E nell'ambito del fascismo ci fu una tendenza che non cercò di indebolire questo rimprovero in base a sottili distinzioni, ma che addirittura lo radicalizzò capovolgendolo in un dato di fatto positivo. A questo tende il concetto di Curzio Malaparte del fascismo come "controriforma"; la rivista di Asvero Gravelli "Anti-Europa" parla un linguaggio chiarissimo fin col titolo; infine Giulio Evola è il più deciso e il più radicale di tutti, in quanto per lui l'antisemitismo e l'anticristianesimo sono condizione fondamentale per un ritorno liberatore all'"imperialismo pagano".
Tratto da "Il Fascismo nella sua epoca. Tre volti del Fascismo" di Ernst Nolte, ed. Sugarco, pp. 417-419.




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